Annunci

Archivi tag: Unesco

Peccatori di provincia


Cesso-doroAnna Lombroso per il Simplicissimus

Maledetti “ismi”: il popolo retrocesso a plebaglia per via del deplorevole populismo, l’autodeterminazione nazionale ridotta a condannabile sovranismo, le idee annegate e rimosse dall’ideologismo.  Ma le province cancellate, invece, pare abbiano promosso a virtù europea e globalista il provincialismo.

Beati i tempi nei quali i retrobottega delle farmacie di paese erano cenacoli di riflessione e dialogo, beati i tempi nei quali da località marginali irrompevano intelligenze luminose che non si vergognavano della loro origine, al contrario mantenevano la loro casetta natale oggi promossa a museo visitato da vandali e lanzichenecchi che ignorano vita e opera del lontano residente e la impiegano come sfondo di selfie.

Un Paese che è diventato nazione e stato grazie a un ceto che arrivava dal Mezzogiorno oggi emarginato e ripudiato, potenza industriale e commerciale grazie a  lavoratori e inventori che hanno dato al mondo qualità, immaginazione   e ideazione, e, che, voglio anche io attingere al coglionario dei custodi dei giacimenti di petrolio culturale, ha la più alta densità di patrimoni  riconosciuti dall’Unesco, sembra vivere una vergogna di sè, della sua storia, del suo presente.

Credo anche abbia avuto la stessa origine la visione aristocratica  del gruppetto di  residenti temporanei, profetica di una unità tenuta insieme dal mastice del denaro, di una superiorità inflitta a paesi terzi con lo sfruttamento coloniale, e pure di una subalternità vissuta come giudiziosa pratica solidale per riaffermare l’appartenenza fedele all’impero e quella identitaria al sogno occidentale, oggi pronta a contrastare la barbarie dell’Oriente medio e estremo, salvo ovviamente petrolmonarchie e despoti africani.

Così pare che se ci si vuole affrancare dalla Macerata di Flaiano, dalla Girgenti di Pirandello, dalla Recanati di Leopardi, dalla Modica di Quasimodo, dall’Ales di Gramsci, bisogna uscire dai gretti confini dei borghi natii, Roma, Torino, Firenze comprese, con l’alta velocità che adesso si declina al maschile, perché ce n’è uno solo di treno che possa riscattarci, quello Torino Lione che s’ha da fa’ a tutti i costi – i nostri però – per non far brutta figura con la Commissione e con i cugini d’oltralpe, proprio quelli che non essendo interessati,  la  delegano a noi per molti non nobili motivi, non ultimo il collaborazionismo con l’Ue che deve annientare e affogare nei  debiti i partner del sud e le loro democrazie, per far sopravvivere le cancellerie carolinge e mantenere la greppia dei signori delle mazzette.

Come fossimo dentro a  Miseria e nobiltà ci accolliamo le spese che non possiamo permetterci, per non farci riconoscere come straccioni, in modo che mentre i pendolari passano ore su carrozze bestiame i pacchi delle multinazionali della distribuzione arrivino prima come nella barzelletta del cumenda che si compra la Ferrari per andare da Milano a Como in venti minuti, ma a Como non ha niente da fare e alla fine non possiede nemmeno il grano per la benzina.

Posseduti dal pensiero magico futurista, fuori tempo, pare non sia importante per studenti professori lavoratori, turisti andare in treno da Napoli a Reggio, dalla capitale della cultura con stazione ma senza binari alla Capitale, bensì avere un bel convoglio moderno che attraversa le montagne e pianure non più incontaminate, realizzato con criteri e requisiti innovativi, che pare non possano essere applicati a linee esistenti, condannate a morire senza essere nemmeno promosse a archeologia ferroviaria. Per non dire della concreta possibilità di mettersi al pari con l’ideale di lavoro come lo vuole il ceto dirigente globale, e pure il deludente segretario, consumato in cantieri a termine, nei magazzini di Amazon, sui taxi di Huber, nei B& B e nelle mangiatorie della grande turistificazione, nella edificazione di svariati tipi di piramidi dei nuovi faraoni, che ormai piccolo è bello, il mito dei distretti, la valorizzazione dell’artigianato tradizionale e dell’agroalimentare, sono stati cancellati dai Fichi di Farinetti, dalle opportune e inesorabili delocalizzazioni, dalla trasformazione del tessuto dei centri abitati minori in albergo diffuso dal quale cacciare gli inopportuni indigeni o impiegarli come manovalanza in  cioce o divisa da camerieri.

Ci si riscatta così dalla vergogna di essere la provincia remota e indolente,  sopportando di essere messi in mora per non aver riservato trattamenti umani e civili agli immigrato che gravano sul nostro territorio, mentre si aiuta generosamente la Turchia di Erdogan sostenendo economicamente e moralmente i respingimenti implacabili verso altro Pig, o elargendo con un po’ di carità pelosa come succede quando la solidarietà di converte in carità e lo spirito umanitario in beneficenza, guadandosi bene dal mettere in discussione guerre esportatrici di democrazia, sfruttamento avido dell’Africa, sistema capitalistico e finanziario la cui sinistra sa bene le malefatte della destra .

Eh si pare che proprio sia necessario riabilitarsi dalla condizione di provincia non andando a onorevole trattativa coi cravattari, ma cercando di assomigliare loro, accattivandosi la loro simpatia o almeno la loro indulgenza, mettendo i vestiti buoni riscattati al Monte e lustrando la scarpe con i buchi nella suola,  parlando male il loro idioma, andando a vedere i loro film, mangiando le loro schifezze universali e offrendogli  i nostri gioielli a prezzo di affezione.

Viene da dare ragione al Giornale che qualche giorno fa lamentava che nella Biennale di quest’anno presentata con gran pompa dal presidente Baratta, l’esprit mondialista  si manifesta con 90 partecipazioni nazionali (new entry: Madagascar, Pakistan, Algeria, Ghana), 21 eventi collaterali, progetti di formazione e ricerca e una selezione di 79 artisti scelti con tutta evidenza per il loro cosmopolitismo che spazia tra Berlino, New York, Sidney e Pretoria, due dei soli dei quali italiani (Lara Favaretto e Ludovica Carbotta, in incoraggiante quota rosa).

Mica vorremmo “prima gli italiani” anche nelle sale espositive, ma resta il dubbio che i criteri di scelta siano esenti da condizionamenti delle mode e quindi del mercato globale, confermato peraltro da innumerevoli prove accertate. Che vanno dall’imposizione obbligata di direttori stranieri nei musei italiani, dettata non dalla volontà di concretizzare il principio retorico dell’arte “linguaggio universale”, ma dalla volontà di affidare il nostro patrimonio a esperti di marketing che lo trasformino, come voleva Tremonti, in panini imbottiti, o  come voleva Renzi, in profittevoli juke box. O anche dalla possibilità per legge di alienare e vendere all’estero facendo mercimonio, opere di incommensurabile valore artistico (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/12/impara-larte-di-metterla-da-parte/).

E c’è da interrogarsi se sia proprio vero che a Napoli, Torino, Palermo, Venezia, Cagliari non ci sono giovani creativi capaci di mettersi in concorrenza con produttori di ordigni a orologeria di provocazioni sotto forma di tuboni di dentifricio olandesi, macchina rottamate esposte davanti antichi palazzi da talenti francesi, cessi d’oro di varia nazionalità, gommoni come architravi su Palazzo Strozzi giapponesi …. che modestamente anche noi dopo Caravaggio, Michelangelo, Tiziano e ben prima della sala sigillata con 80mila chilogrammi di feci umane, ben squadrate in blocchi marroni, di tale Mike Buchet, abbiamo avuto la nostra Merda d’Artista nazionale.

 

Annunci

Se Pariggi tenesse lu mere…

banfiCi vogliamo proprio del male se come Paese detentore dei maggiori “giacimenti culturali” del pianeta, come dicono i colti un po’ a corto di buon gusto, non troviamo di meglio che affidare a Lino Banfi la carica di ambasciatore dell’Unesco. La cosa mi colpisce personalmente visto che facevo il tifo per Alvaro vitali, alias Pierino, che avrebbe potuto portare innovativi suggerimenti riguardo al patrimonio immateriale dell’umanità sotto forma gassosa, ma Di Maio ha preferito la compostezza del medico di famiglia, perché come disse il nuovo ambasciatore nell’immortale pellicola L’infermiera di notte “meglio abbondante che deficiente”. Siamo messi così, ma in questa improvvida scelta di Banfi, non c’è solo l’insostenibile leggerezza del vicepremier, c’è anche la condensazione di tutto l’orrore della contemporaneità, l’odore di marcescenza del pensiero unico, dei suoi stili e delle sue conseguenze. ed è solo per questo che mi occupo della vicenda

Il buon Banfi naturalmente non c’entra nulla in tutto questo, è solo un granello nelle ruote della macinatrice, un involontario quanto inconsapevole portatore di stigmate. La prima cosa la cosa che salta all’occhio, nella valle di lacrime di coccodrillo dova si fa un gran parlare di merito per meglio disconoscerlo, visto che gli unici meriti ammessi sono il denaro e il profitto, è lo straordinario valore aggiunto attribuito all’incompetenza; l’attore ha già ammesso di non sapere assolutamente niente degli argomenti inerenti alla sua nuova carica, ma come decine di altri personaggi prima di lui sembra considerare questo una dote da far valere, anzi per dirla nei termini più propri dei media, un talento. Sarebbe inutile dire che qui gioca in chiave farsesca la vecchia battaglia tra cultura e specialismo, che alla fine fa vincere qualcosa o qualcuno privo di entrambe le qualità. E di certo non si tratta solo di Banfi.

Poi c’è la politica spettacolo che predilige le facce, che sacrifica qualsiasi cosa al tentativo di acquisire consensi attraverso personaggi conosciuti e amati dal grande pubblico ancorché del tutto disomogenei al contesto. A Di Maio non deve essere sembrato vero di riacquisire parte del consenso perduto con questa astuta mossa, forse non sapendo che Banfi è già da anni ambasciatore dell’Unicef. Una mossa peraltro a costo culturale zero perché la commissione italiana Unesco, di natura parapolitica e anche paraplegica, non si sa bene cosa faccia e se si sia mai riunita, mentre è solo dall’anno scorso che l’Italia ha un ambasciatore nella sede Unesco di Parigi. Pensate un po’ come siamo messi. Però questo è niente, la cosa assume davvero caratteri banfiani se pensiamo che forse il vicepremier per il movimento Cinque Stelle ha pensato di aver preso due piccioni con una sola favata: la stessa politica spettacolo di cui sopra aveva consigliato un anno fa Michele Emiliano a nominare Banfi suo consigliere, forse come addetto alle cozze pelose visto che il personaggio ha una sua inevitabile linea di prodotti locali: si sa che i personaggi del piccolo o grande schermo oggi si dedicano al cibo o ai romanzi, sono insomma dei mediocri universali. Chissà cosa si aspettava dalla nomina visto che tra l’altro l’attore aveva  fatto sapere ai quattro venti che non era ” di sinistra” ovvero piddino (equivoci su equivoci) e facendo intendere a chi non fosse proprio mentecatto di essere in sostanza un berlusconiano:  dunque quale meravigliosa occasione di strizzare l’occhio a questi elettorati, raccogliendo per strada il medico di famiglia e dandogli una medaglia di cui certo non aveva bisogno.

Il bello è che questa assurda operazione deve aver suscitato qualche preoccupazione in Salvini che si è affrettato a fare dell’ironia sul collega di governo, proprio lui che ha appoggiato governi e giunte di competenza odontotecnica e orofaringea. Essere nella merda è una cosa, ma anche spargerla intorno è davvero un po’ troppo.


La banalità del maluccio

166336_xxfnqvwbjaoka6sin1k5bvlpo Anna Lombroso per il Simplicissimus

È risaputo che il successo di un quotidiano fondato nel 1976  e che ha rappresentato un novità nel repertorio della stampa italiana, a cominciare dal formato che ne rendeva agevole la lettura, anche col vento sotto l’ombrellone dell’Ultima Spiaggia, consisteva nell’affrontare temi alti e complessi in modo leggero e i temi frivoli con pensosa e sussiegosa profondità. E nell’ospitare pareri diversi, spesso contraddittori, e ricostruzioni contrastanti,  in modo da accontentare una platea più attenta alle opinioni che ai fatti e persuaderla così di appartenere a un club esclusivo, a un cenacolo ristretto e selettivo di “pensanti” infastiditi dall’ascesa di ambiziosi impazienti, di rentier arroganti, di parvenu arrivisti, estranei alla cerchia chiusa e eletta cui si voleva essere annessi, quella radical chic definizione che allora contava già 6 anni ma che purtroppo è ancora in voga, sotto forma di accusa o rivendicazione.

Inutile dire che il giornale, come tutti, ha perso smalto, ma resta in vigore come costume diffuso almeno uno di quei due caratteri che ha convertito in qualità l’incoerenza fino al tradimento di promesse e mandato, facendo della contraddizione una virtù  a conferma di vivacità di pensiero, capacità di adeguarsi ai tempi e dinamismo, che dà nuovo sapore alla massima secondo la quale solo gli imbecilli non cambiano mai parere. Soprattutto quando certi equilibrismi entrano a far parte della cassetta degli attrezzi  del politico costretto suo malgrado a convertirsi alla realpolitik e a piegarsi alle dure leggi della prassi.

Oddio, anche la leggerezza sembra essere nello spirito del tempo. Peccato che pesi come un macigno, per l’abuso che ne viene fatto sicché ogni riso diventa sghignazzo, ghigno, ogni birignao di signore bene diventa provocazione in favore di empi interventi, ogni criticata melensaggine del bon ton di Jader Jacobelli diventa urlaccio di Sgarbi: capre, capre! e ogni tentativo di riservatezza diventa criticabile manifestazione di ipocrisia e distanza dal popolo che si dice esiga la sfacciata ostensione dei menù del giorno, della esposizione dell’ecografia, mentre cala un sobrio e pudico silenzio sui redditi che permettono sorprendentemente acquisti immobiliari sfarzosi e nuove abitudini sibaritiche.

È la leggerezza che deriva dalla superficialità, quella di chi può permettersi di frequentare la vita da turista, per rendita o affiliazione o dinastia, altra cifra un tempo condannata e che oggi è invece interpretata come una gradita particolarità che distingue dai parrucconi che ostacolano la libera iniziativa e il decisionismo, come ad esempio i famigerati sovrintendenti e gli ancor più deprecabili costituzionalisti, o dai troppi laureati che fanno sfoggio di sapienza per mortificare chi ha fatto la scuola della strada – o dell’avanspettacolo – come sui profili di Facebook o da ieri all’Unesco, ma anche da chi ha un vero talento se non addirittura una vocazione che lo rende inviso a nuovi miti e prodigi, Allevi contro Glenn Gould,  Buttiglione contro  Abbagnano, Serra contro Cioran, Fusaro contro Gramsci, noto solo per la sua avversione  agli indifferenti grazie a Wikiquote.

Si, superficiali, spigliati, disinvolti, moderni insomma, purché su di loro non si faccia dello spirito, che altrimenti si adombrano.  Alzano il sopracciglio come Elisabetta davanti agli hooligans del Chelsea, gli si gonfia la vena del collo, minacciano rappresaglia via tribunali e polizia postale, raccomandano censura per limitare l’uso della violenza che deve restare a loro in regime di esclusiva – oggi buffoni e giullari sarebbero già oggetto di Daspo. Mentre si sentono autorizzati  alle battutacce sconce, quelle alla Berlusconi, scollacciate, da saletta del casino col numero di tacche segnate sul muro, quelle alla Calenda, impudenti, da coffee break del master alla Bocconi: nessuna buona azione deve restare impunita, quelle sempre in voga sui difetti fisici, statura, riporto, tacchetti incalzate da quelle sulla consecutio tradita, slealtà più disapprovata di quelle alle promesse elettorali, soprattutto da alunni scarsi, il cui diploma italiano o albanese, puzza di trastola lontano un miglio.

D’altra parte è finita la satira precipitata nelle mani di ex incendiari che indirizzano i loro idranti micidiali contro chiunque osi criticare la loro cricca e il loro salottificio, proprio come l’invettiva di quelli di “né con lo Stato né con le Br” che  dalle poltroncine girevoli di direttore hanno aggiunto un bel no deciso al molesto popolo ingrato, cui sarebbe necessario levare il pericoloso suffragio universale. Così ormai l’umorismo surreale è affidato alle colonne della prima del Corriere dalle quali il senatore Monti  rimpiange che i governi del passato non abbiano concluso  un trattato di Acquisgrana co ‘a pummarola ncoppa coi due acclarati statisti: Macron e Gentiloni, e lui novello Carlo Magno sortito dal sarcofago.

Si, ormai siamo alla comicità involontaria di Libero che denuncia che calano Pil e fatturato ma aumentano i gay, come d’altra parte insinua il Moccia della filosofia che teme che la concessione di diritti civili possa insidiare quelli primari e sociali, ambedue preoccupati che possiamo svegliarci e aspirare a riconquistarli tutti nessuno escluso.

O quella che ha portato a  pensare come baluardo in difesa della libertà di stampa e del diritto all’informazione oltraggiati dalla rimozione dell’augusto tappetino di Chetempochefa, a una bella striscia dopo il Tg affidata a Maria Giovanna Maglie, interprete talmente strenua dell’indipendenza del giornalista dai poteri da aver avocato a sé anche la gestione amministrativa del suo incarico, quella sì davvero allegra proprio come piace appunto al nostro rappresentante all’Unesco, dove dopo tanta bulimia di “culturame” intende portare il sorriso, anzi, il riso a pensare a quello che susciterà una nomina così estrosa da parte del Paese  che possedendo più “petrolio” artistico e paesaggistico lo lascia bruciare per avidità o trascuratezza o tutte e due.  O quella, demenziale, che suscitano i bestiali lottatori del Catch della politica, il bisonte all’Interno, l’avvoltoio in toga senatoria che mena colpi dal tour di conferenziere, il caimano ancora attivo nel serraglio, la jena allo sviluppo, tutti a sbuffare, digrignare i denti, mostrare poderosi muscoli verbali, tirare le orecchie all’avversario, assestare pugni e smatafloni, tutti virtuale però, perché quello che conta è lo spettacolo: stanno facendo scena, la loro è una indolore farsa a uso di un pubblico infantile che  finge di non sapere  che non si faranno mai davvero male, intenti allo stesso scopo, salvarsi lo sgabellino sul ring. O anche  quella, surreale, che ingenera in noi l’attivismo online di testimonial dell’umanità e della legalità appena scoperta e prima considerata un optional, che pagano in nero colf, dipendenti e press agent, di cantanti su palchi montati da cottimisti a alto rischio, di attori che hanno campato sulle lottizzazioni teatrali e televisive degli operatori culturali in forza all’arco parlamentare, di occhiuti smascheratori delle caste della speculazione con tanto di piscina e attico abusivo, di requisitori inflessibili sul blog e remissivi travet in redazione.

Ecco, anche chi pensa che la leggerezza sarebbe più adatta a questi tempi così poco eroici anche nel male, dominati da ombre di mezza tacca: bestialità, immoralità, cupidigia, arrivismo al posto della disumana efferatezza, dell’amoralità depravata, dell’avidità assatanata, dell’ambizione sfrenata, finisce per arrendersi alla pesantezza della banalità del maluccio.

 

 

 


I Vergognosi

cas

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Anche grazie ai ripetuti inviti da parte di divini schizzinosi – il più virulento, il filosofo dello Steinhof, Cacciari, insidiato in popolarità dal Moccia del marxismo, Fusaro –  poco inclini all’autocritica, in questi giorni va di moda la vergogna. Per via dell’empio ministro dell’Interno sorprendentemente  criminalizzato anche da quelli che avevano definito la Lega una costola della Sinistra, custode di valori della resistenza, che avevano omaggiato e invidiato il suo “radicamento” territoriale, che avevano sorriso di rituali e slogan come fossero un folklore inoffensivo e che avevano mantenuto un pudico silenzio sul suo predecessore in virtù della sua adesione ragionevole alla realpolitik. Per via del consenso che gli viene dato da chi negli anni è stato autorizzato, anzi consigliato, a prendersela con l’invasione straniera, in modo che spostasse critica e opposizione su chi sta sotto piuttosto che su chi ha usurpato il “sopra”. Ma si spreca anche la vergogna come grido perfetto per funerali, commenti sotto i selfie, invettiva più che legittima contro il governo comunque ladro, in modo da far dimenticare piogge, furti e governi precedenti.

Hanno urlato “vergogna” in questi giorni anche quelli che hanno scoperto che in una guida edita da Feltrinelli l’autore con l’abituale spocchia anglosassone dissuade i viaggiatori in Italia emuli di Goethe o Montesquieu dal recarsi  nell’area a    nord di Napoli, che comprende Aversa e l’Agro Aversano,   definita una distesa di sobborghi poco entusiasmanti, quasi del tutto dominata dalla camorra “tanto da essere a volte chiamata triangolo della morte”.  Per non dire della Reggia di Caserta, città anonima e incongruentemente circondata da una serie di complessi industriali e magazzini”, nota grazie alla fama guadagnata con la sua Reggia vanvitelliana: “struttura piuttosto monotona nella quale la dimensione supplisce all’ispirazione artistica”.

Niente di nuovo insomma rispetto al susseguirsi stagionale  di copertine delle riviste tedesche con la pistola accomodata su spaghetti e pummarola, sul rinnovarsi mai modernizzato degli stereotipi sugli italiani indolenti e peracottari. E niente di nuovo rispetto alla considerazione banale che certi pregiudizi li alimentiamo, che se siamo noi i primi a non rispettare certi beni, certe ricchezze, tanta bellezza e fortuna concesse, e immeritate, dalla lotteria naturale, non siamo autorizzati a pretendere considerazione e  stima altrui. A cominciare da quella dell’Unesco che periodicamente minaccia l’inclusione delle nostre città d’arte, Firenze e Venezia, nei siti a rischio per via dell’espulsione dei residenti in favore dei colossi immobiliari multinazionali  che intendono convertirle in alberghi di lusso diffusi, della fine di attività commerciali e artigianali per promuovere  un terziario che omologa offerta e consumi, di opere che snaturano l’identità e l’ambiente urbano.

Certo viene spontaneo gridare vergogna al borioso cicerone che ricorda certi compositori falliti che retrocessi a critici non risparmiano tenori, soprani e nemmeno Mozart o Verdi. Ma è altrettanto certo che in questi anni  chi doveva avere a cuore  il nostro patrimonio, quelli che si ostinano a definirlo il nostro “petrolio”, quelli che volevano fare degli Uffizi una macchina per fare soldi,  hanno contribuito con la nostra silenziosa correità di elettori, a mutare l’Italia in un Mal Paese dove è concesso anzi doveroso fare cassetta cedendo in comodato o in svendita monumenti, dove opere delicatissime affrontano viaggi transoceanici  per corredare empori di salumi, dove aree archeologiche vengono adibite a passerelle per sfilate di intimo o matrimoni di notabili.

Proprio nei giorni scorsi il direttore della Reggia di Caserta ha annunciato su Facebook, come ormai è d’uso, le sue dimissioni anticipare rispetto alla naturale scadenza. La notizia ha suscitato l’addolorata reazione dei suoi ammiratori soprattutto nelle file del Pd che si dice l’avesse più volte invitato a candidarsi nelle sue liste e che gli riconosce grandissimi meriti. A lui infatti si deve un incremento dei visitatori che soprattutto nei lunedì di ingresso gratuito si accalcano festosi, spintonandosi e berciando al telefono per ritrovarsi nel labirinto di sale, corridoi e scaloni, gli stessi dove è stato immortalato un equilibrista fioraio che si aggrappava ai preziosi marmi per adornarli con i tralci ordinati all’uopo dagli organizzatori di uno dei tanti fastosi matrimoni che hanno scelto la location per la toccante cerimonie e per l’opulento rinfresco, ultima destinazione data alla imponente costruzione che era già servita   come Reggia del Pianeta Naboo in Guerre Stellari, come set della serie Elisa di Rivombrosa, come finto Vaticano nella fiction della Rai sul papa polacco ma anche filmAngeli e demoni, da Dan Brown, come ambientazione per  Mission Impossible 3. Ma non basta, per accrescere la sua popolarità e la sua leggenda l’incontenibile direttore ha immaginato una immaginifica strategia di marketing, simboleggiata icasticamente dall’erezione in occasione del Natale di un corno benaugurale alto 13 metri, costo 70 mila euro che ha fatto meritare al prezioso sito monumentale la definizione di Dagospia  “la Sco-reggia di Caserta”.

Il proposito propagandato dal dinamico direttore e in parte realizzato è stato quello di fare di Caserta un brand  “legando il nome della Reggia a produzioni di qualità … Così, il brand diventerà, sempre di più, sinonimo di qualità e di eccellenza, e i prodotti porteranno in giro per il mondo l’immagine e la magnificenza del monumento stesso”, attraverso il progetto “Reggia collection” d’intesa con il presidente della casa di moda Vodivì srl di Spoleto, Luciano Lauteri, per lanciare sul mercato una collezione di pelletterie “ispirata alle testimonianze artistiche del Monumento vanvitelliano”,  o con  “Amarè”, un amaro naturale ottenuto dall’infusione di erbe ed essenze selezionate nel “Real giardino inglese”, prodotto da una azienda che potrà utilizzare il logo della Reggia per 4 anni in tutta la sua comunicazione aziendale.

Lodevole spirito di iniziativa? ennesima esperienza di mercatizzazione del patrimonio culturale, piuttosto che toglie valore e qualità ai beni comuni per offrirli a chi paga e per giunta poco ( il matrimonio incriminato con tanto di acrobata sul leone marmoreo ha portato alle casse delle Reggia meno di 30 mila euro), sicché l’esproprio ai danni dei comuni cittadini di luoghi che hanno la vocazione e la funzione di nutrire dignità, senso di appartenenza, memoria e senso del futuro non vale l’offesa.

Temo che ne abbiamo davanti di vergogna da soffrire in questo trailer del destino greco, quando le guide sconsiglieranno il pellegrinaggio in quel che resta della culla dell’arte e della cultura, ridotta a accampamenti per sfollati da catastrofi, crolli, inondazioni e terremoti con dietro lo scenario di cartapesta dell’antico splendore.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: