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Io sto qui, aspetto Bartali, al cine vacci tu

imageUn’operazione da 16 milioni di dollari messa in piedi dal miliardario israelo-canadese Sylvan Adams, ha portato il Giro d’Italia a partire senza alcuna logica né geografica, né ciclistica, né di tradizione sportiva da Israele, anzi da Gerusalemme, trascinando una gara che ha un secolo di vita nella sponsorizzazione e nell’abbellimento del governo Netanyahu, delle sue sanguinose repressioni a  Gaza, delle sue incursioni in Siria, della sua ossessione anti iraniana nella quale coinvolge anche gli Usa con i risultati che vediamo e  nella decisione di fare di Gerusalemme la capitale. Insomma un regalo di tre giorni vissuti sotto un segno diverso che tuttavia è costato al Giro forse qualcosa di più di quanto non abbiano incassato gli organizzatori: l’edizione meno affollata di sempre, priva di nomi di spicco persino tra gli italiani e la sensazione di aver voluto forzare una manifestazione di sport ad altri fini, facendo la solita figura da italiani.

Ma non è di questo che voglio occuparmi in via diretta, quanto di come l’operazione sia stata preparata sfruttando a pieno regime leggende storiche frutto all’inizio di dilettantismo e protagonismo locale, ma poi immesse in un circuito più ampio che fa riferimento a Israele stesso:  gli organizzatori del Giro sapevano di esporsi a polemiche per la loro decisione e così hanno voluto coprirsi le spalle con il mito di Gino Bartali che secondo voci non ben verificate avrebbe trasportato nel telaio della bici documenti falsi destinati agli ebrei italiani e stranieri per sottrarli ai fascisti e ai tedeschi ormai padroni della penisola. Un epopea che nelle parole della Rai, sempre sopra le righe in queste operazioni, si è trasformato in una grottesca missione in cui il campione avrebbe attaccato alla bicicletta una specie di tender dove era nascosto un ebreo per trasportarlo oltre le Alpi. Ci credo che “che esistono anche storici che contestano questa ricostruzione” anzi per la verità non ci sono storici che si siano occupati della vicenda e men meno qualcuno che possa dar credito a fesserie di questo genere.

Non voglio e non posso escludere che Bartali abbia effettivamente trasportato documenti falsi destinati agli ebrei, da Terontola ad Assisi, ma questo in realtà lo si inferisce  dall’asserita vicinanza all’arcivescovo di Firenze Elia della Costa che in effetti mise in piedi un’organizzazione per il salvataggio di ebrei e di profughi in genere che non da prove circostanziali o da testimonianze non generiche. Ci sono poi alcuni  fatti che contrastano con questa ipotesi: come mai ad esempio non si è saputo assolutamente nulla di tutto questo nonostante il numero alto dei testimoni sia nella Curia, sia nel Delasem ossia la Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei, per non parlare degli amici e dei familiari? Qui non basta certo dire che “ginettaccio” era schivo e non amava parlare perché cose di questo genere non sarebbero sfuggite nel maelstrom del dopoguerra tanto più per un personaggio che suo malgrado in questa storia c’è entrato di forza, a torto o a ragione, dopo l’attentato a Togliatti. E ancora come  mai Gino Bartali faceva parte della Guardia Nazionale Repubblicana, al punto che la stampa di destra al nascere di questa leggenda rivendicò al fascismo repubblichino la salvezza degli ebrei?

La narrazione nasce solo a cinque anni dopo la morte di Gino Bartali ovvero nel 2005 quando una prof di italiano e latino, Angelina Magnotta che dopo un viaggio a Gerusalemme nel quale gli insegnanti vennero invitati a cercare altri salvatori italiani di ebrei, oltre i 300 ufficialmente elencati nel giardino dei giusti, si butta toto corde in questa ricerca. E chi meglio di Bartali sul cui ruolo il libro Assisi underground e il successivo film avevano accennato anche se secondo Michel Sarfatti ex direttore della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea si trattava di pure invenzioni  del resto smentite all’epoca persino da don Aldo Brunacci che fu uno dei protagonisti dell’opera di salvataggio degli ebrei. Ma poco importa vista la golosità dell’argomento e così nel 2005 esce “Gino Bartali e la Shoa” pubblicato dalla regione Toscana, recentemente scomparso on line nel quale tuttavia compaiono solo testimoniante vagamente indiziarie anche per la difficoltà di reperirne di prima mano. In soccorso arrivano le “Pagine ebraiche” le quali scovano in Israele un testimone diretto, tale Giorgio Goldenberg, oggi Shlomo Paz, quasi novantenne sempre che sia ancora in vita, che sarebbe stato nascosto assieme a un cugino prima nell’appartamento e poi  nella cantina della casa fiorentina di Bartali. Così è se vi pare, ma ecco comunque la prova per iscrivere il grande campione nell’elenco dei giusti italiani, più tardi ufficializzata nel libro “La strada del coraggio” dei fratelli canadesi Aili e Andres McConnon che non si capisce perché mai si siano interessati della questione se non fosse per la stessa nazionalità del miliardario che ha fatto l’operazione Giro in Israele. Tra l’altro non parlando una parola di italiano non possono aver nemmeno fatto una seria indagine sul campo dimostrando tutta l’essenza di un’operazione “telefonata” .Tuttavia questa testimonianza diretta non si riferisce ai viaggi in bici per trasportare documenti o i vagoncini della Rai, ma al salvataggio diretto in cantina di cui peraltro i familiari del campione sembravano all’oscuro prima della comparsa di questo testimone. La leggenda si fraziona in più filoni.

In realtà esiste un’unica opera di valore scientifico sul salvataggio degli ebrei a Firenze e nell’Italia centrale dal titolo  “Ricostruzione concordataria e processi di secolarizzazione. L’azione pastorale di Elia Dalla Costa” edito dal Mulino nel 1983, nel quale di Gino Bartali non compare nemmeno l’ombra nonostante l’ampiezza delle testimonianze riportate in via diretta o indiretta attraverso una sterminata bibliografia, tra cui quelle di decine di sacerdoti e di ebrei di spicco impegnati nel salvataggio, alcuni dei quali scampati ai campi di concentramento dunque in grado di essere puntuali testimoni dei fatti anche  dopo la guerra ( se vi incuriosisce il libro lo trovate qui). Cosa davvero strana questa assenza perché il ciclista era già famosissimo avendo vinto due giri d’Italia, un tour de France oltre ad altre innumerevoli gare e un personaggio del genere non sarebbe certo passato inosservato anche per la semplice presenza. Né  per gli stessi motivi avrebbe potuto evitare l’interessamento delle SS o della guardia repubblicana, che conoscevano la situazione e sapevano perfettamente che conventi e canoniche ospitavano ebrei, sfollati e partigiani e vi facevano frequenti incursioni, così come erano allertate riguardo ai personaggi vicini alla curia.

Senza dubbio avendo avuto una crisi religiosa dopo la morte del fratello, anche lui ciclista e divenuto terziario carmelitano con il nome di Fra Tarcisio di S.Teresa di Gesù Bambino, Bartali avrà avuto contatti con Elia della Costa e/o gli ambienti della curia fiorentina, ma questo non significa che ne abbia necessariamente condiviso  l’opera come accadde per diversi alti prelati della zona appenninica e per il Vaticano stesso, oppure che vi abbia preso parte in maniera così importante e così assurdamente pericolosa vista la sua assoluta riconoscibilità. Insomma siamo di fronte a una leggenda che forse ha anche qualche appiglio, ma è divenuta palese falso storico al servizio di un’operazione di marketing geopolitico in cambio di una mancia.  “Gli è tutto da rifare” avrebbe detto ginettaccio tra i francesi che s’incazzano e i giornali che svolazzano.

Che ne direste se il prossimo giro partisse da Damasco? Così tanto per essere iscritti in un elenco più universale di giusti.

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Italia Macerata

trainiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Tutti sanno chi è uno come il terrorista nero di Macerata, denominato bonariamente una balordo che ha vestito i  panni del vendicatore,  coi suoi tatuaggi, la testa rasata, mai conosciuto un lavoro se non quello di buttafuori – uno dei preferiti dal picchiatori, “vicino” a Casa Pound e Forza Nuova che si appresta a pagargli le spese legali, candidato della Lega in un borgo dove con tutta probabilità non hanno mai visto un migrante, che arriva solo terzo con il suo raid assassino dopo  Gianluca Casseri, anche quello inquilino di Casa Pound, che il 13 dicembre del 2011, in Piazza Dalmazia a Firenze, ammazzò due giovani senegalesi  con la sua 357 Magnum  e dopo che un altro minus habens di estrema destra massacrò di botte  Emmanuel Chidi Namdi, nigeriano, a Fermo, non molto distante da Macerata. E dopo casi meno plateali di rom dati alle fiamme, neri presi a  calci e pugni. Eppure. Eppure tutti sembrano sorpresi che un patetico folclore nostalgico e inoffensivo se non del buon gusto, si trasformi per “esasperazione” ha detto il giustiziere del sabato mattina, in azioni da commando neo nazista o da incursione ddel Ku Klux Klan.

Tutti sanno chi è Fiore, i suoi trascorsi sono noti anche se poco esplorati dalla stampa e pure i suoi propositi, sanno cosa è Casa Pound invitata come ascoltato interlocutore molto vivo alle feste della defunta Unità. Eppure gli si è data facoltà di candidarsi alle elezioni, vengono accolti con entusiasmo in formazioni che preludono a maggioranze plebiscitarie,   si lascia loro proclamare slogan, propagare negazionismo offensivo della storia e della democrazia e manifestare con i loro osceni simboli senza che magistrati sospetti di opache contiguità applichino le leggi vigenti, in attesa messianica di altre nuove e più severe, togliendo non solo la certezza della pena ma pure quella del diritto

Tutti sanno che gli immigrati non sono alloggiati in alberghi 4 stelle mentre i terremotati sono all’addiaccio, sanno che non è per colpa loro se è stata impoverita l’istruzione, collassano gli ospedali, il territorio è in rovina, che non ci sono alloggi a fronte di palazzoni incompiuti frutto di infami speculazioni. Tutti sanno che poveracci senza niente da perdere nemmeno carta di identità e l’identità stessa,  sono predestinati ai reati a cominciare da quello  di clandestinità, e a trasgredire: spacciano e rubano come i guaglioni delle stese, o la manovalanza bianca e cristiana della periferie milanesi, i ragazzi agli ordini degli Spada. Che si ci sono dei criminali tra loro che stuprano e non rispettano le donne. Eppure ci accontentiamo della leggenda secondo la quale  le  colpe degli ospiti molesti sempre e comunque più gravi  di quelle dei nativi in assenza dello ius soli,   sono originate da tradizioni patriarcali e da una religione incompatibile con la civiltà occidentale,    perché la tentazione ben autorizzata dall’alto è di cercare un capro espiatorio,   che ci esima da responsabilità e colpe,  compresa quella di  un eccesso di servitù volontaria.

Tutti sanno che non siamo italiani brava gente, che generazioni passate hanno accettato di buon grado le leggi razziali, qualcuno approfittando di insperati benefici per l’esclusione di “concorrenti sleali”,  e che la nostre ha accettato il bis sotto forma di Bossi. Fini. Eppure la frase ricorrente è, io non sono razzista ma i rom rubacchiano, gli ebrei sono i burattinai delle sopraffazioni bancarie, Etruria compresa, i nigeriani stuprano, le loro donne fanno le mignotte, i cinesi ci rubano i brevetti e danno da mangiare i gatti nelle loro trattorie dentro agli involtini primavera.

Tutti sanno che la paura che ci istillano ogni giorno del terrorismo venuto da fuori magari a bordo dei   barconi e quella ancora più autorizzata dei barbari che ci espropriano di beni e identità è la fake più popolare, originata dalla necessità per l’impero di limitare diritti, garanzie, conquiste, libertà e la molesta democrazia. Eppure diamo retta a chi propaganda lo stato di necessità che deve costringerci volontariamente alla rinuncia e all’abdicazione di sovranità e dignità di popolo e di cittadini.

Tutti sanno che il buonismo altro non è che un modo pe essere diversamente cattivi, sfruttatori, trafficanti e speculatori sulla disperazione e il bisogno, perché è preferibile la carità alla solidarietà e la compassione all’uguaglianza. Eppure si dà  retta ai dati farlocchi sull’invasione e sulle conseguenti penalizzazioni per gli italiani, soprattutto quelli che gli immigrati li sfiorano scansandosi quando chiedono l’elemosina, che non regolarizzano le badanti, che si lamentano del prezzo delle arance e dei pomodori, che tanto Rosarno è lontana. Quelli che per aiutarli a casa loro guardano di buon occhio le fattivemissioni umanitarie neo coloniali, la fertile cooperazione allo sfruttamento in soccorso di despoti locali, irridono come ridicole utopie i corridoi umanitari e dicono sissignore all’Ue, sia mai che a qualcuno venga in mente di esigere  la sospensione di capestri immondi in cambio di dignitosa e civile accoglienza.

Si, tutti sanno tutto, come sapevano  i nostri connazionali degli scandali a copertura dei quali era stato ammazzato Matteotti, di cosa facevano i nostri eroici combattenti ai danni delle faccette nere,  delle delazioni del vicino di casa,   come sapevano i tedeschi che quelli non erano campi di lavoro ma le sedi deputate, se lo sapevano i deportati israeliti, rom, politici, matti o gay, gli altri dagli ariani insomma che come tutti conoscevano il loro tragico destino e come lo sapevano quelli che vedevano passare i treni o  le nazioni sottomesse  teatro di rastrellamenti, esecuzioni e razzie.

Tutti sapevano e tutti sappiamo. Eppure ci nascondiamo che il silenzio, l’omissione della verità, la sorpresa quando il bubbone esplode e schizza il marcio sono al servizio di un  regime sovranazionale che vuole la nostra resa e la nostra complicità, come succede quando una famiglia mafiosa chiede un atto di fedeltà ai nuovi arrivati, un ammazzamento sanguinoso magari di un innocente per ottenere la sottoscrizione del patto di morte,  la conferma della cieca ubbidienza.

Eppure abbiamo un destino analogo, noi e i rom, gli ebrei, di allora e i neri di oggi, se l’intento è quello – e lo sappiamo in tanti –  di creare una popolazione di schiavi ubbidienti nei quali   tutti siano tutti ugualmente vittime ma resti a noi il dono tossico di sentirci  razza bianca,  civiltà superiore autorizzata di tanto in tanto al compito id carnefice.

 

 

 


Je suis ciclista

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Magari avesse ragione Isaac Deutscher quando diceva che l’antisemitismo è un problema degli antisemiti. Invece anche stavolta come ogni volta il problema pare esser solo degli ebrei, visitati con commozione, ascoltati con compunzione, così che viene il sospetto non remoto che costituiscano essi stessi un problema che si ripresenta, periodicamente ma con puntuale frequenza,  a coscienze che preferiscono rimuovere, per non doversi – oggi e domani-  interrogare sull’usurpata nomea di brava gente, abusata in presenza di doppioni di leggi razziali a distanza di più di mezzo secolo e di una diffusa xenofobia, autorizzata dalla incapacità di gestire una crisi che abbiamo contribuito anche noi a  generare con varie tipologie di imprese coloniali di conquista o di mercato, e dalla legittimazione offerta in forma bipartisan: da movimenti che ne hanno fatto un caposaldo e da altri ondivaghi che combinano l’aiutiamoli a casa loro con lo ius soli, che sostituiscono la solidarietà con estemporanea carità pelosa, in vista del dispiegarsi di nuove iniziative commerciali.

Il fatto è che anche oggi vengono buone certe differenze, certe diversità, e dunque certi pregiudizi provvidenziali per motivare antiche e nuove  discriminazioni: così una impresa imbecille che si aggiunge a molte avventure criminali di qualche tifoseria, della quale si dice sia accertata una  infiltrazione malavitosa e fascista – e lo dimostrerebbero comunque certe performance,  fa intendere sommessamente che quelle vittime sono comunque una minoranza a parte. Italiani sì ma con una certa inclinazione a non integrarsi completamente, talora anche un po’ molesti per il continuo richiamo a un passato che rende più complicata l’opera instancabile, messa in pratica anche a livello istituzionale, di festosa pacificazione, foriera di traguardi utili in favore di inamovibili maggioranze, tirati in mezzo da nostalgici dei Protocolli di Sion per contiguità con assatanati contesti finanziari (Ior, entourage di Goldman Sachs anche sportivo, Trilaterale, Bruegel, Bilderberg, etc, a parte). E poi  rei  di subalternità e vicinanza morale con un paese stretto a doppio e triplo filo con l’impero Usa, repressivo e coloniale, che tira su muri, discrimina e respinge: l’Italia? no, Israele.  È un pertugio sempre aperto che favorisce l’ingresso e il consolidamento nel pensiero comune del sospetto per altre minoranze, per altri diversi, per chi mostra poco entusiasmo nel riconoscersi con gratitudine nella civiltà superiore che rivendichiamo, in usi e costumi, in cucina e chiesa, anche se rispetta le leggi e vorrebbe altrettanto rispetto dalla giustizia e dalla nazione che li ospita sempre più malvolentieri malgrado lavoro svolti, tasse, contributo al Pil.

Perché  quel continuo rifarsi a una colpa collettiva suona arcaico e fastidioso. Si vede che a forza di ripetere che quella macchia sul secolo breve che ha irrorato di sangue l’umanità tutta, mostruosa e incancellabile, era “indicibile”, innominabile, che non poteva appartenere al linguaggio e a un racconto comunicabile tra gli uomini, benchè compiuto da uomini, consapevoli di quello che commettevano e responsabili,  una volta morti i superstiti, spesso suicidi proprio per l’inanità di esprimere a chi non voleva sentire la propria testimonianza, la tentazione  è quella di ridurre tutto a celebrazione una tantum, a giornata commemorativa annuale, a rito sbrigativo, a lettura del Diario a scuola come fosse un bestseller letterario, decontestualizzato da una  storia ripassata in fretta a fine anno scolastico, o allo stadio, mentre negli spalti si pensa al risultato della squadra del cuore.

Ma gli italiani non sono razzisti! Mattarella ha perfino parlato, ogni Talkshow ha ospitato il suo ebreo in trasmissione, Lotito va in gita a Auschwitz e qualcuno ha messo la foto incriminata sul suo profilo di Facebook. Che se fosse vera la barzelletta, quella del rabbino che convoca sua comunità per annunciare che la prossima persecuzione sarà contro ebrei e ciclisti, e un fedele: perché i ciclisti? E lui, perché gli ebrei? sarebbero perfino pronti a scrivere: je suis ciclista.

Gli italiani non sono razzisti. Però .. i rom rubano. Però… i mussulmani non rispettano le donne peggio dei produttori di Hollywood. Però … quei nigeriani che bighellonano in piazza hanno degli I phone ultimo modello. Però.. i bengalesi del piano terra cucinano dei cibi puzzolenti e l’odore arriva fin  qui. Però … quei braccianti di Rosarno ci rubano il lavoro. Però ,, le badanti filippine sono enigmatiche e non si affezionano mai. Però.. i gay sono insopportabili con quelle mossette e la loro lobby potentissima. Però ..le donne si lagnano ma se ne approfittano che un pelo tira di più.. Però.. i vecchi pesano troppo sui conti delle Stato. Però.. i pensionati se la spassano a spese dei giovani.

Attenti perché il prossimo “però” potreste essere voi.


27 gennaio, scurdammoce ‘o presente

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualcuno, era Balzac mi pare, ha detto che gli uomini sono come quelle bambole dell’800 che hanno bisogno di un’asta dentro per stare dritti: sia dignità o ambizione, forza o vanità. Per altri non sarebbe la spina dorsale a tenerci eretti, ma il carapace,  un’armatura quindi,  a un tempo di offesa e difesa, a garanzia di sordità, indifferenza, isolamento, arroccamento.

Sospetto che sia più probabile la seconda ipotesi e che     quella corazza, proprio come ha scritto oggi il Simplicissimus, sia forgiata con pura ipocrisia. Tanto per fare qualche esempio oggi è in corso sui social network e non solo una nobile competizione a chi cerca tra millenari reperti olocausti dimenticati, rimossi, trascurati o sottovalutati, mettendoli in concorrenza con quello “celebrato”  il 27 Gennaio, avvalorando più o meno consapevolmente quanto c’è di avvelenato nel ricordare a comando una volta l’anno, come una liturgia occasionale, estemporanea e necessaria per tacitare coscienze, peraltro in generale letargo, ma anche come se la memoria di quello “sottraesse” sdegno e orrore, vergogna e condanna per gli altri, quelli di un tempo: di nativi americani, rom, inca e aztechi, omosessuali o armeni, con buona pace di aspiranti partner europei o di autonominatisi guardiani della democrazia, e quelli in corso, con gli stessi artefici, macellai o finanziatori. Invece è proprio come per i diritti, come per l’umanità. come per la libertà, l’impegno a tutelare il ricordo e esprimere l’anatema non deve mica avere priorità, gerarchie, e il nostro cuore e la nostra ragione devono avere tante stanze, tante da accogliere solidarietà, comprensione, amore e accoglienza per tutti gli sfruttati, disperati, diseredati, umiliati. E per tutto l’anno.

Per questo è sospetto il distinguersi di chi non si accoda alla retorica obbligata sulla giornata della memoria, approfittando della ricorrenza per ricordarci che il popolo di Israele, diaspora compresa, coincide lo stato di Israele e perfino con il suo governo sanguinario e repressivo, e di conseguenza non merita la rievocazione del torto subito per via dei torti commessi ai danni dei palestinesi. Convinzione di per sé azzardata, ma ancora più spericolata e antistorica perché prevedrebbe che gli ebrei fossero davvero speciali, eletti, forse?, unici al mondo soggetti a un ricordo che ammaestra, insegna e impedisce che l’offesa diventi diritto a perpetrarla a propria volta. Mentre, tanto per fare un esempio, noi italiani normali:  cattolici, ebrei, settentrionali o terroni, siamo legittimati alla dimenticanza del passato di emigranti, in modo da poter liberamente e senza pudore o vergogna militare nel fronte del respingimento, dell’esclusione, del rifiuto, dell’emarginazione.

È che i buoni sentimenti, la coscienza pulita e la coerenza funzionano a intermittenza, accendendosi come le luci dell’albero di Natale, secondo interesse, strenna promessa, punti qualità. Difendono l’istituzione familiare secondo tradizione gli stessi che le famiglie le hanno impoverite, quelli che seminano inimicizia e rancori che rompono antichi patti generazionali, quelli che le hanno derubate di risparmi e speranze. Rispettano le quote rosa li stessi che costringono le donne a scelte obbligate, quelle che escludono dal lavoro, quelle che impongono di sostituirsi a assistenza, cura e accudimento dei servizi sociali cui tutti contribuiamo, quelle che impediscono l’esprimersi di talenti e vocazioni per riportarle a ruoli e funzioni ancestrali, in nome di attribuzioni naturali che non possono esserlo se reprimono aspettative, istanze e dignità.

Ancora oggi apprendiamo che Franceschini e Renzi non sapevano nulla della zelante decisione di inscatolare le statue per non turbare il proverbiale  pudore dell’illustre ospite. Infatti pare sia già cominciato quello sport nazionale consistente del dinamico rimpallo di responsabilità e colpe: è stato Palazzo Chigi a dare l’ordine, no, è stata la sovrintendenza a decidere, macché avevamo ricevuto una garbata e sommessa raccomandazione da parte del seguito del presidente iraniano. Insomma è già in corso una disputa che minaccia di emulare quella che, pare sia stata sanguinosa,  ha accompagnato la spartizione dei Rolex durante la missione della delegazione italiana in Arabia Saudita e che forse altro non è stata se non una innocente espressione di usi tradizionali e costumi nazionali, come invita a fare l’antropologia e come la nazione invitante ha benevolmente permesso di fare.

È davvero indispettito il Ministro dei Beni Culturali e vorremmo ben vedere, ci facciamo ridere dietro da tutto il mondo, francesi in pima linea che rivendicano la loro leggendaria indipendenza sottolineando come abbiano coraggiosamente deciso di non servire solo acqua, magari di Vichy, durante la cena in onore di Rohani, offrendo invece una prelibata selezione dei loro vini.

Si vergogna. E tanto, molto più di quando crollano le case di Pompei, molto più di quando, raramente, ricorda che ci sono musei dove le statue non si possono vedere, non perché avviluppate in veli pudibondi come le zampe delle sedie vittoriane, ma perché non viene pagato il personale. Molto di più di quando offre il Colosseo in comodato, immagina di farne il contenitore di insani spettacoli, corredati di giochi d’acqua, leoni e gladiatori, molto di più di quando tace su una “riforma” che scardina definitivamente la rete di sorveglianza e tutela dei beni artistici e paesaggio. Molto di più di quando si astiene in merito al passaggio di navi in Bacino San Marco o all’esposizione in Canale di un cubo di cemento, che in effetti assomiglia agli imballaggi che hanno accolto la visita del presidente iraniano.

Virilmente e energicamente si vergogna. Cosa ne pensate sarà per via dell’asta di ferro o del carapace?


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