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I falsari della resurrezione

franAnna Lombroso per il Simplicissimus

Da due giorni giornali e rete straripano dell’appassionato sdegno contro il tristo figuro e la sua piazza, invero poco frequentata a vedere le foto dall’alto, generosamente definita da Famiglia Cristiana “La più imponente riunione di idioti da decenni”, per via di quello spirito caritatevole che ha sempre animato le crociate della cristianità, per operare una accurata selezione tra gli umiliati gli offesi e i diseredati da fare oggetto della sua pietà.

Proprio come è successo in passato quando la critica di cittadini esacerbati verteva sui costumi dissipati del puttaniere più che sul conflitto d’interesse, anche in questo caso l’anatema è lanciato più per l’organizzatore no-mask e assembramenti che contro l’aspirante golpista cacciato perfino dall’Arma per le sue intemperanze.

Altrettanto dicasi per le forze dell’ordine accusate di due metri e due misure sulla qualità del distanziamento, da parte di chi non solleva un sopracciglio per ben altre repressioni e ha solidarizzato con quella istruita contro le inopportune manifestazioni promosse da lavoratori nei primi di marzo, costretti alla ressa doverosa nei posti di lavoro e nei mezzi pubblici.

Certo, l’arruffapopolo è davvero impresentabile, dei suoi adepti sappiamo poco, perché per una volta nessun organo di stampa ci ha illuminati sulla natura del loro volgare ribellismo, spregevole in quanto ignorante, rozzo, xenofobo (si sa i cacciati da Capalbio succede che vengano conferiti nelle loro discariche periferiche), animalesco, quindi oggetto di sacrosanta e giustificata riprovazione, la stessa che ha costretto a consegnare da anni il malcontento disonorevole della pancia nelle mani della destra: misura dolorosa ma necessaria avviata da chi possedendo qualche residuo di garanzia e sicurezza, vanta una superiorità morale da difendere e da esercitare contro quei fermenti animali che si alzano dai margini della civiltà.

Invece, come mi è capitato di scrivere a caldo, sarebbe utile capire cui prodest, visto che certe macchiette  finiscono sempre per essere funzionali ai disegni di chi comanda: in questo caso togliere valore e credibilità a qualsiasi forma di critica alla gestione delle crisi sanitaria e economica in nome di una obbligatoria unità nazionale tenuta insieme da un esecutivo di “salute pubblica”. Ma anche, come effetto non secondario, rendere accettabili, per appartenenza alle élite e rispetto dei requisiti riconducibili alle regole di bon ton diventate imperativi etici, altri figuri in realtà più dannosi, visto che sono affidati a loro settori strategici della cosa pubblica.

Proprio in coincidenza con la disdicevole manifestazione degli irriguardosi irresponsabili senza mascherina, il responsabile del nostro patrimonio culturale si è espresso come dinamico coach per una «grandiosa Ricostruzione».

Abbiamo davanti un’occasione incredibile“, ha proclamato dalle pagine del Corriere, la crisi scoppiata con il coronavirus può trasformarsi in un’opportunità   “perché per la prima volta dopo più di trent’anni un esecutivo può spendere risorse per il Paese invece di tagliarle. Sospeso il patto di Stabilità, ci sarà il Recovery fund, c’è il Mes che prenderemo…”. Anche se agisce all’interno di  coalizione “politicamente fragile ” Dario Franceschini confida in questo “jackpot che potrebbe cambiare le sorti del Paese“.  Dicendosi sicuro che passata l’emergenza, “il turismo in Italia ricomincerà a crescere impetuosamente”, quindi bisogna puntare sui nostri luoghi più ricchi di bellezze paesaggistiche e artistiche e finora più trascurati: il Sud.

E come? Collocando i 150 milioni del decreto Rilancio “per la riqualificazione della nostra offerta alberghiera e con un piano di recupero e rilancio dei borghi…. spesso abbandonati o trascurati”,   grazie alla realizzazione di “hotel diffusi, cammini, ciclabili, ferrovie storiche, cibo, natura, arte”.

Ma prioritario per l’avvio di questa strategia di valorizzazione sarà il prolungamento fino il Sicilia della rete dell’Alta velocità al servizio di un turismo qualificato. E magari prendendo in considerazione l’ipotesi del Ponte, “perché”, come osserva l’Illuminato, “ i treni ad alta velocità dovranno pur attraversare lo Stretto”.

Ecco basta girare gli occhi per guardare il termometro, distogliere l’attenzione per lavorare in regime di storm working, per far fare ai figli, avendo Internet, i compiti con la didattica a distanza, per istruire la pratica per la cassa integrazione, per farsi dare l’elemosina in qualità di Partita Iva, che come un saltapicchio vien fuori dalla scatola delle meraviglie il genietto delle macchine da corruzione, il fantasmino dell’alta velocità dove non ci sono i treni per i pendolari e se ci sono si scontrano in un binario unico, dove c’è una stazione nella più volte nominata Capitale della Cultura in compenso non c’è la ferrovia.

Eccolo il bravo ragazzo, così intriso dei valori della tradizione familiare da aver voluto fare della casa avita un bel B&B aperto a visitatori paganti ancorchè esclusivi. È  una vocazione la sua, così potente da farne la sua mission istituzionale in modo  da trasformare tutto il Paese con preferenza per il Mezzogiorno proverbialmente parassitario e indolente, in un gran parco tematico delle civiltà morte del Mediterraneo, con i viventi non emigrati in qualità di figuranti in costume, in veste di osti, locandiere, inservienti, guide e intrattenitori, proprio come raccomandano quei sacerdoti della fruizione turistica e culturale, Farinetti che chiede di convertire il Sud nella Sharm el Sheik europea o Briatore pronto a trasformare la noiosa Valle dei Templi in un più profittevole Billionnaire.

Tutto così sarà Very Bello, come postulava una delle sue campagne pensate per vendere il Bel Paese all’estero proprio come tocchi dell’analogo formaggio: si è confermato il suo disegno di adibire a uso puramente turistico il patrimonio culturale, anche grazie al “riaccorpamento”  di Beni culturali e Turismo, giustamente divisi dal Conte 1, col ripristino della direzione generale ad hoc, con la vigilanza sull’Enit e l’elaborazione del piano strategico, a sancire che il tesoro d’arte e storia e memoria che abbiamo avuto in prestito e che dovremmo restituire intatto alle generazioni a venire, che abbiamo mantenuto sia pure non al meglio con le nostre tasse è vocato e destinato allo sfruttamento turistico.

Come è confermato dalla proliferazioni creativa di auguste pensate immaginifiche, gladiatori e giochi d’acqua con tanto di triremi nel Colosseo allagato, navi invitate a tornare nella Serenissima e plauso all’alta velocità fiorentina, campi da golf sparsi in Trinacria, rilancio dei musei grazie a direttori/manager addestrati in Mc Donald’s, assenso alla trasvolata di preziosi reperti comprese due guglie del Duomo a corredo dell’esposizione di salami e mortadelle del norcino reale approdato negli Usa e pure alla gita dei Bronzi di Riace all’Expo provvidenzialmente impedita dalla sovrintendente.

E tante altre  in qualità di autore della famosa iniziativa del Mibact chiamata “Circuitazione di opere icone”, che permise alla Velata di Raffaello di Palazzi Pittidi transitare  per mesi in tutta l’America più profonda tra Oregon, Wisconsin, Nevada a bordo di un camion; che fece sì che durante una mostra al Colosseo  cadesse per il vento la statua ellenistica della Fanciulla di Anzio o che  durante la mostra su Costantino al Palazzo Reale di Milano si frantumasse un  prezioso cratere in marmo.

Ma lui è fatto così, proprio non gli sta bene che si sprechino delle buone occasioni, che non si colgano le “opportunità”, come sa fare lui: lo ha dimostrato  il piglio imprenditoriale con cui raccoglie fondi per  l’Ales Spa.

Ales S.p.A, è la società in house del Ministero che ne detiene il 100% del pacchetto azionario che fa quindi capo a lui stesso, e per la quale è riuscito a reperire nel mese di marzo, dicono fonti ben informate, ben 5 milioni e rotti di contributi pubblici. Una “ditta”  che ha tutte le caratteristiche di una società per azioni, quindi di natura privatistica,  impegnata da oltre quindici anni in attività  di supporto alla conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale e di supporto agli uffici tecnico – amministrativi del Socio Unico,  che, hanno denunciato i sindacati dei lavoratori dei Beni Culturali, “il Mibact avrebbe potuto espletare da solo e attraverso i suoi uffici, e che in tutti questi anni ha   utilizzato per le proprie attività solo personale completamente esterno al dicastero, bypassando in maniera assoluta le regole delle assunzioni pubbliche tramite concorso”.

Ormai sappiamo che la bellezza non si mangia in mezzo a due fette di pane. E che nemmeno ci salverà, troppo impegnata a dar da mangiare a loro.


La porti un virus a Firenze

UFFICIO STAMPA COMUNE DI FIRENZEAnna Lombroso per il Simplicissimus

Bisogna proprio che ringraziare Nardella, che non tradisce mai. Quando alla vostra blogger sembra di non avere spunti e provocazioni per un post, ecco che il sindaco di Firenze le viene in soccorso con una delle sue trovate.

Quella più recente, intorno alla quale ferve il dibattito tra addetti ai lavori, virologi,  clinici, amministratori e citrulli di varie specializzazioni, consiste nella decisione di contravvenire alle regole di profilassi e pure alle indicazioni del Ministro dei Beni culturali, aprendo i musei di Firenze gratis nel fine settimana dal 6 all’8 marzo.

«Credo che l’Italia debba promuovere la più grande campagna di promozione turistica del Paese mai realizzata finora, ha dichiarato,  abbiamo bisogno di questo, non solo delle azioni delle singole città. Fiorentini e turisti potranno approfittare di questa occasione e ritrovare nei nostri musei l’entusiasmo dell’essere comunità contro la paura».

Non l’avesse mai detto. Insorge lo Schweitzer de noantri, che con le sue consuete tinte pastellate ribatte “il virus ringrazia”. E lui, pur  rinnovando stima e ammirazione per lo scienziato,  tanto da chiedergli di collaborare forse nella guardiania e biglietteria  « Ciò che vogliamo dire al mondo, contesta,  è che Firenze non chiude…. Con tutte le cautele e le attenzioni che questa emergenza ci impone e nel rispetto delle ordinanze di regione e ministero, dobbiamo affrontare anche un’altra emergenza pesante, quella economica e dei posti di lavoro».

D’altra parte si sa che cosa sta a cuore, non a caso dalla stessa parte del portafogli, al primo cittadino della città del Giglio: consolidare la vocazione di Firenze città dell’accoglienza,  anche di extracomunitari, purchè provenienti dagli Usa, con eccezion fatta per ragazzotte wasp che con costumi azzardati e trasgressivi provocano reazioni troppo esuberanti di giovanotti sanguigni, dal Canton Ticino o dalla Gran Bretagna, mentre in qualità di efficiente esecutrice delle disposizioni in materia di ordine pubblico penalizza doverosamente lavavetri, mendichi, allestitori di kebab che macchiano reputazione e oltraggiano il decoro.

Come non trovare lodevole questo amore per la città e per il Very Bello italiano, secondo i dettami del ministro in carica che scelse questo slogan per la campagna di valorizzazione del Paese anche attraverso la celebrazione della sua lingua che in Toscana avrebbe avuto la sua culla.

E infatti dobbiamo a lui tutta una serie di interventi nel segno della continuità con l’augusto predecessore: la concessione di spazi pubblici di eccezionale valore artistico come location per eventi di importanti società e imprese in modo da animarli e vivificarli, perché non si riducano a musei sepolcrali, che si sa, come diceva il Renzi – quello che si era convinto che profeticamente dietro al suo scranno di sindaco Leonardo avesse buttato giù per lui il più strabiliante affresco epico, “valgono solo se fanno cassetta”, o se si possono mangiare in mezzo a due fette di pane, come asseriva un influente ministro dei governi del suo padre putativo.

Sempre con proterva determinazione e sprezzo del ridicolo oltre che dell’impatto ambientale, persegue e vuol coronare la festosa distopia dell’Alta Velocità applicata su scala urbana, addirittura con un  buco fotocopia bonsai della Tav, già costato oltre 800 milioni, 450 metri per 60, profondo 10.

C’era stato qualcuno che si era opposto a suo tempo, il presidente della regione Rossi, le cui ragioni sono ondivaghe e effimere come lo schieramento dentro al comune partito, ma più casuali delle relazioni col mondo del cemento. E infatti i due si sono trovati in perfetta sintonia sulla necessità imprescindibile di ampliare l’aeroporto di Peretola con un  progetto talmente insensato, dietro alle cui quinte si cela il solito Luca Lotti, da suscitare la reazione perfino del Consiglio di Stato che ha  preso atto di “un difetto di istruttoria e l’irragionevolezza del giudizio positivo espresso dai ministeri coinvolti sul decreto di valutazione di impatto ambientale”, certificando che “l’illegittimità dei provvedimenti impugnati comporta la necessità di rinnovare il procedimento”.

Ma lui non si arrende, va avanti  nella piena consapevolezza “della necessità dell’Aeroporto di Firenze di dotarsi di una nuova pista e di un nuovo terminal per rispondere alle evidenti criticità infrastrutturali dello scalo” perché vuole Firenze capitale e lui vicesindaco d’Italia, che il primato si sa spetta a Lui.

E insieme a un Grande Aeroporto che riceva un pubblico in realtà sempre più ridotto come dimostrano le statistiche sul turismo anche prima del virus, vuole anche un Grande Stadio per la Grande Squadra viola, delle Grandi Olimpiadi da tenere in felice combinazione con Bologna, un Grande Albergo diffuso:  senza ritegno è andato in giro a svendersi pezzi di città grazie alle brochure partorite negli uffici del Comune,  a corredo dell’elenco di immobili che potrebbero godere  di dilazioni, riduzioni e cancellazione dell’Imu e della Tasi, oltre alla  possibilità di ampliare fino al 20% la superficie della trasformazione per gli immobili, in barba al “volume zero” fiore all’occhiello del predecessore,  oggetto di tour promozionali in giro per il mondo da fare invidia a Carlino,  quello che trasforma i sogni in solide realtà. In questo caso stabili enormi, vecchi depositi del tram, ville, l’ex tribunale di San Firenze, l’immobile con l’arco di piazza Repubblica, l’ex Manifattura Tabacchi,  l’area delle ex Officine grandi riparazioni, il complesso,  la Cassa di risparmio di via Bufalini, palazzi in via di Quarto a Careggi, e anche il convento cappuccino di via dei Massoni, Poggiosecco e il Teatro Comunale.

Il fatto è che l’ometto, il vice del Lorenzo il Magnifico di Rignano, ha Grandi Ambizioni, anche se pare sortito da una commedia vernacolare del filone toscano di Pieraccioni e Panariello e malgrado cerchi di mascherare l’origine campana con un accento lavato in Arno.

Sotto l’ombrello materno della fortezza europea appartiene alla cerchia di chi si vuol rosicchiare un po’ di sovranità affaristica e privatistica con arrischiate tentazioni autonomiste e federali, che non hanno la grandezza della Lega o del Pd di Bonaccini, riducendosi a qualche espediente bottegaio, a qualche disubbidienza ai comandi centrali, a qualche iniziativa autarchica, a dimostrazione dell’aspirazione a ritrovare e consolidare quella bella e progressiva indipendenza dell’epoca dei principi.

Non è granchè ferrato in storia però, perché si dimentica che la peste quella vera, quella del Decamerone, seguiva un’epoca di crisi profonda prodotta proprio da un sistema economico che aveva dimostrato le sue perversa indole all’avidità e all’accumulazione, alla speculazione e allo sfruttamento, culminata nel fallimento dei Bardi e dei Peruzzi e dei malcapitati investitori caduti nella loro rete criminale, una crisi che aveva affamato  la popolazione, ridotto l’assistenza degli enti benefici e della Chiesa occupata grazie agli uffici della Confraternita dei Capitani di Orsanmichele a svolgere le funzioni di curatori si, ma fallimentari, esponendola al contagio.

E siccome siamo realistici c’è da dubitare che Nardella abbia preso esempio dal passato, quando, come scrive Carlo Maria Cipolla in un arguto pamphlet dedicato all’Italia di allora “i fiorentini trassero le loro logiche conclusioni: piantarono il commercio e la banca, si diedero alla pittura, alla cultura e alla poesia”. Si racconta che iniziò così, là dove era passata la nera signora con la falce, il Rinascimento.  Ci credete davvero al nuovo Rinascimento di Nardella, Renzi, Lotti, Rossi, dei banchieri del Mps e dell’Etruria?

 

 


Le madonne del cemento

tavfiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ovunque abitiate, se venite a  sapere che sta per arrivare in visita pastorale  la ministra De Micheli, datevela a gambe, perché come una  funesta dama dell’apocalisse, a dispetto del suo fare giulivo e brioso, è portatrice di sicura rovina.

Abbiamo avuto un saggio di quello che ci può succedere guardando alla sua apparizione in veste di madonnina del cemento a Firenze, intenzionata a seppellire la città del Giglio sotto una colata  e voi dentro a un pilone, come da tradizione.

Accolta trionfalmente dal sindaco Nardella, ha dato nuovo vigore all’asse Firenze-Bologna, che l’immaginifico successore del sindaco d’Italia vuole realizzare compiutamente con una candidatura olimpica nel 2032: eh si perché il sogno visionario del garrulo primo cittadino e della sua partner nell’inarrestabile tandem è proprio quello:   “l’idea delle Olimpiadi a Firenze e Bologna non è nuova  e non è una boutade velleitaria“, dice l’eterno n.2,  Nardella parlando di un progetto “che può essere realizzabile concretamente e sostenibile, in due città che rappresentano in pieno il meglio del made in Italy”, a dimostrazione che “non dobbiamo avere paura e che dobbiamo pensare in grande …Quando Firenze ha puntato oltre i suoi confini, ha pensato in grande, da Brunelleschi a La Pira, ha sempre avuto successo”. Non è certo la prima volta che si spaccia un grande evento costoso, inquinante, oggetto di azioni speculative e di corruzione, come la ricetta infallibile per reperire risorse pubbliche stanziate grazie all’eccezionalità dell’occasione e alla immediata trasformazione di una ipotesi insensata in emergenza da fronteggiare con fondi e misure eccezionali. E chissà magari Nardella, come altrove Sala o Ghedina, metterà in calendario la regimazione dell’Arno e il consolidamento dei suoi fragili argini.

Ma intanto la Ministra – della quale abbiamo appreso che si avvale dei servizi, secondo lei a titolo gratuito di un manager in veste di gran suggeritore di priorità, quel Moretti della strage di Viareggio, quello che ha consolidato la gestione iniqua delle ferrovie italiane, promuovendo gli interessi dei ricchi, che viaggiano in limousine e aereo personale ma sono dentro alle grandi cordate dei tunnel, dei buchi, delle vertiginose velocità, penalizzando i poveracci, pendolari e viaggiatori del Sud, dove la capitale europea della cultura è estromessa dalle direttrici di traffico – si è impegnata in previsione della chimera olimpica.

E vuol dimostrare di fare meglio perfino del Giglio renziano o dell’imbelle successore nel quale si erano riposte speranze per via del marasma che albergava nella sua testolina ricciuta e dell’inclinazione all’entusiastico assoggettamento del suo movimento. Promettendo di tornare entro fine anno  per discutere con le “parti sociali” delle questioni infrastrutturali presenti nel Patto per lo sviluppo, sottoscritto dal presidente Enrico Rossi con i sindacati e le categorie economiche della regione, ha garantito investimenti miliardari per l’Alta velocità, da quelli necessari per imprimere un’accelerazione alla Tav Torino-Lione fino alla ripartenza dell’Alta velocità tra Brescia e Padova e alla festosa conclusione del sottoattraversamento ferroviario in città,  insieme al completamento del corridoio tirrenico, della Grosseto-Siena, alla realizzazione delle estensioni della tramvia fiorentina e allo sviluppo del sistema delle ciclabili.

E infatti si legge che la ministra si è detta impressionata nel vedere con i propri occhi quanto già sia stato fatto, affacciata sull’intero primo piano della stazione sotterranea dell’alta velocità già costruito, dichiarando che “questa non è solo un’opera in stato avanzato, ma molto avanzato“. E “le opere in stato avanzato vanno avanti…. A questo fine, stiamo lavorando insieme ai 5Stelle per definire le nuove opere perché la cura del ferro per la salvaguardia dell’ambiente e la mobilità delle persone è una delle priorità del governo“. Ecco, già i 5stelle avevano dimostrato di non saper dire no a un alleato che ai creduloni pareva proprio il peggiore, per via di modi inurbani, di sbruffonate incresciose, di istinti animali lasciati liberi di esprimersi. Invece nel nuovo sodalizio così ben visto da chi preferisce il politically correct al buon governo  ha la meglio un’indole molto umana, quella dell’avidità, della dissipazione, dell’accumulazione distruttiva che nella giungla non hanno dimora.

E dato che le opere sono avanzate, come con il Mose, la metro romana, la Torino-Lione, non si può né si deve tornare indietro anche se quello dei cantieri fiorentini della Tav è un “problema tutto italiano, tipico del nostro Paese e del nostro sistema di appalti pubblici. Un caso emblematico che non ci fa onore” a detta perfino di Cantone quando era in forza all’Anac, quando volle ripercorrere  i guai del grande appalto   vinto dalle cooperative rosse, con una programmazione “come al solito carente“, un aumento contrattuale molto elevato che ha comportato “enormi ritardi”, un contenzioso “rilevante, con 300 milioni di riserve, ancora non riconosciuto ma comunque pesantissimo” e, non ultima, la “difficoltà ad interfacciarsi con i cittadini” con le istituzioni locali, in primis Comune e Regione che sulla trasparenza continuano a fare orecchi da mercante. O anche un concentrato di illegalità, come diagnosticò  la Procura di Firenze, sequestrando i cantieri e procedendo all’arresto  dell’ex presidente di Italferr Maria Rita Lorenzetti, già presidente della Regione Umbria in quota Partito Democratico insieme ad altri con accuse che vanno dall’associazione a delinquere alla corruzione, dalla frode, al falso e truffa in accordo con i clan casalesi interessati dallo smaltimento dei rifiuti.

Ma c’è anche un altro aspetto “morale” che riguarda la vocazione dell’opera costosa per i bilanci pubblici, dannosa per l’ambiente e la qualità di Firenze città d’arte (il tracciato sfiora e passa sotto la fortezza Basso) ma soprattutto inutile, se si pensa che addirittura l’Università di Firenze ha prodotto un approfondito studio che dimostra come un passante di superficie, e non sotterraneo, consenta all’Alta velocità di attraversare la città spendendo un quarto e rafforzando il trasporto pendolare.

Perché allora si è compiuta questa scelta se non per confermare il destino di una città dalla quale vengono espulsi i cittadini ( dagli anni ’90, i residenti di cittadinanza italiana sono stati progressivamente sostituiti da cittadini stranieri, e non quelli a basso reddito, molesti e dunque irricevibili per il che alle rimostranze dell’Unesco in merito rispose proibendo il kebab e i le merci dei vu cumpra’, no, si tratta di ospiti esteri e city users – “fruitori” o “utenti” – poco interessati a investire nell’abitare di lungo periodo in città che hanno cambiato il volto della città insieme alle multinazionali del turismo, alle grandi firme, alle imprese immobiliari alle prese con la conversione del tessuto abitativo in albergo diffuso o in terziari, tutti senza “voto” ma con potente facoltà lobbistica, la popolazione ideale dunque per governare senza problemi.

Gli stessi cui è dedicata idealmente l’altra grande opera iniziata e che si deve concludere per forza, quell’ampliamento dell’aeroporto, che in occasione del pellegrinaggio ministeriale è stato pudicamente definito  “la questione della messa in sicurezza dell’infrastruttura”, per nasconderne la superfluità criminale sotto la parvenza della necessità di dotare la città di un’aerostazione sovradimensionata rispetto alle previsioni del traffico aereo, inquinante e che esercita una tremenda pressione sul territorio e incompatibile con altri insediamenti e attività, pensata per appagare gli appetiti di corrotti e corruttori o di chi vuole a tutti costi diventarlo.

Gli stessi in corsa per un’altra iniziativa altrettanto infame, lo stadio voluto da Della Valle e pagato da noi che la stampa alla presentazione del progetto descrisse come un monumento del Rinascimento,  un tempio sopraelevato “che ci permetterà di superare i limiti”,  davanti al quale “Tokyo in confronto sembrerà Sorgane, per via dell’aria molto sexy” di quell’arena, che richiederà la demolizione, la bonifica e lo smaltimento di milioni di metri cubi di costruzioni esistenti, l’acquisto dell’area di Unipol (a vedere il nome sappiamo che non sarà a prezzi stracciati), la costruzione del nuovo mercato all’ingrosso spostato dall’area prescelta. Quindi i turisti  che visiteranno la periferia nord ovest fiorentina e che secondo la stessa stampa avranno “lo stesso sguardo sognante che indossano (sic) quando passano su Ponte Vecchio”, si troveranno davanti quella che si chiamerà  la Cittadella Viola, con stadio, mega-outlet, uffici e attività varie, il nuovo Mercafir, il nuovo aeroporto, il Polo universitario, il costruendo inceneritore di Case Passerini, più le attività e i supermercati esistenti o di progetto, “ognuno di questi grande attrattore di traffico”, tutte funzioni gravanti sul principale ingresso dall’area metropolitana verso Firenze, quel nodo di Peretola già attualmente e sistematicamente congestionato.

A speriamo che non piova sul bagnato o peggio, che nevichi, con l’esperienza del grande consigliori della ministra bisognerebbe muovere la protezione civile per portare il tè caldo e le coperte ai forzati delle partite prigionieri della modernità.

 

 

 

 

 


20.000 tangenti sotto i mari

galAnna Lombroso per il Simplicissimus

A Roma il dindarolo, a Venezia invece la musina: si chiamano così i salvadanai a forma di porcellino  dove da bambini si infilavano i soldini di metallo e poi ci si compiaceva del concertino che facevano scuotendoli, con la promessa di gustosi consumi.

Abbiamo scoperto che la musina dell’ex presidente della Regione veneta, che agli occhi degli elettori si presentava come un dinamico e prodigo doge in terraferma, gioviale e intraprendente, era ben distribuita: investita in imprese e quote di società e in 14 immobili in Veneto e Sardegna con origine estera, o  nelle quote azionarie di un’azienda riconducibile a lui, o in conti correnti esteri tra cui quello attivo presso la Veneto Banka di Zagabria, sul quale erano stati versati, dopo vari trasferimenti dalla Svizzera, 1,5 milioni di euro.

Ad essere indagati, oltre a Galan,  sono i professionisti che hanno architettato la fuga dei capitali all’estero.  In totale, sono stati bloccati più di 12 milioni di euro, appartenenti a diversi presunti evasori fiscali che hanno utilizzato gli stessi canali di riciclaggio in un più ampio giro criminale in cui sono coinvolti commercialisti, imprenditori e grovigli di società offshore che arrivano fino a Panama.  A conferma che le varie tipologie di criminalità, mafie comprese, si sono aggiornate impiegando risorse umane specializzate, quei colletti bianchi addetti a ripulire e far circolare fondi sporchi  e proventi non dichiarati tra cui quelli del boss della mala del Brenta, il cui “commercialista” è stato condannato proprio in questi giorni, di un principe della valigeria e di un ciabattino di vip oltre che di svariati imprenditori e professionisti, immobiliaristi, albergatori, commercialisti, anche grazie ai preziosi consigli  di un finanziere di alto lignaggio, nipote dell’ex regina del Belgio Paola di Liegi.

Del gruzzoletto dell’ex governatore abbiamo appreso senza sorpresa che si tratta delle tangenti del Mose, messo nei guai dall’avidità. Il Mose e il suo Consorzio di gestione (ultimamente ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/04/02/obiettivo-2030-piu-che-mose-matusalemme/)   erano un format perfetto, pensato per promuovere illegalità, illeciti e corruzione a norma di legge. Bastava avere pazienza, entrare nel meccanismo di scatole cinesi societarie, incarichi resi trasparenti nel rispetto di procedure di urgenza,  sistemi per la concessioni di appalti e di mandati in regime di outsourcing e benefici e profitti sarebbero arrivati. Bastava applicare il modello così come era stato pensato, con un soggetto  unico che in regime di monopolio da un lato esegue dli studi e dall’altro realizza tutte le opere in laguna, assegnando i lavori alle stesse aziende consorziate tramite affidamento diretto e senza gara, perché i quattrini arrivassero e ne portassero altri in un moto perpetuo perché è sempre il Consorzio a sporcare e pulire, inquinare e risanare, scavare e usare i detriti per altre iniziative, “fermare” le maree e indirizzarne altre nelle vie d’acqua proposte per farci passare i condomini dei corsari delle crociere.

E ancora l’avidità ha incastrato i grandi accusatori che  hanno patteggiato nel corso dell’indagine madre sul Mose che aveva portato a confische per 24 milioni,  Piergiorgio Baita (ex amministratore delegato della Mantovani, società presente in tutte le cordate di grandi opere: si era aggiudicata perfino la piattaforma su cui erigere l’Expo, che è stata recentemente acquisita per riacquistare credibilità, dalla Coge Costruzioni Generali Srl con la cui etichetta e il conseguente risciacquo  proseguirà nella realizzazione del progetto veneziano), Claudia Minutillo (imprenditrice, ex segretaria di Giancarlo Galan), Mirco Voltazza, Nicolò Buson e Pio Savioli.

Per tirar su quattrini molti, maledetti e subito non si sono accontentai del favorevole regime di monopolio concesso loro, del controllo benevolo di controllori corrotti, della protezione della politica comprata, di leggi studiate per liberarli dai molesti lacci e laccioli della tutela della leale concorrenza, macché: hanno lucrato su materiali di cattiva qualità, hanno imposto rincari   record e costi extra, hanno agito sulla  tempistica per aggirare obblighi e sottrarsi alla vigilanza poco occhiuta, hanno cambiato i progetti in corso d’opera per gonfiare i conti, hanno obbligato a opere accessorie, hanno affidato incarichi di collaudo e soggetti esterni all’apparato statale (oltre 1,3 milioni di euro dal 2010 al 2012). hanno creato ad arte condizioni di crisi per ottenere licenze, con una così sgangherata sfrontatezza da richiamare l’attenzione degli inquirenti.

Eh si lo schema legal-criminale del Mose è stato compromesso dal “fattore umano”, da quel vizio, l’ingordigia, che qualcuno si augura farà implodere come un istinto suicida, il capitalismo finanziario che si avvita su se stesso nelle fattezze di quei mostri mitologici, un uruboro che divora la sua stessa coda.

E dire che si trattava di un meccanismo molto più sofisticato di Mafia Capitale, il modulo mafioso della Serenissima, che aveva perfezionato quello dell’Alta Velocità messo a punto all’inizio degli anni ’90, la prima volta che – in teoria – il capitale provato avrebbe partecipato finanziandola al 60% alla realizzazione di un’opera pubblica, grazie alla sottoscrizione di un patto tra governo, Ferrovie e Tav SpA e privati, Fiat,Eni,Iri cui viene dato l’incarico di realizzare le sei tratte previste. Più di 10 anni dopo, dopo innumerevoli giri di poltrone, inchieste, intimidazioni interne e esterne, ripensamenti, il governo Berlusconi mette mano unicamente alla tratta Milano-Torino affidata alla Fiat e che terminerà nel 2009  e che sarà costata 7,8 miliardi di euro per 125 km. per un totale di 62 milioni di euro a chilometro, contro o 16,6 della analoga linea francese.

E ciononostante si continua a voler replicare l’esperienza, così come non ci si arrende al fallimento malavitoso, alla vittoria dell’illegalità in un sistema, quello del Mose, che non la prevedeva, perché era stato pensato per legittimare il malaffare e l’opacità non mediante la violazione delle regole, ma adottando e applicando regole corrotte. Quando si mette a reddito il “non fare”, il rinviare,  lo sbagliare, l’aggiungere errore a errore, ostacolando, mettendo i bastoni tra le stesse ruote che con l’altra mano si provvede a oliare.

C’è da chiedersi cosa sia successo al Veneto operoso, locomotiva dello sviluppo del Nord pingue così simile al Belgio e all’Europa che si vorrebbe, quello dei distretti, quello dell’internazionalizzazione che si realizzava quando piccoli imprenditori dinamici  facevano da battistrada a aziende più strutturate, mentre a casa si incrementava il gruzzolo col lavoro nero delle mogli a cucire guanti, fare nottata sulla macchina da maglieria o a pedalare sulla Singer, e la mattina poi raccogliere il radicchio e metterlo nelle vasche perché diventasse la rosa di Treviso o Verona. Già allora c’era una concezione piuttosto spregiudicata della giustizia, quella regolata dalle leggi e quella degli imperativi morale, se quelli piccoli e grandi che partivano con la valigetta piena di calze di nylon come da tradizione, andavano a cercare posti dove trasferire i loro know-how, corruzione compresa, scegliendo quelli dove era più facile accaparrarsi permessi facili, inquinare senza conseguenze, pagare salari inferiori ai nostri, sfuggire a controlli e requisiti di sicurezza. E c’era anche una pretesa di superiorità – quella che ha fatto da impalcatura psicologica all’ideologia leghista – che alla resa dei conti ha mostrato i suoi limiti, se i saperi esportati, le conoscenze e i brevetti trasferiti sono stati fatti propri dai colonizzati, che hanno anche imparato subito a far valere i loro diritti proprio mentre i lavoratori italiano dovevano rinunciare ai loro, quelli sul posto di lavoro, quelli della salute in fabbrica e nell’ambiente.

Così c’è poco da stupirsi se felice Maniero è ancora un’icona trasgressiva, che con tutta evidenza popola  l’immaginario delle baby gang all’opera a Venezia e in Terraferma, in una regione che la camorra reputa essere una destinazione profittevole per l’export di rifiuti tossici, dove si vorrebbe sperimentare un’autonomia sotto forma di licenza dagli obblighi della coesione sociale – che dovrebbe esprimersi anche pagando le tasse a differenza della cricca sorpresa nei paradisi fiscali – per consegnare lo stato sociale ai soliti padroni in braghe o colletti bianchi, doppiopetto o coppola, che qualunque divisa indossino sono in guerra  contro di noi.


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