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Terremoto. Dove sono finiti i soldi?

castelluccio-oggiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Immaginate che i droni di un impero feroce abbiano sganciato una pioggia di bombe su una vasta area di un paese, producendo morte e distruzione.

Immaginate che non si tratti di un posto remoto, intoccato dalla superiore civiltà occidentale, ma sia collocato proprio del cuore di una nazione che vanta tradizione e storia millenaria, che costituisca un’eccellenza dell’arte, della creatività e del paesaggio, presente nell’immaginario collettivo come culla di opere immortali e anche del culto di santi nutrito in chiese di straordinaria bellezza.

Immaginate che da quell’infausto evento siano passati più di tre anni e che le strade che conducono a quel teatro di guerra siano ancora invase da macerie, che le case siano là come quinte teatrali a mostrare interni abbandonati in fretta e furia, coi letti disfatti, la tavole ancora apparecchiate, gli armadi spalancati e le cartelle aperte coi libri e i quaderni che perdono i fogli nel vento, con  le rovine spazzate dalla pioggia e coperte di neve.

Immaginate che ipotesi si potrebbero fare per spiegare il delitto e i crimini dell’abbandono di quella terra e dei suoi abitanti sopravvissuti, quelli che non sono scappati a cercare riparo altrove  e vorrebbero riprendere la vita, ma non hanno più le case, non hanno più il lavoro, non ci sono le scuole, le strade,  le fabbriche e le stalle sono distrutte, le bestie morte, alle coltivazioni di luoghi fertili e felici guardano speculatori e profittatori venuti da fuori.

Immaginate che  ci si sia messo anche il silenzio caduto sui delitti, sulle vittime, su chi resiste, e vi sarete fatti un quadro di quello che accade ed è accaduto nel centro Italia del sisma del 2016, dopo le prime   e le successive lacrime di coccodrillo, dopo l’avvicendarsi di misure eccezionali e commissari speciali, dopo i pistolotti tenuti durante le prime visite pastorali delle autorità compunte con le promesse di case, aiuti, presenza solidale e concreta, anche quella del sindaco che pare si sia intascato i quattrini dei sms dei benefattori.

Avreste diritto a  aspettarvi che  la rete sia  piene di denunce e petizioni, le piazze di giovani sdegnati che esigono giustizia e senso di responsabilità,  che in parlamento i rappresentanti eletti ogni giorno presentino interrogazioni e interpellanze, che i profili dei social dichiarino di voler impersonare i bisogni e la collera delle popolazioni colpite.

Niente del genere, invece.

Che la politica si sia ridotta a scontro di tifoserie in superficie e a negoziazioni opache più sotto è ormai evidente, e altrettanto evidente è che l’opinione pubblica segua l’andazzo schierandosi con le fazioni che fingono soltanto come in un teatro dei pupi di prendersi a bastonate e a colpi di spadoni di legno, così chi vorrebbe non stare né con gli uni né con gli altri pretendendo di poter immaginare altro dalle alternative poste della polarizzazione delle posizioni, diventa un molesto brontolone, un fastidioso qualunquista a meno che non decida di farsi arruolare, possibilmente nelle schiere del male minore, quello che vuol farci dimenticare di essere comunque un male.

Anche l’informazione di quello che a tre anni di distanza succede nel Centro Italia colpito non dalle bombe ma dal sisma è diventato merce da propaganda utile alla politica o all’antipolitica che poi ormai coincidono, e a far dire che lo stato imbelle deve essere sostituito dai privati, che le regioni devono avere più autonomia di spesa e investimento, che i comuni devono avere più competenze in materia di decoro o ordine pubblico per contrastare sciacallaggio e corruzione o, al contrario, che devono averne di meno per fare spazio a poteri straordinari.

E anche la mesta aritmetica delle cifre deve prestarsi alla polemica  e infatti solo un giornale storicamente legato alla destra si è preso la briga in chiave antigovernativa – e poco ci vuole a denunciare il susseguirsi criminale di inadeguatezza indifferenza i potenza cattiva volontà malaffare o eccesso di affarismo di tutti i governi alle prese col post terremoto qui, come all’Aquila in Emilia  – e pure per un soffietto al tecnico incaricato di poteri commissariali, di dare qualche numero.

Così dobbiamo solo al Tempo, e un po’ ce ne duole,  l’unica informativa della stampa ufficiale su come si vive, ammesso che possa chiamarsi vita, nel cratere del terremoto che ebbe epicentro ad Accumoli, in provincia di Rieti, colpì Lazio, Umbria, Abruzzo e Marche, e fece oltre 300 morti.

E apprendiamo che in questi tre anni sono stati spesi soltanto 49 milioni (proprio come quelli della Lega)  degli oltre 2 miliardi stanziati, che di 2291 interventi finanziati solo 15 sono stati ultimati. Che una prima ripartizione stimava che 300 milioni per le scuole, 40 milioni per le chiese, 197 milioni per 277 progetti di edilizia pubblica, 100 milioni contro i dissesti idrogeologici. Ma che le macerie che giacciono ancora nelle strade e nei paesi – le amministrazioni locali e regionali non hanno provveduto ai piani di smaltimento –  sarebbero più di 2 milioni e mezzo di tonnellate, che comprendono materiali a rischio, amianto compreso.  Che va riconosciuto al commissario straordinario (il terzo dopo Vasco Errani reduce dal flop emiliano e dopo l’attuale ministra De Micheli che mostra più talento nella costruzione che nella ricostruzione) aver permesso che non tornassero indietro i fondi per l’edilizia sociale che le regioni non erano state in grado di spendere entro la scadenza prevista per l’implementazione dei piani di case residenziali-popolari fissata al 31 dicembre 2018. Adesso, dopo il parere dell’Anac che ha permesso di “ammettere” almeno i progetti approvati, si sarebbe riaperto il tavolo che potrà dare il via agli interventi grazie ai 170 milioni di euro finora inutilizzati.

E se non vi basta potete apprendere da qualche sito di associazioni e organizzazioni locali, non da quello istituzionale della “ricostruzione” soggetto a interventi di aggiornamento,   che Norcia, Preci e tutte le frazioni adiacenti non hanno un ospedale, ma solamente un centro di Primo Soccorso fuori dalle mura, e che c’è una sola ambulanza, che per raggiungere l’ospedale più vicino, quello di Spoleto, deve percorrere 50 km. su strade tortuose. Che per il sindaco di Pieve Torina questo è l’anno peggiore, perchè dopo oltre tre anni la pazienza e le illusioni sono finite: “Abbiamo il 93% degli edifici inagibili, il 100% di quelli pubblici“.

Scoprireste che  malgrado la moria di animali prosperano i ladri di polli, se la Guardia di Finanza ha scoperto gli altarini di una struttura alberghiera della provincia di Macerata che ha incassato 1,5 milioni di euro da Regione Marche e Prefettura di Macerata per l’accoglienza degli sfollati del sisma ma ha inquattato uno  anche per comprare 51 lingotti d’oro prima di dichiarare bancarotta.  Che la piana di Castelluccio fa gola alle multinazionali delle sementi che ci vogliono piantare le loro lenticchie, primi tra tutti i canadesi che hanno gia avviato una proficua infiltrazione commerciale anche in vista della provvidenziale ratifica del Ceta, fortemente voluta dalla ministra Bellanova.

Quello che il Tempo non dice è che il silenzio e l’abbandono non sono casuali, non nascono da cattiva volontà o impotenza o incapacità. Ma da un disegno preciso che assomiglia a quello che ha determinato la espulsione dei residente e delle attività tradizionali, artigianali e commerciali, dai centri storici delle città per far posto al terziario delle banche, degli uffici delle multinazionali, degli shopping mall, degli alberghi e delle foresterie, della residenzialità del lusso.

Tutto congiura nel far sospettare che di questi territori da concedere a catene di coltivazioni e produzioni globalizzate come alle agenzie internazionali, si voglia fare un immenso parco tematico del turismo religioso e della “gastronomia” come piace al norcino di regime buono per tutte le stagioni, tanto che proprio sulla piana di Castelluccio si è tentato di erigere un monumento a questa oscena prospettiva con il Deltaplano che avrebbe dovuto accogliere osti graditi alle trasmissioni dei santoni tv e che si è ridotto a un mesto supermercato.

Intanto strangolati da imposte e spese (i governi che si sono succeduti si sono rimangiati  la promessa degli sgravi fiscali previsti) i pochi imprenditori locali vengono costretti a ricorrere agli strumenti del microcredito (quelli che ci hanno imposta dall’alto, Fmi e Europa con la sua apposita agenzia) che li incravattano sempre di più con debiti cui non potranno mai far fronte. E a ogni Legge di Stabilità si ripropone l’ipotesi dell’assicurazione obbligatoria contro i terremoti, l’albero della cuccagna per le compagnie, mentre ogni volta si riduce l’impegno della prevenzione.

Eppure i miliardi di euro spesi dallo Stato dal terremoto del Belice (1968) a quello del Centro Italia,  aggiornando gli stanziamenti, ammonterebbero almeno  a 121,6 miliardi di ieri. Il doppio o il triplo di quanto costerebbe oggi mettere in sicurezza sul piano antisismico quel 70 % dell’Italia che in sicurezza non è.

Un costo che si dovrebbe chiamare con il suo nome: investimento. Se pensiamo a che formidabile bacino occupazionale e di sviluppo costituirebbe la combinazione della messa in sicurezza antisismica con quella idrogeologica, quando  tutta la dorsale appenninica è ad alto rischio terremoti, il 98 % dei Comuni laziali e il 99 % di quelli marchigiani   risulta a rischio idrogeologico. E che straordinaria e vera Grande Opera sarebbe quella di garantire tutela delle vite, delle case, delle scuole, degli ospedali, del paesaggio, della bellezza e dell’arte.


Informazione in polvere

Non-mi-avete-fatto-nienteCos’è un’informazione? Parrebbe semplice dare una definizione perché in fondo basta misurare il numero di bit di un qualunque messaggio per quantificarlo, ma questo è un concetto  da elettrotecnici  o da esattori delle compagnie telefoniche che in realtà non ci dice nulla: l’informazione infatti è esclusivamente qualcosa di nuovo che prima non sapevamo la cui valenza cambia a seconda di chi la produce e  di chi la riceve. Per esempio sapere che in italiano “a” si pronuncia sempre “a”per me ha un valore informativo uguale a zero, mentre per uno che sta studiando la nostra lingua, può essere fondamentale. Ma non è ancora finita perché il valore informativo dipende anche da tutto il contesto di sapere della parte trasmittente e ricevente per cui anche i livelli di comprensione dell’informazione stessa variano in maniera del tutto imprevedibile, così come la sua accoglienza o persuasività. Ecco perché la comunicazione pubblicitaria fa soprattutto conto dei meccanismi più arcaici e più automatici per colpire nel mucchio, mentre i discorsi di target vengono riservati soprattutto alla scelta del tipo di media, alla collocazione oraria o impaginativa o via dicendo.

Tuttavia la società contemporanea che si basa sul consumo e sull’ablazione della solidarietà ha trovato un modo per superare le difficoltà, ovvero la saturazione della comunicazione in maniera che si sia disposti a credere ciò che viene ripetuto da tutte le fonti, ovvero che sembra provenire dalla realtà stessa: in poche parole un’informazione non ha più relazione dialettica col dato di realtà, ma semplicemente con la quantità del flusso di bit che riesce a convogliare. Si è portati a pensare che le religioni creino le chiese, i templi, i luoghi e il tempo dei culti, ma è piuttosto vero il contrario , ossia che le chiese, i luoghi santi, templi creano il culto portando con la loro esistenza stessa, con la loro imponenza, la loro tangibilità, l’insieme dei rapporti di potere ed economici che vengono incorporarti nella pietra, a credere nelle cose più irreali che senza questo apparato apparirebbero davvero sconcertanti. Noi non abbiamo solo templi fisici, ma anche più immateriali che appunto sono fatti di carta e di bit: la loro concordanza e ridondanza garantiscono che il messaggio per quanto palesemente errato o non provato o esplicitamente menzognero o tale da suscitare dubbi, sia comunque persuasivo almeno per la maggior parte delle persone. Così la comunicazione presenta contemporaneamente due caratteri contrastanti, ma funzionali allo scopo: l’iperinformazione che riguarda taluni fatti, rapporti, condizioni e rapporti umani, dinamiche politiche che devono confermare la visione geopolitico e antropologica del neo liberismo i quali  vengono ribaditi in qualunque momento, attraverso le forme proprie di ogni mezzo e l’ipoinformazione sul contesto nel quale i fatti dovrebbero acquisire il loro senso. Faccio un esempio semplice e di giornata: dal giorno della vittoria di Boris Johnson tutti ripetono un mantra assurdo, ovvero che i Laburisti avrebbero perso perché sono andati troppo a sinistra con Corbyn. Ora questo è semplicemente falso perché con l’allontanamento dal blairismo il labour ha avuto un grande successo elettorale che è stato poi dissipato con lo sciocco ripensamento sulla brexit cui inizialmente il partito era favorevole: per comprenderlo basta andare a vedere i risultati delle ultime quattro tornate elettorali e tuttavia cancellando questo contesto si può sostenere la verità semplicistica delle oligarchie e di chi fa finta di combatterle. Si tratta perciò di una tesi che ribalta la realtà grazie alla ripetizione massiccia della tesi e alla sottrazione di contesto. Per questo molta narrazione pubblica, sia economica che politica e persino culturale sembra navigare nel vuoto assoluto delle formule standard e della lingua standard, quasi fosse un rosario ipnotico nel quale si consuma l’entropia del discorso. Del resto qualsiasi elemento che mettesse in discussione il sistema in sé e si suoi fondamenti, anche laudativo, si presterebbe facilmente alla riflessione e dunque alla deviazione dalla retta via.

Ovviamente in un mondo in cui l’informazione e la persuasione  non si basano sulla qualità, ma sulla quantità è statisticamente impossibile che non nasca l’eresia, specie da quando sono nate le reti  di comunicazione orizzontali, controllate anch’esse, ma secondo la legge dei grandi numeri, dunque non in maniera totalizzante come accade per giornali, editoria, televisioni, spettacolo: anzi per un migliore controllo una parte di questa è prodotta dal sistema stesso sotto forma di ravvedimento morale a posteriori che dovrebbe provare la tentata buona fede dell’insieme o come critica della gestione, ma mai del sistema stesso nei suoi fondamenti.  Solo quella che nasce spontanea dall’analisi degli eventi al di fuori dello standard diventa vera e propria miscredenza e si trova dunque ad affrontare i tribunali dell’inquisizione istituiti per mettere al rogo le cosiddette fake news, che sono tali solo per decreto. Devo confessare che questo discorso mi è venuto in mente leggendo la lettera a Babbo Natale scritta dal presidente Ovvio Mattarella il quale promette ai potenti genitori adottivi che gli italiani saranno buoni e ubbidienti nel 2020: mi ha fatto venire in mente la distesa di gusci vuoti della frutta secca che popolavano le tovaglie buone durante le feste quando ero bambino. E no ,per il 2020 vogliamo almeno delle noccioline piene.


Pecore & Lupi

st-francis-with-the-wolfAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma come piace alla stampa raccontarvi l’apologo alla rovescia di posti nei quali un santo convertì alla domestica bontà un lupo, e dove ora un lupo ha convertito alla ferocia i santi. Eh si perché c’è poco da dire, nel nostro paese troppo lungo ci sono regioni che rivendicano una tradizione di civiltà anche grazie alle loro scelte elettorali e altre invece condannate alla pubblica riprovazione, salvo la Lombardia, tanto per dire, o il Veneto che sono indicate come motori di progresso malgrado siano rette da omologhi del lupo, tanto da sentirsi talmente forti e superiori da esigere un riconoscimento di status e di autonomia dal lento e arcaico treno della nazione.

È che da anni l’informazione ufficiale e non solo, con varie modalità ha contribuito alla disgregazione dello spirito democratico, e alla “demoralizzazione”, nei due sensi, quello di generare e alimentare passioni tristi e melanconiche e quello di contribuire alla perdita di senso etico, con narrazioni contraddittorie come quelle di questi giorni: l’Umbria è uno sputo nel mondo, eppure al tempo stesso costituisce un campione rappresentativo, è stata battuta la coalizione di governo che vuole battere i miserabili istinti populisti, eppure in quella intesa ci sono quelli che fino a ieri erano indicati come il “problema”, redento in un batter d’occhio grazie all’abbraccio mortale con il Pd.

E d’altra parte è proprio la stampa che ha fatto la fortuna della Lega, di quel movimento che pareva si affermasse proprio perché inviso a establishment e media. Apparentemente però, perché agli esordi averlo trasformato un domestico e inoffensivo fenomeno folcloristico del quale sorridere per via di elmi con le corna e indigestioni di acqua inquinata del sacro fiume, delle canottiere del boss anticipatrici delle divise e delle felpe odierne, dei picnic mistici con Miglio in veste di officiante, precorrenti le festine del Papetee, ha contribuito alla normalizzazione di fermenti eversivi, razzisti e xenofobi, che invece mostravano la stessa ferina tracotanza dello sfruttamento economico e finanziario legale, non estraneo al suo ceto dirigente a suon di furti, “cooperazione” con la Tasmania, risorse e finanziamenti occulti e altri vari reati accumulati nel tempo, che infine dimostravano la capacità di adeguarsi interamente agli standard della realpolitik.

Da macchiette bonarie, tipi da satira, ben presto i dirigenti della Lega sono diventati una presenza fissa sui giornali e nelle tv che prima li schifavano, accreditati come imprescindibili con il sostegno di quella che ancora veniva chiamata sinistra, come una sua costola, con generosi ascendenti antifascisti e repubblicani, invidiata per il suo poderoso e invincibile radicamento territoriale, ormai dimenticato dai partiti in via di dismissione di sezioni, circoli e cellule.

E oggi ci risiamo, mentre si chiede l’abiura del voto  e la pubblica discolpa agli umbri colpevoli di non aver dato fiducia a un ceto politico che li aveva condannati a subire consenzienti gli effetti di una crisi sociale, l’abbandono dopo il sisma, la penetrazione criminale mafiosa, la cancellazione di una economia produttiva sostituita dallo sfruttamento turistico, la corruzione esemplarmente testimoniata dagli scandali e rivelata dai cambi di casacca dei protagonisti dimostrativa della ripugnanza dei “notabili” per le regole della rappresentanza,   si mette in luce l’ammirevole capacità di penetrazione dell’ideologia leghista  la sua vocazione a nutrire il malcontento  convertendolo in consenso in aperto contrasto con il beota e immotivato ottimismo progressista.

Ormai è palese la volontà di rendere un buon servizio alla Lega e a Salvini, con i patetici tentativi di dimostrare  che si non si tratta della stessa cosa, come se ci fosse una lega buona (quella del passato, o quella di Zaia, di Maroni) e una cattiva, quella di una personalità disturbata istrionica e  impresentabile nel consorzio civile che si guadagna simpatie con versatili sberleffi, rutti, borborigmi e suoni inarticolati presso una plebaglia zotica, ignorante e cattiva, che invece il popolo erede dei valori risorgimentali e resistenziali cha sta con Carola, Greta, Lucano non può che essere fiduciosamente attratta dai buoni del western, Zingaretti, Speranza, e pure Renzi, e perché no? Carfagna e recenti passatori gentili alle file moderniste e riformiste. E con la condanna del populismo che una volta di più è inteso come il deplorevole malumore degli straccioni contro gli oligarchi, dei quali sono entrati a far parte senza gran successo i ribelli di ieri, una volta conosciute la magnifiche sorti e le dolci delizie del potere, scoperte grazie ai vincoli tossici con il partito che più di ogni altro ha rivelato nelle parole e nei fatti l’indole a ridurci a volgo, cancellando la dignità del lavoro ridotto a fatica, la vocazione della scuola ridotta a diplomificio per scaraventare i figli non prediletti sul mercato del precariato e della servitù, la virtù comune del paesaggio e della cultura come motori di coscienza e libertà, i diritti alla cura e all’assistenza.

Dovrebbe fare anche sorridere lo spauracchio del sovranismo ostacolato coraggiosamente dai servitorelli di sempre e dai convertiti recenti alla fede assoluta nell’Europa, incarnato da Salvini che si era prestato a interpretarlo finché non ha assaggiato le sue brioche, comprese quelle sulle invasioni massa, che potrebbero rivelarsi una fortuna se regolate secondo le leggi del mercato in modo da ridurre i totale servitù anche il Terzo Mondo interno, e rimosso prudentemente perfino per quanto riguarda quelle pretese di scala con le richieste di autonomia differenziata già scomparse dell’agenda anche durante il feroce Saladino vigente e che reclamavano da  Roma poteri amministrativi, di pianificazione e gestione, e non solo la riduzione del residuo fiscale.

Insomma il mostro sbattuto in prima pagina, assiso su tutte le poltrone televisivo è diventato una presenza familiare, l’unica voce “critica” che veniva dai palazzi, l’unico che fa vedere un nemico cui attribuire tutti guai, ipotesi accreditata anche da chi gli vorrebbe gettare addosso il discredito, grazie a illuminati pensatori che attribuiscono il suo successo e l’altrui fallimento alle “invasioni massa”, narrazione smentita dai numeri soprattutto in regioni come l’Umbria dove per invasioni si potrebbero intendere i pullman gremiti a Assisi con tanto di parroco in testa, che sarebbero state sottovalutate da una sinistra sussiegosa e indifferente ai bisogni degli indigeni.

E sta qua ancora una volta il padre di tutti gli equivoci, continuare a chiamare questo governo giallorosso, continuare a lagnarsi per i limiti di una “sinistra” chiamando così gli eredi di quel Pds, di quei Ds di quel Pd, che ancora prima della Bolognina avevano effettuato lo stacco senza ritorno da vocazione e mandato già traditi con la conversione all’annacquamento delle riforme strutturali per adeguarle a un capitalismo edulcorato, che avevano applicato anticipatamente proprio nelle loro regioni i modelli liberisti, le privatizzazioni addomesticate dalla presenza delle cooperative garanti, il garbo per non dispiacere a investitori e padroni, la preoccupazione di perdere il consenso dei moderati nei comuni, in chiesa, e pure nei convegni e nei festival aperti a Casa Pound, l’esibizione di un modello securitario imperniato sul decoro e l’ordine e sulla colpevolizzazione degli ultimi per rassicurare i penultimi. E allora perché votare delle inadeguate imitazioni quando puoi dare il voto a Salvini e alla Meloni invece che alle loro fotocopie sbiadite, quando gli uni e gli altri sono lupi?


Manette e bavagli

gennaccari-1Sono sempre stato contrario alle censure per legge, anche a quelle che potrebbero apparire a prima vista virtuose e in linea con le proprie idee: così sono rimasto interdetto di fronte al tintinnar di manette che ha colpito a suo tempo le tesi negazioniste e non certo perché mi stessero simpatiche, ma perché era insensato mettere la mordacchia giudiziaria a posizioni e credenze di nicchia che si squalificavano da sé e che dalla censura ricevevano paradossalmente un imprimatur che nel libero dibattito culturale non avevano: tutti sappiamo che gli asini non volano, ma se ci viene impedito di dirlo nasce il sospetto che ci sia qualcosa di vero. Però c’era un altro argomento per considerare in maniera negativa sempre e comunque la censura: quando si comincia a vietare di dire alcune cose, per quanto esse siano assurde o spiacevoli, si apre la possibilità di applicare gli stessi criteri e le stesse leggi, la stessa mentalità  a qualunque cosa, anche la più ragionevole e razionale. Senza dibattito non c’è verità e soprattutto si perde la tensione per la verità: persino gli eventi che sono evidenti e provati, man mano si trasformano in articoli di fede, in grani di rosario da recitare ipnoticamente e perdono del tutto la loro efficacia.

Così alcuni giorni fa il parlamentino europeo, che comincia a rassomigliare in maniera inquietante agli Stati generali della Francia pre rivoluzionaria dove il terzo stato, ovvero la stragrande maggioranza dei cittadini, è presente, ma non ha voce mentre le ali che contano sono il notabilato dei lobbisti e il clero ordoliberista, ha votato una risoluzione per equiparare nazismo e comunismo ( vedi qui) che di fatto costituisce la precondizione per mettere al bando ogni idea di socialismo, cominciando con la richiesta di cancellare qualsiasi vestigia rimasta dell’era sovietica. Tuttavia un sacco di gente ha scioccamente festeggiato la originaria censura verso il negazionismo non comprendendo che si trattava di uno zuccherino per far inghiottire successivamente la pillola amara che trasforma anche loro in prossimi reietti reietti. Nello stesso modo una vasta folla di inconsapevoli ha festeggiato e approvato quando i cosiddetti social media hanno cominciato a cancellare gli account dell’estrema destra, non capendo che questa prima mossa apriva un’ampio territorio di censura che adesso comincia a far strage dell’informazione alternativa. Come è per esempio accaduto recentemente per i siti di Hong Kong che svelavano una realtà tutt’affatto diversa da quella che viene propagandata dall’informazione di sistema: Facebook ha pensato bene di sospendere la pagina di Dot Dot News e tutti gli account che riportavano sistematicamente i fatti che disgraziatamente hanno il cattivo vezzo di non accordarsi con la narrazione stabilita, in maniera da permettere alla stampa occidentale di diffondere senza problemi di credibilità e senza contraddittorio il suo verbo.

Ciò che si delinea con chiarezza è il tipo di censura che contraddistingue il mondo occidentale rispetto ad altre aree  o altre situazioni storiche e che funziona per ablazione piuttosto che per punizione o per editti: ciò che non deve essere detto viene semplicemente marginalizzato e messo a tacere grazie al rumore di fondo che non fa giungere il messaggio o che lo rende così episodico rispetto al resto da avere una scarsa efficacia. Tuttavia in alcuni casi come questo della messa al bando del comunismo o di Hong Kong o del Venezuela o della Siria e di tante altre situazioni, la censura passiva si rivela insufficiente e bisogna ricorrere alle grida manzoniane di parlamenti proprietari o alla cancellazione operata da strutture private, come sono di fatto i social che non impegna direttamente le istituzioni, ma consente la stessa efficacia. Insomma una deriva autoritaria strisciante che usa mille travestimenti, compreso quello davvero ridicolo della fake news o quello intellettualmente disonesto di far passare per complottismo qualsiasi tesi avversa e che in sostanza usa manette e bavagli come se fossero gli strumenti di un bondage politico e sociale che ha tutta l’apparenza di essere consenziente. Tuttavia  in qualche occasione è ormai costretta ad uscire allo scoperto e a rivelarsi per ciò che è:  il caso Assange mostra con evidenza totale questa mutazione, ma tanti altri a cominciare dai tentativi giudiziari contro Melenchon e France Insoumise, denunciano la tendenza della censura politica e ideale a divenire sistema.


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