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Calabresi defenestrato

220px-Mario_Calabresi_Giorgio_NapolitanoSe si va su google e si digita Calabresi defenestrato da Repubblica, dopo una prima sventagliata di news sul fattaccio editoriale, il campo viene totalmente preso dal caso Calabresi e dalla caduta di Pinelli dalle finestre della questura di Milano, un altro di quei casi italiani rimasti in sospeso nonostante condanne e assoluzioni e finito grazie a Paolo VI persino con un processo di beatificazione tanto per mettere bene in chiaro che la chiesa non ha nulla a che spartire con il marchio che vende.  Questo per sottolineare attraverso gli strumenti della contemporaneità che Mario Calabresi, prodotto in un certo senso sia del beato commissario che del maledetto anarchico, si è aggirato nel giornalismo grazie a quest’aura simbolica che gli ha fruttato miriadi di premi e premiucci e di precoci carriere nelle redazioni a fronte praticamente di nulla: nasce da una storia memorabile per praticare un grigiore immemorabile. Anche la sua chiamata alla direzione di Repubblica, dopo aver dato opaca prova di sé alla Stampa come garante dello scippo americano della Fiat, aveva proprio lo scopo di segnalare il passaggio definitivo del quotidiano nell’area dell’establishment renzista e piddino, senza più gli infingimenti o le cautele sinistresi di prima.

Non senza qualche resistenza: persino il padre nobile del giornale, Eugenio Scalfari alla notizia della scelta dell’editore, minacciò lo sciopero del suo editoriale, come se si fosse trattato ( e lo era) di un affronto personale visto che era stato proprio L’Espresso, altra creatura scalfariana, a pubblicare il famoso appello per la destituzione di Calabresi. firmato praticamente da tutta l’intellighenzia italiana. Un appello che da anni viene scioccamente demonizzato, come se avesse armato la mano dell’assassino del commissario, come indebito sgarbo al potere, ma che al contrario si prefiggeva di spezzare la catena dell’odio causata dalle troppe verità negate e dalle troppe verità di comodo che adesso sappiamo erano frutto di depistaggi. Ad ogni modo la scelta era come il rinnegare una storia giornalistica lunga mezzo secolo. Una trasformazione che non sembra abbia avuto i risultati sperati: in un giornale dove i direttori durano vent’anni essere mandati via dopo appena tre significa essere stati di gran lunga impari al compito. Certo Calabresi in redazione si faceva vedere poco a causa degli impegni mondani che meglio soddisfavano l’inesauribile vanità di chi vive di rendita, lasciando che fossero i giornalisti di macchina a fare il quotidiano sulla scia delle sue indicazioni, peraltro criticate quotidianamente, ma è intervenuto come un elefante in una delicata cristalleria con le false notizie sulla Siria, con la cacciata di Odifreddi e con una catastrofica riforma grafica che fa sembrare Repubblica uno slavato bollettino parrocchiale, tutte cose che hanno contribuito al calo delle vendite, quasi ovvio ormai nella carta stampata, ma sostanzialmente favorito dalla cancellazione della “diversità” di Repubblica vera o falsa che fosse. Quello che l’ex direttore ha scritto su Twitter dopo aver saputo del licenziamento ovvero di essere orgoglioso “di lasciare un giornale che ha ritrovato un’identità e ha un’idea chiara del mondo”, è esattamente la ragione per la quale è stato non gentilmente invitato ad andarsene: quella visione era fin troppo chiara, così improvvidamente scoperta che il giornale era ormai primo sacerdote dell’ortodossia mainstream in tutta la sua ritualità ipnotica e la sua povertà intellettuale.

Certo la defenestrazione improvvisa è stata come un colpo di fulmine a ciel sereno per Mario Calabresi che probabilmente si riteneva al sicuro grazie alla sua figura simbolica e ai beati in Paradiso: per questo non ha ritenuto di dover dare importanza all’insoddisfazione che l’editore aveva pubblicamente espresso in Tv rappresentandolo come un Don Abbondio, quasi che si aspettasse di aver assunto il figlio del Griso. Non basta certo la medaglia di cartone di aver dimezzato la percentuale di perdite per rimanere in sella dal momento che questo è un processo ovvio man mano che la platea dei lettori diminuisce, anzi matematico e dunque di nessun valore. Ad ogni modo il licenziamento è segno che qualcosa va cambiando anche rispetto ad appena tre anni fa: evidentemente la rotta di collisione con il populismo, in quanto antagonista dell’establishment, non ha pagato, anche perché condotto in maniera saccente. querula  e altrettanto populista. E poi quel potere tracotante ma domestico che portò alla glorificazione del commissario Calabresi e della sua caccia alle streghe, movente principale del suo assassinio più ancora della vicenda Pinelli, è ormai un ricordo. Il figlio non ha capito che stava collaborando attivamente ad affossarlo e con esso anche le ragioni della sua ascesa. Tutto si tiene.

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La caduta delle Repubbliche

415218-thumb-full-720-cernoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Qualcuno, malizioso, ha insinuato sospetti  sulla credibilità dei giornalisti di Repubblica folgorati dalla  inattesa rivelazione che il loro non era un editore puro, ma un imprenditore spregiudicato che coltivata relazioni opache con decisori funzionali ai suoi profitti.

Così non ha creduto alla loro ferma presa di distanza, un po’tardiva magari, ma certamente sincera. Invece ieri abbiamo avuto la conferma che si tratta di professionisti indipendenti che rivendicano nei documenti e negli atti la loro autonomia dal padrone: mentre De Benedetti ha fatto sapere che considera Renzi e il partito del quale è stato il primo e prestigioso tesserato, un investimento sbagliato, un leader ormai bollito e un brand decotto, ecco che il co-direttore chiamato dall’Espresso a risollevare le sorti dell’autorevole quotidiano,  rende  palese a scopo dimostrative  la sua scapigliata inclinazione alla disubbidienza costruttiva candidandosi col Pd.

Motiva la sua scelta con la volontà di trasferire dal giornale al Parlamento la battaglia per la difesa dei diritti, ad esclusione, si direbbe di quello alla salute dei cittadini esposti all’amianto e pure a conflitti di interesse che drogano la democrazia, la libera concorrenza e anche la libera informazione.

Gli va dato atto che per realizzare il suo insano proposito avrebbe dato le dimissioni da co-direttore. Ma resta un interrogativo a proposito della discesa in politica di soggetti anche apprezzabili che a differenza delle abitudini presenti nella nostra autobiografi nazionale, decidono di salire entusiasticamente sul carro dei perdenti: a cominciare dalla elezione a senatore del padre fondatore i giornalisti  prestati alla politica aderivano sia pure con aristocratico distacco a formazioni in ascesa, al culmine se non di consenso almeno di popolarità. Mentre il Cerno offre in giocondo olocausto  la sua faccia e il suo nome a  un organismo in stato di avanzata putrefazione, da qualche tempo diagnosticata perfino dal suo giornale,  perfino dal suo direttore che ha dedicato uno dei suoi rari editoriali diventato topico, al tramonto , meritata, del bullo e della sua leggenda.

Non è la prima volta che per interpretare i fenomeni del consenso e della fidelizzazione a l Pd servirebbe più che il sociologo lo psichiatra. E per comprendere lo strano fenomeno che da una parte conduce persone in vista a scegliere una volontaria eclissi e il sacrificio rituale della propria reputazione per finire tra i ranghi vituperati dei peones. E dall’altra la voluttà che mostrano alcuni di partecipare in prima persona alla catastrofe, non solo come spettatori, come invece fanno tanti che aspettano la catartica salvezza guadagnata tramite il suicidio del capitalismo, il regicidio della cattiva politica, il naturale epilogo dei giornaloni destinati a incartare le scarpe da risuolare, a meno che anche per quello non vengano imposti opportuni sacchetti biodegradabiili.

Sembra un episodio marginale questo, invece è una allegoria forte dell’agonia accelerata che accomuna politica e informazione, costretti a stringere sempre di più vincoli difensivi per contrastare  l’egemonia della contro la molesta comunicazione – disordinata  plebea volgare ignorante populista – della rete.

Ancora una volta  gli addetti ai lavori si sono fatti sorprendere, come succede con le crisi, le epidemie senza vaccini, le alluvioni prodotte dal preventivabile dissesto idrogeologico, i morti sotto le case prove di requisiti antisismici, e così via, non avevano messo in conto   che la gente, anche i più affezionati alla stampa di partito, Repubblica compresa, vuole dati  e non le sussiegose e superciliose opinioni di una cerchia autoreferenziale che ha dimenticato non solo i principi enunciati da Brecht «Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata; l’arte di renderla maneggevole come un’arma; l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi”, ma perfino le cinque regolette ripetute stancamente i ogni prodotto hollywoodiano  e quindi anche da noi, che ci siamo fatti colonizzare anche la immaginazione. Tanto che a fronte dell’accettazione e addirittura del gradimento di censure e stampa comprata e venduta dii continuiamo a beare delle gesta – purché lontane, antiche e ben confezionate  – di gole profonde, Pentagon Papers, giornalismo investigativo. Proprio quello che da noi non si pratica, preferendo veline e intercettazioni passate sottobanco, somministrate dagli attori della contesa per bande, carriere dinastiche tramandate per li rami a beneficio delle fucine privilegiate dei master prestigiosi per acchiappacitrulli, la riduzione in schiavitù precaria di potenziali talenti, la pubblicazione oculata e selezionata di quello che gli arcana imperii vogliono rendere noto in cambio dell’ammissione alle loro stanze e in cambio di miserabili benefici.

Chi ha rinunciato alla preghiera laica del mattino, chi ha scelto di cercare e anche di contribuire alla verità altrove non si stupisce: da tempo eravamo passati da diritto di cronaca  a delitto di cronaca.

 


Il rottamato

renzi-berlusconi-patto-del-nazareno-575496La vecchia politica potrebbe prodursi nel maggior miracolo degli ultimi mille anni, oscurando i presunti prodigi di Lourdes, Fatima e Medjugorje messi insieme: quello di far provare un minimo di simpatia per Renzi, oggi vittima sacrificale di un sistema che lo aveva messo sugli altari. La sola possibilità che i Cinque Stelle possano in qualche modo spuntarla nel torneo elettorale getta in tale sconforto i partiti e partitini che si ritengono assunti a tempo indeterminato dalla mangiatoia Italia, da indurli a rottamare  il personaggio catalizzatore di tutto il malumore e la rabbia del Paese. Che il guappo di Rignano fosse stato abbandonato dalla stessa classe padrona che lo aveva portato sugli altari, è apparso chiaro fin dalla sconfitta al referendum costituzionale, ma in queste ultime settimane prima del voto la ripulsa assume aspetti paradossali e grotteschi, mentre nello stesso tempo svela tutta l’artificialità della “democratura” italiana.

Dopo essere stato scaricato alcuni giorni fa da Marchionne cui ha fatto tanti favori e poi da De Benedetti, tessera numero uno del Pd e probabilmente testa pensante della nascita del partito dietro lo schermo offerto da Veltroni, è il turno di Berlusconi di sostenere di essere stato deluso da Renzi: “è stato una promessa in cui molti hanno sperato, a partire dal sottoscritto, che poi però non si è concretizzata”. Sembra niente, è invece questa presa di distanza costituisce una sorta di confessione pubblica del Paese politico: come è possibile che in Renzi sperasse sia la sinistra (si fa per dire ovviamente) rappresentata dal Pd e persino da Sel (oggi scomparsa), sia la destra berlusconiana, sia il capo reale del padronato italiano? Come è possibile questa polivalenza  e questa ambiguità di rappresentanza politica? Semplicemente per il fatto che il rottamatore leopoldesco era nient’altro che una faccia nuova sbattuta in prima pagina per simulare una qualche discontinuità e nello stesso tempo continuare in serena tranquillità con lo scasso dei diritti del lavoro e la svendita di sovranità.

E di certo viste le circostanze che lo hanno portato alla guida del Pd,  dette e ridette in decine di post su questo blog, fanno pensare che la scelta del “palo” neoliberista non sia stata solo un affare interno, ma sia passata attraverso l’imprimatur dei poteri reali, da quelli finanziari ed europei fino alla cresima officiata niente meno che da Tony Blair in un ristorante fiorentino. Si doveva cambiare dopo la stagione montiana e quella dello scialbissimo Letta, ma senza rischiare che davvero qualcosa mutasse davvero. Purtroppo il guappo, irresistibilmente trasportato dalla sua natura ha interpretato l’investitura come uno scambio tra la sua assoluta fedeltà ai diktat europeo – finanziari e la mano libera per lui e la sua banda dentro le opcacità interne del sistema Italia, come direbbero gli ex cortigiani degli Agnelli: l’affare delle banche insegna, ma avrebbero potuto essere didattiche anche le “prodezze” in fatto di spesa compiute durante il mandato come presidente della provincia e di primo cittadino di Firenze o ancora con i comportamenti da padroncino delle ferriere nei confronti dei precarissimi dipendenti al tempo delle aziendine di strillonaggio messe in piedi da babbo Tiziano.

Tutto questo groviglio della peggiore Italia periferica si è rivelato qualche mese fa quando invece di cospargersi il capo di cenere e di liberarsi del suo cerchio magico composto da incompetenti assoluti e maneggioni di ogni tipo, Renzi pur di salvare l’altra metà del cielo piddino, ovvero Maria Elena Boschi, ha trascinato il partito nell’operazione suicida di mettere sotto accusa gli organi di vigilanza Banca d’Italia e Consob per la vicenda di Banca Etruria. Tuttavia non è con il tramonto di Renzi e della sua banda che tutto si sia risolto,  questo è solo ciò che ci vogliono far credere abbattendo la statuetta votiva che avevano eretto al guappo: tutto continua esattamente come prima, anche senza le grida e gli schiamazzi di un ceto dirigente improvvisato e preda di etilismo da potere, rovesciatosi  nei salotti buoni dell’establishment. Le facce nuove e fresche messe a capo di un disegno vecchio e insolente, voluto dagli inesistenti mercati, non si sono rivelate all’altezza: hanno trasformato l’immediatezza in tracotanza, la rottamazione in affari familiari, il nuovo in una presa in giro oltre che in una vuotaggine espressiva, i presunti progetti in caos ruspante e truffaldino. Ma questo pericolo era insito in un’operazione che di politico non aveva nulla, che era solo lo spettacolo della democrazia offerto agli astanti, ma senza idee  e programmi che non fossero scritti dagli amanuensi del neoliberismo. Che poi i protagonisti superficialmente scritturati per questa farsa drammatica non conoscessero proprio bene l’ortografia della subalternità politica e non l’abbiano imparata nemmeno dopo adesso sembra quasi un incidente, qualcosa persino di perdonabile: sono gli impresari di questo spettacolo che andrebbero cancellati.

 


Stampa-Repubblica, il polo per polli

pollettiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Adesso possiamo stare tranquilli. A vigilare sulla libera editoria, al servizio di una crescita civile del Paese, ci pensa il polo del futuro, confezionato per i polli di oggi, i pochi che continuano a sentirsi rassicurati della veridicità delle notizie che hanno letto sul giornale, siano quelle sui pericoli derivanti dalla ondate fanatiche di terroristi nascosti sotto le vesti stracciate dei profughi, che quelle incoraggianti per il loro cauto ottimismo sulla “ripresina”. Oggi è stato dato il lieto annuncio della costituzione delle nozze, un vero matrimonio, mica un succedaneo di fatto, tra il gruppo di De Benedetti e la Stampa. Mancava questa ufficializzazione per chiudere il cerchio dell’egemonia dei monopoli, sociali, politici, culturali, informativi: adesso abbiamo un partito unico, una televisione unica, un quotidiano unico., al prezzo di due. Resta fuori quello un tempo più autorevole, scaricato come un ingombro, dopo plurimi salvataggi, perché, a detta dei due sposini, avrebbe finalmente raggiunto una certa autonomia, che significa la condanna a una lenta e inesorabile agonia, con gli oli santi di Mediobanca, le elemosine dello scarparo mecenate, gli oboli di Cairo, Unicredit e Intesa, che i gioielli se li sono già impegnati tutti, dal palazzone di via Solferino,  ai libri e resta solo il Corriere sempre più smunto, sempre più espropriato della sua autorità morale, e la Gazzetta dello Sport.

Tutta l’operazione e oggi le firme in calce che ne concludono l’iter iniziato da tempo, confermato dai trasferimenti automatici di direttori incaricati di anticiparne simbolicamente il coronamento, nulla ha a che fare con l’informazione, l’attività di servizio che le compete, i suoi doveri, i suoi diritti, la deontologia. E nemmeno più, paradossalmente, le funzioni di fiancheggiamento a governi vigenti, perché sono proprio l’assetto, la natura e al qualità, così come obiettivi aziendali dei soci  a dirci che i padroni di riferimento non sono certo quelli nazionali, che certamente il giornale unico assolverà il suo compito di costituirsi come incensurabile agenzia Stefani, come cinghia di trasmissione, ma per accertata ubbidienza a quella cupola globale,   “cupola” planetaria, fatta di grandi patrimoni, di alti dirigenti del sistema finanziario, di politici che intrecciano patti opachi con i proprietari terrieri dei paesi emergenti,, insomma quella classe capitalistica transnazionale che domina il mondo e è cresciuta in paesi che si affacciano sullo scenario planetario grazie all’entità numerica e al patrimonio controllato e che rappresenta   decine di trilioni di dollari e di euro che per almeno l’80% sono costituiti dai nostri risparmi dei lavoratori, gestiti a totale discrezione dai dirigenti dei vari fondi, dalle compagnie di assicurazioni o altri organismi affini. E servita da  quelli che qualcuno ha chiamato i capitalisti per procura, poteri forti per la facoltà che hanno di decidere le strategie di investimento, i piani di sviluppo, le linee di produzione anche di quel che resta dell’economia reale, secondo i comandi di una cerchia ristretta e avida, banche, imprese, investitori e speculatori più o meno istituzionali. E nella quale hanno perso vigore i grandi tycoon dell’informazione tradizionale, che non hanno saputo contrastare i nuovi mezzi, i nuovi strumenti, i nuovi ripetitori e tantomeno cavalcarne l’onda.

E cosa volete che importi di Renzi, ma soprattutto dell’informazione, agli efebici appartenenti dell’unica dinastia reale che abbiamo avuto in Italia, con tutti i vizi e la popolarità immeritata delle grandi case regnanti, convertitisi via via da monarchi dispotici in azionariato passivo, incaricato di far bella mostra a matrimoni e rally, famelicamente in attesa dei dividendi marci e avvelenati che gli getta in pasto uno squallido e rapace plenipotenziario. Quello stesso che aveva in odio quelle gemme della corona, i giornali,  salvo l’irrinunciabile bollettino, quell’ house organ, provinciale quanto polveroso, destinato a restare come i cavalli nelle scuderie, i servizi d’oro per i pranzi ufficiali, il Palco al Regio e la squadra di calcio, per finalità rappresentative e simboliche. Che invece a dimostrazione dell’interesse per la comunicazione e per il paese originario della casa madre, Marchionne ha pensato bene di comprarsi l’Economist, con l’auspicio di aggiudicarsi la copertina di uomo dell’anno o di pagarsi qualche servizio pubbliredazionale sulle formidabili performance della Fca.

Anche l’altro socio avrà probabilmente deciso che quel suo capriccio, quella passionaccia per i giornali, erano diventati un passatempo troppo costoso. Che l’eclissi della carta stampata richiede di dismettere hobby destinati a diventare vizi. Se anche lui aveva sperato di trasformare la famiglia in un’altra dinastia concorrente, deve aver capito che morto lui – è probabile che solo al direttore/fondatore di Repubblica spetti l’immortalità o la metamorfosi sacra in onorabile mummia – il suo regno è destinato a disperdersi. Così si dice che l’Espresso sia condannato a mutarsi in supplemento domenica di Repubblica mentre il resto del pacchetto, i beni di famiglia: e i giornali locali della Finegil, 18 testate, i giornali online che contano 2,5 milioni di utenti  al giorno e i mensili: National Geographic Italia, Le Scienze, Mente e cervello, Limes e il bimestrale Micromega, verranno inglobati nella holding, quella che a detta di De Benedetti, rappresenta  ”una novità destinata a aprire grandi prospettive per il mercato”, nella piena garanzia che verranno rispettati  “quei valori di integrità e indipendenza che hanno guidato fino ad oggi le testate del Gruppo”.

Adesso non ci resta che attenderci che il premier ci confermi che si tratta di un nuovo successo dell’amore che guida i nostri atti, non ci resta che guardare al nuovo vincolo come a un segno di pace tra tanti conflitti: il giornale unico è stato creato proprio per combinare allarmi, paure, minacce, con le rassicurazioni che viviamo nel migliore di mondi possibile, a patto di accontentarci della verità che ci somministrano, come un necessario sonnifero.


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