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I Predatori dell’Italia perduta

doctorsAnna Lombroso per il Simplicissimus

“Lui sapeva quello che ignorava la folla e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valige, nei fazzoletti, e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, sventura e insegnamento degli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi sorci per mandarli a morire in una città felice”.

Traggo questa citazione da La Peste di Camus, negletto sugli scaffali per decenni e ora abusato e saccheggiato dai fruitori di Wikiquote e dai cultori dei risvolti di copertina, perché è lecito sospettare che “dopo”, grazie all’ubriacatura esilarante dello scampato pericolo, sia possibile perfino che qualcuno auspichi che tutto possa tornare come prima, quando già oggi si sa che tutto sarà peggio di prima, con migliaia di aziende sull’orlo del fallimento, piccoli esercizi chiusi, turismo dimenticato, partite Iva, artigiani, commercianti e ai piccoli imprenditori affamati, con uno Stato che avrebbe bisogno di spendere, ma che non possiede il potere né di controllare la moneta in mano alla Bce né il debito in mano ai mercati finanziari.

Tutto questo quando abbiamo già visto che la ribellione ai comandi padronali è stata censurata, repressa e sedata grazie a un accordo unilaterale con Confindustria messa in condizione di elargire in via volontaristica il minimo della sicurezza nei posti di lavoro e accettato dai sindacati che in nome di un malinteso spirito di servizio disuguale, a carico solo di chi sta sotto, hanno chiesto di sospendere le agitazioni. E quando le proteste dei dipendenti della sanità pubblica trovano un’accoglienza enfatica oggi, dopo anni di silenzio complice e prima che qualsiasi ipotesi di un new deal dell’assistenza  venga assimilato a utopia visionaria in presenza dei costi affrontati per l’emergenza, prima che le tre regioni più colpite, che dovrebbero essere commissariate, ripresentino le loro rivendicazioni grottesche di autonomia.

Non si sa quando sarà stabilita per legge  la fine dell’epidemia, la scelta della strada del terrore è imprevedibile, si sa come comincia ma non si sa come di conclude e ci vorrà un bel coraggio per certificare via Dpcm che si torna alla normalità dopo che si sono normalizzate leggi marziali, militarizzazione del territorio, delazioni,  furfantesche licenze per esonerare dalle regole e dalle elementari misure di tutela milioni di lavoratori, di passeggeri sulla metro e sui bus, di operai alle catene di montaggio e di personale alla cassa dei supermercati e perfino nei call center delle imprese che intimoriscono i ritardatari delle bollette.

Ma vista l’aria che tira si sa già che in breve tempo non sarà più “normale” l’erogazione degli aiuti straordinari che benevolmente saranno stati concessi “a caldo”, che sarà  sospesa proprio come le dilazioni generose offerte come boccate d’ossigeno da un governo che non ha saputo organizzare produzione e acquisizione di   respiratori, mentre proseguiva la lavorazione degli F35, che dal mese dopo si dovranno pagare affitti mutui, fatture, quelle in corso e quelle del passato, e che allora dovrebbero cominciare gli scioperi e le agitazioni epurate nel timore che altri venissero contagiati dalla richiesta pressante di tutelare diritti cancellati, sotto la solita minaccia ben conosciuta a Taranto: o la borsa o la vita, o il salario o la salute.

Tutto congiura perché lo stato di necessità del prima, del durante e del dopo costringa alla rinuncia.

Basta vedere con quanta pervicacia la stampa nutra le più insidiose e maligne retoriche, a cominciare da quella che la pestilenza sia una pestilenza, con una sua finalità punitiva, che le morti, come per catastrofi un tempo definite naturali, siano effetti collaterali del progresso, che è obbligatorio accettare in cambio dei prodigi che ogni giorno ci fanno sentire onnipotenti: libera circolazione, dono dell’ubiquità che ci fa colloquiare agli antipodi in tempo reale, sconfinate possibilità tecnologiche.

Basta vedere come si stia nutrendo una nuova forma divisiva di disuguaglianza, una lavagna dei buoni e dei cattivi: da una parte i martiri negli ospedali, dall’altra i parassiti perlopiù anziani che hanno messo alla prova il sistema sanitario, con analisi inutili, ricoveri superflui, medicinali pretesi dal frettoloso medico di famiglia, da una parte i forzati che si lagnano del telelavoro, dall’altra gli eroi del Conad e della Coop, che prima trattavamo da sfaticati perché non volevano lavorare la domenica, quelli delle fabbriche che si sacrificano per noi. Da una parte il governo, la comunità degli opinionisti scientifici, le granitiche convinzioni che gestiscono l’emergenza manu militari, dall’altra gli sciacalli che chiedono dati, ragione, e ragioni dei provvedimenti, interrogandosi se davvero si stanno facendo i passi giusti perché all’emergenza dell’influenza Covid19 non segua una emergenza economica, politica e sociale.

Guai interrogarsi o peggio interrogare quelli, unici, che stanno detenendo il diritto di parola e con esso quello a colpevolizzare il popolo, o i popoli, i cinesi untori e guariti, o i tedeschi che muoiono meno di noi, e tra un po’ anche le donne meno esposte al virus e che esasperano i conviventi coatti, i vecchi che hanno pesato sul sistema con i loro capricci e le loro pensioni, quelli che vanno al supermercato, quelli che corrono, quelli che coltivano pomodori impediti alle attività agricole e quelli, stranieri, che non vanno più a raccoglierli, quelli che vanno all’arrembaggio delle merci, ma non quelli che fanno speculazioni sui prezzi,  quelli che vogliono le mascherine, ma non quelli che ci dicono che sono indispensabili ma che non le forniscono, gli operai che vogliono tutele per produrre beni essenziali e non quelli che tra i generi di prima necessità non hanno pensato si dovessero annoverare respiratori.

Naturalmente tra i “buoni” ci possono stare a vario titolo quelli che suffragano la convinzione che il Covid19  sia punizione meritata caduta dal cielo come la grandine, le locuste, la tenebra, la tramutazione di acqua in sangue, il duo Salvini & d’Urso che pregano ginocchioni dagli studi Mediaset, alla pari con il padre gesuita Paneloux, che tuona dal pulpito contro i peccati degli uomini, o una reazione di Gaia che non vuole più sottomettersi alle leggi della crescita illimitata.

Fatto sta che in assenza di Fra Cristoforo, ogni mattina alle 7 la Rai trasmette la messa del Papa a porte chiuse ma telecamere aperte, che ogni giorno una pletora di cretini ci manda su Messenger gli aggiornamenti sulla processione virtuale che reca in giro per la rete il crocifisso che ha fermato la peste a Roma. Perché mentre scemano quelli che avevano scelto la strada epicurea del vivere l’attimo ricordando che tanto si deve morire, aumentano in sincrono con l’ipocondria, anche il bigottismo di chi ricorda un suo Dio e lo prega una tantum e solo in caso di estremo bisogno, proprio come le giornate della Memoria, e la superstizione, sotto forma di amuchina, vitamine e inediti e ripetuti lavaggi di mani tra Ponzio Pilato e l’Ue.

E non sono da meno altre predicazioni: quella sciovinista che dovrebbe alimentare spirito di patria finora negletto temendo che si materializzasse sotto forma di sovranismo, che trova enfasi con il ricorso alla militarizzazione vera e a quella semantica, con un grande spreco di eroi, combattenti in trincea, spirito di sacrificio e abnegazione, prodi con la minuscola ma pure con la maiuscola quando fa atto di diserzione europeista. Quella dei nuovi fan della decrescita che ci raccontano il bello della recessione, la salvezza, dopo che ci hanno drogati con i fasti della globalizzazione,  che sarà solo dei disconnessi, del buon selvaggio, di chi è tornato in campagna, di Mauro Corona contro il coronavirus.

E non va dimenticata la  ridondante preminenza dell’amore, anche in assenza conclamata di Berlusconi a Nizza e delle sardine costrette a casa a fare cose, 6000, senza vedere gente, ma cristalli liquidi. Amore declinato sotto forma di beneficenza doverosa alla Protezione civile, di compassione per i magazzinieri e i pony, purché rispondano ai desiderata della clientela esigente per ragioni di forza maggiore, di pietas per i morti senza esequie, quando nessuna pretesa di innocenza è legittima se ci siamo fatti espropriare dei diritti, perfino quello alla salute, perfino quello a morire con dignità.

Deve essere proprio vero che la peste è dentro di noi e può scoppiare e propagarsi: “…bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi”. 


Dove volano gli avvoltoi

avvvvvAnna Lombroso per il Simplicissimus

Sono davvero senza vergogna: parlo dei media, dei giornaloni, delle dirette dal virus con la mascherina che dagli occhi è scivolata giù, non impedendo purtroppo di somministrare scemenze.

Parlo dell’inevitabile ruzzolone dalla cronaca alla testimonianza e rappresentanza degli umori delle tifoserie, governo si, governo no, Conte celebrato statista, Conte azzeccagarbugli narcisista, come avviene di consueto in un paese che vive in perenne campagna elettorale in vista di un voto sempre più ridotto a sigillo notarile su liste chiuse e a teleconsenso riservato a chi si mostra di più, perfino per quel che è davvero, miserabile e cialtrone quanto e più del volgo rozzo e ignorante di cui vuol dare testimonianza.

Parlo della legittimazione offerta all’opinione scientifica che sostituisce le auspicabili certezze, le rilevazioni su campioni, le analisi di laboratorio, proposta da dei Dulcamara che alle fiere di paese hanno preferito le più comode poltroncine dei talkshow o Skype da casa, non dall’ospedale, dall’ambulatorio o dall’università.

Parlo del maldestro impiego della disciplina statistica, ridotta a confusa e disordinata distribuzione di numeri a caso, che, a conferma della felice intuizione di Trilussa, ha abbracciato la dottrina emergenzialista, sicchè  nessuno avrà l’ardire di decretarne la fine della pandemia identificando il paziente Ultimo.

Parlo dei torrenti di indecente retorica che si rovesciano dalla carta stampata, dai social, dai balconi tra “siam pronti alla morte”, corna facendo, alla “maglietta fina”, all’encomio dei “martiri” del lavoro che “doverosamente” si prestano per riempire scaffali e produrre pezzi di bombardieri, ugualmente indispensabili alla sopravvivenza e al prestigio della nazione, e alla celebrazione dei “commendatori” del lavoro di Confindustria che “generosamente” si preoccupano dei destini dell’economia e del benessere generale, bene incarnato dai loro azionariati (ben 80 settori produttivi e merceologici) costretti malgrado il tempo libero a ridurre le puntate al casinò finanziario.

Parlo della rievocazione dello spirito patrio, del grande spolvero dello sciovinismo, che per fortuna non aveva mai avuto gran successo di pubblico nella nostra autobiografia nazionale, rigenerato per offrire una sponda alla militarizzazione perfino del linguaggio con gran spreco di trincee, eserciti, generali e desiderabili soldatini, eroi e traditori nella guerra contro il coronavirus, dell’obbligatorietà di disporre e di mettere in campo tutte le armi – e le leggi marziali e il coprifuoco – per riportare pulizia, ordine sanitario e non solo, contrastando i germi della insubordinazione.

Parlo dell’epica sui reclusi e sulla loro resistenza sul divano davanti a Netflix con la lattina dell’ultima birra in mano, disattivata saltuariamente per mettere un mi piace sull’invettiva contro i disertori/untori o per controllare dalla finestra quante volte la vecchia pensionata del terzo piano va dall’alimentari.

In controtendenza, però. Perché il sigillo lirico sulla commemorazione della terza età che bella età, l’ha messo proprio il Manifesto a firma di una giornalista e scrittrice poliedrica che si divide equamente tra il quotidiano comunista e Vanity Fair, e che ha dedicato un inno alle nonne guerriere che non si rassegnano “al ruolo di parente fragile e da proteggere”, quelle reattive “ che non si deprimono neanche se dai loro una padellata in testa, forse perché sono guerriere da sempre o lo sono diventate per necessità”. Quelle che, ricordandole le staffette partigiane, vanno a comprare il giornale o cantano Volare coi ragazzi di fronte. Tanto da farle concludere spericolatamente: ” e chi le ammazza queste qua?”,  che non si sa se sia una minaccia  o un auspicio mutuato da Madame Lagarde o dalla professoressa Fornero e che sfida buonsenso e statistiche a vedere come la fine del diritto di cura ne stia abbattendo in numero esorbitante.

Non perdo nemmeno tempo a citare la paccottiglia  non sorprendente dei Giornali, delle Verità, dei Fogli, che poi non è mica differente dal resto della stampa, con la stessa determinazione a dare comunque sostegno alle misure disciplinari di severa restrizione delle libertà personali, che si sia Feltri padre o Feltri figlio, si sia Giannini o Ferrara (quello che scrive: “Bisogna che i compatrioti si decidano a obbedire all’autorità, al governo, quando gira come un pipistrello un virus di cui non si conoscono l’origine, la natura, il comportamento, la cura. Affidiamoci per una volta ai pieni poteri”), sono indicate per contenere le esuberanze dei cittadini comuni, già da anni criminalizzate per via di capricci dissipati e di aspirazioni illegittime, con l’intento ormai esplicitato di conferire potere assoluto e illimitato a autorità superiori, delegando loro docilmente e forse non temporaneamente la propria precaria esistenza in pericolo, attaccati come cozze alla roccia di Gibilterra, ultimo confine dell’Europa che si sta sgretolando.

È che siamo di fonte a una fenomeno già molto esplorato, quello della “scomparsa del reale“, sostituito dalla sua rappresentazione  e narrazione a opera delle telecamere, dei titoli urlati, degli appelli apocalittici a non farsi possedere dalla paura, alle “opinioni” degli esperti a confronto, ai numeri e i dati ogni aggiornamento dei quali smentisce la veridicità del precedente, a conferma che quello straordinario effetto del progresso: la trasparenza, la disponibilità e l’accesso alle informazioni, contiene le sue più paradossali controindicazioni: l’incertezza, l’opacità, la manipolazione.  Così chi vede scorrere la pandemia da casa, sul divano col telecomando, possa aspettare fiducioso che passi tutto, senza interrogarsi sul terribile dopo che ci sarà, il suo e quello del Paese.

E dire che qualche certezza l’abbiamo, chiunque può farsi un’opinione, non sull’ipotetico numero di decessi da Covid19 magari, ma su quelli da nuove e antiche povertà, da sanità pubblica malata e sanità privata vaccinata contro il diritto alla salute, diventato un lusso e un privilegio. Chiunque può farsi un’opinione su uno sviluppo che avrebbe dovuto recarci doni in benessere, salute, garanzie, istruzione, e che mostra la sua faccia regressiva, facendo circolare con i capitali, inquinamento, sfruttamento, disuguaglianze, malattie.

Chiunque può farsi un’opinione non sul pipistrello magari,  ma sugli avvoltoi, si.

 

 


Cervelli immunodepressi

ScËne de carnaval ou Le menuetAnna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi, martedì grasso, a ridosso delle meritate penitenze quaresimali, a descrivere percezione e stati d’animo di tutti – compresi quelli che cercano di mantenere vivi gli anticorpi della ragione minacciati da passioni ancestrali e pulsioni animali di difesa ferina del proprio territorio e della propria vita –  più delle foto del personale addetto con tute e scafandri da Contagio di Soderbergh,  andrebbero bene certi bozzetti e schizzi di Guardi, di Tiepolo o di Goya.  Quelle, per intenderci,  che illustrano il dinamismo effimero, profetico di morte, dell’attimo fuggevole: moltitudini di persone che, come larve trasportate dall’istinto e dalla passione,   mettono in scena la   decadenza di imperi che si credevano inviolabili, come in un  theatrum mortis nel quale recitano la malinconia della caducità, del marcio e del fatiscente, il senso della corrosione, il morso del tempo e delle intemperie.

Nella Cina da dove sarebbe partito il contagio, si usa indirizzare un auspicio che contiene la cifra della maledizione: l’augurio  di vivere “tempi interessanti”, una formula ripresa in questi anni da filosofi e pensatori per definire la nostra contemporaneità inquietante, conflittuale, difficile, ma che, proprio per questo, potrebbe essere stimolante, esaltante, se, sia pure per via delle maniere forti che usa il destino che fuori da noi altri ci assegnano, ci svegliassimo dall’indolenza e dal torpore  nel quale ci siamo fatti sprofondare.

È che la paura, che ci viene concessa come unica passione compatibile con la crescita e la civilizzazione secondo le leggi del mercato, avendoci tolto l’altra, la speranza, che a volte, aveva ragione Spinoza, è una passione triste elargita perché nell’attesa possa scemare e avvilirsi la combattività e la ribellione, o il senso di caducità arcaica ereditata dalla egemonia confessionale, sopportabile a costo di pentimenti e penitenze,  non dovrebbero farci perdere la lezione che può venire da questa odierna allegoria  del progresso, un Giano che fino a oggi voleva dimostrarci di possedere solo una faccia buona, magnifica e redentiva: scoperte scientifiche, tecnologie, guarigioni e conoscenza, consumi e benessere, ma che d’improvviso rivela quella malvagia con le piaghe d‘Egitto, pestilenze, guerre e morte.

E che svela come la magnificata globalizzazione sia diventata la versione aberrante dell’apertura al mondo di cui parlavano Marco Polo, il Roman de la Rose citando la numerazione e il prezzemolo, le scoperte astronomiche e gli spaghetti, le albicocche e il tè, se ha incrementato formidabili disuguaglianze e dando forza oscura a istinti predatori, allo sfruttamento e a un delirio di onnipotenza che ci ha fatto dimenticare i limiti.

Ce ne voleva una, di morte nera, barbara e cruenta perché le altre minacce parevano intangibili, invisibili, sembrava che toccassero altri meno fortunati nel sorteggio della lotteria naturale, paesi che cambiano di continuo nome e status istituzionale nel mappamondo virtuale, popolazioni così remote che ci siamo convinti che a bombardarli siano droni che si comandano da soli, inondazioni e tsunami prodotti da fenomeni naturali, imprevedibili e incontrastabili, mentre noi e qui ci godiamo una meritata primavera precoce.

Invece potremmo imparare qualcosa da quello che succede, anche senza darci attestati di UniCusano in virologia e nemmeno di RadioElettra in materia di controlli e vigilanza, per interrogarci su quando la precarietà, che oggi ci colpisce, ricordandoci che l’unica sicurezza che ci viene offerta è quella che impone la perdita di diritti e la limitazione della libertà, di circolare, di esprimersi, di incontrarsi e di criticare, è diventata “accettabile” o addirittura desiderabile da quando è stata proposta come cancellazione di molesti obblighi, come licenza da imposizioni e comandi, tanto che una nuova generazione si sente libera di scegliere il cottimo perché organizza autonomamente orari di lavoro e tragitti per consegnare pizze a pasti a gente che lavora part time appagata di non aver mai visto il suo “caporale”. E da quando ci hanno comunicato che era una necessità ragionevole e doverosa per rimettere in moto lo sviluppo, ricordandoci che siamo tutti nella stessa barca, tutti in pericolo, lavoratori e padroni, quelli però col salvagente.

Dovremmo pensare che la confusione artificiosa e artificiale nella quale si inseguono menzogne e denunce di complotto, smentite di bugie precedenti con nuove bugie, rivelazioni a orologeria e dietrismi altro non è che il frutto di una informazione tossica che comunica solo quello che fa comodo poteri forti che tirano su le tende dei loro stanzoni agli addetti ai lavori in modo che somministrino a piccole dosi omeopatiche porzioni di realtà o le sparino a raffica, in modo da manipolare e trattare, nascondere o esagerare, manomettere o amplificare quello che è utile alla sopravvivenza dello status quo.

E che ancora una volta si rimette la questione nelle mani dei “tecnici”, nemmeno fossimo tutti sardine, dei competenti, degli stregoni, dando l’illusione di partecipare delle decisioni anche ai cretini che su Fb rivendicano di aver frequentato l’università della vita e che da esperti di rating e di spread, di moviola e canzonette si sono convertiti all’immunologia, ripristinando l’autorità indiscussa di figure qualificate promosse a venerabili maestri, possibilmente identificabili in qualità di supporter di partiti e movimenti, che se una volta la scienza rivendicava la sua “neutralità” adesso è un vanto la tessera di partito o ThinkTank, iperdotati di qualità telegeniche e di simultaneismo nei social.

E magari adesso potremmo vedere sotto una nuova luce  e condannare col poco potere che ci resta, il crimine originario di chi ha smantellato l’edificio dell’assistenza pubblica, chiuso reparti, impoverito e umiliato i medici, i paramedici, il personale ospedaliero, tramutato le Asl in macchine per la corruzione e la speculazione.

Se, come pare, il problema cruciale che si pone,  rappresentato da una possibile epidemia di Covid-19, non consisterebbe  nell’indice di  mortalità, poco superiore ad una normale influenza, ma nei tempi e nella “qualità” del decorso, che richiede ricovero ospedaliero, criteri e  requisiti particolari, isolamento, allora è ovvio che il rischio vero è rappresentato dalla inadeguatezza del nostro sistema a fronteggiare una qualsiasi emergenza, ben oltre i tempi di attesa per le analisi, i casi di cronaca di cattiva sanità, i turni massacranti di personale promosso a figure eroiche.

E allora a poco servono le polemiche tra presidenti delle regioni e governo per rimpallarsi le colpe, perché è sotto gli occhi di tutti dove sta il marcio di un welfare scarnificato, impoverito, defraudato e depredato per esaltare le opportunità del “privato”, cliniche, ambulatori e laboratori, fondi integrativi e assicurazioni che in questi giorni, tutti, sono scomparsi dall’orizzonte occupate dalle responsabilità e dagli oneri, tutti, d’improvviso, in capo allo Stato, in un tardivo riscatto del sovranismo.

E infatti siccome dalla palude della tragedia all’italiana affiorano i fiori del male del ridicolo, così i governatori che esigevano fino a ieri autonomia del dare corso auna desiderabile pluralità di soggetti più privati che pubblici, malgrado i conclamati insuccessi registrati in tutte le latitudini, reclamano procedure ma soprattutto esenzioni, assistenza, aiuti del maledetto Stato padrone, recuperato in veste di padre doverosamente compassionevole, e della collettività oltre i confini regionali, riesumata in veste di popolo unito dagli accadimenti.

Purtroppo potrebbero essere tempi interessanti, ma se la morte non va in vacanza, i cervelli sembrano essere in ferie per malattia.


Terremoto. Dove sono finiti i soldi?

castelluccio-oggiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Immaginate che i droni di un impero feroce abbiano sganciato una pioggia di bombe su una vasta area di un paese, producendo morte e distruzione.

Immaginate che non si tratti di un posto remoto, intoccato dalla superiore civiltà occidentale, ma sia collocato proprio del cuore di una nazione che vanta tradizione e storia millenaria, che costituisca un’eccellenza dell’arte, della creatività e del paesaggio, presente nell’immaginario collettivo come culla di opere immortali e anche del culto di santi nutrito in chiese di straordinaria bellezza.

Immaginate che da quell’infausto evento siano passati più di tre anni e che le strade che conducono a quel teatro di guerra siano ancora invase da macerie, che le case siano là come quinte teatrali a mostrare interni abbandonati in fretta e furia, coi letti disfatti, la tavole ancora apparecchiate, gli armadi spalancati e le cartelle aperte coi libri e i quaderni che perdono i fogli nel vento, con  le rovine spazzate dalla pioggia e coperte di neve.

Immaginate che ipotesi si potrebbero fare per spiegare il delitto e i crimini dell’abbandono di quella terra e dei suoi abitanti sopravvissuti, quelli che non sono scappati a cercare riparo altrove  e vorrebbero riprendere la vita, ma non hanno più le case, non hanno più il lavoro, non ci sono le scuole, le strade,  le fabbriche e le stalle sono distrutte, le bestie morte, alle coltivazioni di luoghi fertili e felici guardano speculatori e profittatori venuti da fuori.

Immaginate che  ci si sia messo anche il silenzio caduto sui delitti, sulle vittime, su chi resiste, e vi sarete fatti un quadro di quello che accade ed è accaduto nel centro Italia del sisma del 2016, dopo le prime   e le successive lacrime di coccodrillo, dopo l’avvicendarsi di misure eccezionali e commissari speciali, dopo i pistolotti tenuti durante le prime visite pastorali delle autorità compunte con le promesse di case, aiuti, presenza solidale e concreta, anche quella del sindaco che pare si sia intascato i quattrini dei sms dei benefattori.

Avreste diritto a  aspettarvi che  la rete sia  piene di denunce e petizioni, le piazze di giovani sdegnati che esigono giustizia e senso di responsabilità,  che in parlamento i rappresentanti eletti ogni giorno presentino interrogazioni e interpellanze, che i profili dei social dichiarino di voler impersonare i bisogni e la collera delle popolazioni colpite.

Niente del genere, invece.

Che la politica si sia ridotta a scontro di tifoserie in superficie e a negoziazioni opache più sotto è ormai evidente, e altrettanto evidente è che l’opinione pubblica segua l’andazzo schierandosi con le fazioni che fingono soltanto come in un teatro dei pupi di prendersi a bastonate e a colpi di spadoni di legno, così chi vorrebbe non stare né con gli uni né con gli altri pretendendo di poter immaginare altro dalle alternative poste della polarizzazione delle posizioni, diventa un molesto brontolone, un fastidioso qualunquista a meno che non decida di farsi arruolare, possibilmente nelle schiere del male minore, quello che vuol farci dimenticare di essere comunque un male.

Anche l’informazione di quello che a tre anni di distanza succede nel Centro Italia colpito non dalle bombe ma dal sisma è diventato merce da propaganda utile alla politica o all’antipolitica che poi ormai coincidono, e a far dire che lo stato imbelle deve essere sostituito dai privati, che le regioni devono avere più autonomia di spesa e investimento, che i comuni devono avere più competenze in materia di decoro o ordine pubblico per contrastare sciacallaggio e corruzione o, al contrario, che devono averne di meno per fare spazio a poteri straordinari.

E anche la mesta aritmetica delle cifre deve prestarsi alla polemica  e infatti solo un giornale storicamente legato alla destra si è preso la briga in chiave antigovernativa – e poco ci vuole a denunciare il susseguirsi criminale di inadeguatezza indifferenza i potenza cattiva volontà malaffare o eccesso di affarismo di tutti i governi alle prese col post terremoto qui, come all’Aquila in Emilia  – e pure per un soffietto al tecnico incaricato di poteri commissariali, di dare qualche numero.

Così dobbiamo solo al Tempo, e un po’ ce ne duole,  l’unica informativa della stampa ufficiale su come si vive, ammesso che possa chiamarsi vita, nel cratere del terremoto che ebbe epicentro ad Accumoli, in provincia di Rieti, colpì Lazio, Umbria, Abruzzo e Marche, e fece oltre 300 morti.

E apprendiamo che in questi tre anni sono stati spesi soltanto 49 milioni (proprio come quelli della Lega)  degli oltre 2 miliardi stanziati, che di 2291 interventi finanziati solo 15 sono stati ultimati. Che una prima ripartizione stimava che 300 milioni per le scuole, 40 milioni per le chiese, 197 milioni per 277 progetti di edilizia pubblica, 100 milioni contro i dissesti idrogeologici. Ma che le macerie che giacciono ancora nelle strade e nei paesi – le amministrazioni locali e regionali non hanno provveduto ai piani di smaltimento –  sarebbero più di 2 milioni e mezzo di tonnellate, che comprendono materiali a rischio, amianto compreso.  Che va riconosciuto al commissario straordinario (il terzo dopo Vasco Errani reduce dal flop emiliano e dopo l’attuale ministra De Micheli che mostra più talento nella costruzione che nella ricostruzione) aver permesso che non tornassero indietro i fondi per l’edilizia sociale che le regioni non erano state in grado di spendere entro la scadenza prevista per l’implementazione dei piani di case residenziali-popolari fissata al 31 dicembre 2018. Adesso, dopo il parere dell’Anac che ha permesso di “ammettere” almeno i progetti approvati, si sarebbe riaperto il tavolo che potrà dare il via agli interventi grazie ai 170 milioni di euro finora inutilizzati.

E se non vi basta potete apprendere da qualche sito di associazioni e organizzazioni locali, non da quello istituzionale della “ricostruzione” soggetto a interventi di aggiornamento,   che Norcia, Preci e tutte le frazioni adiacenti non hanno un ospedale, ma solamente un centro di Primo Soccorso fuori dalle mura, e che c’è una sola ambulanza, che per raggiungere l’ospedale più vicino, quello di Spoleto, deve percorrere 50 km. su strade tortuose. Che per il sindaco di Pieve Torina questo è l’anno peggiore, perchè dopo oltre tre anni la pazienza e le illusioni sono finite: “Abbiamo il 93% degli edifici inagibili, il 100% di quelli pubblici“.

Scoprireste che  malgrado la moria di animali prosperano i ladri di polli, se la Guardia di Finanza ha scoperto gli altarini di una struttura alberghiera della provincia di Macerata che ha incassato 1,5 milioni di euro da Regione Marche e Prefettura di Macerata per l’accoglienza degli sfollati del sisma ma ha inquattato uno  anche per comprare 51 lingotti d’oro prima di dichiarare bancarotta.  Che la piana di Castelluccio fa gola alle multinazionali delle sementi che ci vogliono piantare le loro lenticchie, primi tra tutti i canadesi che hanno gia avviato una proficua infiltrazione commerciale anche in vista della provvidenziale ratifica del Ceta, fortemente voluta dalla ministra Bellanova.

Quello che il Tempo non dice è che il silenzio e l’abbandono non sono casuali, non nascono da cattiva volontà o impotenza o incapacità. Ma da un disegno preciso che assomiglia a quello che ha determinato la espulsione dei residente e delle attività tradizionali, artigianali e commerciali, dai centri storici delle città per far posto al terziario delle banche, degli uffici delle multinazionali, degli shopping mall, degli alberghi e delle foresterie, della residenzialità del lusso.

Tutto congiura nel far sospettare che di questi territori da concedere a catene di coltivazioni e produzioni globalizzate come alle agenzie internazionali, si voglia fare un immenso parco tematico del turismo religioso e della “gastronomia” come piace al norcino di regime buono per tutte le stagioni, tanto che proprio sulla piana di Castelluccio si è tentato di erigere un monumento a questa oscena prospettiva con il Deltaplano che avrebbe dovuto accogliere osti graditi alle trasmissioni dei santoni tv e che si è ridotto a un mesto supermercato.

Intanto strangolati da imposte e spese (i governi che si sono succeduti si sono rimangiati  la promessa degli sgravi fiscali previsti) i pochi imprenditori locali vengono costretti a ricorrere agli strumenti del microcredito (quelli che ci hanno imposta dall’alto, Fmi e Europa con la sua apposita agenzia) che li incravattano sempre di più con debiti cui non potranno mai far fronte. E a ogni Legge di Stabilità si ripropone l’ipotesi dell’assicurazione obbligatoria contro i terremoti, l’albero della cuccagna per le compagnie, mentre ogni volta si riduce l’impegno della prevenzione.

Eppure i miliardi di euro spesi dallo Stato dal terremoto del Belice (1968) a quello del Centro Italia,  aggiornando gli stanziamenti, ammonterebbero almeno  a 121,6 miliardi di ieri. Il doppio o il triplo di quanto costerebbe oggi mettere in sicurezza sul piano antisismico quel 70 % dell’Italia che in sicurezza non è.

Un costo che si dovrebbe chiamare con il suo nome: investimento. Se pensiamo a che formidabile bacino occupazionale e di sviluppo costituirebbe la combinazione della messa in sicurezza antisismica con quella idrogeologica, quando  tutta la dorsale appenninica è ad alto rischio terremoti, il 98 % dei Comuni laziali e il 99 % di quelli marchigiani   risulta a rischio idrogeologico. E che straordinaria e vera Grande Opera sarebbe quella di garantire tutela delle vite, delle case, delle scuole, degli ospedali, del paesaggio, della bellezza e dell’arte.


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