Annunci

Archivi tag: Marchionne

Omicidi di lavoro

immagineAnna Lombroso per il Simplicissimus

Mica vero che ‘a livella ci fa – infine – tutti uguali,  a vedere il compianto obbligato per l’agonia e la dipartita dell’augusto manager, quindi benefattore, pubblica elaborazione del lutto accompagnata nel caso di isolata critica, da inviti al pietoso silenzio, osservato solo per altri  morti, quelli di lavoro, ai  quali è riservata un’omertosa rimozione.

Per lui commemorazioni in vita, coccodrilli multipli pre e post trapasso, elogi comprensivi di esercitazioni liriche su certi risvolti maledetti, non la dinamica per diritti e garanzie,  no, ma quella coazione a fumare che lo avrebbe esposto a danni irreversibili insieme allo stress da troppo lavoro.  Per loro, per le morti “bianche” che più nere non si può, 469 nel primo semestre dell’anno, due righe in cronaca e niente menzione dello stress per troppo poco lavoro, per quel veleno: il ricatto, che fa vittime all’Ilva, nei cantieri irregolari, nelle strade, nelle fabbriche e nei servizi di logistica, riducendo procedure e sistemi di sicurezza e pure l’attenzione degli addetti che a forza di essere sminuiti, svenduti, spostati, sradicati, deprezzati, umiliati, intimoriti si sono conviti che non solo la loro opera ma anche la loro vita non valga nulla, come una merce in esubero sugli scaffali degli outlet.

La statistiche  dell’Inail fanno intravvedere una certa sobria soddisfazione:   sono 617 i decessi sul lavoro nel 2017 che sono stati accertati e il 58% di questi è avvenuto fuori dall’azienda. I dati rilevati del primo semestre 2018 evidenziano   una diminuzione dei casi  passati da 337 a 331. A far contenti madame Lagarde, l’inesorabile Fondo Monetario e pure l’Inps,  le statistiche registrano che a essere più colpiti sono i lavoratori over 50:  una morte su due coinvolge questa fascia di età, con un incremento rispetto al 2017 di 31 casi (da 203 a 234).

L’arida contabilità conferma che non si muore meno perché è aumentata la sicurezza, ma, invece, perché è diminuita l’occupazione, quella che si vede, sottoposta a controllo e alle leggi della statistica. Mentre il lavoro che c’è è quello dei contratti fittizi, delle disonorevoli strette di mano dei caporali: a Bisceglie ieri hanno arrestato 3 boss dello sfruttamento di manodopera agricola, bambini compresi, in Romagna sarebbero 400 mila gli “irregolari” nei campi 14 ore al giorno. E ci dice tra le righe che chissà di quante vittime non sappiamo nulla, trattate come rifiuti non riciclabili  prima e dopo il decesso,  stranieri più irregolari   di quelli conteggiati nei dati Inail (78 ) che hanno avuto diritto forse casualmente al riconoscimento di “caduti sul lavoro” mentre di chissà quanti altri si sono perse le tracce, vite nude per dirla con la Arendt, diventate resti, carcasse senza nome e compianto da nascondere nel timore di moleste conseguenze. Ieri Un operaio è morto nel Tribunale di Palermo, cadendo da una scala mentre montava la fibra, cadendo su un tavolo di vetro. E un edile perde la vita in provincia di Catanzaro a Borgia,  cadendo da un’impalcatura e trafitto da un pezzo di ferro che gli ha colpito mortalmente lo sterno.

Caduti, schiacciati, carbonizzati, avvelenati. Stritolati dalle presse, infilzati da un muletto, annegati nel cemento della miscelatrice, non ci sono mai stati nel Jobs Act neppure nel decreto dignità. E poi senza contare gli “invisibili”, l’Inail “scarta” un 40 % delle vittime , quelli che non corrispondono ai suoi parametri e vanno sotto la denominazione  di “rischio generico”, che in questi casi così si chiamerebbe la “fatalità”. L’Inail poi non ha da temere la concorrenza: non tratta la totalità degli infortuni e delle morti sul lavoro. Molti occupati  sono iscritti ad altri istituti assicurativi e dunque sfuggono del tutto alle statistiche: dalle forze armate a quelle di polizia, dai liberi professionisti al personale di volo, ai vigili del fuoco. Sono almeno due milioni (ma c’è chi dice molti di più), che vanno aggiunti agli assicurati Inail, i quali ora sono poco più di 21 milioni, gli unici che rientrano nelle rilevazioni ufficiali.

E infatti l’Osservatorio di Bologna di Soricelli denuncia  che sarebbero invece  molti di più i morti dall’inizio dell’anno, almeno 418, senza contare i 750  caduti per incidenti sulle strade e in itinere. e poco aiuta il progresso, pensando alle vittime dell’automazione, laddove macchinari che hanno già mietuto vittime non vengono sostituite e chi si fa male rientra nel novero dell’errore umano. O quelli colpiti da malattie professionali effetto di processi e sostanze a rischio: i morti per malattie professionali sarebbero 4 al giorno.

Si è perso in Parlamento un ddl che doveva introdurre il reato di omicidio sul lavoro. Non stupisce se siamo arrivati al punto di celebrare quello di omicidio del lavoro.

Annunci

Fiat de profundis

017151Nel momento in cui scrivo non si sa se Sergio Marchionne sia vivo o morto e nemmeno se il tumore che lo ha colpito sia ai polmoni o alla prostata: tutto è stato condotto con il famoso metodo Agnelli, peraltro sposato in pieno dall’uomo con il maglioncino, fatto di segreti, silenzi e bugie, così che nessuno sapeva della malattia e persino di fronte al ricovero si è parlato di un intervento alla spalla e di “situazione impensabile”.  Un sistema che in Italia ha funzionato per decenni grazie al potere della famiglia e a un’ informazione che si è sempre ben guardata dal cercare verità oltre i comunicati ufficiali, bevendosi le più assurde tesi e colma di perenne benevolenza rispetto ai prodotti e alle strategie del gruppo: ma in questo modo tutto il sistema – Italia come lo chiamerebbe  Montezemolo è stato escluso da qualsiasi intervento sulla successione che è stata decisa oltre atlantico.

Ovviamente in una terra cinica, ipocrita e cattolicheggiante, dove la morte riscatta qualsiasi vita, adesso c’è un processo di santificazione dell’uomo che ha scippato la Fiat al Paese su mandato della famiglia Agnelli e ha di fatto costituito la roccaforte  sulla quale i governi hanno proceduto allo scasso dei diritti del lavoro. Sembra quasi che occorra celare il suo ruolo da vivo, come se questo non fosse il peggio di quanto può accadere a un uomo e persino in Potere al popolo col suo grande avvenire dietro le spalle si recita qualche orazione e si dice che Marchionne dopotutto era laureato, mica come quegli ignoranti che stanno al governo: un bel tacer non fu mai scritto. Semmai sarebbero altre le ragioni oltre a quelle della normale humanitas, per rammaricarsi della malattia e della drammatica uscita del capo in testa della Fca: il fatto che lui fosse  l’ultimo aggancio operativo all’Italia e che da oggi tutto passa definitivamente oltre atlantico con conseguenze inquietanti sia sull’occupazione che sul mantenimento di tecnologie strategiche. La Fiat si è svenata per dare alla Chrysler la possibilità di sopravvivere e di rilanciare le sue jeep dotate di motori e trasmissioni decenti, unica ragione per cui sono oggi ben attestate sul mercato europeo quando prima erano roba da aficionados a stelle e strisce. Ma per far questo, in una situazione di indebitamento dovuto alla fusione, la produzione italiana è stata sacrificata è oggi è in pratica basata esclusivamente sulla scocca della 500 variamente interpretata, con la Lancia ormai moribonda e un’Alfa Romeo che sparacchia modelli frutto di innesti e collage che non riescono a sfondare. Così oggi è proprio Fiat o comunque i marchi italiani ad essere l’anello debole di una catena già debole di suo e solo nei primi cinque mesi di quest’anno c’è stata una flessione complessiva del 7% con la Panda al -9%, il crollo della 500 che fa registrare un calo del 43% mentre la Tipo costruita in Turchia dopo un tiepido interesse iniziale fa segnare un baratro del – 44%. Del resto senza modelli nuovi specie in un momento di passaggio tecnologico così evidente si fa poca strada e tenendo conto del fatto che molte produzioni sono ormai delocalizzate il futuro per l’industria italiana dell’auto è nero. Non che nel resto del mondo la Fca faccia poi faville, anzi diciamo che il matrimonio con la Chrysler che è una eccezionale portasfortuna (basta chiedere a Peugeot e Mercedes) , è stato un totale fallimento sul quale hanno banchettato gli Agnelli che si sono sottratti agli investimenti: il grande gruppo favoleggiato da Marchionne è ormai al 9 posto nel mondo, vale a dire all’ultimo se si escludono dal conto i costruttori di auto di lusso o di nicchia come Mercedes e Bmw. E anche in Usa e in Sud america la marca vivacchia. Ricordo per gli immemori che nel 2007, un anno prima del matrimonio con Chrysler, il gruppo Fiat aveva realizzato un fatturato di 59 miliardi con un risultato operativo di 3,2 miliardi e un utile netto di 2,7 miliardi di euro, aveva 185 mila dipendenti di cui 78 mila in Italia e si contendeva il quinto posto mondiale fra i costruttori, anche grazie all’uscita di nuovi modelli in tutti i settori. Anche qui purtroppo un”informazione irretita e di parte presenta una narrazione del tutto contraria alla realtà con un gruppo Fiat ormai di fatto defunto che trova nella Chrysler e on Marchionne il grande salvatore: tutto per compiacere la voglia americana degli Agnelli, ma ormai soprattutto per non contraddire la vulgata neoliberista che attribuisce poteri miracolosi ai licenziamenti e all’umiliazione del lavoro.  Del resto basta leggere gli ottusi epitaffi dei giornali per rendersene conto.

Non ci vuole comunque la sfera di cristallo per preconizzare che quel poco che resta in Italia sia di costruzione che di progettazione  verrà trasferito altrove dal sostituto di Marchionne, Mike Manley privo di connessioni col nostro Paese e che di fatto rimarranno solo i marchi prestigiosi, ma completamente svuotati di contenuti: è ora perciò che il governo cominci a pensare concretamente a un modo per fermare questa emorragia ed entrare nella gestione di un gruppo che praticamente dal dopoguerra in poi è stato di fatto semi pubblico, viste le enormi dazioni di denaro che sono andate agli Agnelli e che qualcuno ha calcolato in oltre 100 miliardi di euro al valore attuale, tenendo conto anche delle infrastrutture costruite per aiutare Fiat e del favore di cui il gruppo ha goduto nei lavori pubblici. Senza pensare nemmeno al  danno emergente dovuto al divieto imposto dall’azienda alla politica di permettere insediamenti industriali di altri costruttori in Italia. Altrimenti ci si deve preparare ad affrontare nei prossimi 5 anni un’altra drammatica crisi occupazionale, ma soprattutto l’estromissione del Paese da un altro settore industriale strategico e che non si potrà più recuperare. Quale potrebbe essere il marchingegno con cui ottenere questo obiettivo non so dirlo, di certo occorrerà fare leva anche sul  livello diplomatico, ma per carità basta con le chiacchiere.


Il rottamato

renzi-berlusconi-patto-del-nazareno-575496La vecchia politica potrebbe prodursi nel maggior miracolo degli ultimi mille anni, oscurando i presunti prodigi di Lourdes, Fatima e Medjugorje messi insieme: quello di far provare un minimo di simpatia per Renzi, oggi vittima sacrificale di un sistema che lo aveva messo sugli altari. La sola possibilità che i Cinque Stelle possano in qualche modo spuntarla nel torneo elettorale getta in tale sconforto i partiti e partitini che si ritengono assunti a tempo indeterminato dalla mangiatoia Italia, da indurli a rottamare  il personaggio catalizzatore di tutto il malumore e la rabbia del Paese. Che il guappo di Rignano fosse stato abbandonato dalla stessa classe padrona che lo aveva portato sugli altari, è apparso chiaro fin dalla sconfitta al referendum costituzionale, ma in queste ultime settimane prima del voto la ripulsa assume aspetti paradossali e grotteschi, mentre nello stesso tempo svela tutta l’artificialità della “democratura” italiana.

Dopo essere stato scaricato alcuni giorni fa da Marchionne cui ha fatto tanti favori e poi da De Benedetti, tessera numero uno del Pd e probabilmente testa pensante della nascita del partito dietro lo schermo offerto da Veltroni, è il turno di Berlusconi di sostenere di essere stato deluso da Renzi: “è stato una promessa in cui molti hanno sperato, a partire dal sottoscritto, che poi però non si è concretizzata”. Sembra niente, è invece questa presa di distanza costituisce una sorta di confessione pubblica del Paese politico: come è possibile che in Renzi sperasse sia la sinistra (si fa per dire ovviamente) rappresentata dal Pd e persino da Sel (oggi scomparsa), sia la destra berlusconiana, sia il capo reale del padronato italiano? Come è possibile questa polivalenza  e questa ambiguità di rappresentanza politica? Semplicemente per il fatto che il rottamatore leopoldesco era nient’altro che una faccia nuova sbattuta in prima pagina per simulare una qualche discontinuità e nello stesso tempo continuare in serena tranquillità con lo scasso dei diritti del lavoro e la svendita di sovranità.

E di certo viste le circostanze che lo hanno portato alla guida del Pd,  dette e ridette in decine di post su questo blog, fanno pensare che la scelta del “palo” neoliberista non sia stata solo un affare interno, ma sia passata attraverso l’imprimatur dei poteri reali, da quelli finanziari ed europei fino alla cresima officiata niente meno che da Tony Blair in un ristorante fiorentino. Si doveva cambiare dopo la stagione montiana e quella dello scialbissimo Letta, ma senza rischiare che davvero qualcosa mutasse davvero. Purtroppo il guappo, irresistibilmente trasportato dalla sua natura ha interpretato l’investitura come uno scambio tra la sua assoluta fedeltà ai diktat europeo – finanziari e la mano libera per lui e la sua banda dentro le opcacità interne del sistema Italia, come direbbero gli ex cortigiani degli Agnelli: l’affare delle banche insegna, ma avrebbero potuto essere didattiche anche le “prodezze” in fatto di spesa compiute durante il mandato come presidente della provincia e di primo cittadino di Firenze o ancora con i comportamenti da padroncino delle ferriere nei confronti dei precarissimi dipendenti al tempo delle aziendine di strillonaggio messe in piedi da babbo Tiziano.

Tutto questo groviglio della peggiore Italia periferica si è rivelato qualche mese fa quando invece di cospargersi il capo di cenere e di liberarsi del suo cerchio magico composto da incompetenti assoluti e maneggioni di ogni tipo, Renzi pur di salvare l’altra metà del cielo piddino, ovvero Maria Elena Boschi, ha trascinato il partito nell’operazione suicida di mettere sotto accusa gli organi di vigilanza Banca d’Italia e Consob per la vicenda di Banca Etruria. Tuttavia non è con il tramonto di Renzi e della sua banda che tutto si sia risolto,  questo è solo ciò che ci vogliono far credere abbattendo la statuetta votiva che avevano eretto al guappo: tutto continua esattamente come prima, anche senza le grida e gli schiamazzi di un ceto dirigente improvvisato e preda di etilismo da potere, rovesciatosi  nei salotti buoni dell’establishment. Le facce nuove e fresche messe a capo di un disegno vecchio e insolente, voluto dagli inesistenti mercati, non si sono rivelate all’altezza: hanno trasformato l’immediatezza in tracotanza, la rottamazione in affari familiari, il nuovo in una presa in giro oltre che in una vuotaggine espressiva, i presunti progetti in caos ruspante e truffaldino. Ma questo pericolo era insito in un’operazione che di politico non aveva nulla, che era solo lo spettacolo della democrazia offerto agli astanti, ma senza idee  e programmi che non fossero scritti dagli amanuensi del neoliberismo. Che poi i protagonisti superficialmente scritturati per questa farsa drammatica non conoscessero proprio bene l’ortografia della subalternità politica e non l’abbiano imparata nemmeno dopo adesso sembra quasi un incidente, qualcosa persino di perdonabile: sono gli impresari di questo spettacolo che andrebbero cancellati.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: