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Stampa-Repubblica, il polo per polli

pollettiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Adesso possiamo stare tranquilli. A vigilare sulla libera editoria, al servizio di una crescita civile del Paese, ci pensa il polo del futuro, confezionato per i polli di oggi, i pochi che continuano a sentirsi rassicurati della veridicità delle notizie che hanno letto sul giornale, siano quelle sui pericoli derivanti dalla ondate fanatiche di terroristi nascosti sotto le vesti stracciate dei profughi, che quelle incoraggianti per il loro cauto ottimismo sulla “ripresina”. Oggi è stato dato il lieto annuncio della costituzione delle nozze, un vero matrimonio, mica un succedaneo di fatto, tra il gruppo di De Benedetti e la Stampa. Mancava questa ufficializzazione per chiudere il cerchio dell’egemonia dei monopoli, sociali, politici, culturali, informativi: adesso abbiamo un partito unico, una televisione unica, un quotidiano unico., al prezzo di due. Resta fuori quello un tempo più autorevole, scaricato come un ingombro, dopo plurimi salvataggi, perché, a detta dei due sposini, avrebbe finalmente raggiunto una certa autonomia, che significa la condanna a una lenta e inesorabile agonia, con gli oli santi di Mediobanca, le elemosine dello scarparo mecenate, gli oboli di Cairo, Unicredit e Intesa, che i gioielli se li sono già impegnati tutti, dal palazzone di via Solferino,  ai libri e resta solo il Corriere sempre più smunto, sempre più espropriato della sua autorità morale, e la Gazzetta dello Sport.

Tutta l’operazione e oggi le firme in calce che ne concludono l’iter iniziato da tempo, confermato dai trasferimenti automatici di direttori incaricati di anticiparne simbolicamente il coronamento, nulla ha a che fare con l’informazione, l’attività di servizio che le compete, i suoi doveri, i suoi diritti, la deontologia. E nemmeno più, paradossalmente, le funzioni di fiancheggiamento a governi vigenti, perché sono proprio l’assetto, la natura e al qualità, così come obiettivi aziendali dei soci  a dirci che i padroni di riferimento non sono certo quelli nazionali, che certamente il giornale unico assolverà il suo compito di costituirsi come incensurabile agenzia Stefani, come cinghia di trasmissione, ma per accertata ubbidienza a quella cupola globale,   “cupola” planetaria, fatta di grandi patrimoni, di alti dirigenti del sistema finanziario, di politici che intrecciano patti opachi con i proprietari terrieri dei paesi emergenti,, insomma quella classe capitalistica transnazionale che domina il mondo e è cresciuta in paesi che si affacciano sullo scenario planetario grazie all’entità numerica e al patrimonio controllato e che rappresenta   decine di trilioni di dollari e di euro che per almeno l’80% sono costituiti dai nostri risparmi dei lavoratori, gestiti a totale discrezione dai dirigenti dei vari fondi, dalle compagnie di assicurazioni o altri organismi affini. E servita da  quelli che qualcuno ha chiamato i capitalisti per procura, poteri forti per la facoltà che hanno di decidere le strategie di investimento, i piani di sviluppo, le linee di produzione anche di quel che resta dell’economia reale, secondo i comandi di una cerchia ristretta e avida, banche, imprese, investitori e speculatori più o meno istituzionali. E nella quale hanno perso vigore i grandi tycoon dell’informazione tradizionale, che non hanno saputo contrastare i nuovi mezzi, i nuovi strumenti, i nuovi ripetitori e tantomeno cavalcarne l’onda.

E cosa volete che importi di Renzi, ma soprattutto dell’informazione, agli efebici appartenenti dell’unica dinastia reale che abbiamo avuto in Italia, con tutti i vizi e la popolarità immeritata delle grandi case regnanti, convertitisi via via da monarchi dispotici in azionariato passivo, incaricato di far bella mostra a matrimoni e rally, famelicamente in attesa dei dividendi marci e avvelenati che gli getta in pasto uno squallido e rapace plenipotenziario. Quello stesso che aveva in odio quelle gemme della corona, i giornali,  salvo l’irrinunciabile bollettino, quell’ house organ, provinciale quanto polveroso, destinato a restare come i cavalli nelle scuderie, i servizi d’oro per i pranzi ufficiali, il Palco al Regio e la squadra di calcio, per finalità rappresentative e simboliche. Che invece a dimostrazione dell’interesse per la comunicazione e per il paese originario della casa madre, Marchionne ha pensato bene di comprarsi l’Economist, con l’auspicio di aggiudicarsi la copertina di uomo dell’anno o di pagarsi qualche servizio pubbliredazionale sulle formidabili performance della Fca.

Anche l’altro socio avrà probabilmente deciso che quel suo capriccio, quella passionaccia per i giornali, erano diventati un passatempo troppo costoso. Che l’eclissi della carta stampata richiede di dismettere hobby destinati a diventare vizi. Se anche lui aveva sperato di trasformare la famiglia in un’altra dinastia concorrente, deve aver capito che morto lui – è probabile che solo al direttore/fondatore di Repubblica spetti l’immortalità o la metamorfosi sacra in onorabile mummia – il suo regno è destinato a disperdersi. Così si dice che l’Espresso sia condannato a mutarsi in supplemento domenica di Repubblica mentre il resto del pacchetto, i beni di famiglia: e i giornali locali della Finegil, 18 testate, i giornali online che contano 2,5 milioni di utenti  al giorno e i mensili: National Geographic Italia, Le Scienze, Mente e cervello, Limes e il bimestrale Micromega, verranno inglobati nella holding, quella che a detta di De Benedetti, rappresenta  ”una novità destinata a aprire grandi prospettive per il mercato”, nella piena garanzia che verranno rispettati  “quei valori di integrità e indipendenza che hanno guidato fino ad oggi le testate del Gruppo”.

Adesso non ci resta che attenderci che il premier ci confermi che si tratta di un nuovo successo dell’amore che guida i nostri atti, non ci resta che guardare al nuovo vincolo come a un segno di pace tra tanti conflitti: il giornale unico è stato creato proprio per combinare allarmi, paure, minacce, con le rassicurazioni che viviamo nel migliore di mondi possibile, a patto di accontentarci della verità che ci somministrano, come un necessario sonnifero.

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