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La crescita c’è, ma della disuguaglianza

Capture_decran_2015-10-13_a_17.29.08Lunedì scorso il premio della Banca di Svezia, spesso spacciato dai media come nobel per l’economia, è andato ad Angus Deaton, uno studioso scozzese noto per un paradosso che in qualche modo stiamo vivendo, ossia la “resistenza” dei consumi anche di fronte a forti cadute del reddito, un fenomeno che il liberismo sta sfruttando anche in termini politici. Ma Deaton è noto per un libro scritto qualche tempo fa e tradotto in italiano quest’anno: La grande fuga, salute, ricchezza e origine della disuguaglianza che mette il dito sulla piaga di questi giorni, ossia l’accumulo straordinario di ricchezza in pochissime mani, le azioni economiche, politiche e geo politiche per mantenerla e – questa aggiunta è mia – la scarsissima risposta dei ceti popolari per riprendere terreno, dovuto appunto a quella vischiosità dei consumi e alle illusorie speranze di tornare a prima della crisi  che rende ardua la grande fuga dalla prigione liberista.

Il giorno dopo, martedì tredici,  è uscito il nuovo rapporto del Credit Suisse sulla ricchezza nel mondo e conferma che la crescita della diseguaglianza procede senza soste: ormai l’1 per cento della popolazione mondiale possiede il 50% della ricchezza,  vale a dire il 2% in più rispetto a prima della crisi, il 5 per cento se si tolgono dal conto i Paesi in via di sviluppo. La terribile istantanea è però ingannevole perché il 45,2% di questa metà della torta, ossia un quarto delle risorse dell’umanità è in mano a meno di 120 mila persone i cui redditi vanno da 50 milioni di dollari in su, una concentrazione che non si vedeva da più di un secolo e che si sperava di non dover mai più rivedere. Che poi il 37% di super ricchi sia negli Usa è una cosa che non deve meravigliare visto che essi sono all’origine delle idee e delle filosofie che hanno portato a questa situazione, trasformando l’ex Paese delle opportunità  in quello con la minor mobilità sociale al mondo,

Il Credit Suisse che da questo punto di vista è insospettabile di parzialità, analizzando i dati raccolti registra che le grandi fortune e anche quelle medie sono essenzialmente legate alla finanza, visto che dal 75 all’87 per cento fanno attivi sui mercati azionari e obbligazionari, sui fondi e sui derivati: dunque non solo la ricchezza è concentrata oltre ogni limite, ma vivendo di finanza non fa nemmeno da motore di sviluppo, se non per l’economia di carta. E’ ricchezza sterile che aumenta alle spalle degli stati e delle persone, parassitando il lavoro e le conquiste sociali di un tempo.

Deaton  dopo aver saputo del premio, ha detto ai colleghi di Princeton che gli chiedevano un giudizio da aruspice sul futuro: “la disuguaglianza ha superato il punto in cui essa ci permette di arricchirci e rappresenta una seria minaccia. Mi preoccupa vedere un mondo in cui i ricchi hanno il potere di scrivere le regole e le persone non fare altro che seguirle”. Del resto lo vediamo benissimo nella cronaca quotidiana a cosa siamo arrivati: ad imbecilli che di fronte allo sfascio delle istituzioni pensano di ribellarsi stando con Marino, che spulciano ricevute e firme per dimostrare il grande complotto del vino d’annata. Non si accorgono di essere proprio loro i burattini dei poteri forti.

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One response to “La crescita c’è, ma della disuguaglianza

  • apoforeti

    L’ha ribloggato su terzapaginae ha commentato:
    Il giorno dopo, martedì tredici, è uscito il nuovo rapporto del Credit Suisse sulla ricchezza nel mondo e conferma che la crescita della diseguaglianza procede senza soste: ormai l’1 per cento della popolazione mondiale possiede il 50% della ricchezza, vale a dire il 2% in più rispetto a prima della crisi, il 5 per cento se si tolgono dal conto i Paesi in via di sviluppo. La terribile istantanea è però ingannevole perché il 45,2% di questa metà della torta, ossia un quarto delle risorse dell’umanità è in mano a meno di 120 mila persone i cui redditi vanno da 50 milioni di dollari in su, una concentrazione che non si vedeva da più di un secolo e che si sperava di non dover mai più rivedere. Che poi il 37% di super ricchi sia negli Usa è una cosa che non deve meravigliare visto che essi sono all’origine delle idee e delle filosofie che hanno portato a questa situazione, trasformando l’ex Paese delle opportunità in quello con la minor mobilità sociale al mondo.

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