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La retorica dell’emergenza

monacaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Così inaspettatamente siamo ridiventati una nazione di navigatori, salvo Schettino, e di poeti, salvo quel molesto disfattista di Dante: serva Italia di dolore ostello, o quel frustrato nichilista di Leopardi:  vedo le mura e gli archi. E le colonne e i simulacri e l’erme. Torri degli avi nostri, ma la gloria non vedo, accordando invece una netta preferenza ai cantautori da Cotugno con l’italiano vero a De Gregori, viva l’Italia che lavora.

Il Corriere della Sera ha fatto il botto grazie all’edificante riabilitazione retorica dei connazionali a firma di degli esperti in caste e brocchi, dedicata a illustrare le virtù italiche suscitate dall’epidemia: Eppure, come nei momenti decisivi della storia, anche stavolta vengono fuori gli italiani solidali, lavoratori, coraggiosi. L’abnegazione di medici e infermieri è straordinaria. Le forze dell’ordine fanno la loro parte, mai difficile quanto ora. Categorie non amate come i politici e i giornalisti, che a dispetto dei luoghi comuni vivono una vita di relazione in mezzo alla gente, si scoprono particolarmente esposti. Le donazioni private crescono. Il patriottismo da balcone può non piacere; ma è anche questo il segno di un Paese che resiste. O intenta a auspicare il ritorno delle parole vere, che tornino a avere un peso, augurio quanto meno spericolato  a guardare la tribuna dalla quale viene somministrata la confortante pedagogia dell’emergenza. O emozionata nel  renderci teneramente  partecipi della epifania di chi ha la sorprendente rivelazione “delle strane suggestioni della solitudine in questi giorni di segregazione forzata…. Ero abituata ad andare a teatro o al cinema o a cena con gli amici. Improvvisamente mi rendo conto che quelli che io consideravo momenti poco importanti della mia vita, invece erano importantissimi”.

È tutto uno sventolare di tricolori sulle trincee dei supermercati, dei tinelli, delle terrazze, delle altane, comprese quelle di istituti religiosi senza Bertone, grazie a festose monache che improvvisano incoraggianti balletti “tanto pe’ cantà”.

E’ tutto un tributo al coraggio familiare, all’eroismo domestico di chi “sta a casa!”, al fegato di chi riordina la dispensa, all’ardimento di chi apre un libro di Vespa ricevuto a Natale scorso, all’intraprendenza di chi sbatte i tappeti in avvicendamento con i concerti di coperchi e i cori velleitari di Volare.

E  e dire che a migliaia facevano la fila per essere selezionati in qualità di stanziali coatti del Grande Fratello.

Chi si ricorda più la malasanità di ieri di fronte all’eroismo di oggi, chi si ricorda più gli anziani in corsia lasciati con lo stesso pannolone per una giornata, il morto nel letto vicino per tutto il weekend rievocativo di una esilarante pellicola americana, chi si ricorda più le liste d’attesa arbitrarie e discrezionali per una Tac o una risonanza, i pellegrinaggi da Sud a Nord alla ricerca del parere del clinico di fama. Chi si ricorda più i sorci che impazzavano sfrontati nel corridoio dove sostavano postulanti in attesa  di essere ammessi al pronto soccorso.

E chi si ricorda più il concorso di fattori che spingeva quotidianamente i cittadini a disertare l’assistenza pubblica, rivolgendosi a strutture e specialisti privati, pagando profumatamente esosi consulti e assicurazioni che dovevano restituire in cambio di altre cravatte, rate, privazioni, la restituzione se non della salute, almeno del rispetto dovuto a chi spende. Come se tutti quelli che hanno pagato le tasse, compresa quella sulla salute aggiuntiva delle normali trattenute, non avesse il diritto a assistenza e dignità negate perfino in punto di morte.

Perché poi è questo uno degli aspetti immorali degli stati di eccezione, far cadere l’oblio sul passato, sulle responsabilità e sulle colpe comprese quelle di chi ha subito e si è condannato al ruolo di vittima.

Così grazie al virus e a quelli che stanno compiendo il loro lavoro e il loro dovere, non siamo più autorizzati a guardarci indietro, a denunciare chi si è approfittato di noi e die nostri beni, speculando sulla debolezza della necessità o della malattia, a chi ha umiliato quelli che oggi celebra come martiri. Se c’è qualcosa che dovremmo contrastare quando si vive una condizione eccezionale è quel miserabile richiamo alla pacificazione, la stessa che equipara i ragazzi di Salò e i fratelli Cervi, in modo che carnefici e perseguitati meritino la stessa umana comprensione, o quell’invito a una unità che abbia il merito stendere una coltre di silenzio sull’urlo di dolore della gente e sulle risate degli imprenditori dell’Aquila.

Grazie al virus siamo tutti promossi, i ministri a statisti, i clinici in Tv piuttosto che in laboratorio, a Dottor Schweitzer;  il medico di base che effettuava le diagnosi per telefono: dica 33 al cellulare e faccia il selfie delle tonsille,   facendo passare avanti l’informatore medico con la strenna e i campioncini, a missionario;  la professoressa che volevate deferire al dirigente scolastico perché aveva tolto l’ iPhone al pargolo, o perché soffre di reiterate patologie che l’allontanano dalla cattedra, convertita in solerte educatrice a distanza. Senza dimenticare gli intrepidi bancari allo sportello tre mattine alla settimana, per farci pagare le cambiali.

Grazie al virus certo, ma soprattutto alla non disinteressata mescolanza di buoni e cattivi, onesti e sleali, che pare costituisca un fisiologico effetto collaterale degli stati di eccezione,  diventa un imperativo etico farci essere tutti uguali temporaneamente  e contemporaneamente, non davanti ai diritti, che restano sempre impari, nemmeno ai doveri, pure quelli difformi e discrezionali, ma davanti agli obblighi imposti dalla contingenza e dalla necessità.

Si tratta di obblighi imposti a tutti, con accolti con delle eccezioni, se guardiamo alla spesa dell’ex ministro esentato dai controlli ancorché senza nemmeno uno shopper dell’Esselunga. E con una preferenza per quelli che godono dell’onore delle cronache a fini dimostrativi e didattici: il delicato bozzetto delle giornate del primo cittadino di Firenze in isolamento per aver scelto il Pd invece di Italia Viva e così contagiato dal segretario, che si adopera a amministrare la città del giglio dalla stanza del figlio in qualità di smart-sindaco tra il pc e la play station del delfino, o i tweet della viceministra che aggiornano sui colpi di tosse e sul reponso del termometro. Perché nel caso non l’aveste capito, anche il coronavirus non riserva pari trattamento ai colpiti, quelli illustri lo contraggono in forma leggera, leggerissima, qualcuno addirittura si è messo in volontario autoisolamento, per non far correre pericoli agli altri, dice, facendo sospettare che si tratti di qualcosa che ricorda la sega a scuola, la “manca” il giorno del compito di matematica.

È finalmente ridiventato un obbligo anche quello di informare, talmente preso sul serio che siamo assediati da comunicazioni dissociate e schizofreniche, comandi contraddittori, soliloqui di inviati davanti alle porte serrate dei pronto soccorso, denunce e invettive con tanto di corredo iconografico di medici che farebbero meglio a stare in ambulatorio, profezie rovinologiche di accademici e predizioni di sventura di sociologi che Malachia je spiccia casa, sperimentazioni di festoso bricolage di giornalisti prestati a art attack, performance di statistici e analisti che fanno rimpiangere il pollo di Trilussa.

Così il vaccino consigliabile nell’immediato sarebbe spegnere la Tv, il pc, adibire i giornali la cui vendita è concessa per la loro qualità di servizio essenziale, all’antica funzione di incartare le scarpe da dare a risuolare. Che tanto la loro lezione è la stessa, trasmetterci il comando all’ubbidienza come fossimo i cagnolini da ammaestrare, non tanto per l’oggi, non tanto per farci stare a casa, ma per preparare un domani dimentico dei peccati originali, devastazione dello stato sociale, impoverimento di beni e valori morali, distruzione delle scuola, dell’università, della ricerca, quindi pronto a ripeterli, peggiorandoli grazie ai costi di questa emergenza, che ricadono sulla collettività.

E la collettività è chiamata da tutti a essere fiera, orgogliosa e contenta di essere cornuta, mazziata, ma applaudita dalle finestre dei palazzi abitati da chi oggi riabilita lo sciovinismo, il patriottismo del 2 giugno con la parata delle armi che compriamo invece dei indirizzare le risorse per ospedali, tetti e case, tutela del territorio, con i soldati che mandiamo non da riservisti e trionfalmente in campagne coloniali, in barba alla narrazione della nazione mite. Adesso la marmaglia peccatrice di populismo quando si incazza, ridiventa magicamente popolo, con una sua identità dimenticata, ora redenta e reintegrata con i toni epici delle eroiche penne habitué degli editoriali, perché   “quando arrivano i tempi in cui è questione di vita o di morte (mai espressione fu più appropriata) allora conta davvero chi parla la tua stessa lingua e condivide il tuo passato, chi ha familiarità con i tuoi luoghi e ne conosce il sapore e il senso, chi canta le tue stesse canzoni e usa le tue medesime imprecazioni” (Galli della Loggia, sempre sul Corriere).

Ci mancano solo la bevuta simbolica dell’acqua del sacro fiume in una grolla, il riscatto di Miglio, l’obbligatorietà della cassoeula a Masterchef, le mascherine autarchiche, e il recupero della baldanza e dell’orgoglio nazionale è fatto. Magari però sarebbe davvero ora di fare gli italiani.

 

 


Sotto il tendone del circo

animAnna Lombroso per il Simplicissimus

Come è ormai d’obbligo devo premettere che considero deplorevole  l’esodo dei cretini da Nord a Sud, possessori di seconde case a Taormina o in Costa Smeralda, e che, memori della frettolosa lettura del Decamerone, cercano riparo lontano dalle città infette.

Fatta questa premessa, che sostituisce le autocertificazioni necessarie fino a qualche giorno fa di antifascismo, antirazzismo, mitezza e creanza, dichiaro che trovo nauseante la condanna e pubblica riprovazione rivolta alla plebe scriteriata che non ottempera agli obblighi imposti per il contenimento della pestilenza, da parte di decisori, scienziati, opinionisti e laureati all’università della strada, come recita il profilo Fb, ormai promossi a tecnici dello stato di eccezione e inclini a richiedere i servizi di qualche uomo della provvidenza, di governi di salute pubblica e soprattutto privata e di muscolari (anche grazie a appropriati massaggi) manager della protezione civile indimenticati o superpoliziotti adusi a salutari repulisti .

Pare non venga proprio loro in mente che nessuno di loro in questo Paese, dove siamo rinchiusi in gabbia a lavorare come animali da circo,   è davvero abilitato ad esigere dalla “gente comune” senso di responsabilità, comportamenti ispirati alla coesione sociale e alla solidarietà, se l’ideologia imperante e le politiche che ispira hanno invece consolidato l’egemonia di una panoplia di “valori”, di vizi convertiti se non in virtù, almeno in qualità indispensabili per affermarsi nella professione e nella vita privata.

Non occorre nemmeno guardare in alto per avere conferma  che  all’ambizione, all’arrivismo, alla competitività, alla superficialità dinamica e futurista, si è aggiunto a tutti i livelli  un requisito in più, quel “realismo” che obbliga all’obbedienza cieca alla “necessità”, togliendo insieme ai diritti fondamentali, perfino quello a desiderare, a sognare, a immaginare qualcosa di diverso dalla sopravvivenza, esonerandoci non solo dall’utopia, ma pure da obblighi e imperativi etici retrocessi a moralismo.

Basta pensare che la contingenza di questi giorni ha sortito l’effetto di rendere semplicemente esplicita una consuetudine che vige da sempre, oggi più che mai inderogabile, quella che ha spinto la Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva,   a diffondere e legittimare, con un documento indirizzato all’Esecutivo,  la probabile obbligatorietà della fissazione di un limite di età per l’accesso alle terapie intensive, basato sulle maggiori possibilità di sopravvivenza e sul fatto di avere più anni di vita salvata.

Si tratta di un aggiornamento del “prima le donne e i bambini” in occasione di un naufragio senza Schettino, della discrezionalità delle liste per i trapianti e per certe cure sperimentali, oggi ammissibile e svincolato da “ipocrisie” grazie alla definitiva legittimazione dell’urgenza perenne, dell’emergenza governabile solo con misure eccezionali, restrizioni, limitazioni della circolazione e delle libertà che il coronavirus ha coronato, ma che avevamo sperimentato già grazie alle varie minacce e paure che respiravamo: terrorismo, invasioni, eventi catastrofici in seguito ai quali si sono innestati altri timori, tanto che le ricostruzioni sono diventate rischiose a causa delle opportunità offerte a malavitosi profittatori mafiosi, quindi  ragionevolmente pare preferibile lasciare la gente in tenda o casette temporanee , anche quelle soggette a criteri arbitrari di precedenza.

C’è poco da stupirsi dunque se   chi ha la fortuna  di possedere una casa fuori dalla zona rossa, ne approfitta,  Berlusconi compreso, se  c’è da sospettare che Zingaretti o Fontana in caso di peggioramento possano accedere a uno dei letti in terapia intensiva sopravvissuti ai loro stessi tagli,  se  a fronte della sorprendente latitanza di startup e giovani imprenditori creativi pronti a cogliere l’opportunità offerta dalla crisi mettendo in produzione mascherine e dispositivi di protezione, c’è qualcuno qui e fuori che specula, se i furbetti sono una categoria apprezzata, invidiata e imitata, se l’Europa è la prima a far tesoro delle raccomandazioni di “lavarsi le mani”, sicché si può star certi che  anche qualora venissimo autorizzati sforare ora i limiti del deficit, passato il peggio sanitario verrà premuto l’interruttore con l’obbligo di rientrare nei parametri, tagliando ovunque si può e anche dove non si può, sanità compresa.

Eppure adesso tutti e non solo i carnefici, i macellai e i loro inservienti,  si aspettano e pretendono eroismi, sacrificio, abnegazione, da un personale sanitario umiliato  al lavoro in ospedali dove interi reparti sono stati chiusi, dove mancano le risorse anche per le spese correnti, dove arrivano giovani impreparati ma ricattabili, preferiti a soggetti più esperti e qualificati costretti a andarsene mentre vengono richiamati i pensionati in veste di consulenti. O da insegnanti, quelli che nella mentalità diffusa fanno tre mesi di vacanza, quelli maltrattati dai superiori e dai genitori iperprotettivi di sciagurati bulletti, spostati come marionette, sottopagati e sottomessi a figure manageriali che piegano la didattica a regole di mercato, in scuole pericolanti dove le famiglie devono concorrere alle spese, che si devono improvvisare in veste smart per attuare il sogno demiurgico della telescuola senza mezzi, senza preparazione, senza strutture, alla faccia della scuola smart. O  da funzionari pubblici, quelli del cartellino facile, loro esonerati da restrizioni e limitazioni, allo sportello e alla scrivania  negli uffici dei comuni, delle amministrazioni, arrivati al lavoro, su autobus e treni guidati da altra gente da sempre assimilata alle clientele, alla cerchia infame del familismo, tutti in attesa di riconoscimento, redenzione, ammirazione grazie alla possibilità del martirio.

D’improvviso e magicamente il loro lavoro, il nostro lavoro, riprende valore, di modo che chi aveva ancora la fortuna di avere un’occupazione, un salario, una fatica, anche precaria, oggi deve dimostrare di meritarsela sfidando la malattia. Poi quando il pericolo sarà passato, tutto tornerà come prima, anzi peggio di prima, perchè il sollievo del pericolo alle spalle riporterà in auge la mistica della necessità, perché tocca pagare la buona sorte di averla scampata e doverosamente saremo chiamati a contribuire al dopoguerra, alla ricostruzione.

E per quella servono quattrini, bisognerà spremere i sopravvissuti della pecora nera, non solo al Covid19,  ma ai suoi effetti collaterali, crollo borsistico, esercizi chiusi, campi abbandonati, fabbriche e aziende che licenziano, voragini amministrative del settore pubblico incrementate da costi straordinari, a fronte di multinazionali e delle grandi imprese che approfittano della criticità per darsela a gambe o a venir meno ai patti come nel silenzio dei media, stanno facendo Arcelor Mittal, Atlantia, Alitalia.

E sarà allora che la cupola finanziaria coglierà l’occasione per commissariare l’Italia ed imporre tutte quelle misure che perfino nella anomala normalizzazione dell’iniquità e della speculazione che viviamo da anni, sarebbero sembrate eccessive e strabordanti, grazie a aggiustamenti per rompere di più, a interventi drastici inesorabili, imprescindibili, come non lo era investire per curare, assistere, dare condizioni di vita dignitosa a malati, anziani, sani senza casa, giovani senza lavoro, cinquantenni espulsi dal consorzio civile in quanto obsoleti e parassitari, talenti sacrificati, vocazioni derise.

Ma bisogna stare attenti a dirlo, si fa brutta figura, si è trattati da sciacalli perché il grande successo popolare di questi regimi eccezionali non consiste nella imposizione e accettazione delle limitazioni di libertà oggi necessarie quanto non lo era garantire ospedali funzionali, reparti specialistici, personale competente e pagato il giusto:  chiusura delle scuole, delle università, sospensione delle udienze nei Tribunali, blocco delle manifestazioni pubbliche e di quelle manifestazioni sportive, riduzione dei trasporti locali, permesso di movimento consesso solo a chi dimostra di uscire di casa per lavoro o per gravi motivi sanitari, quelle cioè che hanno persuaso all’ammirazione e all’emulazione anche quelli che da anni lanciano invettive e allarmi contro il pericolo giallo.

Ma risiede nella ormai pubblica e generalizzata proibizione di interrogarsi sul perché siamo arrivati a questo, sul perché una epidemia diventa catastrofica, quando cioè rivela e denuncia la devastazione prodotta non solo a carico del sistema sanitario pubblico, ma in tutta la società, nei servizi, nell’istruzione, nell’anatema che viene lanciato a chi si preoccupa non solo dell’ora e qui, ma del prezzo che pagheremo dopo, quando qualcuno saprà approfittare, come previsto, della felicità della salvezza, che, come ormai è “naturale”, è precaria anche quella.

 

 


Ricchi, aghi, cammelli

camm Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chissà quanti cammelli sono passati per la cruna di un ago e non ve ne siete accorti, impegnati  come eravate ad assicurare che ai ricchi fosse concesso di godere di fortune   in terra e poi di essere ammessi al regno dei cieli. come  indica  la entusiasta dimostrazione di stima e ammirata fiducia riservata a esponenti del delfinario del privilegio che non pur non facendo scelte francescane, senza rinunciare a beni e prerogative, senza dare il mantello sontuoso al mendicante, hanno riscosso considerazione fino alla venerazione rivendicando che proprio grandi mezzi, rendite e trattamenti di favore li hanno resi più sensibili di noi, costretti all’egoismo della sopravvivenza, alla causa degli ultimi , favorendo una redentiva scoperta del bello della carità.

Già da tempo questo nuovo  e originale fenomeno  era stato promosso da qualche fine pensatore, da qualche divino schizzinoso che ci aveva spiegato che non gli occorreva rubare essendo ricco di suo, convinzione smentita dal più stonato vizio di chi ha, l’avidità insaziabile che lo spinge ad avere sempre di più; da qualche raffinato antagonista che voleva dimostrare che si può essere sofisticati gagà e comunisti,   che si può patire per gli sfruttati in abito di Caraceni o con una pashmina così sottile da passare per un anello (questa storia di attraversamenti impervi pare ritorni) magari comprata in viaggio di studio in Afghanistan e che beni perlopiù ereditati sono una pesante condanna all’incomprensione rancorosa di quelli che dovrebbero essere loro grati per spirito sdi servizio.

Quella fase non è terminata,  al contrario: i nostalgici del Cavaliere lo rimpiangono anche in veste di tycoon che ha fatto i danè a differenza di questi straccioni  del nuovo ceto dirigente che non hanno mai saputo alzare un quattrino, che se rubano si fanno beccare  incapaci di farsi leggi ad personam su misura, che non tirano fuori un’euro per farsi un G8 più signorile e poi non danno lavoro a tanta gente, veline e calciatori compresi.

Eh si, adesso i ricchi li si ammira e gli si dà credito, se si osa mettere in dubbio il prestigio conquistato via mare come un eroe di Conrad, andando in visita pastorale dai potenti recando in dono pensierini edificanti e salvifici, allora si è sicuramente posseduti da acrimoniosa gelosia, obbligati a raccogliere fondi quando, proprio come i poveracci non tutelati da denaro e alte protezioni, anche se molto più raramente, sono costretti a dare conto delle loro  responsabilità e degli effetti dei loro atti, costretti ad emozionarci per loro e a dare tangibile riscontro dell’approvazione e del consenso che meritano.

Forse che se la beneficenza ha sostituito la solidarietà e la carità la coesione sociale, l’invidia avrebbe preso il posto della lotta di classe? per quanto mi riguarda ammetto di essere  bastarda e astiosa nei confronti dei ricchi che hanno sempre avuto il culo al caldo,  che gironzolano per università finchè non maturano una vocazione appagata e premiata con carriere facilitate, creative, artistiche, che saltano un anno di scuola che verrà recuperato anche grazie alla chiara fama conquistata per fare lodevole proselitismo, che hanno a disposizione innumerevoli agenzie di viaggi che propongono pacchetti solidali per  enfant gâté in cerca di vacanze avventurose a caro prezzo comprensive di salvataggio di alberi secolari e specie in via di estinzione dall’altra del mondo dove i loro familiari hanno tratto considerevoli profitti in qualità di consulenti di produttori di armi, imprese energetiche, aziende che praticano la cooperazione contribuendo a esportazioni coloniali di democrazie. E che nel migliore dei casi praticano qualche “rifiuto” sdegnoso e estemporaneo su issue particolari, senza mai mettere in discussione il sistema nel quale stanno piacevolmente annidati.

E’ che l’hanno avuta vinta anche stavolta, trasformando il conflitto di classe e l’identificazione di nuovi ceti estromessi dalle classi agiate nello status di espropriati e sfruttati, nella condanna generica di “incidenti” e  di presunte anomalie della società: corruzione, speculazione, familismo, clientelismo, arroganza, repressione. E nel biasimo circoscritto a chi ne è affetto come se si trattasse di caratteri e vizi personali e individuali, e non dell’indole, della cifra, del codice genetico della ricchezza che non viene cancellato da qualche atto lodevole di altruismo e benevolenza, compiuto sia pure in buon fede.

La fede però è meglio riservarla ad altro, e in attesa che sia loro negato il regno dei cieli, comincerei con l’attribuir loro la colpa per quello che ci tolgono in terra.

 

 

 

 

 


Mannaggia al people

Zingaretti-1-720x300In un Paese dove da oltre vent’anni l’ingiustizia sociale è diventata il principale programma politico di ogni schieramento, la richiesta di giustizia suona quanto meno ipocrita e occasionale, anzi davvero irreale. Così la manifestazione milanese che ha fatto da preludio all’elezione del commissario Montalbano alla segreteria Pd (vedi questo  spassoso video ) e diretta contro i respingimenti dei migranti ha utilizzato una causa sacrosanta per nascondere dietro il velo della folla la nullità delle idee. Cominciamo dal titolo della manifestazione che di per sé è già un ottimo segnale, “People, prima le persone”. Evidentemente si è voluto evitare di usare il termine popolo e così si è utilizzata la solita tecnica dell’anglofonia per svicolare ed eufemizzare. Magari adesso si pretende che ci sia stata una fetta di popolo al corteo, ma in realtà people vuol dire gente che è tutt’altra cosa, anzi è la famosa ggente del berlusconismo, la massima espressione collettiva possibile del mercato degli individui – merce.

A uno come me verrebbe subito da domandarsi perché in inglese non ci sia una parola specifica per popolo, ma per ora vi faccio grazia di un discorso su lingua, valori e politica che per una certa sinistra con il complesso di Peter Pan è come l’isola che non c’è, pur essendo pronta ad ogni più o meno onesta illusione : ci basta prendere atto dell’anguillesco uso coloniale del termine, perché forse quel people serve anche ad asseverare la santa alleanza con le oligarchie di comando che  poi provocano le migrazioni. E non c’è niente di meglio per dimostrarlo che l’invito, anzi l’ordine di Trump perché  Gran Bretagna, Francia, Germania, si riprendano i loro foreign fighters, mandati prima a simulare una guerra civile in Siria, poi a tentare la conquista del Paese e oggi assediati a Baghouz. Quale migliore prova che almeno un milione di profughi è stato causato proprio dai giusti dell’accoglienza? Ma comunque alla testa della manifestazione c’erano i candidati alla segreteria del Pd Maurizio Martina e Nicola Zingaretti, il sindaco Giuseppe Sala aduso all’accoglienza incondizionata di mazzette, Ornella Vanoni, la socialista, poi democristiana prima di diventare silicone animato e una una trentina di associazioni, dall’Arci a Cgil Cisl Uil, speranzose che con un possibile ritorno di ex Pci, Pds, Ds alla guida del Pd, l’associazionismo collaterale possa tornare a contare qualcosa dopo il renzismo che aveva cancellato o quasi i corpi sociali intermedi. Ma c’erano anche gli antagonisti di cartello che non si sa bene se ci fossero nella speranza di tirare dalla loro gli altri o per mitigare il proprio senso di isolamento.

Ma il tutto aveva l’unico scopo di  mostrare una vitalità di tipo galvanico e di gettare fumo politico negli occhi, ossia dimostrare che la solidarietà è possibile anche dentro un sistema nella società competitiva ed egoistica per la quale la mitica crescita è diventato un santo graal che sanguina dei diritti perduti e di precarietà assoluta. E infatti sappiamo bene quanto siano stati ugualitari e solidali i job act, le leggi Fornero, le deregulation in favore di ogni tipo di padroncini, lo sfascio dello stato sociale, della scuola e della sanità, gli attentati alla Costituzione. Sappiamo quanto prima siano arrivate le persone: si è trattato insomma di una manifestazione in cui l’accoglienza è diventato un mezzo per altri fini e che in realtà finisce per portare acqua al mulino di Salvini o fare da espiazione preventiva per i peccati futuri. Del resto quale altro argomento potrebbero mettere in campo per far venire prima le persone che non siano quelle costrette alla tragedia delle migrazioni dal sistema occidentale? Ci aspettiamo da un momento all’altro un sollecito intervento di Zingaretti  in favore di Guaidò, Macrì,  o Macron che si sa quanto amino le persone e che sono la galassia di riferimento coloniale del mondo occidentale. Anzi in realtà questo c’è già stato visto che il nuovo segretario non ha perso l’occasione di rilanciare una foto fake di giro spacciata per l’immagine di un corteo contro il governo venezuelano. Però il fratello del commissario è già diventato per la Rai e per i coristi dello status quo di qualunque ambito come la Madonna di Mejugorie del cambiamento. Chi la vede è salvo, anzi mondo di ogni peccato e perciò c’è la corsa alla visione.

Però chi non crede nell’umanità ipocrita ed eterodiretta dovrebbe ben guardarsi da manifestazioni che la simulano come in un gioco di ruolo perché in questo modo si fanno alibi viventi per i loro avversari e in ogni modo giocano dentro uno spazio politico che più angusto e asfittico non si potrebbe immaginare. Andare a traino non ha mai cambiato nulla, anzi cambia solo chi si fa trascinare.


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