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Italy on demand

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È proprio un vulcano di idee e, come per i vulcani appunto, sarebbe consigliabile starne lontano per non venir travolti dalla lava incandescente delle sue cazzate, o meglio sarebbe dire bullshit?

Perché un carattere irrinunciabile della filosofia e della comunicazione del ministro Franceschini è la passione per gli Usa e per il lo slang bassoimperiale, magari ritrasmesso con gli stilemi e gli accenti di altri due interpreti prestigiosi,  Mericoni e Rutelli, noto per aver compitato a stento il gobbo del pistolotto inneggiante al “giacimento”, alle miniere nostrane di bellezze e cultura da “sfruttare”, quelle che il detentore perenne del dicastero incaricato pensò di “valorizzare” a fini squisitamente turistici con una campagna intitolata Very Bello.

Mi capita spesso di tornare su questa figura di fantolino di quella provincia che da sempre è la fucina di una classe dirigente piccolo borghese che ha convertito in piccole virtù certi grandi vizi, ambizione, arrivismo, superficialità, spregiudicatezza, volubilità.

E non a caso si parla di lui, avvocatino dopo avvocatino, come aspirante a più alti destini, in virtù di una crisi alla quale, si mormora, avrebbe contribuito in veste di insider,  esibendo sotto traccia quella affaccendata abilità da mediatore che veniva coltivata nelle sue geografie di origine, per vendere maiali dei quali non si butta via niente proprio come per i beni culturali,  la stessa che dimostra in trattative con sponsor e mecenati coi quali ha capito che bisogna dimostrarsi cedevoli, quanto si deve invece essere intransigenti con tecnici, esperti, storici, lavoratori che non possiedono le necessarie qualità per imporre un brand e fare cassetta.

Che sia vero o no che ha scambiato una casacca con l’altra, è invece certo che si tratta di una creatura da Leopolda, con una vena speciale per la commercializzazione di tutto quel merchandising e di quella paccottiglia “ideale” che, sia pure con scarso riscontro elettorale,  ha contribuito invece accreditare un “pensierino” forte.

E’ quello dell’idolatria del mercato, della detenzione da parte di un ceto, superiore socialmente e dunque moralmente, della possibilità dinastica o di appartenenza di accentrare poteri decisionali, di delegittimare lo stato di diritto autorizzando corruzione e arbitrio a norma di legge,  della irriducibile subalternità all’amico americano, al suo stile di vita, al suo gergo, dell’ostinato atto di fede nell’Ue, nello schifiltoso disprezzo per il “popolo” che è lecito affamare offrendo in cambio cotillon al Colosseo, espropriare di beni e diritti elargendo mancette di consolazione, immeritevole com’è della bellezza che  è vantaggioso sfruttare o abbandonare in modo che il suo prezzo nell’outlet globale sia più conveniente per augusti compratori.

E difatti si tratta di un sacerdote della “valorizzazione” termine in voga per definire l’opera di moderna  razionalizzazione delle foreste amazzoniche abbattute per realizzare parquet esclusivi, per abituarci alla profittevole trasformazione del paesaggio della Sicilia in un lucrativo susseguirsi di campi da golf, per favorire la conversione di paesi e borghi in alberghi diffusi grazie al sostegno all’economia della multinazionale di B&B, sperimentata in via privata nella magione di famiglia, opportunamente “corretta” da casa vacanze in studentato, per ridurre tutela e salvaguardia a operazioni estemporanee di marketing.

Come succede a Pompei una volta di più minacciata  da un flusso magmatico ministeriale che offre spettacolari scoperte  a orologeria per celebrare il tandem tra titolare del dicastero e direttore ad interim del Parco Archeologico di Pompei,  come nel del “termopolio” già rivelatosi nel 2019 ma esibito in pubblica ostensione in occasione del Natale per nutrire l’immaginario dei fan dei masterchef frustrati dalle restrizioni,  ma soprattutto in non sorprendente coincidenza con le proteste del personale precario delle biglietterie senza cassa integrazione da mesi.

E non deve stupire, anche questo fa parte della concezione di ordine pubblico, quella che fa il camouflage ai grandi eventi e alle grandi opere infiltrate dalla criminalità, che lancia l’ipotesi di una Pompei smart-city per occultare nel percorso virtuale i crolli della mancata manutenzione, così come nasconde il martirio dei senza casa, senza lavoroe senza speranza del cratere del sisma dietro al repertorio di immaginette votive dei restauri prioritari al patrimonio ecclesiastico cui abbiamo  tutti doverosamente partecipato, in modo da consolidare il destino di quelle aree in  destinazioni del turismo sacro.  

Un ordine pubblico che si è arricchito della istanza sanitaria e dunque permette a un sindaco, quello di Venezia, di precettare le sovrintendenze restie per prolungare la chiusura dei musei civici limitando il rischio di pericolosi assembramenti davanti a Guardi e Canaletto, che consente a un governo che usa l’eccezionalità come cura salvavita  per tenere chiusi i rischiosi teatri ma aperti e esposti bus, tram, metro, che in maniera esplicita dichiara che il nostro patrimonio artistico e il nostro possiedono un’unica finalità e hanno un unico significato: quelli di prestarsi all’uso e all’abuso turistico e al consumo commerciale.  

E difatti, in modo che non ci siano dubbi,  abbiamo subito il sospirato avvio dell’aggiornamento del Colosseo in modo che possa ridiventare “un grande teatro popolare, dotato delle tecnologie più avanzate, montacarichi e complesse macchine di scena per dare vita agli spettacoli più emozionanti , cacce, combattimenti, per un periodo persino battaglie navali”, (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/12/26/hic-sunt-ladrones/ ), grazie all’incarico dato all’Invitalia di Arcuri per un bando da 18.5 milioni, con l’aggiunta di altra gara europea di importo di 411 mila euro per l’appalto del servizio di realizzazione e fornitura delle divise e dell’equipaggiamento da lavoro per il personale, che, per coerenza, potrebbero rievocare i costumi del Gladiatore, quello con Kirk Douglas.

E adesso con la dovuta solennità l’immarcescibile ministro lancia finalmente la promessa Netflix della cultura, la piattaforma digitale promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo insieme a Cassa Depositi e Prestiti e a Chili, per “supportare” il patrimonio artistico-culturale italiano con la realizzazione di “un palcoscenico virtuale” per estendere le platee e promuovere nuovi format per il teatro, l’opera, la musica, il cinema, la danza e ogni forma d’arte, live e on-demand, riservando forte attenzione ai nuovi talenti.

Seppellito l’arcaica formula del VeryBello già nel 2015 rinominata Very Flop, finalmente siamo approdati al più futurista e visionario  ITsArt che già dal nome vuole esprimere “la proiezione internazionale dell’iniziativa” e rimarcare, in forma inedita “lo stretto legame tra il nostro Paese e l’arte” partendo “da un concetto semplice e immediato che è al cuore del progetto: ‘Italy is art’ (l’Italia è arte)”. E lo si intuisce anche dal logo, che con una linea dinamica e moderna, quel punto davanti a It, sottolinea la vocazione digitale del progetto,  e che, con un richiamo al tricolore, evoca “l’italianità della sua visione”.  

 Gratta gratta,  alla fin fine il lieto annuncio riguarda in forma postuma la costituzione di una società per azioni, quelle buone che portano quattrini ai promotori, con Cassa Depositi e Prestiti in veste di socio maggioritario e Chili S.p.A., 88 dipendenti, oltre 30 dei quali saranno impegnati sullo sviluppo e la manutenzione dell’iniziativa, pensata e prodotta dall’immaginifico ministro insieme ai partner senza interpellare gli attori che dovrebbero muoversi sul “palcoscenico”.

Quanto all’impegno finanziario oltre ai 10 milioni previsti dal decreto Rilancio  , Cdp di suo ha versato 6,2 milioni, mentre Chili ha conferito in natura sei milioni di euro, un valore suddiviso in 5,5 milioni come sovrapprezzo e 490mila euro a titolo di capitale  mediante il conferimento della piattaforma tecnologica software di distribuzione di contenuti video e audio on demand, attraverso la quale saranno distribuiti i contenuti digitali culturali che includono prime di eventi e altri spettacoli teatrali, concerti, stagioni liriche, virtual tour e che, come è stato osservato, si pone in aperto conflitto con la funzione e il patrimonio multimediale sterminato della Rai.

 Più che privata la cultura, l’arte, la bellezza diventano intimiste così come il distanziamento sanitario è diventato sociale. Potremo goderceli comodamente da casa, tramite app, sul Pc o in televisione con un modesto canone, necessariamente obbligatorio come  ogni forma di obbedienza e appartenenza responsabile alla società. E allora non possiamo che augurarci che l’arrivo dell’intelligenza artificiale cancelli dal Bel Paese tanti malfattori naturali.


Hic sunt ladrones

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come siamo caduti in basso: uno si immagina che le “anime nere”, i Grandi Intriganti abbiano  fattezze diaboliche, un ghigno maligno, menti labirintiche che rispondono a cuori di tenebra.

Invece qui come ti giri  incappi nel faccione scialbo e nei borbottii di Domenico Arcuri e dell’ente che dirige e che fino a non molto tempo fa veniva considerato come una di quelle scatole vuote nelle quali parcheggiare proverbiali incapaci in attesa di destinazione innocua.

Ormai non si può far nulla senza di lui, non c’è grande affare o affaruccio, torbido o traffico opaco nel quale non sbuchino fuori il suo nome, il suo sguardo inespressivo e spento, moltiplicato per tutti  i suoi conflitti di interesse, la molteplice poliedricità dei suoi incarichi. Quelli svolti o sotto l’egida del ruolo di supercommissario: app, banchi a rotelle e non, mascherine, vaccini, siringhe, ventilatori, container refrigerati per “immunoprofilassi” o per dare temporaneo ricetto a morti in attesa di conferimento in apposite discariche,  o in qualità di Ad di Invitalia, la società controllata al 100% dal ministero dell’Economia, autorizzata a entrare, con un tetto fino a 10 milioni dei nostri soldi, nel capitale di grandi imprese per persuaderle a “rischiare” in un Paese inaffidabile e sfigato come il nostro (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/11/16/onnipresenti-indecenti-boiardi-boia/ ).

Così si materializza un sistema di aiuti di Stato per sovvenzionare multinazionali criminali immuni e impunite come nel caso di Arcelor Mittal, una particolare tipologia di “ristori” per azionariati che si riproducono invece di produrre, grazie a acrobazie e giochi di prestigio finanziari, mentre invece, tanto per fare un esempio,  il Fondo per la salvaguardia dei livelli occupazionali e la prosecuzione dell’attività d’impresa del Ministero dello sviluppo economico, che pre a dar credito al susseguirsi di Dpcm,  dovrebbe rivolgersi a tutte le società, indipendentemente dal numero dei dipendenti, che sono in stato di sofferenza a seguito della pandemia, ha una dotazione complessiva di 300 milioni.

E ecco che scopriamo che Invitalia grazie all’alleanza di due menti visionarie e immaginifiche, il suo Ad e il ministro del Mibact Franceschini, si schiude al mondo della cultura e dell’arte, in veste di “Centrale di Committenza” per la progettazione della nuova arena tecnologica del Colosseo, lanciando un bando da 18,5 milioni.

Una volta un sottosegretario ai Beni culturali disse del Colosseo che era “un inutile dente cariato”, definizione icastica e estrema, che non deve stupire, visto che la selezione del personale politico incaricato di combinare valorizzazione e conservazione del nostro patrimonio ondeggia tra quelli che vogliono farci  cassetta, quelli che rimpiangono che non sia salame da poter mettere tra due fette di pane, quelli che pensano sia un peso molesto da sopportare perché condiziona e ostacola la libera iniziativa  che buca il sottosuolo, promuove alta velocità, tira su palazzoni che restano vuoti, e quelli che ci vogliono aggiungere quel pizzico di digitale, per modernizzarla, adattarla alle esigenze di consumatori onnivori e superficiali e ricavarci qualche utile per startup, studi i amici degli amici.

Di esemplari ne abbiamo visti sfilare in questi anni: sindaci con il book dei monumenti da offrire a mecenati dei mocassini, a sponsor del Qatar, vogliosi di fare ostensione della loro generosità in forma di logo, marchio, griffe o di metterci un piede e le mani sui musei dopo aver comprato pezzi di città e squadre di calcio.

Abbiamo visto ministri che si accordavano per lunghi comodati in cambio di valorizzazioni delle quali non abbiamo riscontro, come nel caso di Della Valle o delle Fendi; primi cittadini che concedono siti archeologici per tenere convention, sfilate, cene aziendali e matrimoni.

Abbiamo anche a suo tempo intercettato una di quelle meteore che dovevano riformare il partito riformista indicare come soluzione per Pompei che cadeva a pezzi, di fare una smart city, grazie a “un  progetto che unisce l’innovazione tecnologica con l’innovazione sociale con lo scopo di andare verso uno Smart and Resilience Archaeological Park per poi generare uno Smart@LAND ossia un territorio che comprenda le zone limitrofe a Pompei (Buffer zone) gestito in maniera sostenibile e inclusiva”.  

Va  a sapere perché il Colosseo, anche se si è tentati di dar ragione a quel sottosegretario, sia da sempre oggetto del desiderio di metterci le mani, di guadagnarci sopra, di sfruttarlo, di consumarlo, se non per il fatto che sia rappresentativo di un Paese  dissanguato, lasciato marcire, abbandonato e disgregato, tanto che. come l’anfiteatro Flavio, per svenderlo nell’outlet globale non resta che imbellettarlo con qualche accorgimenti che copra le falle della mancata manutenzione, dalla carente cura e tutela, con le trovate dell’informatica, del virtuale, del digitale, le stesse che  in attesa dell’intelligenza artificiale nascondono l’insufficienza di quella naturale.

Così l’ideona che da anni circolava nella testolina del ministro e che ora, proprio ora, trova realizzazione è quella di creare , cito dall’intervista concessa al quotidiano confindustriale, “una struttura high tech, ma reversibile e non invasiva”, grazie a un “grande intervento tecnologico, che offrirà la possibilità ai visitatori di vedere non soltanto, come oggi, i sotterranei, ma di contemplare la bellezza del Colosseo dal centro dell’arena”.

L’anfiteatro dovrà tornare ad essere “un grande teatro popolare, dotato delle tecnologie più avanzate, montacarichi e complesse macchine di scena per dare vita agli spettacoli più emozionanti , cacce, combattimenti, per un periodo persino battaglie navali”.

Non so a voi ma a me fa agghiacciare il sangue questa fantasia onirica proprio mentre i musei, gli archivi e le biblioteche sono chiuse, quando manca il personale addetto e non viene garantito il turnover delle risorse specializzate, mentre le città d’arte il cui destino unicamente turistico era segnato, tirano giù la serranda delle sedi dei loro tesori, quando i siti archeologici deserti non vengono più sottoposti alla manutenzione che già prima era estemporanea e esclusivamente dedicata alla riparazione di danni rivelati drammaticamente.

E’ che il ministro deve essersi fatto ispirare dai documentari di Focus più che dai testi di storia, per imitare i decisori da Domiziano ai Severi, fino a Berlusconi, che conoscevano bene il potenziale dello spettacolo in qualità di strumento di consenso, così in mancanza di pane e di brioche tenta di crearsi una popolarità con circenses in grado di riprodurre la grandezza del passato grazie a montacarichi azionati da argani usati per far comparire al centro dell’arena , attraverso botole e piani inclinati , gladiatori, animali e macchine sceniche, allagamenti per mettere in scena naumachie e certami.

E’ una grande sfida”, si compiace Alfonsina Russo, Soprintendente per l’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, persuasa che la  ricostruzione offrirà al monumento da sempre più visitato d’Italia “nuove potenzialità”, quella di una visita più suggestiva per i turisti e dello sfruttamento di una così speciale  location per eventi culturali “sempre di alto livello”.

Insomma nel 2021, possiamo allinearci con i fastosi luna park mondiali, con le capacità imitatrici degli hotel di Las Vegas, con la rivisitazione non solo virtuale delle grandi città  del Miniatur Wunderland di Amburgo, con la Venezia rifatta in Cina, con gli acquapark che simulano le onde marine della costa romagnola, con Mirabilandia e pure con i “son e lumière” che infelicitano le visite nella Valle dei Templi, per guadagnarci così la reputazione  macchiata da incuria a Pompei, da abusi a Agrigento, dalla rovina in cui versano i 12 chilometri di mura Aureliane, dall’abbandono della necropoli di Norcia, dall’ammasso di macerie del Castello di Mirandola, dai 74 ettari della struttura fortilizia di Alessandria ridotti a discarica, dallo stato dell’Appia Antica dove gli unici sorveglianti in vista sono i militari di Strade Sicure che fanno la guardia alle ville di prestigiosi residenti.

Eccome che è una grande sfida in neo-Colosseo, anzi è un sogno che si realizza, presto le agenzie di lavoro interinale potranno selezionare una innovativa tipologia di precari, che più precari di così si muore, gladiatori che duellano di accoppano tra loro – e non è una novità – e aspiranti al martirio, senza preclusioni di razza e credo religioso.


Più Nerone di così

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non stupisce più di tanto che nel pantheon del Ministro dei Beni Culturali ci sia anche un mediocre suonatore di cetra affetto da patologica megalomania. Il ministro Franceschini ha già più volte dimostrato di essere un sostenitore di una rovinosa valorizzazione di monumenti e paesaggi, convertendoli a fini commerciali in ambientazioni per circenses, location per eventi e convention, anche grazie a un disinvolto regime   di  “affidamento”  quando non di comodato, a mecenati selezionati tra norcini reali e dinamici calzolai.

A lui dobbiamo alcune proposte creative perfettamente coerenti con l’ideologia che ha ispirato il suo slogan “Very Bello” , entrato ormai nella leggenda: la trasformazione della Magna Grecia in un polo del golf, nello spirito che ha animato la candidatura per la Ryder Cup, che, come si evince dall’articolo 65 della bozza di decreto legge ‘Disposizioni urgenti in materia di finanza pubblica” in attesa di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale,  potrà godere relativamente alla parte non coperta dai contributi pubblici, di una garanzia dello Stato per un ammontare fino a 97 milioni di euro.

O anche come la metamorfosi del Colosseo, riverniciato a cura dell’illustre sponsor dei suoi stivali, in futuro palcoscenico per gladiatori e leones e per eventi mediatici in stile son e lumière, grazie anche allo stanziamento di 18 milioni pubblici supplementari, per realizzare un’opportuna copertura, come nei cine estivi della riviera romagnola e come, col suo suffragio, avverrà all’Arena di Verona col proposito di farne un bel palasport. O il ristorante extra lusso sul Palatino per accontentare gli appetiti più esclusivi suscitati dall’Expo milanese.

Per non dire dell’appetitosa mutazione di musei e gallerie in aziende profittevoli in virtù dell’esperienza di marketing di manager dinamici e  innovativi, maturata in imprese commerciali internazionali. E con una particolare competenza  nell’export, valore in più necessario, pare,  per incrementare la somministrazione oltreoceano di opere e reperti in mostre e grandi eventi che dovrebbero ridare lustro alla nostra credibilità all’estero, ingiustamente messa in discussione da organizzazioni superciliose e occhiute.

Eh certo, da cosa nasca cosa:  esposizioni e fiere, comprese quelle dei salami e della porchetta come veicoli di propaganda del nostro secondo Rinascimento feat Renzi, rappresentano una passerella auspicabile e gradita per chi ha fatto suo quello sciocchezzaio infame della cultura come il petrolio, cui attingere con le trivelle dello sfruttamento speculativo, aprendo ai privati nella duplice e concorde veste di non disinteressati mecenati  come da avere di acquirenti, come dimostra un provvedimento “facilitatore”, concordato con quelle il ministro  ha benevolmente definito “associazioni di settore”, cioè il mercato dell’arte: mercanti, galleristi, case d’asta, assicuratori e trasportatori,  impegnati a ubbidire al leggendario imperativi di Renzi secondo il quale Uffizi, musei, arte devono diventare macchine per fa cassetta.

E a chi riferirsi idealmente dunque, se non a Nerone, alla cui figura è ispirato  il musical “Divo Nerone — Opera Rock”? un  mega show che ha trovato, anche grazie al suo patrocinio, lo scenario giusto nell’area di  Vigna Barberini all’interno del sito archeologico del Palatino, che ospiterà una struttura di   36 metri di larghezza, 27 di profondità e 14 di altezza,  una platea di 480 poltrone a 180 euro, imponente impianto audio e di illuminazione e, infine tre file di gradinate per la plebe da 45 euro,  con fitto a prezzo stracciato, per la spettacolare ambientazione, di soli 250 mila euro a fronte del vantaggio prelibato di far allungare di un giorno la permanenza di succulenti visitatori all inclusive.

Eppure con questa ulteriore referenza nel curriculum il Ministro ha avocato al suo dicastero la gestione assolutistica e il controllo scientifico, organizzativo e economico del sito archeologico del Colosseo, espropriando il  Comune di Roma di quello che non è solo uno straordinario frammento  di un ineguagliabile patrimonio storico, artistico e culturale,  ma un vero e proprio pezzo di città.

Alla reazione del sindaco di Roma e alla sua rivendicazione sacrosanta di autonomia, che dovremmo aspettarci anche altrove, a Venezia come a Firenze, Franceschini ha risposto con la stizza di chi si è visto rompere le uova nel paniere delle sue relazioni con privati, mercato, con la macchina degli organizzatori di eventi e della pubblicistica, della comunicazione e dell’advertising monopolistiche collegate, con gli sponsor, affittuari e compratori  dai quali lui e sindaci del passato e del presente si sono recati in missione col la valigetta del campionario.

A reggere il canestro insieme al ministro c’è il solito stuolo di reggicoda, chi impiegato nell’opera di diffamazione, purtroppo in altri casi meritata, della giunta Raggi, chi direttamente interessato, chi contaminato dalla volgarizzazione e mercificazione della cultura che dovrebbe essere obbligata a abbassare i suoi livelli per scendere a quelli del popolo bue: circenses senza pane, Mozart retrocesso a jingle negli spot del brandy, Divina Commedia erogata dal buffone, proprio come  la Costituzione d’altra parte, buona per essere divulgata nei biglietti dei cioccolatini da regalare il giorno della Memoria della Democrazia e della Bellezza.

 

 


Autentica rovina

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

T’invidio turista che arrivi, t’imbevi de fori e de scavi, dice una vecchia canzone. Adesso, bene che vada, più che  d’invidia per la rivelazione della bellezza, sorprendente anche se tanto decantata, chi viene in visita in Italia  è oggetto di fastidio, insofferenza, come un pesce che puzza anche prima dei fatidici tre giorni, come un occupante maleducato e molesto.

Sentimenti che paradossalmente suscita anche in chi ci guadagna dalla sua invasione, ma troppo poco, che si sa non c’è più il turismo di una volta, sfarzoso, generoso, ma discreto, per le cui visite pastorali si chiudevano siti e musei, con sigilli ben remunerati e pronubi di pudiche donazioni.  Quei sigilli che oggi invece vengono apposti per tener fuori la gente qualunque, turisti e cittadini del luogo, classi scolastiche e fedeli, per garantite doverosa riservatezza a nomenclature aziendali e Grandi Eventi esclusivi: si affitta Napoli agli stilisti, chiudendo S,Gregorio Armeno e le strade intorno per tre giorni anche ai pedoni, con un ricavo per il Comune di 100.000 euro; si consegnano Ponte Vecchio (ritorno dell’operazione 2.489 euro) e Santa Maria dei Miracoli a per celebrare i fasti della cultura d’impresa; i musei diventano location ambite per sfilate di moda e presentazioni di essenze per quelli che non devono chiedere mai. E si additano a ludibrio e riprovazione i dipendenti del Teatro Flavio, rei di voler tenere un’assemblea sindacale autorizzata nel luogo di lavoro, mentre poi lo si vieta ai visitatori in occasione di una festa  di Vip ospiti del mecenate dei mocassini.

 

Con queste referenze è difficile pretendere da chi viene a imbeversi di fori e scavi o anche semplicemente  a farsi qualche selfie ricordo tra le rovine, il rispetto che noi non riserviamo al nostro bene comune. Quello che i distruttori responsabili di degrado, abbandono e mercificazione definiscono di volta in volta “i nostri giacimenti”, il nostro “petrolio”. E che mandano coscientemente in rovina per dimostrare che è irrecuperabile e insostenibile senza l’aiuto della caritatevole beneficienza dei privati, che per mantenerlo è meglio affidarlo, proprio come succede con altre risorse fossili, a trivelle e grandi compagnie.

Questa Italia che non lavora e non produce, è stata condannata da un ceto dirigente ignorante, vogare e corrotto a diventare un grande parco a tema, dove sarebbe gradito che gli abitanti si prestassero a fare da figurine del presepe, gladiatori, imbianchini rinascimentali, damine del settecento. Come in quelli americani, magari ragionevoli in un contesto senza storia, ma incongrui e ridicoli qui dove la storia non ha certo bisogno di una reincarnazione, semmai di essere studiata a scuola.

D’altra parte siamo dominati da una classe politica che ha fatto male anche le elementari e che ha bisogno di collocare la conoscenza dentro alla cornice della televisione sotto forma di soap. E quindi non stupisce che il ministro dei Beni culturali voglia popolare il Colosseo di atleti con tanto di corazze di latta e spade di cartone, per dare vita a una rievocazione plastica, la più falsa possibile, dell’età imperiale, proprio come succede al Colonial Williamsburg in Virginia definito non a caso una “riproduzione autentica” della città com’era nel 1700,  o, meglio ancora, come si fa al Living Museuma di Playmouth Planantion, dove le comparse nei panni di padri pellegrini  interpretano l’arrivo della Mayflower in abiti dell’epoca e parlando l’inglese dei Seicento.

Tutto è pronto per questo, per far soldi svendendo il Paese all’industria turistica tramite operatori del settore o improvvisati, purché della “famiglia”, se il pizzicagnolo della real casa  per far belli i suoi spacci, compreso quello dell’Expo, li adorna con capolavori in prestito, guglie del Duomo, e si augura che tutto il sud diventi una grande Sharm el Sheik, o, peggio ancora, se il ministro competente – si definisce così, non è una valutazione di merito – ipotizza  un augurabile rilancio del mezzogiorno attraverso la realizzazione di innumerevoli campi da golf. partendo dalla Sicilia, “magari vicino alla valle dei templi” così da “attirare gli stranieri ricchi”.  E se la dirigenza di una città d’arte, la più speciale e vulnerabile, finge di credere che le crociere siano la forma più elevata e auspicabile di turismo, provvidenziale economicamente, omettendo che   il 91% dei crocieristi   si imbarca a Venezia  all’inizio della crociera e vi sbarca alla fine.  Se in quella città, ma a Roma, Firenze, o nei piccoli centri, le amministrazioni hanno dato vita a un sistema di licenze facili per realizzare la locanda diffusa dove ogni affittacamere è un manager dell’accoglienza, dove catene della “ricezione turistica”   promuovono la proliferazione di B&B e case vacanza al di sotto dei più bassi requisiti di igiene e qualità (ha fatto il giro della rete l’immagine di qualche tempo fa: un furgone che scarica 17 letti davanti al portone di una stanza-vacanza di 70 mq)  con la connivenza e omertà delle amministrazioni locali, che chiudono un occhio su evasioni fiscali e norme della più elementare sicurezza.

Il fatto è che anche nel turismo si ripropongono differenze e disuguaglianze: da una parte le crociere svendute per nutrire in tanti poveracci il sogno di essere re per un giorno, i pullman che scaricano migliaia di visitatori già stanchi per indirizzarli tutti verso l’area marciana della Serenissima  (nel 2015, 27 milioni di turisti), le gite nei luoghi francescani con l’opportunità di comprarsi una batteria di tegami, i forzati delle escursioni che consolidano l’immagine di un paese ingordo che piglia dove può indifferente alla pressione, all’oltraggio, purché “se magna” e dove la retorica del Bello copre le magagne dello sfruttamento intensivo. Dall’altra invece il turismo apparentemente educato dei ricchi, di chi può comprarsi visite esclusive, di chi può permettersi di stare appartato nelle ore di punta, via dalla pazza folla, ai bordi della piscina alla Giudecca, nella pace romita di Fiesole. Quelli insomma che potranno godere  dei servizi offerti dal portale del «turismo extralusso», Firenze? Yes, please, in linea con Italy Very Bello,  frutto del consorzio di undici strutture ricettive fiorentine in grado di elargire indimenticabili  esperienze  esclusive, con il sostegno del Comune e delle istituzioni culturali cittadine;  «una passeggiata tra i capolavori degli Uffizi? Sì, ma con Eike Schmidt, il direttore degli Uffizi, a fare da cicerone. Consigli sulla Firenze a misura di bambino? Magari ve li dà il sindaco Nardella»,  in attesa che le suddette guide d’eccezione, si prestino a fare gli chauffeur e i mezzani agli ordini dei capricci dei visitatori glamour, e in contrasto con quella che dovrebbe essere l’essenza e la finalità della Bellezza: favorire ragione, memoria, dignità, conoscenza, giustizia.

Roma a La Vegas

Roma a La Vegas

Se andiamo avanti così, permettendo al mercato e al profitto di trasformare nostro  patrimonio artistico in uno strumento di lucro e di mettere a rischio la sua tutela, se viene negato il valore civico dei monumenti a favore del loro potenziale turistico, se la  conoscenza, primo strumento di crescita di ogni democrazia, viene umiliata e ignorata, se il diritto a godere dell’arte e della storia , anziché un bene comune garantito dalla Costituzione,  diventa un bene di mercato, presto per vedere la Serenissima o Firenze  o Siena ci dovremo accontentare di quelle fasulle e riprodotte a Las Vegas, a Macao, a Antalya dove sorge il Venezia Palace De Luxe Resortm con tanto di Campanile e Cavalli, per godere delle torri di San Gimignano dovremo aspettare che sia completata la loro autentica riproduzione a Chongqing nei 253 ettari di perfetto paesaggio toscano nel quale sta sorgendo uno sterminato megastore.

 


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