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A Genova passando per Lisbona

crollo-ponte-morandi-genova_3cpl964djkumzr14uyuhpaglLa tragedia continua perché dopo il crollo del ponte Morandi con le sue vittime, dobbiamo assistere al collasso  di verità e di dignità dell’informazione italiana che si è gettata come un sol omminicchio nella difesa di Benetton e di Atlantia, cioè dei soggetti che ingrassano con i pedaggi autostradali investendo il minimo indispensabile a tenersi stretta questa gallina delle uova d’oro e fregandosene altamente degli utenti o della manutenzione. Ci si è spinti in un territorio grottesco e indecoroso nel quale è accaduto che persino i Cinque Stelle siano stati accusati di aver provocato il disastro battendosi contro la grande opera della gronda e attribuendo loro parole rassicuranti sul Morandi che invece erano di Autostrade: “potrebbe star su altri cento anni”. 

In fondo tutto si tiene perché il movimento viene visto da Bruxelles e dai suoi oligarchi come un grande nemico ed è la Ue con le sue filosofie privatistiche imposte a partire dal ’92 in cambio dell’entrata nell’euro (bell’affare)  e la sue assurde regole di bilancio ad essere alla radice del disastro. Tuttavia quest’ultimo è niente di fronte al disastro antropologico di fronte al quale ci troviamo con un’informazione disponibile a dire qualsiasi cosa pur di percepire uno stipendio e a una popolazione ormai rassegnata all’infingimento e in significativa percentuale partecipe di esso. Mi chiedo se in queste miserabili condizioni sia davvero possibile cercare un cambiamento di rotta che in fondo si può anche ottenere svicolando con discrezione, ma con estrema fermezza dalle volontà dell’oligarchia europea. Ne è un esempio il Portogallo che proprio agli inizi di agosto ha dovuto affrontare un gigantesco incendio a Monchique una delle località più gettonate dell’Algarve, la regione iperturistica del Paese e dove le fiamme pur impegnando tutte le forze del Pase non hanno prodotto un solo morto a differenza della Grecia dove l’austerità di Bruxelles ha ridotto la minimo le capacità di reazione persino agli incendi boschivi e dove è stata una strage.

La differenza è che a Lisbona c’è un governo di sinistra di cui fa parte per l’orrore dei nostri pennivendoli o disintellettuali patinati, anche il partito comunista e che sta facendo senza clamori l’esatto contrario di quanto Bruxelles comanda riuscendo a far crescere oltre ogni previsione un Paese che nel  2015 era praticamente in default: infatti in due anni è stato istituito il salario minimo, peraltro aumentato ogni anno, ma questo non ha portato alla disoccupazione di massa di cui parlano gli asini e i servi italioti riguardo al decreto dignità, bensì alla massima occupazione conosciuta dal tempo della rivoluzione dei garofani. Inoltre sono state aumentate le pensioni, è stato varato un vasto programma di adeguamento dei servizi pubblici, sono state diminuite le tassazioni sui redditi bassi e medi, mentre è stata istituita una tassa per tutte le imprese con un fatturato di oltre 35 milioni di euro cosa che peraltro non ha impedito una forte crescita  in diversi settori tecnologici. Paradossalmente e contro ogni falsa logica le grandi aziende straniere hanno cominciato ad investire nel Paese proprio da quando al potere ci sono le sinistre. Inoltre c’è una folla di pensionati che dall’Europa dell’austerità si trasferiscono in Portogallo grazie a una legge che abolisce le imposte sui trattamenti di anzianità. Insomma si sta facendo l’esatto contrario di quanto vorrebbe Bruxelles con ottimi risultati, nonostante il freno dell’euro e gli altri vincoli comunitari: per questo il Paese è uscito dai radar della grande informazione, che, per carità, che non si sappia in giro, non si diffondano esempi così negativi.

Ora, è chiaro che l’Italia ha un altro peso rispetto al Portogallo ed è per questo che a Roma si vorrebbe vietare ciò che è giocoforza accettare a Lisbona dove si arriverebbe facilmente ai ferri corti perché la popolazione non sembra disponibile ad accettare il massacro oltre un certo limite. Mi rendo conto di aver fatto una digressione geograficamente molto lunga e apparentemente incongrua  rispetto alla tragedia di Genova, ma le reazioni invereconde e servili a cui assistiamo nelle quali tutti i cliché più stupidi, persino quello che ce lo chiede l’Europa, vengono messi in campo per mettere al sicuro i responsabili del disastro e soprattutto l’insieme delle logiche, delle narrazioni  perverse del neoliberismo che hanno portato al crollo.  Mi chiedo se riusciremo ad essere almeno portoghesi.

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Giornali alla turca

lira-turca-crisi-640x342Ieri ho cercato di inquadrare in un contesto geopolitico oltre che economico la crisi della lira turca (vedi qui), ma ciò che ho dovuto leggere dopo aver pubblicato il post mi costringe – per sventura dei pochi lettori di questo blog – a ritornare sull’argomento, e cercare di mettere argine alle bugie e alle idiozie che corrono, frutto dei cervelli in acqua dello status quo locale che non sopporta di aver preso il potere. Infatti un certo gruppo di scalzacani che fanno coro a pagamento o per pura ignoranza con l’establishment quando non ne fanno direttamente parte, ha già iniziato la consueta campagna di paura dicendo:  avete visto cosa potrebbe succedere se avessimo una moneta nostra? Giocano sul fatto che l’uomo della strada si sente disorientato o e persino sul fatto che la divisa turca si chiama anch’essa lira. Insomma panico per interposta Turchia.

Come forse avrete capito si tratta di vacuità allo stato puro, estratto essenziale di slealtà. Intanto perché questo ci è già successo nel ’92 quando dovemmo uscire dalla ipotetica protezione del sistema monetario europeo (zio dell’euro) assieme a Gran Bretagna e Spagna con una svalutazione del 7% che produsse nei due anni successivi sia l’inflazione più bassa mai registrata dal dopoguerra senza avere particolari effetti sul Pil che semmai accennò a rianimarsi. Per non parlare del fatto che la moneta unica non ci ha per nulla salvaguardato dalla crisi del 2008, divenuta poi endemica, anzi ci ha cacciato ancor più nei guai permettendo alle nostre banche giochetti infami che probabilmente con la lira non avrebbero osato.  In secondo luogo la Turchia è l’esempio perfetto per smentire tutte le stravaganti e fumose teorie di bilancio dell’oligarchia europea che si condensano nella dottrina dell’austerità: infatti la Turchia ha un debito che non arriva nemmeno al 30% del Pil e un deficit dell’ 1,5%, la metà cioè di quello che viene imposto a noi dai diktat di Bruxelles, ma questo non ha minimamente allontanato la crisi che è invece è causata data da una bilancia commerciale pesantemente negativa ormai da oltre un decennio. Come si può constatare è una condizione del tutto opposta a quella italiana che ha un lieve surplus commerciale  e nella quale semmai con l’euro finisce per provocare  un notevole calo di competitività rispetto alle tipiche produzioni nazionali. In ogni caso si rivela con chiarezza solare che le ricette ordoliberiste adottate da Bruxelles non preservano affatto né dalla speculazione, né dall’attacco dai cosiddetti mercati che in realtà non esistono già da decenni essendo formati da poche centinaia di ricchi che fungono da direttori d’orchestra.

La domanda che bisogna farsi è quanta parte di malafede c’è nelle esternazioni eurofiliache di questi giorni, quanto di ignoranza e disinformazione, quanto di un misto delle due cose che è poi il risultato più significativo dell’educazione al pensiero unico. Del resto la narrazione fatua è un’atmosfera che coinvolge tutti e che rende possibili ad alcuni maestri di frenastenia politica e sociale che dicono di militare nella sinistra di lodare Tsipras e indirettamente la troika per l’opera di salvataggio della Grecia, una fake news integrale, come arriva a dire persino Forbes che di certo non è un foglio patinato di opposizione al Fondo monetario. Rimane evidente che l’informazione su questi eventi è teleguidata dai poteri europei e autoctoni, cioè da chi specula sulla moneta unica non nelle borse o non solo in quelle, ma principalmente in senso politico. In pratica si tratta di insider trading dell’informazione.


Uova in faccia alla verità

braccianti africani mortiC’è un antirazzismo da salotto e da giornale che lancia allarmi pretestuosi e uno invece reale che fa strage: sotto ferragosto questi due tristi capitoli della realtà italiana si sono incontrati e scontrati in modo atroce. La prima è la farsa dell’uovo che ha colpito a Moncalieri la discobola di colore Daisy Osauke riaccendendo la campagna mediatica e piddina contro un inesistente aumento degli episodi di razzismo ( vedi qui). Si tratta di una tattica abusata dall’informazione, ovvero quella di prendere un numero di eventi, isolandoli dal contesto fatturale o temporale ed evitando di confrontarli con la normalità per creare una campagna allarmista senza alcun fondamento. Dunque l’uovo in faccia  era l’ideale per proseguire su una strada di guerriglia al governo che si stava arenando e che anzi era già sospettato di essere un falso, nonostante la stessa Daisy che pure di razzismo ne deve sapere qualcosa, non credesse a questa tesi. Persino il capoclaque di questa sceneggiata, un tale Matteo Renzi da Rignano, è intervenuto sdegnato twittando sulla ragazza che ” ieri è stata picchiata da schifosi razzisti”. Nemmeno il buon gusto di informarsi sulla dinamica dell’evento, visto che l’uovo in faccia non è esattamente un pestaggio.

Su tutto questo è però calata un’ implacabile vendetta della realtà, quando si è scoperto che l’autista della vettura usata per il lancio delle uova – un’impresa che andava avanti da parecchi messi contro persone di ogni colore, sette per l’esattezza – è risultato essere il figlio di un consigliere comunale del Pd che si divertiva con goliardate di questo tipo e che metteva a disposizione di questa banda di idioti, l’auto del padre, gettando nel ridicolo tutto un meccanismo informativo che era saltato addosso alla vicenda, senza porsi alcun criterio di verità  e trascurando, anzi nascondendo, il fatto che l’uovo in faccia era diventato una sorta di must nella zona.

Insomma un contrappasso perfetto per un’informazione fachista (da fake news ovviamente) che purtroppo non rimane isolata nella sua dimensione farsesca, ma può essere collegata a una vera tragedia: la morte di 16 lavoratori africani stipati dentro il furgone di un caporale che si è schiantato contro un camion. Il tragico evento non avrebbe a prima vista alcun collegamento con la faccenda delle uova, ma invece ha qualche relazione con esso: è infatti è il risultato di un’antirazzismo da salotto buono che in realtà da una parte grida all’accoglienza incondizionata, dall’altra non ha fatto mai nulla di serio contro lo sfruttamento selvaggio degli accolti. L’umanitarismo vale solo per i tratti di mare, ma resta lettera morta sulla terra ferma: sia quella di origine di questi migranti che fuggono dalle guerre e dalla miseria provocata dall’avidità occidentale, dallo sfruttamento intensivo che letteralmente condanna a morte intere popolazioni, sia  quella di arrivo dove gli accolti sono lasciati mesi se non anni in lager indecorosi attorno ai quali si è sviluppata una fiorente economia parassitaria, poi nel migliore dei casi sono usati come esercito di riserva per favorire la caduta dei salari e dei diritti, mentre per il resto sono immessi in meccanismi di vero e proprio schiavismo di cui il caporalato non è che l’ultimo anello della catena. Una certa sinistra fa i salti mortali per non riconoscere queste evidenze e rimanere in buoni rapporti con i compagni da salotto, non accorgendosi di fare il gioco del grande capitale e del suo cosmpolitismo vuoto di sostanza,  ma si tratta di una cecità strategica che già da anni sta determinando sconfitte su sconfitte.

Tutto questo è già insopportabile di per sé, figuriamoci poi quando diventa tema di strumentalizzazioni indecorose di natura non diversa da quella magica invenzione dei troll anti Mattarella guidati da Putin in una sordida imitazione della vicenza trumpiana o della resa di Salvini alle grandi opere inutili che dimostra l’ubbidienza del leader della lega alla stato grigio e profondo con tanto di bollino della Cgil. Tutto pur di riprendersi  un potere che è ormai frutto di arroganza e di prepotenza più di consenso. Dubito che i nuovi attori abbiano le capacità e forse anche l’intenzione di resistere: non sono tanto importanti loro e le loro acrobazie quanto la volontà di rottura contro questo stato di cose espresso dagli elettori.


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