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I Carrierini dei Piccoli

collageAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ammettiamolo, l’azzimato giovanotto ha dimostrato un talentaccio da politicante navigato con il suo irato attacco ai giornaloni,  in mano al capitale finanziario, o direttamente o attraverso il ricatto della pubblicità,  e all’augusta corporazione che non vuole ammettere di essere cornuta e mazziata: vedi mai che qualche palafreniere aspirante a fare da scorta al carro dei vincitori gli tributasse riconoscimenti e segni di stima e ammirazione! Lo sa bene lui come lo sa l’altro partito/movimento occupante militarmente la coalizione, che un grande contributo al loro successo è derivato e deriva proprio dall’ostilità dell’informazione ufficiale, che, nel peggiore di casi, ha trattato quelle che considerava effimere meteore, come fenomeni da baraccone, da trattare col sussiego che si riserva a incidenti imprevedibili e passeggeri ma che suscitano momentaneo entusiasmo nella marmaglia come la donna barbuta o la gallina con due teste, o, meglio, come segnali delle possibili aberrazioni postdemocratiche degne di attenzione sociologica in vista di criteri elettorali più selettivi e maturi.

Ha avuto ragione, se populismo deve essere, populismo sia!

E l’effetto di quella che è stata considerata una imprudente quanto maleducata esternazione è certamente quello di riconquistarsi un po’ di consenso da parte della vasta platea che da tempo ha abbandonato la pratica della preghiera laica del mattino, e che da un bel po’ ha smesso di accreditare un’opinione con la rassicurazione:  l’ho letto sul giornale o l’ha detto la tv. Ma un bel po’ di avvelenate reprimende da parte invece di chi, addetti ai lavori in testa, ha cancellato tutti gli affronti e gli oltraggi del passato anche recente, preferendo una censura più soffice e raffinata, specialmente se in cambio di equilibrati silenzi, di entusiastici quanto poco dignitosi encomi veniva salvata la pagnotta grazie a aiuti di stato, promosso l’ultimo libro in tv, assunto il rampollo in altra testata. E soprattutto se si rimuoveva pudicamente la causa di insuccessi e fallimenti, colpa, si sa, della plebe ignorante e incolta che preferisce Chi alle omologhe e pruriginose trascrizioni delle intercettazioni di Repubblica, che quando legge l’invettiva contro le empie fake news è incline ad annoverare tra le bugie e le falsità anche il milione di posti di lavoro, il rilancio dell’occupazione tramite Jobs Act, il prestigio riguadagnato con la fiera mondiale della salsiccia, la ricostruzione nel Centro Italia, l’apocalisse probabile di un improvvido scioglimento dell’Unione, la necessità di restringere le libertà per via del terrorismo islamico in barba all’incistamento di terroristi fascisti o jihadisti, finti o veri, il gas nervino e le vittime del perfido Assad, il doveroso colonialismo solidale in Libia e la partecipazione a guerre umanitarie quanto indispensabili alla manutenzione della civiltà superiore, le banche da salvare per tutelare i risparmiatori e beneficare i manager, i babbi avventati e le figlie affettuose, e, Di Maio sarà meglio che stia attento, la vittoria sulla povertà.

Non stupisce la faccia di tolla della corporazione, in testa i delatori delle caste esclusa la loro, che hanno lanciato il loro anatema da intoccabili sorpresi –  come è successo con le crisi, le epidemie senza vaccini, le alluvioni imprevedibili, i morti di terremoto nelle scuole restaurate, gli esodi epocali, e pure che si configurasse un voto ribelle e cafone nei confronti dell’establishment – che  qualcuno abbia osato levarsi contro di loro, contro, con qualche rara eccezione, i passacarte di veline somministrate dagli attori della contesa per bande, contro le carriere dinastiche tramandate per li rami a beneficio delle fucine privilegiate dei master prestigiosi per rampolli senza vocazione, contro la riduzione in schiavitù precaria di potenziali talenti, contro la pubblicazione oculata e selezionata di quello che gli arcana imperii vogliono rendere noto in cambio dell’ammissione alle loro stanze e  contro l’ingenerosa omissione di colpe e misfatti perfino in odor di amianto di un padronato impuro di settore che fa dell’editoria un brand finalizzato alla manipolazione, alla propaganda commerciale e ai consigli per gli acquisti.

Perché si, ci sono delle eccezioni, certamente. Ma non stupisce la plebiscitaria  alzata di scudi in difesa delle prerogative in sostituzione della responsabilità: basta pensare che, ai tempi del paventato bavaglio, oggi sottoposto a  ragionevole revisionismo: nemmeno Berlusconi arrivò a tanto, lo slogan di Piazza del Popolo, certamente più affollata che in giorni recenti, rivendicava per i giornalisti “Il diritto di informare”. Proprio così, non “il dovere di informare”.  Anche quella una fake news, che quel diritto se lo tengono stretto e le proprietà non hanno bisogno di mostrare i denti, se  gli attentati a sono stati perlopiù endogeni, frutto di autocensura e abitudine al giogo del ricatto, dell’intimidazione economica e professionale, come hanno dovuto imparato i ragazzi che cercano di avvicinarsi alla professione non provenendo da sacri lombi e da autorevoli dinastie, pagati pochi euro a pezzo come pony delle notizie, imbrogliati dall’illusione che si tratti di un percorso formativo proprio come i volontari all’Expo e a Eataly, cui viene insegnato che senza protezione assicurativa è meglio apprendere l’arte dell’omissione.

Sono insorte, per il danno alla loro reputazione, tutte le firme eccellenti, comprese quelle in flagranza di reato di piaggeria che si prestano ancora all’omaggio a Renzi, all’intervista birichina all’ex forosetta istituzionale, al recupero di solenni marpioni in veste di illuminati  saggi si chiamino Monti e Fornero, al resoconto in veste di fanciullini smaniosi di conoscenza delle previsioni ardite di osservatori sulla crisi del ’29. E anche  quelli, in elegante contrasto  con i “giornalisti da vomito” come Santoro definì i candidati dell’allora opposizione, che vanno sui luoghi del sisma purché al seguito delle madonne in visita pastorale , quelli che sotto i ponti si preoccupano di salvaguardare le imprese leader del sistema Italia, quelli che solo oggi si scoprono antifascisti  dopo anni di compunto apprezzamento per i doppiopetti sopra l’orbace e la grande pacificazione. E pure quelli che   continuano a bersi e propinarci le leggende  – purché lontane, antiche e ben confezionate  – di gole profonde, Pentagon Papers, giornalismo investigativo, che qui le inchieste perlopiù si fanno a indagini giudiziarie avviate, grazie al passaggio amichevole di conversazioni intercettate, che perfino Carminati e Buzzi hanno avuto la facoltà di sorprenderli.

E dunque sfidando quelli che vogliono che si scelga assolutamente da che parte stare in modo che ci si debba arruolare forzatamente, con il compito rotary del riformismo contro il plebeo cocuzzaro populista, quelli che penalizzano apostrofandolo di squadrista chi è recalcitrante  a rimpiangere il recente passato,  quelli che reclamano trasparenza, imparzialità e indipendenza officiate tanto per dire da Corriere della Sera (padroni diretti o per interposto Consiglio d’Amministrazione prima della scalata di Cairo: Fiat, Italcementi, Unicredit, Italmobiliare, Mediobianca, Telecom, Pirelli, Generali, Tod’s, Lucchini, Merloni, Intesa San Paolo, da  Repubblica, Gruppo l’Espresso (padroni De Benedetti, Luxottica, Piaggio, Indesit, Moratti),   il Giornale (Berlusconi),  il Messaggero, Il Mattino, Il Gazzettino(Caltagirone, Monte dei Paschi, Generali),  il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno ( Poligrafici Editoriali, Telecom, Generali, Gemina,Ligresti), il Sole-24 ore (Confindustria e, nello specifico, Sarasa, Bnl, FIGC, Tod’sd, Safilo, Mediolanum, Mediobanca), voglio dire che pur non riponendo fiducia in un governo scelto perché non era stato ancora provato e nei suoi pifferai, sono sicura che Di Maio non istituirà il Ministero della Verità.

Perché ci avevano già pensato prima di lui.. e non lo mollano.

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Attaccati alla mazza

la_repubblica-2018-10-01-5bb16a8ba9868Negli ultimi quindici anni, grazie all’euro e alle cure neoliberiste di Bruxelles, scrupolosamente adottate dai governi che si sono susseguiti, una gran parte degli italiani ha visto aumentare i propri salari, diminuire le ore di lavoro, attenuarsi la precarietà, scendere la tassazione, rafforzarsi i diritti  e salire di qualità i servizi in primo luogo  la sanità e la scuola. Così adesso c’è molto più tempo libero da vivere serenamente, senza l’assillo incombente della ricerca di un’occupazione o la paura di licenziamenti e questo ha portato milioni di italiani sui campi da golf, una volta riservati ai benestanti con erre moscia e banconota arrotolata. Dev’essere  per questo che il Quog, il quotidiano unito globalista formato da Repubblica e la_stampa-2018-10-01-5bb1b3af5800dStampa ha pubblicato in prima pagina e con grande rilievo (cliccare sulle immagini per vedere meglio) la notizia della vittoria della squadra europea alla tradizionale Ryder Cup, lanciando straordinari peana non solo al capitano della squadra, il torinese  Molinari, ma trovandone un facile e peraltro miserabile spunto per mostrare quali sono gli straordinari vantaggi dell’Europa unita.

Prima di ieri le vittorie alla Ryder Cup, che si svolge ogni due anni, meritavano  articoli solo nelle pagine sportive e al massimo un trafiletto in prima, ma questa volta l’oligarchia europea è così allarmata, così sconcertata dalla sconfitta patita in Italia e così a corto sia di argomenti, sia di simbolismi freschi e non inesorabilmente scaduti, che l’ informazione di rifermento ha ritenuto cosa buona e giusta fare del qualunquismo sconcertante e grossolano presentando una vittoria sportiva come simbolo e modello per tutto il resto. Non c’è altra spiegazione di questa orgia encomiastica perché vedete è dal 1979 quando ancora c’era solo il Mec che alla Ryder Cup partecipa una squadra europea la quale in 20 edizioni, ha vinto 11 volte contro le 8 degli Usa (una volta sola è finita in pareggio). Quindi non si tratta affatto di  un successo eccezionale, né maturato nell’ambito di una sempre maggiore integrazione e non si vedono i motivi di tanto giubilo europeista e men che meno quelli per uno sfruttamento provocatorio dell’evento attraverso considerazioni pseudo politiche degne della peggiore tifoseria coatta. Tanto più che in questo caso non esiste un gioco di squadra vero e proprio, ma ogni singolo partecipante fa la sua gara  nell’ambito di gare individuali o al massimo a coppie. E forse solo in questo rassomiglia all’Europa reale e non a quella spacciata dalla comunicazione ed esalata dal Quod.

Però a voler analizzare tutta la faccenda da un’angolazione diversa si potrebbe tranquillamente sostenere che queste vittorie negli sport da ricchi corrispondono alla sempre maggiore disuguaglianza che regna nel continente e che libera nuove leve di nullafacenti disponibili per il green, mentre l’impoverimento generale favorisce l’abbioccamento sociale e intellettuale davanti a “spectacula” di ogni tipo, dunque anche quello di uno sport noioso a giocarlo e irresistibilmente soporifero a guardarlo.  Del resto l’organizzazione stessa di questa coppa a che vedere con il turismo ricco e con l’ozio da cui sono escluse le classi subalterne, con la transumanza continua tra i vari campi di gioco e hotel a sei stelle sparsi per il mondo, organizzata con criteri da tour operator (non a caso chi organizza la squadra europea è la European Tour), per non parlare della vicinanza con speculazione tanto che quel genio di Franceschini propose di riempire la Sicilia di campi da golf per risollevare le sorti dell’isola. Peccato che prima bisognerebbe fare le infrastrutture lasciate marcire da questi europeisti.

Per questo le frasette storiche messe in bocca a Molinari. “trasmetto l’amore per l’Europa” o quelle direttamente pensate ( si fa per dire ovviamente) nelle redazioni tipo “l’Europa unita fa miracoli” non sono altro che un triste e squallido stupidario che dimostrano a quale livello sia giunta la politica o forse dovrei dire l’antropologia editoriale e giornalistica che del resto ha rifulgenti esempi davanti alla tastiera come per esempio quello della Boldrini che dopo l’argento di Elisa Di Francisca a Rio disse che l’atleta aveva portato la bandiera della Ue dalle Marche al podio e che uniti siamo più forti anche contro l’Isis ( che tanto per dire hanno ricenuto finanziamenti anche dall’Europa). Questo tanto per mostrare  quale sia l’insostenibile futilità di questo ambiente e a quale nullismo concettuale si aggrappa. Persino a una mazza quando può travestirlo da carota.


Sciopero dalla stampa

serieAnna Lombroso per il Simplicissimus

Nei giorni scorsi ha suscitato un allarmato dibattito l’anatema con successiva interdizione di un cronista della Stampa specialista in 5Stelle escluso dalla seconda edizione dell’ evento commemorativo di Casaleggio.

Apriti cielo. La corporazione compatta, più impegnata nell’esercizio di tutela del diritto di presenza vezzeggiata in poltrone in prima fila,  più di licenza per giudizi, pregiudizi e propaganda che nel dovere di informare,  è insorta per l’indegno attentato censorio alla libertà di stampa, che ha negato, al pubblico degli appassionati lettori del quotidiano della città che ha eletto la Appendino, le interpretazioni della weltanschauung grillina, a cura di un esperto della materia, incaricatosi già da  qualche anno di decodificare messaggi, azioni, slogan, vizi e patologie delle personalità di spicco del movimento.  E in ragione di ciò richiesto e coccolato da talkshow che finalmente si sono accorti di lui malgrado fosse  stato l’autore di un irrinunciabile ebook intitolato Un uomo solo al comando, excursus sul primo anno del renzismo, e avesse ricoperto la delicata mansione di inviato al seguito di Napolitano, invece osteggiato dal Movimento cui si è dedicato con la passione di un entomologo che vuol dimostrare che tutti gli insetti a cominciare dai grilli, sono dannosi per l’uomo.

Non stupisce certo l’alzata di scudi dei colleghi, che dismessa la combattiva riprovazione alla celebrazione ci sono stati eccome,  sorprende invece l’impegno con il quale gli organizzatori della kermesse hanno motivato il divieto di accesso del reprobo a un   che solo grazie a ciò ha riscosso un certo interesse, l’affaccendarsi in fantasiose giustificazioni di carattere burocratico tra accrediti farlocchi, badge taroccati, eccesso di affluenza con posti in piedi e così via.

E dire che qualcosa di analogo è successo – e dovrebbe insegnare qualcosa – ai tempi dell’ascesa della Lega trattata con schizzinosa sufficienza, coi militanti sbertucciati in qualità di cornuti adoratori di Wotan e consumatori di mefitiche acque del dio Po, derisi per  inflessioni vernacolari deprecate quanto certi attuali zoppicanti congiuntivi, e “capisaldi “  e ideali derubricati a arcaico poujadismo quando non a rozzo folclore.

Quando  invece la superciliosa e sbrigativa “liquidazione” del fenomeno da parte della stampa fu molto probabilmente uno degli ingredienti del suo successo, almeno fino a quando si verificò l’agnizione, la rivelazione della qualità merceologica e commerciale  del prodotto. E tutti  allora a correre dietro al latrare dissennato  del Bossi, ai versacci indegni di  Borghezio, alle sentenze dei loro improbabili teorici e pensatori, fino  alla legittimazione dell’alta politica invidiosa del loro radicamento culminata nella proverbiale esternazione dalemiana: la Lega è una costola della sinistra.

Insomma i 5Stelle farebbero bene a tenersi caro lo sfavore dell’informazione ufficiale, perché  più si sta lontani dagli apologeti del regime  e più si conquista il consenso della gente comune, ancora utile sia pure in vigenza di sistemi elettorali che incrementano distacco ostile dalle istituzioni e spezzano il patto di fiducia che dovrebbe legare cittadini, stato e organi di rappresentanza.

Eh si ormai dovrebbe essere motivo di orgoglio l’ostilità e la censura  da parte di giornaloni e telegiornaloni, quella della compagnia di giro dei talkshw e degli opinionisti sempre in fervente acquiescenza ai piedi dell’impero nella veste di zelanti propagatori di dati manomessi, statistiche manipolate,  analisi taroccate , edificanti agiografi di cialtroni, delinquenti riconosciuti e criminali. E maestri di omissione prudente, occhiuta somministrazione grata e riconoscente di porzioni di realtà concessa loro dai padroni quando li ammettono agli arcana imperii.

Con realistica più che profetica intuizione in un film di James Bond la Spectre  diventava un nework televisivo globale. Non occorre essere dietristi per immaginare i burattinai della vera Spectre contemporanea mentre preparano le puntate dello show bellico  necessario a salvare i bambini Siriani e le nostre vegliarde democrazie dal pericolo comunista, dopo che le troupe hanno confezionato negli anni i loro  tragici reality, spesso senza nemmeno bisogno di visitare le location che ci hanno pensato quelli degli effetti speciali. Bastava tirar su negli studios di LA una quinta di cartapesta, liberare un po’ di fumo farlocco e ecco nell’ordine le spedizioni umanitarie condotte in nostro nome e con la nostra collaborazione in Corea, Guatemala, Indonesia, Cuba, Congo, Vietnam, Cambogia, Iran,  El Salvador, Nicaragua, Grenada, Libia, Panama, Bosnia, Sudan. Serbia, Afghanistan, Iraq, Haiti, Siria … e forse ho dimenticato qualche teatro di posa, qualche scenario commentato a reti unificate da inviati barricati in hotel, da arditi analisti strategici in sala da pranzo tra buffet e controbuffet, mentre le bombe, lontano da media retrocessi a uffici stampa delle major, cadevano, ultimamente sganciate da droni per rendere ancora più completo  l’effetto virtuale e dunque impersonale di un delitto commesso pigiando un tasto.

Eh si c’è  da essere fieri di non voler spartire le verità e la realtà dei media. Non accontentarsi della manifestazione di civiltà come tratteggiata ieri da Blair e domani da uno qualunque dei fantocci che ne rivendicano l’eredità morale: abbiamo esagerato in Iraq, ma siamo così superiori che si sa, la nostra stampa lo può denunciare liberamente e noi lo ammettiamo.

Non cè da aspettarsi nulla di diverso dai resocontisti degli effetti del gas nervino, dai miserere sulle vittime di Assad, da parte di giornalisti preoccupati di far mantenere in vita  un establishment e i suoi governi per i malaffari correnti e le loro guerre, quelle cui collaborano da solerti inservienti contro paesi che voglio continuare a derubare di risorse, sovranità e speranze, e quelle in patria condotte con le stesse finalità.

 


Attente all’uomo nero

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A leggere l’Istat sull’occupazione, l’unico riferimento a alto valore scientifico che viene in mente è a Trilussa e alla constatazione che di quel pollo a noi non viene servita nemmeno la carcassa e neppure il profumino domestico  di arrosto della domenica. Guardo con lo stesso sospetto allo scontro tra statistiche in corso con le povere donne ridotte a polli tra chi sostiene che la più alta percentuale di violenze contro le donne sia da attribuire ai barbari che ci hanno invaso e alle loro tradizioni  e ai loro costumi patriarcali arretrati e maschilisti incompatibili con la nostra cultura e la nostra democrazia, e quelli invece che dicono che la maggioranza – prima gli italiani? – va riconosciuta ai nostri concittadini, spesso coniugi o famigliari o amici, si fa per dire, delle vittime, che l’appartenenza a una civiltà superiore non esime dal macchiarsi dei più sordidi e infami delitti.

Ormai i contesti nei quali viene messo in scena lo scontro tra civiltà sono i più svariati e altrettanto eterogeneo è il fronte dei difensori delle nostre libertà.

Tanto che la stampa di destra solitamente ben schierata sui capisaldi di “tutte puttane salvo mia mamma e mia sorella”, di “vestita così se l’è voluta”, di – nel caso di stampa padana – “la piasa la tasa e la staga in casa”, si improvvisa paladina di diritti che un tempo, prima delle incursioni, considerava licenze pericolose: uscire di  sera in minigonna, non indossare opportuni jeans deterrenti e protettivi, avere atteggiamenti disinibiti, tenere comportamenti liberi allora considerati alla stregua di immorali provocazioni e preliminari a sconce promiscuità. Tanto da deludere il “mediatore culturale” prendendo le distanze dalla sua spericolata teoria “si resistono un po’ all’inizio, ma poi gli piace” che fino a ieri faceva parte del loro bagaglio antropologico  così da giustificare con dotti accorgimenti giuridici – quel vis grata puellae – fino a autorizzarle, certe “insistenze” e forzature  praticate  per far superare civettuoli pudori, magari a suon di sberle e pugni.  E tanto da volerci persuadere che quello che doveva essere accettabile se consumato in casa e da italiani, così ben descritto tanti anni da  Simone de Beauvoir:  l’imbarazzo di sentirsi prede, oggetto di desiderio, esposte a  aggressioni verbali e non solo se si passa davanti a un caffè dove bivaccano conterranei sfaccendati suscettibili di trasformarsi in branco, non deve essere tollerata e punito con inusuale severità se quella innegabile violenza è esercitata da un “mucchio selvaggio” di ospiti indesiderati accampati ai giardinetti e per strada senza altro destino che rifiuto e trasgressione per via della loro preventiva condanna all’irregolarità.

E ti pareva che non facesse breccia la beneducata xenofobia alla Serracchiani che pretende che gli ospiti, non voluti e mal sopportati in qualità di forestieri che puzzano già dal primo giorno proprio come  i nostri immigrati allo sbarco in America, mutuino e facciamo propri solo i comportamenti virtuosi, a cominciare da ubbidienza e conformismo, lasciando a noi indigeni vizi, illegalità, aggiramento di regole, prepotenza, sessismo e ovviamente razzismo, carattere riconosciuto e autorizzato come monopolio esclusivo di civiltà minacciate.

Come se l’acre sudore del forestiero offenda più l’olfatto del dopobarba  dell’uomo che non deve chiedere mai, come se le mani che stringono alla gola o affibbiamo uno schiaffone facciano più male se sono nere, come se la donna oltraggiata sia obbligata a fare una graduatoria dello sfregio: in cima la belva venuta da fuori, peggio, molto peggio dell’amico di famiglia, del fidanzato, del ragazzotto incrociato al pub. E come se, per tornare alle statistiche, non siano esaurienti quelle che danno conto delle denunce, troppo poche, il 7 % dei delitti commessi, a segnalare che permane la vergogna del danno subito, la paura delle ritorsioni, l’incertezza della pena, il calvario degli accertamenti ancora più dolorosi e irrispettosi e difficili se il carnefice è un insospettabile, un cittadino perbene, un gruppo di ragazzi esuberanti difesi dalla cerchia familiare, mamme comprese. E se la testimone che ha premesso l’arresto del branco di Rimini è passata alle cronache non come vittima, non come persona collaborative e coraggiosa, ma come trans, prostituta per di più peruviana.

Mussolini aveva proibito la cronaca nera che a suo dire infondeva paura, insicurezza e sfiducia. Il fascismo di oggi, in assenza di delitti estivi truculenti, di una circe o di due complici diventati nemici – se si esclude qualche tandem di governo – riempie le prime pagine con la combinazione esplosiva di violenze e immigrazione, stupri e deplorevole tolleranza dell’invasore, sospetto e culto della superiorità occidentale, perché le nuove esigenze dell’impero esigono intimidazione anche ideale e virtuale, ricatto e costrizione senza nemmeno proporre una illusione, senza nemmeno annunciare un “meglio”, senza nemmeno svendere un sogno neppure quello dei consumi e dell’accesso al lusso, salvo quello di un ordine pubblico, di un decoro capace di occultare malessere e miseria, perché oggi ancora più di allora il più efficace sistema di controllo sociale è la paura a cominciare da quella dell’uomo nero, tremenda per un popolo che si vuole soggetto e infantile.

E infatti il diritto a godere le libertà che meritiamo per via dell’appartenenza a un contesto civile e moderno sempre di più si limita all’apericena, alla rimozione di fastidiosi accattoni, al concertone in piazza protetto dalle fioriere, alle gite scolastiche coi gemellaggi per socializzare in un’Europa che pratica isolamento e rifiuto.  Mentre intanto si cancellano quelli all’istruzione – che è il più potente deterrente in grado di contrastare violenza e rancore e disperazione, insieme al lavoro, all’assistenza, alla tutela del territorio e dei beni comuni, alla casa. E pure a quello di essere informati e dunque liberi di capire e scegliere e decidere cosa pensare e come agire di conseguenza, se non siamo nemmeno più autorizzati a urlare contro la violenza e lo stupro sempre e comunque, senza graduatorie e senza distinguo come dovrebbe accadere se libertà, uguaglianza, giustizia, solidarietà non  fossero parole vuote confinate nel vocabolario della “retorica”.

 

 


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