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Antifascismo prêt-à-porter

partigiani

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Primavera è nell’aria, splende il sole, chi non vorrebbe vedere sventolare le rosse bandiere nelle piazze piene di belle facce di giovani e vecchi, mentre dagli altoparlanti arrivano le note di Fischia il vento e dell’Internazionale?

E in questi giorni succede perfino che si sia grati allo scontro tra  l’antifascismo prêt-à-porter che potrebbe sfilare più appropriatamente a Montenapoleone o a Via Caracciolo o a Via Condotti e quelli che, anche grazie alla missione pacificatrice condotta dal revisionismo e negazionismo progressista, raccomandano di andare al mare per non partecipare a un rito divisivo. Perché per certe coscienze in stato di letargia e appena occasionalmente risvegliate grazie alle esuberanze dell’infamone all’Interno, riproporre certe liturgie fa sentire a posto, fa sentire partecipi di una cerimonia e di un pensare collettivi nel quale si è compiaciuti di riconoscersi, come dimostra il successo delle primarie del partito che più di ogni altro ha contribuito a trasformare il 25 aprile in una commemorazione destinata a esaurirsi dolcemente con la morte dei partigiani dell’Anpi, indegni peraltro di dire la loro in occasione del referendum di “revisione” della Costituzione nata dalla loro lotta.

Per la verità anche chi pubblica le massime del Che non vergognandosi di essere sentimentale, avrebbe voglia di far festa, anzi avrebbe voglia che il 25 aprile cadesse tutti i giorni per ricordare che il fascismo non è stato cancellato con un tratto di penna tanti anni fa, che non è tornato su come un rigurgito avvelenato, ma c’è sempre stato in forme meno appariscenti, meno virulente magari, meno sfrontate e esplicite perché è  “il cerchio di ferro che serve a tenere assieme la botte sfasciata del capitalismo” anche se oggi pare più una comoda fascia elastica. Lo vorrebbero soprattutto quelli che sanno che la resistenza è un processo incompiuto perché a differenza di quello che dicono i media ufficiali, i libri della Buona Scuola, i commemoratori di professione, chi ha combattuto non voleva solo la liberazione dagli occupanti, nazisti e fascisti, ma un modello di società liberato appunto da sfruttamento, repressione, speculazione, corruzione, come dimostra la battaglia dei “consoli” europei dell’impero contro le democrazie e le carte costituzionali nate da quel movimento popolare.

Ma è proprio questa verità così semplice e così antica che suona inaccettabile per chi ha motivato la necessità di dire che la sua fiamma tossica si era spenta, per esaurire l’antitesi antifascismo e fascismo in modo da liquidare la contrapposizione più scomoda e molesta, quella tra sistema economico totalitario e lavoratori  e che interpreta anche quella tra totalitarismo e cittadini.

Perché  a guardarsi intorno non è peccato da malpensanti dire che il fascismo intride la nostra società e infiltra le istituzioni  se il prefetto di Savona ordina di deviare il pericoloso corteo del 25 che minaccia di sfiorare la sede di Casa Pound, cui un sindaco riformista ha concesso una lussuosa dimora, e che viene invitata a dibattiti, anche quelli indetti da gloriose testate, con alcuni giornalisti molto noti in Italia;  se i prefetti di Milano permettono le commemorazioni di macellai di ieri e oggi nei cimiteri della città;  se Boldrini riceve da presidente della Camera un esponente di primo piano dei neonazisti ucraini, e  se i ministri più influenti del governo vanno col cappello in mano a svenderci a emirati e sceiccati dispotici; se una canzone viene considerata sobillatrice di istinti sovversivi,  e se viene condannato un europarlamentare che osa dire che il capo di Forza Nuova è fascista;  se a srotolare lo striscione inneggiante a Mussolini a piazzale Loreto a Milano sono stati gli irriducibili della Lazio, una delle tifoserie più note per intemperanze, ma ciononostante blandite da club, forse dell’ordine e titolari di dicasteri. E se si è permesso che l’amministrazione della giustizia e i suoi tutori venissero attaccati e infangati per difendere interessi privati e per punire i delitti di povertà anche grazie a una interpretazione della sicurezza come salvaguardia dell’ordine costituito, messo a rischio da immigrati e marginali, e protetto da forze dell’ordine sottopagate e ridotte di numero e quindi ricattate e tenute in stato di soggezione.

E se l’offensiva contro cittadini e lavoratori è stata realizzata da coalizioni di centro sinistra, che hanno attuato perverse misure di austerità, volte al crollo della domanda interna, cravatte e nodi scorsoi alla spesa sociale e alle amministrazioni locali, leggi sulla previdenza e sulle relazioni industriali, gli attentati al diritto di sciopero, dimostrando che non occorrono i neo fascisti e i post fascisti se a fare il lo sporco mestiere ci sono i riformisti.

Gli stessi che oggi rivendicano il “loro” antifascismo, utilizzando la paura della sua recrudescenza o addirittura della sua rinascita come spauracchio per rappresentare la sopravvivenza dello status quo come un male necessario per evitarne uno  peggiore. E per nascondere dietro alla minaccia il fascismo che c’è già, in qualità di declinazione repressiva, iniqua, razzista, autoritaria, ignorante e rozza dell’ideologia dell’establishment, che dura inattaccato e inviolato e che non ha avuto bisogno – come successe nella repubblica di Weimar e nemmeno in Italia con al salita al potere di Mussolini, della recessione e della deflazione, perché sono bastati i patti stretti con la Nato, con l’Ue, per bloccare salari e investimenti sociali, è bastata la  liberalizzazione dei mercati finanziari, per stabilire l’egemonia finanziaria svincolata da ogni controllo, per consolidare il primato del profitto e il dominio padronale, per testimoniare che la lotta di classe c’è ma alla rovescia, come aggressione contro gli sfruttati.

Si ci piacerebbero le piazze piene. Ma che piazze sono se insieme agli antifascisti – che non si limitano a istanze di carattere umanitario, all’ambientalismo della green economy, al femminismo che postula la sostituzione di genere nei ruoli di comando del sistema, all’accoglienza come piazza del mercato per forza lavoro a basso prezzo, ma che si battono per una alternativa anticapitalistica – ci sono quelli che hanno ridotto le loro speranze e i loro bisogni al meno peggio, al già noto, alle ammucchiate degli efficientisti, dei tecnici, dei competenti in conservazione delle incertezze, insicurezze, precarietà, disuguaglianze vigenti nel timore che  perfino loro, che di solito hanno il culo al caldo, possano provarne di peggiori, all’assemblaggio di aggeggi e pezzi sfusi da Macron a Tsipras da Calenda alla Castellina.

Sono loro che hanno messo l’antifascismo in un baule in soffitta come fosse un vecchio arnese impolverato e che oggi lo estraggono e lo agitano come fosse una bandiera, magari a 12 stelle,  da sventolare per raccogliere consensi intorno alla difesa dei loro privilegi, delle loro poltroncine, dei loro manager, delle loro banche, dei loro binari bene oliati e delle loro gallerie illuminate, dei loro giornali e dei loro algoritmi, delle loro facoltà di economia e marketing e delle loro dinastie di killer.

Sono loro che l’hanno convertito in un movimento di opinione al quale basta l’adesione su Fb per confermare la fidelizzazione alla globalizzazione, alla modernità, al progresso, ricreando l’angusta antitesi tra loro, beneducati, benvestiti, acculturati, proattivi, e gli altri, i beceri, i maleducati, gli ignoranti. Ma anche i disfattisti, gli snob, quelli che troppo vogliono, i maicontenti, i fastidiosi utopisti, quelli che sperano, quelli che sognano, quelli che vogliono tutto, anche se sanno che non è subito.

A noi non resta che rispondere con la nostra di bandiera, rossa.

 

 

 

 

 

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Anime belle, ma con la sindrome di Rignano

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri si erano affacciati timidamente, oggi invece trionfano quelli che hanno scelto di astenersi “democraticamente” e liberamente allineati e ubbidienti agli ordini del premier e del re Giorgio I mai davvero deposto. Sono compiaciuti di aver vinto, dimenticando che il loro successi si susseguono da anni, travestiti da disillusione comprensibile, distacco sobrio e ragionato, romitaggio aventiniano, raggiunta maturità coerente con esperienze occidentali segnate da un’elegante e adulta elusione. E avevano già vinto anche quando dopo un composta  astrazione in occasione di elezioni amministrative, hanno poi deciso giocoforza di pronunciarsi per candidati che di democratico hanno solo il nome usurpato, esprimendosi in favore dell’implacabile e necessaria, a loro dire, rinuncia a una possibile alternativa, quella rappresentata da quel “voto inutile”, osteggiato dalla professione di fede di realismo quando non di realpolitik.

Non si sono accorti che il riferimento ossessivo ai numeri, alla potenza indiscutibile della maggioranza, professato anche da chi occupa posti abusivamente, grazie a incarichi elargiti in cambio della promessa di esecuzione sottomessa di alti voleri, se  risponde a requisiti di legittimità, non sempre è adeguato a quelli della legittimità, sicché la forza dei numeri e  del consenso rende nulla quella del diritto. È quello che è avvenuto sempre durante il ventennio del Cavaliere, adesso con il continuo ricorso alla fiducia o con il decretare autoritario del governo, quello che avverrà con il referendum costituzionale, se non li fermeremo. Come comunque hanno cominciato a fare quasi 16 milioni di votanti con pari dignità nel si o nel no.

In tanti non eravamo fan sfegatati di quel referendum, che peraltro, grazie alla reazione delle regioni promotrici, aveva costretto il regime a fare importanti passi indietro rispetto all’osceno oltraggio e alla codarda prevaricazione dello Sblocca Italia che aveva il merito di svelare il crimine amministrativo ed ambientale delle concessioni scadute in Adriatico.

Ma in tanti ne abbiamo raccolto il messaggio simbolico, che era poi quello dileggiato dal grullo irridente e dai suoi cantori del “ciaone”, che sostengono la crucialità e l’importanza dei pronunciamenti popolari solo se possono convertirli in atti notarili a suffragio delle loro imposizioni o peggio in plebisciti intimidatori e ricattatori.

Un messaggio che non è stato colto anche da convertiti dell’ultima ora, quelli che sostengono la vanità di un referendum “marginale”, come se sia secondario esprimersi contro una delle lobby più sporche e prepotenti, come se sia futile ricordare  in quell’occasione che bisognerebbe stare vicino a quei lavoratori lasciati troppo soli tanto da dover scegliere tra fatica e salute, tra posti (pochi, precari e insicuri) e ambiente, tra ipotesi di sviluppo e di occupazione legate a turismo e risanamento e una crescita dissennata a beneficio di pochi sempre più ricchi e sfrontati e a danno di molti sempre più poveri e remissivi. Quelli dediti, insomma, a fare graduatorie, che poi sono il preliminare alle differenze e alle disuguaglianze, e scale di valore di diritti, prerogative, istanze, aspettative, e, in questo caso, anche di referendum, come se non fossero rimasti l’ultima forma di controllo a posteriori, purtroppo, l’ultima occasione democratica della quale non siamo stati del tutto espropriati, malgrado l’alacre attivismo per annullarne i risultati, come per quello sull’acqua, che, a maggior ragione, dovrebbe dimostrare la necessità di essere svegli e vigili, che niente è davvero definitivamente conquistato.

Il fatto è che ci sono tanti modi di essere anime belle, poetici, irrealistici, utopistici, lirici, visionari. Ma in ogni caso preferibili al pragmatismo di chi finisce per accettare “ragionevolmente” le ragioni dei “padroni”, del vapore, del petrolio, della guerra, del Ttip, del respingimento, della paura.

Ed oggi le anime belle sono davanti a una scelta difficile ma inevitabile, se scegliere una via “altra” ardua, impervia, intorno alla quale è evidente che non esiste consenso, perché è improbabile trasformare la collera in rivolta, l’umiliazione in ribellione, che nemmeno nominiamo più rivoluzione per pudore, per scaramanzia, per lucida storicizzazione degli eventi e della nostra autobiografia, perché viene praticata al ribasso con gli stati sui social network, il presenzialismo indiscriminato a kermesse di cascami irriducibilmente impotenti. O se tentare la strada di coagulare dissenso e critica, quella dei tanti milioni di si,  in progetti, programmi e organizzazioni politiche non occasionali, non paternalistiche, omogenee nell’opposizione alla pianificazione autoritaria dell’oligarchia, ma ancora spaesate rispetto alla creazione, ma anche all’immaginario,  di una società giusta, oggi retrocessa a residuato patetico.

Oggi in tutta Italia si svolgono manifestazioni operaie, erano tanti i lavoratori in piazza in Francia, preme la folla di marginali, giovani, immigrati, cittadini delle periferie, salariati ridotti alla mortificazione e a nuove miserie dal capitalismo neoliberale, precari senza speranza e senza dignità. C’è da chiedersi cosa vorranno e sapranno fare, cosa vogliamo e sappiamo fare, se piegarci alla normalizzazione renziana, o di chi per lui, o se  sederci al tavolo del gioco istituzionale, per rovesciarlo contro i bari, dettare noi le regole della democrazia e ricostruire le istituzioni applicando quei principi mai rispettati, che se quella non è la Costituzione più bella del mondo, è certamente la più disattesa e offesa. E proprio perché parla di beni comuni, di rispetto, di pace, di proprietà d’uso, di solidarietà, di diritti di cittadinanza.

 


La crescita c’è, ma della disuguaglianza

Capture_decran_2015-10-13_a_17.29.08Lunedì scorso il premio della Banca di Svezia, spesso spacciato dai media come nobel per l’economia, è andato ad Angus Deaton, uno studioso scozzese noto per un paradosso che in qualche modo stiamo vivendo, ossia la “resistenza” dei consumi anche di fronte a forti cadute del reddito, un fenomeno che il liberismo sta sfruttando anche in termini politici. Ma Deaton è noto per un libro scritto qualche tempo fa e tradotto in italiano quest’anno: La grande fuga, salute, ricchezza e origine della disuguaglianza che mette il dito sulla piaga di questi giorni, ossia l’accumulo straordinario di ricchezza in pochissime mani, le azioni economiche, politiche e geo politiche per mantenerla e – questa aggiunta è mia – la scarsissima risposta dei ceti popolari per riprendere terreno, dovuto appunto a quella vischiosità dei consumi e alle illusorie speranze di tornare a prima della crisi  che rende ardua la grande fuga dalla prigione liberista.

Il giorno dopo, martedì tredici,  è uscito il nuovo rapporto del Credit Suisse sulla ricchezza nel mondo e conferma che la crescita della diseguaglianza procede senza soste: ormai l’1 per cento della popolazione mondiale possiede il 50% della ricchezza,  vale a dire il 2% in più rispetto a prima della crisi, il 5 per cento se si tolgono dal conto i Paesi in via di sviluppo. La terribile istantanea è però ingannevole perché il 45,2% di questa metà della torta, ossia un quarto delle risorse dell’umanità è in mano a meno di 120 mila persone i cui redditi vanno da 50 milioni di dollari in su, una concentrazione che non si vedeva da più di un secolo e che si sperava di non dover mai più rivedere. Che poi il 37% di super ricchi sia negli Usa è una cosa che non deve meravigliare visto che essi sono all’origine delle idee e delle filosofie che hanno portato a questa situazione, trasformando l’ex Paese delle opportunità  in quello con la minor mobilità sociale al mondo,

Il Credit Suisse che da questo punto di vista è insospettabile di parzialità, analizzando i dati raccolti registra che le grandi fortune e anche quelle medie sono essenzialmente legate alla finanza, visto che dal 75 all’87 per cento fanno attivi sui mercati azionari e obbligazionari, sui fondi e sui derivati: dunque non solo la ricchezza è concentrata oltre ogni limite, ma vivendo di finanza non fa nemmeno da motore di sviluppo, se non per l’economia di carta. E’ ricchezza sterile che aumenta alle spalle degli stati e delle persone, parassitando il lavoro e le conquiste sociali di un tempo.

Deaton  dopo aver saputo del premio, ha detto ai colleghi di Princeton che gli chiedevano un giudizio da aruspice sul futuro: “la disuguaglianza ha superato il punto in cui essa ci permette di arricchirci e rappresenta una seria minaccia. Mi preoccupa vedere un mondo in cui i ricchi hanno il potere di scrivere le regole e le persone non fare altro che seguirle”. Del resto lo vediamo benissimo nella cronaca quotidiana a cosa siamo arrivati: ad imbecilli che di fronte allo sfascio delle istituzioni pensano di ribellarsi stando con Marino, che spulciano ricevute e firme per dimostrare il grande complotto del vino d’annata. Non si accorgono di essere proprio loro i burattini dei poteri forti.


L’assassinio di Cucchi: il killer è lo Stato

stor_17194692_41500Non è affatto vero che non c’è nessun colpevole per l’assassinio di Stefano Cucchi: è lì, in primo piano, è lo Stato che si rivela ormai come nemico a tutto campo dei cittadini, sua controparte storica. Uno stato  con le travi marce sorretto a mala pena dalla pavidità e dall’arroganza insieme, dalle corporazioni, dai clan, dal bizantinismo leguleio, dall’irresponsabilità dei responsabili. E’ uno Stato dove i difensori dei cittadini si rivelano canaglie in proprio, i medici spergiuri di Ippocrate, l’insieme dalla macchina della giustizia elefantiaca  e ottusa, che sfoggia il ghigno ebete e trionfante del  suo premier forse scelto per rassomiglianza metaforica.

L’insieme di mala giustizia, mala polizia, mala sanità, malevole istituzioni costituisce il mal stato nel quale molti sguazzano fino a che pensano che sarà clemente e benevolo con loro, fino a quando si sentiranno protetti dalla corporazione, fino a quando potranno contare sul garantismo a senso unico. Chi ha garantito Stefano Cucchi? Perché è evidente che se le persone messe sul banco degli imputati non c’entrano,  allora vuol dire che le indagini sono state fallimentari o che vi sono state coperture sulle quali dovrebbe indagare una nuova inchiesta.  Così giusto per un minimo di dignità della quale lo stato nel suo complesso non presenta più alcuna traccia.

E mi chiedo se sia possibile che un funzionario di polizia, tale Gianni Tonelli, capo del sindacato Sap possa ancora indossare una divisa quando dichiara: “In questo Paese bisogna finirla di scaricare sui servitori dello Stato le responsabilità dei singoli, di chi abusa di alcol e droghe, di chi vive al limite della legalità. Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute, se uno conduce una vita dissoluta, ne paga le conseguenze. Senza che siano altri, medici, infermieri o poliziotti in questo caso, ad essere puniti per colpe non proprie”.  Che insomma fa capire che se ti beccano con 20 grammi di marjuana – tra l’altro in via di diventare legale – chiunque ha diritto ad ammazzarti di botte? Sarebbe questo il tutore della legge, quello che dovrebbe difendere i cittadini? E’ tollerabile che lo stato annoveri tra i suoi  sedicenti “servitori” chi si pone al di fuori e al di sopra della legge, implicitamente introducendo  un’area di impunità sostanziale per i tanti casi Cucchi di cui è costellata la storia recente, ormai 150? Liberissimo di esprimere le sue idee primordiali, ma non con lo stipendio pagato dai cittadini. Sarebbero medici quelli che non si accorgono dello stato terminale di una vita, che non hanno il coraggio di opporsi e di denunciare, facendosi complici per pura vigliaccheria? Ma lo stato marcio avrà bisogno in futuro non di rappresentanti della legge, ma di bravi del potere pronti a reprimere, di pavidi cortigiani e di una giustizia sempre più immersa in questo solco. Dovrà fare sempre più affidamento sul primitivismo intellettuale e sul vuoto etico. Si farà ridente un selfie con la feccia.

 


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