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L’Italia Veloce e il governo Balla

cantiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà se adesso, a quattro mesi dalla data d’inizio ufficiale della guerra al Covid, a un po’ di giorni dall’armistizio, malgrado il rischio conclamato portato dagli untori bangla, siamo autorizzati a esprimere qualche cauto parere sull’operato del miglior governo possibile senza essere tacciati di disfattismo irresponsabile, di spericolatezza insensata, e, naturalmente, di demoniaco complottismo.

O se sono già pronti a rintuzzare le accuse e a rimandare al mittente  le critiche i coscienziosi firmatari dell’appello, in veste di “intellettuali per Conte”, considerando l’ennesimo agguato contro un  governo che avrebbe “operato con apprezzabile prudenza e buonsenso, in condizioni di enormi e inedite difficoltà”, sollevare qualche obiezione contro la ricostruzione avviata senza strategie, senza programmi, senza quattrini, salvo le ingenerose illusioni somministrate dall’Ue e “edificata” su due fondamenta, semplificazioni e cemento.

Da mesi sentiamo dire che il governo in carica non poteva fare di più e meglio perchè gran parte dei problemi che avevano determinato l’eccezionalità di misure e provvedimenti anche in aperto conflitto con il dettato costituzionale, erano l’eredità di una normalità che rappresentava appunto il “Problema”.

Beh, se a qualcuno pareva proprio che la maledetta normalità fosse fatta di restrizioni al Welfare, di proposte per promuovere l’occupazione a base di contratti a termine, precarietà part time e infine di cantieri di Grandi opere per garantire ai giovani un lavoro manuale e a tempo, convertendo i viziati bamboccioni alle virtù della fatica, di ritardi e inadempienze che hanno condannato l’Italia a retrocessioni meritate nel contesto internazionale – tanto da dover riconquistare le reputazione tirando su le piramidi che gli altri non vogliono più, allora sbagliava ancora una volta, e sbagliava chi ha davvero creduto che il dopo non sarebbe stato come il prima, dando ragione a quegli eterni scontenti che temevano sarebbe stato peggiore.

Eccola la normalizzazione della pandeconomia padronale malata di bulimia costruttiva, con iniezioni massicce di cemento a fronte della demolizione di un sistema efficace di sorveglianza e controllo sulle attività dei settori delle costruzioni, dell’edilizia e immobiliare, in modo da appagare gli appetiti ancora più avidi dei sodalizi speculativi e corruttivi.

A fare da collante ideale, mettendo d’accordo tutti gli attori nazionali e stranieri, c’è il mito della semplificazione,  fatta su misura per le cordate delle Grandi opere, gli emiri che si comprano le coste, le dinastie autostradali criminali (quelle dei 23 mila euro l’anno per la manutenzione),  i privati e le aziende pubbliche, i Consorzi che hanno fatto la fortuna del malaffare a norma di legge, conquistando le funzioni in un corpo solo di controllori e controllati, scavatori e inalzatori.

E d’altra parte chi avrebbe il coraggio di opporsi ad un taglio degli innumerevoli passaggi che caratterizzano un iter, chi non vorrebbe scalzare quei monumenti della burocrazia che seppelliscono iniziative e interventi, chi non vorrebbe con un clic ottenere certificati e nullaosta?

È che la “normalità” di prima, di oggi e di domani, quella di Renzi che metteva in testa ai nemici da estirpare come una mala erba i sovrintendenti, quella degli accordi di programma che prevedono l’esclusione delle popolazioni interessate a un intervento aeroportuale, così per fare un esempio,  quella delle varianti, degli equilibrismi volumetrici, prevede che la semplificazione consista in generose donazioni, in concessioni magnanime ai costruttori in cambio di compensazioni anche tramite voti, sostegno elettorale, regalie.

Credo proprio avessimo ragione nell’osservare che la china dello stato di eccezione avrebbe aperto una strada scorrevole a altre ingiurie e a altri oltraggi alla Costituzione e alla giurisprudenza, come nel caso di sanatorie, condoni e automatismi autorizzativi, di norme o regolamenti che legittimino violazioni di vincoli in ambito paesaggistico e ambientale  e automatismi autorizzativi (come quello del “silenzio assenso”) o meccanismi procedimentali che riducano il peso e l’efficacia della valutazione degli organismi di controllo, facilitati tra l’altro da questa sospensione delle legalità a scopo sanitario, che ha mostrato le falle della digitalizzazione, il fiasco dell’accessibilità dei cittadini agli atti della Pa.

Altro che giungla d’asfalto, a vedere il grande piano muscolare per la ricostruzione che intende riattivare i cantieri di 130 opere infrastrutturali, in modo da far bella figura a poco prezzo: dei 200 miliardi necessari, almeno un terzo non risiede nemmeno nella contabilità dei sogni, o peggio è affidato al  Recovery Fund, in 32 slide da far invidia ai plastici di Vespa. E che Conte si propone di recare come offerta alle esigenti divinità di Bruxelles durante il suo pellegrinaggio:  «È un decreto di cui mi vanterò nell’Ue», ha dichiarato orgogliosamente.

Il dinamismo futurista, da Marinetti a Balla,  che anima il governo è ben rappresentato dal nome dato al Programma: Italia veloce e rapidamente si deve mettere mano a   un pacchetto di opere ferroviarie (5 di Alta Velocità,  si quella che perfino l’Europa boccia come inadatta ai volumi di traffico, compresa la Salerno-Reggio Calabria, un tratto leggendario da scongiuri, cui però si aggiunge a beneficio di dimenticati pendolari il collegamento Ferrandina – Matera, città della Cultura, con stazione ma senza treni),  uno di opere stradali, e uno di opere idriche tra le quali campeggia superbo il cosiddetto “incremento sicurezza” del Mose.

E per fare ancora più presto, appresa la lezione magistrale della lotta al Covid, per un buon numero di interventi la gestione amministrativa e organizzativa è affidata a dei commissari straordinari, vedi mai che a confliggere con tanta briosa e vitale energia si mettano cittadini organizzati, istituzioni e enti di controllo, amministrazioni e rappresentanze.

Per quattro: la ricostruzione del ponte sul fiume Magra, il nodo di Genova e le opere viarie siciliane e sarde, il candidato è già pronto, e verrò presto individuato per altre 11 opere stradali, 15 infrastrutture ferroviarie, 9 opere idriche, arrivando a 35. Ma c’è una lista di pretendenti anche per 12 opere di edilizia statale: uffici di Polizia, centri polifunzionali, caserme su segnalazione del ministero dell’Interno.

Non abbiamo notizia, ma sarà una svista, di interventi e opere per la messa in sicurezza del territorio, dei fiumi che a ogni autunno straripano, i Lambro-Seveso-Olona i fiumi della Capitale Morale, che magari potrebbero avere il bon ton di esorbitare dei loro letti a un rinnovato lockdown, in modo che tutti siano a casa senza rischi, delle montagne che franano e mettono a rischio autostrade provvidenzialmente e proverbialmente non trafficate come la BreBeMi.

È che anche la normalità degli eventi estremi prodotti dal cambiamenti climatico e dall’inquinamento, non estraneo al diffondersi di epidemie, va ripristinata. Come la routine dell’abbandono dei terremotati nel sisma del Centro Italia, come la quotidianità dei senzatetto costretti all’illegalità, quella si punita, mentre la lotta alla burocrazia riserva vari tipi di indulgenza al malaffare, sotto forma di prescrizioni, silenzi-assensi d’oro, condoni.

È che la guerra ormai richiede svariate tipologie di strumenti e azioni belliche, armamenti e sfruttamento di territori e risorse, trincee e muri secondo l’eterna ammuina che comandano i generali dell’imperatore, lacrime, sangue e cemento, che tanto a pagare sono i soldati, che dovrebbero imparare l’arte della disobbedienza.

 

 


I falsari della resurrezione

franAnna Lombroso per il Simplicissimus

Da due giorni giornali e rete straripano dell’appassionato sdegno contro il tristo figuro e la sua piazza, invero poco frequentata a vedere le foto dall’alto, generosamente definita da Famiglia Cristiana “La più imponente riunione di idioti da decenni”, per via di quello spirito caritatevole che ha sempre animato le crociate della cristianità, per operare una accurata selezione tra gli umiliati gli offesi e i diseredati da fare oggetto della sua pietà.

Proprio come è successo in passato quando la critica di cittadini esacerbati verteva sui costumi dissipati del puttaniere più che sul conflitto d’interesse, anche in questo caso l’anatema è lanciato più per l’organizzatore no-mask e assembramenti che contro l’aspirante golpista cacciato perfino dall’Arma per le sue intemperanze.

Altrettanto dicasi per le forze dell’ordine accusate di due metri e due misure sulla qualità del distanziamento, da parte di chi non solleva un sopracciglio per ben altre repressioni e ha solidarizzato con quella istruita contro le inopportune manifestazioni promosse da lavoratori nei primi di marzo, costretti alla ressa doverosa nei posti di lavoro e nei mezzi pubblici.

Certo, l’arruffapopolo è davvero impresentabile, dei suoi adepti sappiamo poco, perché per una volta nessun organo di stampa ci ha illuminati sulla natura del loro volgare ribellismo, spregevole in quanto ignorante, rozzo, xenofobo (si sa i cacciati da Capalbio succede che vengano conferiti nelle loro discariche periferiche), animalesco, quindi oggetto di sacrosanta e giustificata riprovazione, la stessa che ha costretto a consegnare da anni il malcontento disonorevole della pancia nelle mani della destra: misura dolorosa ma necessaria avviata da chi possedendo qualche residuo di garanzia e sicurezza, vanta una superiorità morale da difendere e da esercitare contro quei fermenti animali che si alzano dai margini della civiltà.

Invece, come mi è capitato di scrivere a caldo, sarebbe utile capire cui prodest, visto che certe macchiette  finiscono sempre per essere funzionali ai disegni di chi comanda: in questo caso togliere valore e credibilità a qualsiasi forma di critica alla gestione delle crisi sanitaria e economica in nome di una obbligatoria unità nazionale tenuta insieme da un esecutivo di “salute pubblica”. Ma anche, come effetto non secondario, rendere accettabili, per appartenenza alle élite e rispetto dei requisiti riconducibili alle regole di bon ton diventate imperativi etici, altri figuri in realtà più dannosi, visto che sono affidati a loro settori strategici della cosa pubblica.

Proprio in coincidenza con la disdicevole manifestazione degli irriguardosi irresponsabili senza mascherina, il responsabile del nostro patrimonio culturale si è espresso come dinamico coach per una «grandiosa Ricostruzione».

Abbiamo davanti un’occasione incredibile“, ha proclamato dalle pagine del Corriere, la crisi scoppiata con il coronavirus può trasformarsi in un’opportunità   “perché per la prima volta dopo più di trent’anni un esecutivo può spendere risorse per il Paese invece di tagliarle. Sospeso il patto di Stabilità, ci sarà il Recovery fund, c’è il Mes che prenderemo…”. Anche se agisce all’interno di  coalizione “politicamente fragile ” Dario Franceschini confida in questo “jackpot che potrebbe cambiare le sorti del Paese“.  Dicendosi sicuro che passata l’emergenza, “il turismo in Italia ricomincerà a crescere impetuosamente”, quindi bisogna puntare sui nostri luoghi più ricchi di bellezze paesaggistiche e artistiche e finora più trascurati: il Sud.

E come? Collocando i 150 milioni del decreto Rilancio “per la riqualificazione della nostra offerta alberghiera e con un piano di recupero e rilancio dei borghi…. spesso abbandonati o trascurati”,   grazie alla realizzazione di “hotel diffusi, cammini, ciclabili, ferrovie storiche, cibo, natura, arte”.

Ma prioritario per l’avvio di questa strategia di valorizzazione sarà il prolungamento fino il Sicilia della rete dell’Alta velocità al servizio di un turismo qualificato. E magari prendendo in considerazione l’ipotesi del Ponte, “perché”, come osserva l’Illuminato, “ i treni ad alta velocità dovranno pur attraversare lo Stretto”.

Ecco basta girare gli occhi per guardare il termometro, distogliere l’attenzione per lavorare in regime di storm working, per far fare ai figli, avendo Internet, i compiti con la didattica a distanza, per istruire la pratica per la cassa integrazione, per farsi dare l’elemosina in qualità di Partita Iva, che come un saltapicchio vien fuori dalla scatola delle meraviglie il genietto delle macchine da corruzione, il fantasmino dell’alta velocità dove non ci sono i treni per i pendolari e se ci sono si scontrano in un binario unico, dove c’è una stazione nella più volte nominata Capitale della Cultura in compenso non c’è la ferrovia.

Eccolo il bravo ragazzo, così intriso dei valori della tradizione familiare da aver voluto fare della casa avita un bel B&B aperto a visitatori paganti ancorchè esclusivi. È  una vocazione la sua, così potente da farne la sua mission istituzionale in modo  da trasformare tutto il Paese con preferenza per il Mezzogiorno proverbialmente parassitario e indolente, in un gran parco tematico delle civiltà morte del Mediterraneo, con i viventi non emigrati in qualità di figuranti in costume, in veste di osti, locandiere, inservienti, guide e intrattenitori, proprio come raccomandano quei sacerdoti della fruizione turistica e culturale, Farinetti che chiede di convertire il Sud nella Sharm el Sheik europea o Briatore pronto a trasformare la noiosa Valle dei Templi in un più profittevole Billionnaire.

Tutto così sarà Very Bello, come postulava una delle sue campagne pensate per vendere il Bel Paese all’estero proprio come tocchi dell’analogo formaggio: si è confermato il suo disegno di adibire a uso puramente turistico il patrimonio culturale, anche grazie al “riaccorpamento”  di Beni culturali e Turismo, giustamente divisi dal Conte 1, col ripristino della direzione generale ad hoc, con la vigilanza sull’Enit e l’elaborazione del piano strategico, a sancire che il tesoro d’arte e storia e memoria che abbiamo avuto in prestito e che dovremmo restituire intatto alle generazioni a venire, che abbiamo mantenuto sia pure non al meglio con le nostre tasse è vocato e destinato allo sfruttamento turistico.

Come è confermato dalla proliferazioni creativa di auguste pensate immaginifiche, gladiatori e giochi d’acqua con tanto di triremi nel Colosseo allagato, navi invitate a tornare nella Serenissima e plauso all’alta velocità fiorentina, campi da golf sparsi in Trinacria, rilancio dei musei grazie a direttori/manager addestrati in Mc Donald’s, assenso alla trasvolata di preziosi reperti comprese due guglie del Duomo a corredo dell’esposizione di salami e mortadelle del norcino reale approdato negli Usa e pure alla gita dei Bronzi di Riace all’Expo provvidenzialmente impedita dalla sovrintendente.

E tante altre  in qualità di autore della famosa iniziativa del Mibact chiamata “Circuitazione di opere icone”, che permise alla Velata di Raffaello di Palazzi Pittidi transitare  per mesi in tutta l’America più profonda tra Oregon, Wisconsin, Nevada a bordo di un camion; che fece sì che durante una mostra al Colosseo  cadesse per il vento la statua ellenistica della Fanciulla di Anzio o che  durante la mostra su Costantino al Palazzo Reale di Milano si frantumasse un  prezioso cratere in marmo.

Ma lui è fatto così, proprio non gli sta bene che si sprechino delle buone occasioni, che non si colgano le “opportunità”, come sa fare lui: lo ha dimostrato  il piglio imprenditoriale con cui raccoglie fondi per  l’Ales Spa.

Ales S.p.A, è la società in house del Ministero che ne detiene il 100% del pacchetto azionario che fa quindi capo a lui stesso, e per la quale è riuscito a reperire nel mese di marzo, dicono fonti ben informate, ben 5 milioni e rotti di contributi pubblici. Una “ditta”  che ha tutte le caratteristiche di una società per azioni, quindi di natura privatistica,  impegnata da oltre quindici anni in attività  di supporto alla conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale e di supporto agli uffici tecnico – amministrativi del Socio Unico,  che, hanno denunciato i sindacati dei lavoratori dei Beni Culturali, “il Mibact avrebbe potuto espletare da solo e attraverso i suoi uffici, e che in tutti questi anni ha   utilizzato per le proprie attività solo personale completamente esterno al dicastero, bypassando in maniera assoluta le regole delle assunzioni pubbliche tramite concorso”.

Ormai sappiamo che la bellezza non si mangia in mezzo a due fette di pane. E che nemmeno ci salverà, troppo impegnata a dar da mangiare a loro.


La porti un virus a Firenze

UFFICIO STAMPA COMUNE DI FIRENZEAnna Lombroso per il Simplicissimus

Bisogna proprio che ringraziare Nardella, che non tradisce mai. Quando alla vostra blogger sembra di non avere spunti e provocazioni per un post, ecco che il sindaco di Firenze le viene in soccorso con una delle sue trovate.

Quella più recente, intorno alla quale ferve il dibattito tra addetti ai lavori, virologi,  clinici, amministratori e citrulli di varie specializzazioni, consiste nella decisione di contravvenire alle regole di profilassi e pure alle indicazioni del Ministro dei Beni culturali, aprendo i musei di Firenze gratis nel fine settimana dal 6 all’8 marzo.

«Credo che l’Italia debba promuovere la più grande campagna di promozione turistica del Paese mai realizzata finora, ha dichiarato,  abbiamo bisogno di questo, non solo delle azioni delle singole città. Fiorentini e turisti potranno approfittare di questa occasione e ritrovare nei nostri musei l’entusiasmo dell’essere comunità contro la paura».

Non l’avesse mai detto. Insorge lo Schweitzer de noantri, che con le sue consuete tinte pastellate ribatte “il virus ringrazia”. E lui, pur  rinnovando stima e ammirazione per lo scienziato,  tanto da chiedergli di collaborare forse nella guardiania e biglietteria  « Ciò che vogliamo dire al mondo, contesta,  è che Firenze non chiude…. Con tutte le cautele e le attenzioni che questa emergenza ci impone e nel rispetto delle ordinanze di regione e ministero, dobbiamo affrontare anche un’altra emergenza pesante, quella economica e dei posti di lavoro».

D’altra parte si sa che cosa sta a cuore, non a caso dalla stessa parte del portafogli, al primo cittadino della città del Giglio: consolidare la vocazione di Firenze città dell’accoglienza,  anche di extracomunitari, purchè provenienti dagli Usa, con eccezion fatta per ragazzotte wasp che con costumi azzardati e trasgressivi provocano reazioni troppo esuberanti di giovanotti sanguigni, dal Canton Ticino o dalla Gran Bretagna, mentre in qualità di efficiente esecutrice delle disposizioni in materia di ordine pubblico penalizza doverosamente lavavetri, mendichi, allestitori di kebab che macchiano reputazione e oltraggiano il decoro.

Come non trovare lodevole questo amore per la città e per il Very Bello italiano, secondo i dettami del ministro in carica che scelse questo slogan per la campagna di valorizzazione del Paese anche attraverso la celebrazione della sua lingua che in Toscana avrebbe avuto la sua culla.

E infatti dobbiamo a lui tutta una serie di interventi nel segno della continuità con l’augusto predecessore: la concessione di spazi pubblici di eccezionale valore artistico come location per eventi di importanti società e imprese in modo da animarli e vivificarli, perché non si riducano a musei sepolcrali, che si sa, come diceva il Renzi – quello che si era convinto che profeticamente dietro al suo scranno di sindaco Leonardo avesse buttato giù per lui il più strabiliante affresco epico, “valgono solo se fanno cassetta”, o se si possono mangiare in mezzo a due fette di pane, come asseriva un influente ministro dei governi del suo padre putativo.

Sempre con proterva determinazione e sprezzo del ridicolo oltre che dell’impatto ambientale, persegue e vuol coronare la festosa distopia dell’Alta Velocità applicata su scala urbana, addirittura con un  buco fotocopia bonsai della Tav, già costato oltre 800 milioni, 450 metri per 60, profondo 10.

C’era stato qualcuno che si era opposto a suo tempo, il presidente della regione Rossi, le cui ragioni sono ondivaghe e effimere come lo schieramento dentro al comune partito, ma più casuali delle relazioni col mondo del cemento. E infatti i due si sono trovati in perfetta sintonia sulla necessità imprescindibile di ampliare l’aeroporto di Peretola con un  progetto talmente insensato, dietro alle cui quinte si cela il solito Luca Lotti, da suscitare la reazione perfino del Consiglio di Stato che ha  preso atto di “un difetto di istruttoria e l’irragionevolezza del giudizio positivo espresso dai ministeri coinvolti sul decreto di valutazione di impatto ambientale”, certificando che “l’illegittimità dei provvedimenti impugnati comporta la necessità di rinnovare il procedimento”.

Ma lui non si arrende, va avanti  nella piena consapevolezza “della necessità dell’Aeroporto di Firenze di dotarsi di una nuova pista e di un nuovo terminal per rispondere alle evidenti criticità infrastrutturali dello scalo” perché vuole Firenze capitale e lui vicesindaco d’Italia, che il primato si sa spetta a Lui.

E insieme a un Grande Aeroporto che riceva un pubblico in realtà sempre più ridotto come dimostrano le statistiche sul turismo anche prima del virus, vuole anche un Grande Stadio per la Grande Squadra viola, delle Grandi Olimpiadi da tenere in felice combinazione con Bologna, un Grande Albergo diffuso:  senza ritegno è andato in giro a svendersi pezzi di città grazie alle brochure partorite negli uffici del Comune,  a corredo dell’elenco di immobili che potrebbero godere  di dilazioni, riduzioni e cancellazione dell’Imu e della Tasi, oltre alla  possibilità di ampliare fino al 20% la superficie della trasformazione per gli immobili, in barba al “volume zero” fiore all’occhiello del predecessore,  oggetto di tour promozionali in giro per il mondo da fare invidia a Carlino,  quello che trasforma i sogni in solide realtà. In questo caso stabili enormi, vecchi depositi del tram, ville, l’ex tribunale di San Firenze, l’immobile con l’arco di piazza Repubblica, l’ex Manifattura Tabacchi,  l’area delle ex Officine grandi riparazioni, il complesso,  la Cassa di risparmio di via Bufalini, palazzi in via di Quarto a Careggi, e anche il convento cappuccino di via dei Massoni, Poggiosecco e il Teatro Comunale.

Il fatto è che l’ometto, il vice del Lorenzo il Magnifico di Rignano, ha Grandi Ambizioni, anche se pare sortito da una commedia vernacolare del filone toscano di Pieraccioni e Panariello e malgrado cerchi di mascherare l’origine campana con un accento lavato in Arno.

Sotto l’ombrello materno della fortezza europea appartiene alla cerchia di chi si vuol rosicchiare un po’ di sovranità affaristica e privatistica con arrischiate tentazioni autonomiste e federali, che non hanno la grandezza della Lega o del Pd di Bonaccini, riducendosi a qualche espediente bottegaio, a qualche disubbidienza ai comandi centrali, a qualche iniziativa autarchica, a dimostrazione dell’aspirazione a ritrovare e consolidare quella bella e progressiva indipendenza dell’epoca dei principi.

Non è granchè ferrato in storia però, perché si dimentica che la peste quella vera, quella del Decamerone, seguiva un’epoca di crisi profonda prodotta proprio da un sistema economico che aveva dimostrato le sue perversa indole all’avidità e all’accumulazione, alla speculazione e allo sfruttamento, culminata nel fallimento dei Bardi e dei Peruzzi e dei malcapitati investitori caduti nella loro rete criminale, una crisi che aveva affamato  la popolazione, ridotto l’assistenza degli enti benefici e della Chiesa occupata grazie agli uffici della Confraternita dei Capitani di Orsanmichele a svolgere le funzioni di curatori si, ma fallimentari, esponendola al contagio.

E siccome siamo realistici c’è da dubitare che Nardella abbia preso esempio dal passato, quando, come scrive Carlo Maria Cipolla in un arguto pamphlet dedicato all’Italia di allora “i fiorentini trassero le loro logiche conclusioni: piantarono il commercio e la banca, si diedero alla pittura, alla cultura e alla poesia”. Si racconta che iniziò così, là dove era passata la nera signora con la falce, il Rinascimento.  Ci credete davvero al nuovo Rinascimento di Nardella, Renzi, Lotti, Rossi, dei banchieri del Mps e dell’Etruria?

 

 


Le madonne del cemento

tavfiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ovunque abitiate, se venite a  sapere che sta per arrivare in visita pastorale  la ministra De Micheli, datevela a gambe, perché come una  funesta dama dell’apocalisse, a dispetto del suo fare giulivo e brioso, è portatrice di sicura rovina.

Abbiamo avuto un saggio di quello che ci può succedere guardando alla sua apparizione in veste di madonnina del cemento a Firenze, intenzionata a seppellire la città del Giglio sotto una colata  e voi dentro a un pilone, come da tradizione.

Accolta trionfalmente dal sindaco Nardella, ha dato nuovo vigore all’asse Firenze-Bologna, che l’immaginifico successore del sindaco d’Italia vuole realizzare compiutamente con una candidatura olimpica nel 2032: eh si perché il sogno visionario del garrulo primo cittadino e della sua partner nell’inarrestabile tandem è proprio quello:   “l’idea delle Olimpiadi a Firenze e Bologna non è nuova  e non è una boutade velleitaria“, dice l’eterno n.2,  Nardella parlando di un progetto “che può essere realizzabile concretamente e sostenibile, in due città che rappresentano in pieno il meglio del made in Italy”, a dimostrazione che “non dobbiamo avere paura e che dobbiamo pensare in grande …Quando Firenze ha puntato oltre i suoi confini, ha pensato in grande, da Brunelleschi a La Pira, ha sempre avuto successo”. Non è certo la prima volta che si spaccia un grande evento costoso, inquinante, oggetto di azioni speculative e di corruzione, come la ricetta infallibile per reperire risorse pubbliche stanziate grazie all’eccezionalità dell’occasione e alla immediata trasformazione di una ipotesi insensata in emergenza da fronteggiare con fondi e misure eccezionali. E chissà magari Nardella, come altrove Sala o Ghedina, metterà in calendario la regimazione dell’Arno e il consolidamento dei suoi fragili argini.

Ma intanto la Ministra – della quale abbiamo appreso che si avvale dei servizi, secondo lei a titolo gratuito di un manager in veste di gran suggeritore di priorità, quel Moretti della strage di Viareggio, quello che ha consolidato la gestione iniqua delle ferrovie italiane, promuovendo gli interessi dei ricchi, che viaggiano in limousine e aereo personale ma sono dentro alle grandi cordate dei tunnel, dei buchi, delle vertiginose velocità, penalizzando i poveracci, pendolari e viaggiatori del Sud, dove la capitale europea della cultura è estromessa dalle direttrici di traffico – si è impegnata in previsione della chimera olimpica.

E vuol dimostrare di fare meglio perfino del Giglio renziano o dell’imbelle successore nel quale si erano riposte speranze per via del marasma che albergava nella sua testolina ricciuta e dell’inclinazione all’entusiastico assoggettamento del suo movimento. Promettendo di tornare entro fine anno  per discutere con le “parti sociali” delle questioni infrastrutturali presenti nel Patto per lo sviluppo, sottoscritto dal presidente Enrico Rossi con i sindacati e le categorie economiche della regione, ha garantito investimenti miliardari per l’Alta velocità, da quelli necessari per imprimere un’accelerazione alla Tav Torino-Lione fino alla ripartenza dell’Alta velocità tra Brescia e Padova e alla festosa conclusione del sottoattraversamento ferroviario in città,  insieme al completamento del corridoio tirrenico, della Grosseto-Siena, alla realizzazione delle estensioni della tramvia fiorentina e allo sviluppo del sistema delle ciclabili.

E infatti si legge che la ministra si è detta impressionata nel vedere con i propri occhi quanto già sia stato fatto, affacciata sull’intero primo piano della stazione sotterranea dell’alta velocità già costruito, dichiarando che “questa non è solo un’opera in stato avanzato, ma molto avanzato“. E “le opere in stato avanzato vanno avanti…. A questo fine, stiamo lavorando insieme ai 5Stelle per definire le nuove opere perché la cura del ferro per la salvaguardia dell’ambiente e la mobilità delle persone è una delle priorità del governo“. Ecco, già i 5stelle avevano dimostrato di non saper dire no a un alleato che ai creduloni pareva proprio il peggiore, per via di modi inurbani, di sbruffonate incresciose, di istinti animali lasciati liberi di esprimersi. Invece nel nuovo sodalizio così ben visto da chi preferisce il politically correct al buon governo  ha la meglio un’indole molto umana, quella dell’avidità, della dissipazione, dell’accumulazione distruttiva che nella giungla non hanno dimora.

E dato che le opere sono avanzate, come con il Mose, la metro romana, la Torino-Lione, non si può né si deve tornare indietro anche se quello dei cantieri fiorentini della Tav è un “problema tutto italiano, tipico del nostro Paese e del nostro sistema di appalti pubblici. Un caso emblematico che non ci fa onore” a detta perfino di Cantone quando era in forza all’Anac, quando volle ripercorrere  i guai del grande appalto   vinto dalle cooperative rosse, con una programmazione “come al solito carente“, un aumento contrattuale molto elevato che ha comportato “enormi ritardi”, un contenzioso “rilevante, con 300 milioni di riserve, ancora non riconosciuto ma comunque pesantissimo” e, non ultima, la “difficoltà ad interfacciarsi con i cittadini” con le istituzioni locali, in primis Comune e Regione che sulla trasparenza continuano a fare orecchi da mercante. O anche un concentrato di illegalità, come diagnosticò  la Procura di Firenze, sequestrando i cantieri e procedendo all’arresto  dell’ex presidente di Italferr Maria Rita Lorenzetti, già presidente della Regione Umbria in quota Partito Democratico insieme ad altri con accuse che vanno dall’associazione a delinquere alla corruzione, dalla frode, al falso e truffa in accordo con i clan casalesi interessati dallo smaltimento dei rifiuti.

Ma c’è anche un altro aspetto “morale” che riguarda la vocazione dell’opera costosa per i bilanci pubblici, dannosa per l’ambiente e la qualità di Firenze città d’arte (il tracciato sfiora e passa sotto la fortezza Basso) ma soprattutto inutile, se si pensa che addirittura l’Università di Firenze ha prodotto un approfondito studio che dimostra come un passante di superficie, e non sotterraneo, consenta all’Alta velocità di attraversare la città spendendo un quarto e rafforzando il trasporto pendolare.

Perché allora si è compiuta questa scelta se non per confermare il destino di una città dalla quale vengono espulsi i cittadini ( dagli anni ’90, i residenti di cittadinanza italiana sono stati progressivamente sostituiti da cittadini stranieri, e non quelli a basso reddito, molesti e dunque irricevibili per il che alle rimostranze dell’Unesco in merito rispose proibendo il kebab e i le merci dei vu cumpra’, no, si tratta di ospiti esteri e city users – “fruitori” o “utenti” – poco interessati a investire nell’abitare di lungo periodo in città che hanno cambiato il volto della città insieme alle multinazionali del turismo, alle grandi firme, alle imprese immobiliari alle prese con la conversione del tessuto abitativo in albergo diffuso o in terziari, tutti senza “voto” ma con potente facoltà lobbistica, la popolazione ideale dunque per governare senza problemi.

Gli stessi cui è dedicata idealmente l’altra grande opera iniziata e che si deve concludere per forza, quell’ampliamento dell’aeroporto, che in occasione del pellegrinaggio ministeriale è stato pudicamente definito  “la questione della messa in sicurezza dell’infrastruttura”, per nasconderne la superfluità criminale sotto la parvenza della necessità di dotare la città di un’aerostazione sovradimensionata rispetto alle previsioni del traffico aereo, inquinante e che esercita una tremenda pressione sul territorio e incompatibile con altri insediamenti e attività, pensata per appagare gli appetiti di corrotti e corruttori o di chi vuole a tutti costi diventarlo.

Gli stessi in corsa per un’altra iniziativa altrettanto infame, lo stadio voluto da Della Valle e pagato da noi che la stampa alla presentazione del progetto descrisse come un monumento del Rinascimento,  un tempio sopraelevato “che ci permetterà di superare i limiti”,  davanti al quale “Tokyo in confronto sembrerà Sorgane, per via dell’aria molto sexy” di quell’arena, che richiederà la demolizione, la bonifica e lo smaltimento di milioni di metri cubi di costruzioni esistenti, l’acquisto dell’area di Unipol (a vedere il nome sappiamo che non sarà a prezzi stracciati), la costruzione del nuovo mercato all’ingrosso spostato dall’area prescelta. Quindi i turisti  che visiteranno la periferia nord ovest fiorentina e che secondo la stessa stampa avranno “lo stesso sguardo sognante che indossano (sic) quando passano su Ponte Vecchio”, si troveranno davanti quella che si chiamerà  la Cittadella Viola, con stadio, mega-outlet, uffici e attività varie, il nuovo Mercafir, il nuovo aeroporto, il Polo universitario, il costruendo inceneritore di Case Passerini, più le attività e i supermercati esistenti o di progetto, “ognuno di questi grande attrattore di traffico”, tutte funzioni gravanti sul principale ingresso dall’area metropolitana verso Firenze, quel nodo di Peretola già attualmente e sistematicamente congestionato.

A speriamo che non piova sul bagnato o peggio, che nevichi, con l’esperienza del grande consigliori della ministra bisognerebbe muovere la protezione civile per portare il tè caldo e le coperte ai forzati delle partite prigionieri della modernità.

 

 

 

 

 


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