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La tenda rossa e il mercato al Polo nord

biagi_aSono passati 88 anni dal 25 maggio del 1928, giorno nel quale il dirigibile Italia si schiantò sui ghiacci del Polo nord dando origine a all’epopea della tenda rossa di cui non si sa quasi più nulla, sommersi come siamo da saghe commerciali decise a fagocitare l’immaginario. Eppure quella vicenda avvinse il mondo intero e fu di fatto l’ultima delle esplorazioni avventurose, romanzesche volte a forzare l’estremo limite di cui si abbia notizia, una sorta di canto del cigno del vecchio mondo in cui si consuma il dramma e muore anche Roald Amundsen, leggenda vivente delle esplorazioni polari. Eppure dentro tutto questo c’è anche il passaggio agli aspetti più miserabili di quella modernità di cui compiaciamo come larve. Non parlo certo degli aerei, degli idrovolanti, dei rompighiaccio, delle comunicazioni radio e quant’altro, ma del fondo inesplorato e verminoso della vicenda.

Innanzitutto l’avventura comincia sotto stigmate tutte italiane, con un gerarca del fascismo volatore, Italo Balbo, che non vuole rischiare di essere messo in ombra dall’eventuale  successo della spedizione di Umberto Nobile e nemmeno vuole rinunciare ai lucrosi rapporti con l’industria aeronautica sponsorizzando trasvolate orientate sì allo studio geografico e fisico del pianeta, ma anche a valutare il dirigibile come mezzo di trasporto passeggeri, cosa che i velivoli del tempo non erano in grado di fare. Dunque il regime si tira indietro, rifiuta i fondi per la realizzazione di un dirigibile più moderno e fa mancare anche i mezzi di appoggio sia navali che aerei. L’esplorazione viene di fatto sostenuta dalla città di Milano e da privati. Ma questo è solo il meno, solo un capitolo di quel governo per bande e cialtroni che fu il fascismo , il peggio viene dopo, anche se è dovuto passare quasi un secolo prima che saltasse fuori l’orrenda verità . Dopo il disastro sul pack, la sopravvivenza nella tenda rossa (dipinta di tale colore con il sangue di un orso bianco abbattuto per sopravvivere) , dopo l’affannosa ricerca dei superstiti a cui partecipa in pratica tutto il mondo, dopo il loro salvataggio comincia da parte di Balbo la demolizione di Umberto Nobile, che oltre a essere un fascista riluttante, era diventato assai più famoso nel mondo del barbuto patron dell’aviazione italiana che in combutta con il giornalista Mussolini, già pensava alle trasvolate propagandistiche. E di pura propaganda si trattava visto che poi il governo, comprava dalla Fiat e dalle altre aziende aeronautiche velivoli di modernariato, esonerandole dalle spese di innovazione così che la guerra ci colse con i biplani quando gli altri avevano i Messerschmidt, gli Spitfire, i Polikarpov e gli Zero.   Ma insomma la campagna contro Nobile fu possibile perché quasi un mese dopo la distruzione del dirigibile il pilota svedese Lundborg riuscì ad atterrare vicino ai superstiti e salvò  per primo lui, nonostante vi fossero altre due persone ferite. Al successivo ritorno l’aereo di ribaltò in atterraggio e gli altri furono alla fine tratti in salvo da un rompighiaccio sovietico. Ma come, il comandante che dovrebbe essere l’ultimo a salvarsi, invece se frega e abbandona l’equipaggio? Inamissibile e del resto quelli non erano tempi in cui si fanno tenere lezioni universitarie agli Schettino: infatti Nobile dovette dimettersi da tutte le cariche ed emigrare prima in Urss e poi in Usa, per tornare in Italia solo alla caduta del fascismo.

Nobile si difese, mandando anche una lettera a Mussolini per rivendicare  la propria innocenza, ma con una serie di argomentazioni non molto convincenti visto che la verità vera non poteva essere rivelata, anche se essa era pienamente a conoscenza del dittatore, alimentando una polemica sulla quale solo da pochi anni si può fare chiarezza con lo studio delle documentazioni: quando il pilota svedese riesce ad atterrare vicino alla tenda rossa  ha l’ordine perentorio di salvare per primo Nobile su mandato del Consorzio Assicurazioni aeronautico. Il comandante della spedizione aveva coperture molto superiori a quelle degli altri membri dell’equipaggio e dunque visto che era sopravvissuto si doveva evitare qualsiasi rischio ulteriore che mettesse a rischio le casse. Ma nessuno, nemmeno il protagonista, ha mai avuto il coraggio di rivelare la verità ben a conoscenza di Mussolini che prima della spedizione era stato supplicato di intervenire per ridurre il premio stratosferico chiesto e alla fine ottenuto: 500 mila lire di allora, qualche milione di euro di oggi. Non si poteva dire perché allora il Consorzio assicurativo aeronautico era una creatura del fascismo, perché Nobile non ci avrebbe fatto comunque una magnifica figura risparmiando sui premi del’equipaggio tra cui figuravano anche scienziati di nome  e perché, dopo tutto l’impresa al polo era stata finanziata privatamente e non si potevano sputtanare le logiche del mercato.

E’ il primo esempio di una logica che per noi è normale e non solo in campo aereo dove la ricerca delle cause di incidenti è condizionata in ogni momento dagli interessi delle assicurazioni, ma in qualsiasi settore della vita, dalle auto alla salute. E non c’è dubbio che la “scoperta” di quelle antiche dinamiche su documentazioni disponibili da decenni è avvenuta quando  la cosa è talmente entrata nella mentalità e nel costume da non destare più scandalo o particolari perplessità. Da essere ovvia e nemmeno un po’ ignobile.

 

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