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La lezione irlandese

bandiera-irlanda-del-nord-libera-unificazione-nazionalisti-bobby-sands-murales-2Dopo le elezioni di qualche giorno fa, l’Irlanda è divenuta pressoché ingovernabile: la discesa verticale dei due partiti che dal 2011 avevano gestito l’austerità e il massacro sociale (catto conservatori e laburisti) che hanno versato un’obolo di quasi il 22% in meno mentre la crescita tumultuosa del Sinn Fein e della galassia di sinistra con forti posizioni critiche sull’Europa non è  ancora sufficiente a cambiare decisamente di segno la politica del Paese, anche ammesso che venisse consentito loro di farlo. L’unica possibilità è al momento un alleanza tra i due partiti conservatori, il Fianna Fail, dimezzato nella precedente tornata elettorale e scorse elezioni e il Fine Gael, fucilato dagli elettori la settima scorsa, sebbene le due formazioni siano profondamente divise sul piano storico.

L’Irlanda è ancor più piccola della Grecia, anzi è la metà e perciò questo risultato potrebbe essere considerato quanto mai marginale e privo di significato generale se non fosse per il fatto che negli due anni l’Irlanda è stata additata dai fedeli del liberismo come l’anti Grecia, come esempio di un Paese che dopo essersi piegato ai dettami della troika era finalmente riuscito a uscir fuori dalla crisi e far registrare aumenti record del prodotto interno lordo  giunto al 6% nel 2015 dopo un +4% abbondante l’anno precedente. Invito i lettori a digitare su Google ” Pil irlandese e greco” per rendersi conto della marea di idiozie che sono state scritte sul tema da parte dei  cretini di regime e da quelli che fingono di non essere né l’uno, né l’altro.

Comunque sia, è chiaro che il risultato elettorale è in apocalittico contrasto con i veri o presunti dati economici e svelano di che lacrime grondi la statistica e l’apologetica del liberismo. Intanto i numeri dell’occupazione, oltre a non tenere conto delle cadute salariali e della sempre maggiore modestia del lavoro offerto, include solo gli iscritti alle liste di disoccupazione e conteggia attività del tutto episodiche, dunque significa ben poco ed è manipolabile a piacere. Per il Pil, misura sempre meno significativa e aperta ad ogni più stravagante correzione, si può fare un ragionamento analogo: poiché buona parte di esso è dovuto alle attività delle multinazionali nordamericane che sfruttano le basse tassazioni irlandesi per invadere il mercato europeo e pretendono salari sempre più bassi, buona parte dei profitti relativi a quel pil va altrove. e questo in presenza di un aumento di tassazione per i cittadini e di una drammatica caduta dello stato sociale. Quindi all’aumento dei numeri dell’economia non corrisponde affatto un miglioramento delle condizioni reali.

Se l’Irlanda può essere esempio di qualcosa è semmai proprio quello uno iato quasi incolmabile fra narrazione economica e realtà,  un tratto comune a tutto l’occidente oligarchico e strumento principale per tenere in piedi in qualche modo il disegno di riduzione della democrazia, illudendo l’uomo della strada che la crisi non è consustanziale alla struttura economica del capitalismo finanziario, ma un fatto passeggero e che occorre solo rimboccarsi un po’ le maniche per tornare ai livelli precedenti.

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