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27 gennaio, scurdammoce ‘o presente

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualcuno, era Balzac mi pare, ha detto che gli uomini sono come quelle bambole dell’800 che hanno bisogno di un’asta dentro per stare dritti: sia dignità o ambizione, forza o vanità. Per altri non sarebbe la spina dorsale a tenerci eretti, ma il carapace,  un’armatura quindi,  a un tempo di offesa e difesa, a garanzia di sordità, indifferenza, isolamento, arroccamento.

Sospetto che sia più probabile la seconda ipotesi e che     quella corazza, proprio come ha scritto oggi il Simplicissimus, sia forgiata con pura ipocrisia. Tanto per fare qualche esempio oggi è in corso sui social network e non solo una nobile competizione a chi cerca tra millenari reperti olocausti dimenticati, rimossi, trascurati o sottovalutati, mettendoli in concorrenza con quello “celebrato”  il 27 Gennaio, avvalorando più o meno consapevolmente quanto c’è di avvelenato nel ricordare a comando una volta l’anno, come una liturgia occasionale, estemporanea e necessaria per tacitare coscienze, peraltro in generale letargo, ma anche come se la memoria di quello “sottraesse” sdegno e orrore, vergogna e condanna per gli altri, quelli di un tempo: di nativi americani, rom, inca e aztechi, omosessuali o armeni, con buona pace di aspiranti partner europei o di autonominatisi guardiani della democrazia, e quelli in corso, con gli stessi artefici, macellai o finanziatori. Invece è proprio come per i diritti, come per l’umanità. come per la libertà, l’impegno a tutelare il ricordo e esprimere l’anatema non deve mica avere priorità, gerarchie, e il nostro cuore e la nostra ragione devono avere tante stanze, tante da accogliere solidarietà, comprensione, amore e accoglienza per tutti gli sfruttati, disperati, diseredati, umiliati. E per tutto l’anno.

Per questo è sospetto il distinguersi di chi non si accoda alla retorica obbligata sulla giornata della memoria, approfittando della ricorrenza per ricordarci che il popolo di Israele, diaspora compresa, coincide lo stato di Israele e perfino con il suo governo sanguinario e repressivo, e di conseguenza non merita la rievocazione del torto subito per via dei torti commessi ai danni dei palestinesi. Convinzione di per sé azzardata, ma ancora più spericolata e antistorica perché prevedrebbe che gli ebrei fossero davvero speciali, eletti, forse?, unici al mondo soggetti a un ricordo che ammaestra, insegna e impedisce che l’offesa diventi diritto a perpetrarla a propria volta. Mentre, tanto per fare un esempio, noi italiani normali:  cattolici, ebrei, settentrionali o terroni, siamo legittimati alla dimenticanza del passato di emigranti, in modo da poter liberamente e senza pudore o vergogna militare nel fronte del respingimento, dell’esclusione, del rifiuto, dell’emarginazione.

È che i buoni sentimenti, la coscienza pulita e la coerenza funzionano a intermittenza, accendendosi come le luci dell’albero di Natale, secondo interesse, strenna promessa, punti qualità. Difendono l’istituzione familiare secondo tradizione gli stessi che le famiglie le hanno impoverite, quelli che seminano inimicizia e rancori che rompono antichi patti generazionali, quelli che le hanno derubate di risparmi e speranze. Rispettano le quote rosa li stessi che costringono le donne a scelte obbligate, quelle che escludono dal lavoro, quelle che impongono di sostituirsi a assistenza, cura e accudimento dei servizi sociali cui tutti contribuiamo, quelle che impediscono l’esprimersi di talenti e vocazioni per riportarle a ruoli e funzioni ancestrali, in nome di attribuzioni naturali che non possono esserlo se reprimono aspettative, istanze e dignità.

Ancora oggi apprendiamo che Franceschini e Renzi non sapevano nulla della zelante decisione di inscatolare le statue per non turbare il proverbiale  pudore dell’illustre ospite. Infatti pare sia già cominciato quello sport nazionale consistente del dinamico rimpallo di responsabilità e colpe: è stato Palazzo Chigi a dare l’ordine, no, è stata la sovrintendenza a decidere, macché avevamo ricevuto una garbata e sommessa raccomandazione da parte del seguito del presidente iraniano. Insomma è già in corso una disputa che minaccia di emulare quella che, pare sia stata sanguinosa,  ha accompagnato la spartizione dei Rolex durante la missione della delegazione italiana in Arabia Saudita e che forse altro non è stata se non una innocente espressione di usi tradizionali e costumi nazionali, come invita a fare l’antropologia e come la nazione invitante ha benevolmente permesso di fare.

È davvero indispettito il Ministro dei Beni Culturali e vorremmo ben vedere, ci facciamo ridere dietro da tutto il mondo, francesi in pima linea che rivendicano la loro leggendaria indipendenza sottolineando come abbiano coraggiosamente deciso di non servire solo acqua, magari di Vichy, durante la cena in onore di Rohani, offrendo invece una prelibata selezione dei loro vini.

Si vergogna. E tanto, molto più di quando crollano le case di Pompei, molto più di quando, raramente, ricorda che ci sono musei dove le statue non si possono vedere, non perché avviluppate in veli pudibondi come le zampe delle sedie vittoriane, ma perché non viene pagato il personale. Molto di più di quando offre il Colosseo in comodato, immagina di farne il contenitore di insani spettacoli, corredati di giochi d’acqua, leoni e gladiatori, molto di più di quando tace su una “riforma” che scardina definitivamente la rete di sorveglianza e tutela dei beni artistici e paesaggio. Molto di più di quando si astiene in merito al passaggio di navi in Bacino San Marco o all’esposizione in Canale di un cubo di cemento, che in effetti assomiglia agli imballaggi che hanno accolto la visita del presidente iraniano.

Virilmente e energicamente si vergogna. Cosa ne pensate sarà per via dell’asta di ferro o del carapace?

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