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La riscossa dei peggiocrati

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Carlo Calenda nel Cuore di nonno

Anna Lombroso per il Simplicissimus

La storia è un cimitero di aristocrazie: tocca più che mai dar ragione a Pareto. A guadarsi intorno élite e quelli che un tempo erano “ceto dirigente” sono stati assorbiti dalla prepotente autorità assoluta di un impero e della sua cupola, le democrazie incompiute convertite in oligarchie, anzi in cleptocrazie,   gli intellettuali  retrocessi da usignoli in strilloni dei regimi, l’informazione condannata a entusiasta passaveline.

Nel cimitero ormai riposano senza pace borghesia e ceto media, ridotti a plebe insicura, smaniosa e impaurita, rancorosa e riottosa, che si arrampica instancabile su e giù per le scalette della sua gabbia da cavie per arrivare a fine mese, pagare tasse  balzelli, far fronte e mutui e assicurazioni in sostituzione di quei salari differiti  diventati elargizioni arbitrari e irraggiungibili, come le dimissioni di Renzi.

La loro scrematura  ammessa ai ranghi più elevati viene selezionata sulla base di criteri che hanno trasformato i meriti in rendite e privilegi ereditati o acquisiti, dando vita a un assortimento  di “arrivati” per affiliazione, spregiudicatezza, arrivismo illimitato, fidelizzazione e appartenenza a dinastie e clan che hanno sconfinato da schiatte regnanti in “famiglie” criminali, azionariati fessacchiotti quanto rapaci, proprio come gli ultimi rami di quelle italiane, come gli esangui agnellini, languidi quanto ingordi che si contendono le pagine dei sempre meno frequentati rotocalchi con le stirpi dei tycoon più spettacolari in merito a boria e ostentazione.

Ma via via che le loro file si assottigliano: i ricchi e potenti sono sempre meno e sempre di più gli esautorati e sommersi, ciononostante ridotti all’impotenza, gli appartenenti alla peggiocrazia vengono di preferenza promossi a “Eletti” sulla base della loro appartenenza  a dinastie talmente cresciute nel privilegio da aver acquisito una certa apparente sobrietà, una certa esibizione di severità di costumi che permette loro di farsi notare se non ci sono, così da fare irruzione come inattesa salvifica epifania disinteressata (si sa sono già ricchi di famiglia come il filosofo passato dallo Steinhof alle marchette clericali), così da accumulare prebende e sine cura senza far mai vedere la loro ingordigia. Portano abiti lisi su corpaccioni che non conoscono palestra o benevoli imbottiture o tagli di Caraceni,  non si circondano di festose veline e non organizzano cene eleganti anche perché le loro case avite vengono trascurate per lettucci di fortuna allestiti nelle stanze del potere, accumulano miglia grazie a missioni aziendali o istituzionali per raggiungere mete di brevi vacanze in magioni e ville di loro omologhi, perché le catene di hotel cui stanno svendendo le nostre città d’arte sono volgari. Preferiscono ville di campagna, antichi manieri e prestigiose masserie di quelli come loro, dove si mangia poco e nel solco della tradizione perché hanno in odio la sguaiata rozzezza dei parvenu in cerca di riscatto.

Spesso sono stati addestrati alla pazienza: lo scalpitare in cerca di successo appartiene ai piccoli arrivisti, come Calenda, appunto, che ha atteso con sapiente clama di dare la sua zampata e arraffare come è stato convenuto in alto, dove è evidente che hanno avuto a noia quei piccoli miserabili ambiziosi di provincia, che non spiccicano una parola di inglese, che hanno ,messo davanti agli interessi della cupola imperiale le loro micragnose velleità, i loro squallidi affarucci, i loro meschini crimini bancari e finanziari di provincia. Salvo trarli fuori dall’armadio se serve qualcuno pronto a mettere la faccia su qualsiasi killeraggio, pur di esistere.

In geografie del privilegio dove tutto è preordinato per favorire carriere e successi, dove non occorrono elezioni perché qualcuno è comunque l’Eletto per tramite provvidenziale, dove curricula e referenze si maturano in interstizi opachi del potere, grazie a salotti e matrimoni, protezioni e alleanze oscure, hanno deciso che era ora di sfiduciare il piccolo clan dei rignanesi, tirando fuori dal cilindro – raccomandato da pardi nobili, che diocisalvi –   uno di quei prepotenti conigli bravi (ne abbiamo descritto le origini qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/05/11/quando-calenda-el-sol-dellavvenire/ ) a fare la voce grossa coi deboli e gli sfruttati che se la meritano, e a cinguettare con pari sfrontatezza coi forti. Disfatte se vissute con dignità e onore possono essere la premessa per una vittoria futuro, ha detto su Twitter il ministro che ha mostrato una spregiudicata abilità nell’attraversare intoccato tempeste nelle quali a naufragare sono sempre gli altri dall’Ilva a Piombino, dall’Alitalia a  Embraco, cresciuto alla scuola di fallimenti di Montezemolo. E, ha proseguito, una nave senza capitano, soprattutto in questo momento, non può navigare, si rischia ammutinamento generale. Il capitano è importante e deve essere quello giusto”.

Ecco, è arrivato il capitano.. vuoi vedere che ci farà rimpiangere Schettino?

 

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Vecchie Signore sotto la “cupola”

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Macché Patria, macché Costituzione, macché Famiglia, macché Mamma. C’è un valore che gli italiani e non solo sono disposti a difendere a rischio della vita, del buonsenso  e della verità. È la squadra del cuore, sia la Maggica  o la Vecchia Signora, sia la Dea o la Zena, sia il Toro o il Diavolo. Il sostegno totale e la cieca fedeltà si estendono anche a viziatissimi e qualche volta viziosissimi assi del pallone, pibe di oro in odor  di evasione, campioni truffaldini di partite svendute, inveterati consumatori di paradisi artificiali e veline. E in qualche caso anche a patron e proprietari, cui, in nome della leale dedizione al team, si perdonano come peccati veniali  illeciti, aggiramento poco sportivo di regole, abusi e reati fiscali e perfino una certa inclinazione al golpismo.

Ma il furore contro il fatto colpevole di avere per primo informato sulle disinvolte e spericolate frequentazioni di delfini di casa Agnelli con amicizie  malavitose e sulla copertura data ai bagarini ultras legati alla criminalità, espresso con toni adirati sui social oltrepassa la collera per l’indebito attacco alla reputazione della squadra. Garantisti di ferro scendono in campo contro l’ex prefetto di Roma Pecoraro,  in qualità di procuratore della Federcalcio,   di aver accusato il presidente bianconero di aver incontrato esponenti della criminalità organizzata scendendo a patti con loro per mantenere la quiete allo stadio e di aver commesso illeciti con bagarini e ambienti criminali, attribuendogli perfino  rapporti personali con esponenti della malavita organizzata. E mettono in dubbio l’azione investigativa della Direzione Antimafia che ha scoperchiato il pentolone velenoso dei ricatti, delle estorsioni, del business illegale dei biglietti e dell’acquiescenza non disinteressata del giovane Andrea Agnelli, che motiva le sue relazioni pericolose con l’opportunità di contribuire al mantenimento dell’ordine pubblico, sia pure con azzardate autorizzazioni a usare festosi petardi.

Il fatto è che il silenzio della stampa sullo scandalo e perfino sulle ammissioni, rotto da qualche  rara eccezione, non dipende solo dalla ancora viva potenza intimidatoria e commerciale dell’impero torinese sia pure delocalizzato, nemmeno tanto, come ha insinuato qualcuno su Calciomercato.com, dalla preoccupazione, vera, di perdere inserzioni e protezioni, ma anche dalla natura di intoccabili e inviolabili dell’unica autentica dinastia reale italiana, sia pure ormai ridotta a esangue quanto avido azionariato, oggetto di adulazione, ammirazione, invidia e emulazione perfino di vezzi e vizi da polsino della camicia e erre moscia inutilmente imitati,  e che si sono allungate come ombre protettive su rampolli di sangue e di elezione, alle cui performance fallimentari si guarda con deliziata indulgenza.

E d’altra parte proprio la storia del vincolo tra  industria e calcio, di finanziamenti profusi per nutrire passione e consenso,  della combinazione tra bastone e carota, sfruttamento e circenses, della tolleranza per illeciti e truffe blasonate, a proposito delle quali in tempi lontani ma attuali, il promo decennio del secolo breve, il ministro di Grazia e Giustizia Vittorio Emanuele Orlando  dichiarò: “Un’azione penale nei confronti di Agnelli (Giovanni) avrebbe conseguenze negative sulla nascente industria nazionale…”, conserva dei tratti di modernità indiscussa, a celebrazione dell’audacia imprenditoriale, ancorché spregiudicata fino all’illegalità, della libera iniziativa legittimata a aggirare regole e leggi per il benessere comune, del “mecenatismo” sia pure inteso a acquisire proprietà, sviluppare influenza, incrementare benefit fiscali.

Vignetta di Altan

Vignetta di Altan

Qualcuno fa simbolicamente risalire la fine del “lavoro” a quel giorno del 2003 in cui una fila lenta, curva e mesta è salita pian piano per entrare nella camera ardente e rendere omaggio ancora una volta sottomesso, non all’industriale, ma al patriarca, anzi al monarca indiscusso di Torino. A quella liturgia ancien règime nel quale innumerevoli anonimi entrarono nell’inquadratura mediatica per un momento proprio come ai funerali di Lady Diana, quando la morte offre attimi di gloria narcisistica ai dolenti convenuti.

La fine del lavoro era già cominciata, altro che, e semmai quello era il sigillo allegorico sulla conclusione dell’epopea industriale della Torino – per traslato – dell’Italia produttiva, con gli stabilimenti giù allora in disarmo, le aree decotte, le cure dimagranti imposte a Mirafiori, il Lingotto dismesso pronto a ospitare l’evento che sancirà il seppellimento di un altro morto celebre, il partito comunista, la sua tradizione e il suo mandato. E niente investimenti in favore di profitti opachi, niente tecnologia in favore della tumescenza tossica di fondi e strumenti finanziari pensati per possedere sempre di più e condizionare e ricattare il futuro dei lavoratori, costretti a essere a un tempo sfruttati e investitori.

 

Non credo che sui lavoratori soli, intimoriti e abbandonati di Pomigliano, Melfi, Mirafiori  espropriati di garanzie, sicurezza, diritti slavo quello di faticare e esserne pure contenti,  pesi  la fine di un  mito sportivo. Semmai può pesare la vergogna di aver subito, di averci creduto, di aver accreditato la superiorità di stirpi di arroganti e tracotanti padronati. Ma quella è una colpa collettiva per la quale non ci deve essere indulgenza e la cui macchia può essere cancellata solo col riscatto, se sapremo rifarlo.

 

 

 

 

 

 


Strage per un errore umano: sì, da 25 anni

scontro_treni_001-1000x600Volendo estremizzare la strage ferroviaria in Puglia è colpa dell’euro e dell’ideologia liberista che ne ha accompagnato l’ideazione, un gigantesco errore che combinato con i vizi italici del capitalismo di relazione e del sistema politco – affaristico ha creato una miscela esplosiva. Lo so che qualcuno sobbalzerà sulla sedia però se c’è davvero un errore umano, esso va fatto risalire ai “macchinisti”   e ai padroni del vapore che dagli anni ’90 hanno creato il contesto, il substraro nel quale è maturata questa tragedia. Dal ’92 ad oggi per rientare nei paramentri della moneta unica, anche solo formalmente, si è dato il via a una lunga stagione di privatizzazioni, svendite, concessioni a favore di “amici” che è la radice del declino del Paese. Al grido di privato è bello ed efficiente, prima del riga del pater noster liberista  si è favorita una dimissione opaca e parassitaria che ha aumentato il numero dei percettori di profitto senza per questo portare a un’adeguata modernizzazione delle strutture, a una maggiore efficienza, a una crescita di investimenti. Anzi portando a un loro deterioramento.

Lo vediamo noi stessi sottoposti a una ridda di imprese per la vendita di lettricità e gas che si basano sempre sulle  sulle medesime reti di distribuzione e approvvigionamento le quali si limitano a spartirsi il bottino con politiche tariffarie da cartello e border line che tuttavia la legge in qualche modo autorizza e protegge. E la stessa cosa avviene per l’acqua e i trasporti, visto che nessuno vuole o è in grado di controllare il rispetto dei patti, la congruità delle tariffe e degli investimenti reali, così che padroni e padroncini sono di fatto liberi di fare ciò che vogliono salvo ricorrere all’aiuto dei soldi pubblici quando occorre. L’era delle privatizzazioni è stata inaugurata da Giuliano Amato nel ’92, subito dopo Maaastricht, con le grandi dismissioni bancarie e assicurative del Credito Italiano, Comit, Ina studiate e realizzate con la consulenza di banche speculative come Merril Lynch e Goldman Sachs. Nello stesso anno quest’ultima fu beneficiata da Mario Draghi che svendette l’immenso patrimonio immobiliare dell’Iri per un quarto del suo valore e poi proseguì Prodi con lo scorproro e la distruzione dell’Iri per finire con le disastrose operazioni con Alitalia. Gli schemi non sono mai stati limpidi, ma l’accecamento verso i dogni e tic liberisti era tale che Ciampi si vantò come di una medaglia al valore il fatto di aver lasciato nel 1997 Telecom a un gruppo di azionisti capitani dagli Agnelli con appena  lo 0,65% del capitale, pur di tenere legata all’Italia la famiglia torinese, che stava per cedere Fiat a Gm. Sappiamo com’è andata a finire, ma certo invece di entrtare nella gestione della più grande industria italiana che era sopravvissuta grazie a enormi quantità di soldi pubblici, si regalava a man bassa. Il risultato complessivo è che si sono incassati  127 miliardi di euro, ma dal quel 1992 il debito pubblico è più che triplicato, l’industria è stata svenduta, si sono persi fino al 2008, quindi periodo precrisi globale  oltre un milione di posti di lavoro nell’industria, le tariffe sono tra le più alte d’Europa, il livello dei servizi tra i più bassi e ancora oggi solo il 50% degli italiani è in grado di accedere alla banda larga. Per non parlare dell’effetto trascinamento che tutto ciò ha avuto sul sistema sanitario e su quello pensionistico.

Un incidente per quanto tragico rimane tale, ma non c’è dubbio che il contesto in cui esso è maturato è proprio questo quadro fallimentare di concessioni  dove alla fideistica fiducia nel privato e/o nella gestione privatistica dei servizi universali ed essenziali, corrisponde carenza di investimenti e dunque assenza di ricoversione e ammodernamento, mancanza di controlli, aumma aumma da tutte le parti. E oltre a questo anche riduzione selvaggia di personale pure in assenza di soluzioni tecnologiche alternative , come ad esempio il doppio macchinista. Ma si sa, questo è necessario ad alimentare il santo graal della competitività, guai se la tratta Corato – Andria fosse meno remunerativa di quella Tokio – Osaka che com’è noto viene utilizzata dagli stessi passeggeri.  O più realisticamente per aumentare i profitti e farli girare fra i paradisi fiscali caraibici , pacifici e sammarinesi  come capita al maggiore azionista della ferrovia della strage, il conte Pasquini e all’azionista di minoranza, ovvero la moglie legata a parentele con gli Agnelli: quindi il risparmio su qualche sensore in grado di fermare automaticamente i treni, qualcosa di non più complesso di ciò che viene montato persino sulle utilitarie , è assolutamente ammissibile, lecito, logico. Diciamo giusto.  Tanto che una torma di commedevoli imbecilli dediti alla politica o al commento, richiamati davanti alla telecamere per fare le prefiche e impedire che dal dramma maturi qualche consapevolezza. Ora si attaccano a presunti fondi europei inutilizzati e non si accorgono gli sciagurati che invocano soldi pubblici per sopperire alle magagne del privato verso il quale però non si stancano di turibolare. Mi danno la nausea.

Tanto più che si spendono cifre enormi per operazioni a dir poco grottesche come  sovradimensionare una linea ferroviaria, la Torino- Lione la cui tratta attuale è ampiamente sotto utilizzata mentre il piano delle Fs (leggi governo) per le ferrovie regionali, totalmente abbandonate da un quarto di secolo come i pendolari sanno benissimo, prevede ammesso e niente affatto concesso che mai si realizzi, investimenti  di 4, 5 miliardi da Firenze in su e 60 milioni per tutto il resto del Paese. Si, certo che si tratta di errore umano, un errore che dura da 25 anni.


Quando Calenda el sol dell’avvenire

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Vedremo chi sta con il popolo e chi nuota solo nell’acquario della politica politicante, fatta di talk, tv e autoreferenzialità”. Ci fossero le Olimpiadi della sfrontatezza, i mondiali degli spudorati, i campionati dei senza vergogna, il bulletto di Palazzo Chigi sarebbe sempre sul podio, si fregerebbe della medaglia d’oro e le mensole del suo ufficio sarebbero onuste di coppe.

Come impone il calendario dell’industria della moda, l’attempato bellimbusto deve già guardare a quello che di indosserà in autunno, stagione del referendum spacchettato o no, e consiglia un look pop, meglio ancora nazional popolare, con tanto di richiamo alla “sovranità”, di critica ai sacerdoti della conservazione più misoneista, in testa i costituzionalisti odiati come gli archeologi cui li assimila, colpevoli, d’altra parte, come i sovrintendenti, i soggetti di vigilanza e di controllo, di ostacolare con la loro arretratezza puntigliosa e sterile, progresso, crescita e libera iniziativa.

Sarà per mostrarsi più vicino alla gente? Sarà per pescare nel mare del lavoro e delle professioni? Sarà per simboleggiare che non occorre nascere da sacri lombi per essere premiati con incarichi prestigiosi, che ha nominato in veste di homo novus al Ministero dello sviluppo, tal Carlo Calenda, in sostituzione della dimessa Guidi?

Macché. Sono finiti i tempi della selezione del personale effettuata scorrendo la rubrica del cellulare alla voce “famiglia” e “amici”, scegliendo accuratamente i numeri 1 col prefisso di Firenze. Come è sempre successo ai peones arrivati nella capitale, ai provinciali ansiosi di riscatto sociale e mal tollerati nei salotti in virtù di carriere discutibili e grazie a fortune arbitrarie, il villanello di Rignano ha deciso di allargare la sua cerchia, aspirando a farsi amiche dinastie e consanguineità celebri e celebrate, per essere ammesso in sprezzanti circoli esclusivi sperando in una improbabile gratitudine.

La scelta è caduta  non casualmente su un curriculum che può esibire tutti i marchi di origine e i caratteri peculiari della città della Grande Bellezza, una combinazione di cultura e cinema, salotto Bellonci e Viale Mazzini, familismo e casati nel cui ambito è impossibile non maturare carriere irresistibili, a meno di ricoprire il ruolo non solo letterario di pecora nera, anche quello comunque immortalato in cronache e biografie dei grandi.cuore

In questo caso la fonte più densa di notizie cui attingere per saperne di più del giovane favoloso passato dai Parioli a Via Molise non sono gli annuari della Normale, nemmeno quelli della Bocconi e neppure il Morandini, anche se per via di nonno e mamma, Calenda è circolato nel dorato mondo della celluloide, vantando una parte di protagonista nello sceneggiato Cuore più prestigiosa della Ruota della Fortuna cara al suo ultimo sponsor, bensì Dagospia, molto saccheggiato in questi giorni dalla stampa, in quanto sorgente bene informata. E da cui apprendiamo che il nipote di Comencini, figlio della regista e di un economista ottimamente introdotto nella cerchia bancaria e di nobiltà partenopea affiliata alla diplomazia quirinalizia, pur appartenendo di diritto e per cooptazione al salotto Guermantes, non riposa su allori dinastici, ma è ossessionato dal lavoro, che rappresenta il suo unico interesse, insieme a una passione non hobbistica per le privatizzazioni e il Ttip.

A questo punto anche voi vorrete saperne di più e eccovi accontentati.  Il sito di gossip, e dietro a lui l’autorevole stampa quotidiana, per lavoro indefesso, selvaggio e martellante intende intrinsichezza giovanile in veste di delfino per scelta con Montezemolo, in una imitazione più modesta del rapporto tra l’attuale presidente di Alitalia con il Re della Fiat, concretizzatasi in un susseguirsi di incarichi all’ombra del collezionista di fallimenti, che lo ha voluto al suo fianco in qualità di assistente in Confindustria, in Ferrari, nella società dei treni veloci, in Interporto Campano e dulcis in fundo, nel suo Think Tank con velleità elettorali, Italia Futura.

Con un inventario simile di esperienze professionali, e ammesso che  non porti sfiga, Calenda non lo vorreste nemmeno a amministrare il vostro condominio. Invece Letta lo volle sottosegretario e ora Renzi l’ha promosso.

E lo credo, ai ragazzi di campagna arrivisti piace entrare nel cono di luce della mondanità, avere dimestichezza con gli inventori dell’orologio sopra il polsino, essere riverberato dal sole del privilegio ereditato, senza fatica e senza merito, stare sia pure ai margini del Gotha dove è concesso tutto quello che a noi è proibito. Anche solo questo basterebbe a farci dire di no.

 


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