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Torino, i piromani del mercato

incendio  Anna Lombroso per il Simplicissimus

In pochi minuti come in una qualsiasi Notre Dame, o in un bosco che si vuol “valorizzare, le fiamme sono divampate nelle Pagliere, le ex stalle della Cavallerizza Reale, storico complesso architettonico nel centro di Torino, dichiarato patrimonio dell’Unesco nel 1997 che aveva motivato la designazione in quanto offrirebbe «una panoramica completa dell’architettura monumentale europea nei secoli XVII e XVIII, utilizzando lo stile, le dimensioni e lo spazio per illustrare in modo eccezionale la dottrina prevalente della monarchia assoluta in termini materiali». E cui è giusto guardare non come a un singolo monumento, ma come un «un pezzo di città in forma di palazzi concatenati secondo uno schema ortogonale», costruito – tra Sei e Settecento – da architetti come Amedeo di Castellamonte, Filippo Juvarra, Benedetto Alfieri.

Per ora non è stata effettuata una diagnosi dell’accaduto ma si parla di una origine dolosa, come quella del rogo che distrusse i magazzini del Circolo dei Beni demaniali nel 2014, chiamando i causa i soliti sospetti: “pericolosi” collettivi di artisti e rider, a detta del presidente della regione Piemonte Alberto Cirio si è espresso sul tema, nel corso di un incontro tenutosi in Confindustria: «Stanotte è andato a fuoco un patrimonio Unesco dell’Umanità perché da tempo era occupato abusivamente senza che le istituzioni se ne siano particolarmente occupate perché tornasse la legalità».

È facile immaginare in cosa consisterebbe la legalità secondo le autorità e i manager che si sono avvicendati sulle influenti poltrone del “sistema Torino”. Perché l’insano gesto di ieri è l’ultimo di una catena anche quella insana, per mettere fine con l’intimidazione da racket a un processo di riappropriazione  di un bene comune da parte di cittadini avveduti. Fu il sindaco Fassino, che come le altre majorettes dà una personale interpretazione dello sviluppo come svendita del territorio, realizzazione di grandi opere e alte velocità, a avviare, grazie al passaggio autorizzato dalla Direzione regionale dei Beni Culturali  dal Demanio al Comune  senza imporne lo status di proprietà pubblica,  la infausta vendita della Cavallerizza, che era nel frattempo diventata parte del Teatro Stabile aprendosi alla città come luogo di spettacolo,  al Fondo di cartolarizzazione della Città di Torino, perché ne disponesse in forma redditizia e speculativa, come di un qualsiasi bene immobiliare, tanto che nel 2013 sono state interrotte le rappresentazioni e il pubblico in sala era limitato ai potenziali acquirenti del  monumento a prezzo di saldo: 12 milioni di euro.

Perfino l’Unesco,  che sugli interventi del mercato nelle azioni di salvaguardia è di bocca buona, denunciò il rischio che, grazie a quegli atti che non ne tutelavano la qualità di bene comune e pubblico, la Cavallerizza potesse far cassa diventando un relais di lusso o un centro commerciale, proprio come faceva sospettare il piano di “valorizzazione” del complesso proposto dalla società privata Homers, su incarico della Compagnia di San Paolo, riconfermando  che la proprietà e la progettazione della sua destinazione erano state privatizzate.

Così in quegli  anni nei quali i veneziani combattevano per riprendersi e godersi la bellezza dell’Isola di Poveglia, i napoletani l’Asilo Filangeri , i siciliani la loro Riserva dello Zingaro a San Vito lo Capo, i romani il loro Teatro Valle, gruppi di cittadini, associazioni e centri sociali e culturali  occupano la Cavallerizza perché sia e resti dei torinesi e perché non  diventi “un albergo, un ristorante, ma neanche un bel museo in cui costerà caro entrare… ma un luogo che risponda alle esigenze di chi vive la città, non di chi ci specula”, proprio come vuole la nostra Costituzione.

L’arrivo dell’Appendino accende qualche speranza con quelli che chiama “ i processi di partecipazione e dialogo” e che il suo vice Montanari  interpreta per realizzare   «l’obiettivo non solo di restaurare il bene secondo le indicazioni della Soprintendenza ma anche instaurare un processo di fruizione e gestione pubblica innovativo», chiedendo l’avvio della de-cartolarizzazione.

Apriti cielo! l’assessore al Patrimonio richiama al doveroso buonsenso dei conti della serva, ricorda che se privati in veste di mecenati si comprano il complesso per farne un hotel, ci può scappare come fertile compensazione anche una residenza per studenti e che dunque la strada giusta è quella del “coinvolgimento” di generosi operatori economici cui affidare quel patrimonio che l’ente pubblico non è in grado di mantenere. Montanari si arrende e firma il Protocollo d’intesa  – “ridimensionato” nelle ambizioni originarie prevedendo bar, ristoranti esercizi commerciali e una piazza,  a fronte di residenze per studenti e un ostello – con la Cassa Depositi e Prestiti, proprietaria di una porzione importante della Cavellerizza, cui viene affidato il compito di realizzare il progetto per il restauro di tutto il complesso seicentesco e che ha l’incarico di trovare investitori “adatti”, in grado di conciliare esigenze di tutela, godimento del bene da parte dei cittadini e attrattività per eventuali attività commerciali profittevoli.

Ora non sappiamo se ci sia stata scarsa solerzia da parte della Cassa, ma nessun investitore “adatto” si fa avanti, nemmeno quelle fondazioni bancarie un tempo così attive e che hanno stretto ormai i cordoni della borsa, disposte ad aprirla solo in caso di grandi buchi, gallerie, colate di cemento, grattacieli protesi verso il cielo della modernità costruttiva.

Non sarà certamente solo per via della Cavallerizza che la sindaca 5stelle si libera nel luglio scorso dello scomodo vice, storico dell’architettura e urbanista, ambientalista e fervente No-Tav reo di aver fatto scappare il Salone dell’auto dal Parco del Valentino, diventato sgradito per la sua posizione troppo rigida nei confronti dei fasti del “progresso”, delle grandi opere e dei grandi eventi-  proprio come la Raggi espelle dal corpo della giunta l’altrettanto molesto assessore Berdini. Si tratta di una caso esemplare in più che rivela come l’acquiescenza nei confronti della potenza dello sterco del diavolo, l’assoggettamento alle leggi del mercato, accompagnate dal timore di ritorsioni, multe, sanzioni, dallo spauracchio della cattiva reputazione presso i “giudici” delle cancellerie e alla preoccupazione per la compromissione delle buone relazioni con prepotenti alleati siano proprio diventate una cifra dei sempre più cauti e  irresoluti amministratori e dirigenti del Movimento.

E adesso vien buono un sospetto incendio a dimostrazione per l’ennesima volta e in ossequio all’ideologia dell’emergenza,  della necessità di consegnare i gioielli di famiglia in buone mani, quelle di chi ha i soldi per farli fruttare, per venderli a offerenti disposti a accollarsi anche le ceneri dalle quali far risorgere i monumenti e i templi definitivamente aperti ai mercanti.  

 

 

 

 

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Salvateci dall’Unesco

esult Anna Lombroso per il Simplicissimus

Io non mi scandalizzai più di tanto quando il comico Lino Banfi venne chiamato a far parte della Commissione italiana per l’Unesco.

Semmai a offendere avrebbe dovuto essere  la scelta di incaricare del ruolo di presidente Franco Bernabè, manager che ha inanellato  “successi” personali in leggendarie imprese fallimentari quasi alla pari con Montezemolo,  in Fiat, Eni, Telecom,  Istituto delle Banche Popolari, e nell’attività di  lobbista, membro dello steering committee del Gruppo Bilderberg, vezzeggiato dai potenti che hanno esaltato la sua poliedricità investendolo di responsabilità le più varie: alla testa di festival e musei, autorevole membro di fondazioni culturali, e perfino rappresentante del Governo per la ricostruzione in Kosovo, carica che la dice lunga sulla pervicacia con la quale anche noi  modesti  prestatori d’opera per le faccende sporche, pensiamo di espiare per i danni di imprese coloniali  mandando la croce rossa e investendo qualche soldo altrettanto sporco  nella provvidenziale riparazione, occasione d’oro per speculazioni e corruzione in grande stile. 

Ma si sa  l’Unesco è una di quelle organizzazioni di stampo mondialista, che ci offre una immagine edulcorata della globalizzazione travestendola da cosmopolitismo mostrandoci le magnifiche sorti di un pianeta interconnesso quindi più informato e più libero, dove con i flussi finanziari circola imprescindibilmente la tutela di arte e paesaggio affidata a sponsor  disinteressati e ricchi mecenati. E dove la promozione di un marchio, di un prodotto, di un monumento  non deve prescindere da quella degli interessi di mercato.

Ne abbiamo un esempio fresco fresco come un flute di bollicine: l’influente istituzione ha dichiarato le colline del prosecco patrimonio dell’umanità, per la gioia di Zaia che ha coronato il suo sogno e dei frequentatori delle apericene,  e per il disappunto di Spagna e Norvegia che l’anno scorso avevano bocciato la candidatura italiana.

E mica avevano torto: da anni si susseguono le denunce per il sacco di quei territori compiuto per appagare la crescente richiesta proveniente da tutto il mondo, Estremo Oriente compreso dove il prosecco è uno status symbol irrinunciabile.Ricerche dell’Università di Padova hanno accertato  che tre quarti del consumo di suolo nella  regione vinicola del Veneto  dove si produce la maggior parte dei  vini di Denominazione d’Origine Controllata e Garantita (DOCG),  (pari a 400.000 tonnellate di terreno ogni anno) è effetto della produzione di prosecco. Ogni bottiglia  determina dunque l’erosione e la perdita di 4,4 kg di terreno.

Esaminando  10 anni di dati riguardanti le precipitazioni, l’uso e le caratteristiche del suolo nonché le mappe topografiche ad alta risoluzione, i ricercatori  hanno confermato che l’industria del prosecco è responsabile del 74% dell’erosione totale del suolo della regione e denunciato come gli effetti della monocoltura intensiva si combinino con altri danni ambientali attribuibili all’uso dei pesticidi  e erbicidi  che caratterizzano la produzione delle colline del Trevigiano.

Da tempo indicano possibili “aggiustamenti”,  mantenere  l’erba tra i filari delle vigne per dimezzare  l’erosione totale, effettuare la piantumazione di siepi intorno a vigneti o incrementare la presenza di vegetazioni nei pressi di fiumi e torrenti, ipotesi che non sono state prese in considerazione perchè mentre le proprietà sono state accentrate in poche mani (non tutte pulite se è vera l’ipotesi che uno dei business innovativi della mafia molto presente anche tra quelle verdi colline sarebbe l’acquisizione di aziende in sofferenza o l’acquisto di vendemmie che non rispettano i crismi della qualità da commercializzare all’estero), la presenza degli organismi di controllo e vigilanza dipende da una molteplicità di soggetti e all’interno della zone di Denominazione di Origine Controllata e Garantita si contano 12 comuni e 31 frazioni interessate al brand.

Che l’Unesco abbia una visione particolare della tutela dei beni dell’umanità che si è incaricata di identificare e sui quali svolge la sua occhiuta azione di sorveglianza si evince da un’altra decisione che ci riguarda: sempre a Baku è stato espresso “vivo apprezzamento” per l’eventualità  di spostare il tragitto delle navi da crociera  con stazza superiore alle 40 mila tonnellate a Marghera, evitando il loro attraversamento nel Bacino di San Marco.

Se qualcuno si era illuso che il prestigioso organismo non sarebbe sceso a patti con i corsari, con  le multinazionali del turismo che grazie alla correità del Comune e della Regione stanno trasformando Venezia in un museo diffuso o in un luna park a imitazione della Serenissima, proprio come a Las Vegas,  con le imprese immobiliari che sempre grazie ai complici locali, perseguono la politica di svuotare la città dei suoi abitanti convertendoli in pendolari prestatori di opera in veste di camerieri, osti e facchini, per mettere a disposizione il suo patrimonio immobiliare di hotel, relais, case vacanza, adesso avrà capito che era meglio sospettare delle sue buone intenzioni. E dire che bastava dire di No per una volta, bastava  esigere dalla autorevole tribuna che a fronte di possibili incidenti, di un impatto ambientale formidabile, di una pressione insopportabile senza ragionevoli compensazioni economiche, si risparmiasse la città da quell’oltraggio. 

E’ che la valorizzazione dei nostri patrimoni, ridotti come siamo a remota provincia immeritatamente beneficata da un paesaggio ineguagliabile e da opere che inspiegabilmente sono state create da artisti locali dei quali si è persa l’impronta, non è diversa da quella auspicata per foreste amazzoniche condannate a fornire doverosamente  il legname per i parquet dei ricconi di Miami o degli sceicchi sempre più esigenti.

I dolci declivi veneti sono obbligati a contribuire a brindisi di ogni latitudine, Venezia deve prestarsi a fare da palcoscenico per i forzati delle crociere che la riprendono dall’alto per non mischiarsi ai pochi superstiti assediati da un turismo  autorizzato all’oltraggio, Firenze deve rinnovarsi perfino con i suo tunnel per assomigliare al modello disegnato dal suo nume appena morto e santificato di buen retiro per ricconi in cerca d’atmosfera, il Centro Italia devastato dal terremoto e svuotato di attività tradizionale dovrà essere pronto a diventare la disneyland del turismo religioso, magari combinato con percorsi gastronomici affidati a qualche norcino di chiara fama. 

E adesso datemi della populista e della sovranista se dico che non mi sta bene che “serva Italia” sia diventato il nostro slogan.

 

 

 


Turismo di cacca

turismo-mondiale-580x400 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Lunedì scorso delle giovani turiste che non sappiamo se fossero scese a terra da una delle grandi navi da crociera, hanno contribuito con la loro personale polluzione all’impronta ecologica della ex Serenissima . Entrate in un elegante negozio di abbigliamento di Venezia e scelti dei capi firmati, chiedono di provarli e se li portano in camerino, da dove escono frettolosamente: “grazie non vanno bene”, dicono andandosene. La commessa che va per riporli ha la sorpresa di scoprire che nello stanzino hanno defecato e si sono pulite il sedere con gli abiti.

Una delle destinazioni turistiche più popolari dell’Islanda, isola di 335.000 abitanti contro i due milioni e mezzo di turisti per lo più americani,  è Jokulsarlon. Un gruppo di investitori esteri, che ha acquistato un esteso appezzamento da una banca in asta per farne un mega villaggio, è deciso a combattere contro la prelazione dell’acquisto da parte dello stato islandese, che aveva affidato la gestione della laguna e delle sue coste al parco nazionale di Vatnajokull. E è quasi certo che vincerà la sfida, perché ormai il turismo, che nel 2017 ha generato il 20% del Pil, è diventato la principale fonte di reddito del paese, sostituendo la sua economia a quella delle industrie della pesca e dell’alluminio, cambiando il volto del Paese, quello ambientale e quello sociale. Le infrastruttura stradali non ce la fanno a sopportare la pressione,  gli hotel sono saturi, l’esplosione di Airbnb ha alzato il prezzo degli alloggi nella capitale a scapito degli abitanti delle città, che ora lottano per trovare alloggi a prezzi accessibili, i servizi igienici, quelli ospedalieri così come i parcheggi e la segnaletica sono insufficienti, e i siti  finora incontaminati e tutelati, sono ora presi d’assalto.

Un recente rapporto dell’Ue ha segnalato che in Israele si registra un abnorme  incremento della promozione turistica nei quartieri palestinesi di Gerusalemme Est, grazie a iniziative come il Parco di City of David, i sentieri escursionistici verso il Golan,  perfino una funivia, al fine di espandere gli insediamenti e le infrastrutture, legittimando con finalità culturali oltre che commerciali,  l’occupazione.

Nelle Baleari, 1,1 milione di abitanti, arrivano ormai quasi tre milioni di visitatori a “buon mercato” con una spesa media di 100 euro al giorno, molto più bassa rispetto alla Francia e più ridotta è la permanenza  media, che è scesa a circa 7 giorni. Il settore sta passando sempre di più dalle mani dei tour operator e delle catene alberghiere a quelle dei siti internet come Airbnb, con un inevitabile rincaro di affitti e prezzi, e la “espulsione” dei residenti attribuibile anche  alla ripercussione della pressione turistica sui servizi pubblici (in primo luogo sulla sanità), che non riescono a conciliare le necessità di questa popolazione stagionale con quella degli abitanti.

In Spagna se la produttività aumenta appena di poco meno dell’un per cento all’anno, è perché è legata a comparti  settori a bassa redditività, come il turismo dove abbondano l’occupazione e i lavori scarsamente qualificati, ha ricordato più volte  Ada Colau, sindaco di Barcellona, nota per aver dichiarato di non voler contribuire a far fare alla sua città “la fine di Venezia”. E si segnalano ormai forme di disubbidienza civile che sono state paragonate spericolatamente da Partito Popolare alle azioni di guerriglia urbana degli indipendentisti baschi,  anche se in realtà di sono limitate al lancio di coriandoli e alla serrata di alcuni locali della movida.

Il fatto è che non esiste ormai località al mondo dove non capiti almeno una volta l’anno un viaggiatore per caso. Si definiscono ormai “mete” turistiche le città in cui il numero di visitatori annui supera di gran lunga il numero di abitanti: quindi Venezia, Firenze,  Kyoto, Dubrovnik, Bruges,  ma anche metropoli grandi come Roma o Barcellona, Parigi e Londra  e perfino  New York, se ci si limita all’isola di Manhattan. Con la differenza che per alcune si tratta della sola industria locale come una volta  Detroit e Torino erano le città dell’automobile,  Essen quella dell’acciaio,  Clermont-Ferrand quella della gomma. E quelle si convertono in Luna Park dove i residenti, sempre meno, si prestano attività servili o sono costretti a interpretare una rappresentazione della loro esistenza secondo stereotipi antropologici e sociologici, con tanto di costumi tradizionali: damine del Settecento a imporre concerti di Vivaldi in chiave hiphop, gondolieri che strimpellano ‘O sole mio, stornellatori fiorentini che trasportano le Cascine sopra la sottovia di Nardella.

La fabbrica globale delle “destinazioni” consta di circa 230 milioni di posti di lavoro (dati Ue), 9,4% del Pil europeo (15,5 in Spagna, 10,2 in Italia), dati formidabili che snocciolati così danno l’impressione di una potenza moderna, immateriale e comunque leggera, mentre invece è pesantissima, causa devastazioni e danni fatta com’è di costruzioni, infrastrutture, auto, aerei, navi ( in Europa le crociere inquinano più di 260 milioni di vetture).

Il marchio di patrimoni dell’umanità dell’Unesco condanna gli abitanti all’esodo, secondo un tragico paradosso: non possono più stare dove sono nati e vissuti anche se il loro reddito in parte sempre maggiore dipende dall’invasione, spesso costretti a ritorni giornalieri nella loro città in veste di comparse, affittacamere di proprietà nelle quali non possono più permettersi di vivere, deplorati in quanto parassiti che si approfittano della dabbenaggine del visitatore distratto dal suo ruolo di cliente consumatore di luoghi, bellezza, storia, arte, cucina, vini e souvenir uguali alle loro imitazioni di ogni latitudine, impreparato e impermeabile all’esperienza che sta vivendo tanto che ormai il fotografare sostituisce il vedere e quello che lo circonda è ridotto a location dei suoi selfie.

So già che quello che ho citato fino ad ora verrà rintuzzato da chi ricorda che la possibilità di viaggiare, visitare posti nuovi, godere di ferie pagate non è un lusso ma una conquista ottenuta al prezzo di lotte, che rispecchia una ulteriore disuguaglianza aggiuntiva alle tante della nostra contemporaneità: da una parte il turista acculturato che spende e ha il diritto di pretendere, dall’altra quello frettoloso, disinformato e ignorante che non possiede le prerogative per godere dei doni della cultura, della natura e della creatività.

Mentre nessuno dovrebbe compiacersi che il turista ciabattone  venga deportato in pullman, nave, messo in fila in un corteo di pellegrini a sfiorare pietre secolari e dare uno sguardo di sfuggita a opere immortali, finendo per mangiare panini sottovuoto seduto sui masegni di Piazza San Marco come nell’intervallo tra due consegne di Amazon.

Che poi il sistema è lo stesso collaudato dal signor Ford che regalava qualche fuori busta ai suoi dipendenti perché potessero investirlo comprando una delle sue auto, quello degli 80 euro renziani e del contributo per acquisti “culturali”, nono poi diverso dall’elargizione di uno stadio della Roma o della Fiorentina al posto di servizi per la città, della Tav  per recapitare le merci alla madamine invece delle infrastrutture per i pendolari.

E consiste nell’offerta di consumi di massa per ridurre al letargo la massa, erogando qualche sogno e qualche gita al posto dei diritti e della legittima soddisfazione di aspettative e talenti e qualche selfie/ricordo al posto della memoria della dignità, permettendo la sosta per i picnic e le foto di gruppo nelle piazze dove un tempo ci si trovava tutti insieme tutti nello stesso tempo e nello stesso luogo per far sentire il grido della libertà.


Firenze presa a nardellate

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che schifo, hanno votato per Salvini. Che bravi, hanno eletto Nardella.

Chi fosse preoccupato che troppo pluralismo faccia male alla democrazia può stare tranquillo, chi si angustia per il ripresentarsi di quel bipolarismo che ostacola la governabilità, adesso  può rilassarsi.

La linea è tracciata, nel caso non si facesse il buco in Val di Susa, si farà (costo per completare i lavori,  800 milioni) quello sotto Santa Maria Novella (9 km) indispensabile per il celebrato nodo fiorentino dell’Alta Velocita con tanto di stazione con vista sulla Cupola del Brunelleschi, nel caso scriteriatamente i 5stelle volessero fermare che ne so il Mose, in compenso si va spediti verso il restyling dell’aeroporto del Giglio, e se  nel caso poi lo stadio della Roma/Qatar venisse dissennatamente bloccato, ci pensa il rinnovato  sindaco insieme allo scarparo della real casa a realizzare quello del capoluogo toscano.

Ma anche su altri fronti si intuisce che il nostro futuro prossimo è segnato da una incoraggiante unità di intenti e di principi ispiratori: sono una vecchia frequentatrice del Nardella Pensiero e ricordo bene che è stato il primo a applicare scrupolosamente  le misure di ordine pubblico urbano mirate a tutelare il decoro e la sicurezza offesi e minacciati  da molesti poveracci italiani e stranieri, da deleterie esposizioni di kebab, da pericolosi spacciatori di Louis Vuitton contraffatte e da temibili pulitori di parabrezza, arrestati dagli agenti, con il quale il sindaco ritenne opportuno complimentarsi sui sociale, in occasione della manifestazione della comunità senegalese insorta dopo l’assassinio di un compatriota per mano non di un razzista, per carità, ma di un non meglio precisato  “matto” postideologico.

Un po’ sovranista lo è anche lui, in fondo, che quando due sconsiderate  ventenni  Wasp  un po’ brille sono state oggetto di esuberanti familiarità da parte di  due fieri carabinieri ben dotati, si è rivoltato come un Craxi a Sigonella contro le lagnanze statunitensi ricordando ai guardiani del mondo che la sua città esige un comportamento responsabile e virtuoso da parte degli ospiti.

E pure un bel po’ populista se nell’applicare in tempo reale e con entusiasmo la disciplina di Minniti che ha posto le basi del decreto sicurezza di Salvini, ha rivendicato di averle eseguite tempestivamente per interpretare e rappresentare il sentimento diffuso nell’opinione pubblica  e lo “spirito maggioritario dei cittadini”.

È grazie a queste prestazioni che Dario Nardella, fotocopia non poi tanto sbiadita di Renzi, è stato eletto al primo turno con il 57% (un dato storico secondo la stampa fiancheggiatrice).

Il che la dice lunga sui manifestanti con Greta che poi votano il promoter più intraprendente e energico dell’ampliamento di una infrastruttura incompatibile con il Parco Agricolo della Piana, con le attività del Polo Scientifico di Sesto Fiorentino e della Scuola Marescialli, in un territorio già saturo di funzioni urbanistiche e di fonti inquinanti, bocciato dal Tar e per autorizzare il quale la Commissione di valutazione di Impatto Ambientale ha richiesto il rispetto di 142 prescrizioni, che non potranno essere controllate e valutate dei cittadini esclusi dal processo decisionale grazie alla  elusione delle norme sull’accesso alle informazioni. E la dice lunga sulle femministe che gli hanno dato la preferenza al primo colpo, sottintendendo che la violenza su ragazzotte imprudenti e alticcia comporta delle attenuanti. Come la dice lunga sui fan fiorentini di Lucano che mettono come foto del profilo il sindaco disubbidiente e votano quello sottomesso ai voleri degli impresari del sospetto e del rifiuto.

Ma soprattutto la dice lunga sui fiorentini che volontariamente hanno scelto in massa di finire come Venezia anche senza grandi navi (per quanto dobbiamo al rieletto il motto: Firenze è la città che navighiamo) che al resto ci pensa Nardella, che affitta a prezzo stracciato beni artistici e archeologici per gli apericena e le convention degli amichetti della Leopolda,  lui, che lascia crollare gli argini dell’Arno destinando i quattrini delle necessaria manutenzione a opere farlocche che rechino l’impronta della sua gestione medicea, lui, che si ribella alle contestazioni dell’Unesco che gli rimprovera la trasformazione della città in un luna park del Rinascimento, in un albergo diffuso, rivendicando di aver chiuso i disdicevoli trafficanti di kebab,  lui, che come in immobildream e lui in veste di commesso viaggiatore ha convertito gli uffici comunali in agenzia immobiliare,  redigendo un elenco di immobili di pregio con tanto di book fotografico da proporre al miglior offerente estero, lui,  che abolisce i fastidiosi standard urbanistici, quell’obolo che l’amministrazione pubblica chiede ai proprietari costruttori, in modo da favorire i generosi compratori, come è avvenuto in questi giorni con la ex Manifattura Tabacchi, un immobile dismesso nel 2001, concesso alla Cassa Depositi e Prestiti e al The Student Hotel, una società immobiliare olandese a caccia di immobili di prestigio da trasformare in lussuose strutture ricettive.

E sempre lui che si vanta di essere il sacerdote che officia la definitiva trasformazione della città in meta turistica, con oltre 7 milioni di visitatori che con la loro pressione contribuiscono alla cacciata dei residenti espulsi per far posto a alberghi e strutture ricettive, con l’infiltrazione di multinazionali immobiliari che estromettono insieme ai residenti, i servizi, le scuole, gli uffici comunali, le imprese artigiane, il commercio al dettaglio, sicché tutto possa diventare hotel, B&B, greppia, mangiatoia, prestigiosa sede di banca o  showroom di grandi forme uguale a Via Tornabuoni come a Rodeo Drive o a Sheikh Zayed Road.

Eppure si sapeva che gratta gratta, sotto Nardella trovi Renzi, sotto Renzi trovi Berlusconi, sotto Berlusconi trovi i padroni di sempre che non mollano l’osso.

 

 

 


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