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I Mostri non muoiono da soli

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sa che fine fanno i libri che ci portiamo in vacanza, che ogni giorno scrupolosamente infiliamo nella sporta del mare per poi restare sul lettino a macchiarsi di crema solare mentre ci perdiamo nella contemplazione delle onde, di due barchette a vela delle nuvole che corrono.

Di solito sono quelli che abbiamo annusato e sfogliato  frettolosamente nei mesi invernali ripromettendoci una lettura accurata, mentre avremmo fatto meglio a fare come da ragazzi, scegliendo Conrad, prima che venisse indegnamente sostituito da Chatwin, e certe epopee avvincenti di avventure e viaggi. E invece mi sono imposta la lettura di un agilissimo volumetto, quasi una guida o un prontuario per l’uso futuro del Socialismo nel tempo a venire a firma di Nancy Fraser, teorica critica americana, dove, è opportuno dirlo, si fa lo stesso uso o abuso sbrigativo della professione di filosofo.

In effetti alla Fraser le donne devono molto perchè da anni fa un tentativo lodevole per sottrarre il femminismo  al monopolio di quelle e quelli che – assimilabili al progressismo neoliberista – lo immaginano come la lotta di conquista di pari o addirittura superiori opportunità di affermazione e carriera della componente femminile in sostituzione dell’occupazione maschile dei posti di comando.In modo che il processo  di rimpiazzo preveda una selezione naturale in favore di unte del signore, sfacciate arriviste imitatrici della tracotanza virile, benedette all’origine da rendite e posizioni dinastiche, sicché non si generi nessuno scontro di classe, rischio molto temuto in tutte le latitudini e rifiutato energicamente in tutti i contesti sociali, lavoro, ambiente, istruzione, territorio.

E l’approccio che adotta nel suo “Cosa vuol dire socialismo nel XXI secolo”, è stimolante perchè comincia con l’affermare che una “proposta” alternativa all’ordine dominante non può limitarsi a trasformare l’economia attuale, ma deve portare con sè un cambiamento ecologico, antirazzista, democratico e femminista, superando non solo lo strapotere di classe ma anche tutte le asimmetrie di genere e sesso, l’oppressione razziale, etnica, imperalista e investendo i poteri e le istituzioni, che monopolizzano la oppressione e la violenza “in nome delle loro leggi”.

Ben venga dunque una prospettiva che combatta le ingiustizie sistemiche che sono all’interno dell’economia capitalistica ma anche quelle che ispirano la sua ideologia attuale e investono la cultura

 

 


American drums

minneapolisriots2_hdvSe volessimo descrivere lo stato dell’occidente e delle sue elite non potremmo trovare di meglio che le rivolte in Usa: mentre le strade bruciano e le minoranze “non respirano” più il sogno americano, Trump twitta sulle violenze che avverrebbero ad Hong Kong, come fosse un Nerone che pensa allo spettacolo. Questo con un sistema dei media che in poche ore ha dimenticato completamente la terribile pandemia, quasi non fosse mai esistita, cosa che del resto è assai più vicina alla verità delle montagne di apocalissi e balle accumulatesi in tre mesi. Insomma l’ipocrisia è precipitata in cristalli perfettamente trasparenti che mostrano la gestione del potere al tempo del globalismo. Di rivolte piccole e  grandi a sfondo razziale in Usa sa ce ne sono sempre state, a prescindere dalle amministrazioni in carica, sono come dire il risultato di una somma algebrica di una società multietnica, ma ferocemente monoculturale, tra l’uguaglianza formale  e la disuguaglianza strutturale che non trova nella costituzione, nelle leggi e nel costume un ponte adeguato, ma in questo caso la sedizione sembra più ampia, si allarga alle altre minoranze e ai bianchi stessi, sembra vivere non dell’ennesimo episodio di brutalità poliziesca, ma  di un malcontento profondo che si sta accumulando e su cui è caduta l’ultima goccia dei licenziamenti da Covid un’episodio che sembra più nascere dalla mafia farmacologico- sanitaria che dal debole coronavirus.

Di certo tutto questo non porterà a nulla di concreto anche perché, come qualcuno ha fato notare, in Usa non ci sono ambasciate americane o Ong che paghino e organizzino i rivoltosi per un regime change e tuttavia i moti di questi giorni hanno perso il carattere di esplosione razziale per assumere invece un carattere di classe che viene negato dall’informazione ufficiale, ma che si intuisce come un’ombra inquieta dietro al caos, come una presenza silenziosa dietro le battaglie  tra  Antifa e Bogaloo bois. Si tratta di uno stadio rudimentale di lotta che non ha prodotto alcuna struttura politica, né alcun  leader, ma che è chiaramente alimentata dall’impoverimento e del debito perpetuo causato dal “nuovo mondo” della globalizzazione che era stato indicato come una strada di  solidarietà, cooperazione, sviluppo e si è invece risolta in una dittatura internazionale dei mercati e dei soggetti che sono in grado di condizionarli. A questo il potere americano risponde come ha sempre fatto anche se finora solo fuori dai confini con l’apparato militare: le truppe della 82a divisione aviotrasportata, della 10a divisione di montagna e della 1a divisione di fanteria – quelle che hanno perso le guerre in Vietnam, Afghanistan, medioriente  e Somalia – sono state dispiegate nella base aerea di Andrews vicino a Washington, sperando di aver maggior fortuna contro i proprio stessi cittadini.

Si delinea perciò la medesima logica che ha sotteso le vicende epidemiche non solo in Usa, ma in quasi tutto l’Occidente: le forme più grossolane di controllo con la polizia che  serve come giudice, giuria e carnefice, passano da essere il bastone per le classi inferiori a  una realtà per tutti quelli che resistono al continuato incanalamento di potere e ricchezza verso l’alto. Sta insomma accadendo ciò che Sheldon Wolin aveva previsto una dozzina di anni fa con la sua teoria del “totalitarismo invertito”: “Siamo tollerati come cittadini solo finché partecipiamo all’illusione di una democrazia partecipativa. Nel momento in cui ci ribelliamo e ci rifiutiamo di prendere parte all’illusione, il volto del totalitarismo invertito prenderà il volto dei precedenti sistemi di totalitarismo.” Insomma George Floyd soffocato da un poliziotto che probabilmente è un reduce di qualche guerra americana e/o membro di una delle polizie private che fanno lavoro esternalizzato per quella ufficiale, è soltanto una scintilla che ha dato fuoco a una miscela di risentimento per la distruzione delle classi lavoratrici e di quelle medie, mentre un leviatano perlopiù invisibile o mimetizzato, prospera in un mercato del lavoro ricattatorio e senza diritti, sorvegliato da una polizia militarizzata e caratterizzato da salvataggi di persone e gruppi troppo grandi per fallire o per essere contraddette nei loro disegni sanitario – orwelliani o di altro tipo. Una società,  che come vediamo in questi giorni  completamente priva di politica,  che nelle democrazie dovrebbe avere il compito di sanare gli squilibri attraverso interventi correttivi e che invece non fa che aumentare la disuguaglianza, sacrificando invece agli dei della deregulation finanziaria, dei meccanismi di stabilità, delle rigidità antisociali dei bilanci nazionali che hanno reso le banche le “braccia armate” di questo sistema. Insomma siamo già in qualche modo in uno stato di assedio permanente.


La Marchesa del Grillo

stell Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma vuoi vedere che è vero che i vecchi, posseduti dall’istinto di autoconservazione, sono egoisti? La tesi, si sa, è molto propagandate dalle alte sfere dell’economia e della finanza che per questo li vuole condannare a emarginazione e morte precoce, per punirli della rottura dei vincoli e dei patti generazionali in qualità di insaziabili parassiti che pesano sui bilanci pubblici e sul sistema di Welfare, che non hanno voluto garantire nemmeno ai loro discendenti gli standard di benessere dei quali hanno goduto dissipatamente.

Ogni tanto a sostegno di questa convinzione fa capolino, emergendo dalla palude retorica dei nonni, dei poveri anziani morti di Covid19 senza la consolazione di una carezza filiale,  delle case di riposo focolaio del virus, qualcuno  che, cito dai social, denuncia come a scorrazzare per le strade ci sarebbero unicamente untori ultrasettantenni – insomma dell’età della Fornero che in forma autolesionista aveva denunciato la pressione sociale di quegli  stessi che voleva ancora al lavoro-  irresponsabilmente  inosservanti  delle elementari regole di sicurezza e distanziamento,  portatori, volontariamente, del contagio per evidente odio nei confronti della gioventù e delle speranza di vita che reca con sé.

E dire che da più di due mesi non si fa che parlare di ritrovata solidarietà, delle lezioni d’amore e compassione che ci impartisce questo inedito incidente della storia. Eppure  la decimazione dei vecchi, prodotta dalla demolizione del sistema sanitario, da quello della prevenzione e dell’assistenza, dalla consegna della ricerca scientifica a imprese  impegnate a conservare la produttività dei giovani, attraverso i brand degli integratori, degli psicofarmaci,  degli elisir per sopportare il futuro, trova nuovo consenso grazie alla frustrazione delle vittime del terrorismo catastrofista.

Così è inutile ricordare che ci sono migliaia di anziani reclusi, abbandonati a se stessi, separati da figli e nipoti ma spesso anche dalle persone pagate per prendersi cura di loro, con il frigo più vuoto che nelle case di riposo dove sono stati contagiati e sono morti, erano stati conferiti come un rifiuti da scaricare, che non essendo nativi digitali, non possono pagare bollette, ordinare la spesa online e neppure i farmaci, che  le procedure burocratiche, se perfino l’Inps sbriga ogni formalità in via informatica, a cominciare dal Pin per accedere al proprio profilo, diventano una ossessione che  non li fa dormire.

E  ancora più inutile rammentare che l’andamento dell’economia familiare da anni si fonda sul loro appoggio, per via di quei fondamenti sani del Paese a detta dell’irriducibile eterno giovanotto, le loro pensioni e i loro risparmi che aiutano a mantenere agli studi i nipoti, che contribuiscono alle assicurazioni e ai mutui dei figli, sul loro aiuto per accudire i bambini, un impegno che oggi viene riconosciuto perché manca, proprio quando le scuole sono chiuse e i genitori che svolgono le “attività essenziali” non sanno dove parcheggiarli.

Ieri però una difesa in loro nome reca la firma di una, autoproclamatasi, Grande Vecchia della sinistra, che scende in campo con la proverbiale e inossidabile  combattività, per aderire all’appello degli intellettuali  e di “gente comune” in difesa dell’Esecutivo guidato da Conte, conquistata, pare,  dalla voluttà di stare con la maggioranza, di stare con Governo,  condizione che in verità aveva già da tempo sperimentato ripetendo i riti e battendosi le mani sul petto con l’atto di fede europeista, comprensivo di poltrona, prestigio e trattamento da pensionata d’oro. Ma colpita anche dalla ingenua scoperta, in occasione del virus che colpisce soprattutto loro, non certo inaspettatamente, come la miseria, l’invisibilità, status strettamente connesso alla povertà,  che la condizione degli anziani è dura, amara, umiliante.

E poi ci si domanda perché la sinistra non è più una stella polare cui guardare per orientare il riscatto degli sfruttati!

Nel dirsi “felice di firmare l’appello” (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/05/02/manifesta-malafede/        e qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/05/03/santo-subito/  )  sentendosi così tra “compagni” con i quali condivide “un insieme di valori e di pratiche di vita” , oltre che un certo rigetto per una aberrazione della democrazia  che consisterebbe nella “dilagante pratica referendaria che consiste nel premere un tasto su cui c’è l’immagine di un pugnetto a pollice in su o in giù”,  Luciana Castellina rivendica, come succede “quando la carne se frusta e l’anima se giusta”,  e quando si è pronti per l’ultimo atto del percorso disegnato magistralmente da Arbasino, diventare cioè venerabili maestri,  di essere  “vetero e di non sopportare i nuovisti”, e in questa qualità si sente autorizzata a riproporre  “un antico e sacrosanto principio: la mia libertà trova un limite in quella dell’altro. L’individualismo esasperato, che è uno dei danni principali prodotti dal neoliberismo, ha finito per insidiare il nostro senso di appartenenza a una collettività, a mettere in discussione i doveri che questa impone”.

Ma si, che cosa è mai una libertà che attenta, per egoismo, alla sopravvivenza “di chi è più fragile, perché vecchio o in cattiva salute o ben protetto da trasporti privati”, che mette in pericolo la sua stessa esistenza di “appartenente a una categoria  molto a rischio”, minacciata, si direbbe,  dai runners, dagli anziani che vanno al supermercato, forse dai  baciapile che pretendono di recarsi alla santa messa, o forse, c’è da sospettarlo, dai milioni di lavoratori che da due mesi le garantiscono, in violazione delle limitazioni “sacrosante” imposte in difesa della salute, vitto, luce, acqua, telefono, pc, informazione, per quel che vale, medicine, assiepandosi su metro, bus treni e posti di lavoro, producendo e consegnando merci essenziali, F35 compresi. Ma si cosa è mai una libertà come la intendono quelli  che vorrebbero esercitarla a “suo danno”,  perché è ormai chiaro che dietro a questi improvvisati difensori dei diritti costituzionali si nascondono licenziosi promotori di crapule e orge e organizzatori di rave, oltre a un padronato feroce, nemmeno nominato e che, per dir la verità ha finora dettato misure, scadenze, regole arbitrarie e discrezionali a garanzia di una sicurezza sanitaria, che si augurano provvisoria in modo da tornare  al più presto alle normali “morti bianche”.

E chi avrebbe pensato che in mancanza di lavori stradali da commentare, si sarebbe configurato un pensiero comune e corporativo di anziani, tra presidenti e papi emeriti, vecchi sporcaccioni inguaribili, perfino ex incendiari passati al corpo dei vigili del fuoco  in nome della riduzione della lotta di classe a guerra all’influenza, in difesa del lockdown e della necessità, spiacevole certo, ma doverosa, di guidare un popolo infantile, indolente, irresponsabile, irriguardoso (perfino non li vuole più votare o starli a sentire) al nobile scopo di disciplinarlo e condurlo alla ragione, come si fa con fanciullini riottosi e impenitenti.

D’altra parte è consuetudine dei Marchesi del Grillo, per quali e quante palle conti il loro blasone, o delle Marie Antoniette, che possono muoversi con mezzi privati, che ricorrono   a personale mercenario che svolga l’attività essenziale di nutrirli e equipaggiarli brioche e pomodori compresi, magari attraverso provvisorie legittimazioni e estemporanee regolarizzazioni,  sentirsi autorizzati  a rivendicare la loro  appartenenza alla collettività, la rispondenza ai “doveri” che l’emergenza impone, grazie alla saltuaria obbedienza, perfino  a imposizioni contraddittorie, indecifrabili, dispotiche come leggi marziali, al consenso credulone a una scienza convertita in opinione  al servizio dell’esecutivo e di organismi di nuovo conio svincolati dal controllo parlamentare, se si tratta di salvare la ghirba, già tutelata all’origine, tanto da potersi comprare il corredo necessario alla vita ben più della sopravvivenza, grazie a privilegi, prerogative, cure, luminari, comodità.

Nelle ultime settimane ho riscontrato con qualche sconcerto nella stessa mia area politica di sinistra, scrive,  una insofferenza verso le misure restrittive dei nostri comportamenti, condivisibile se è solo l’espressione del fastidio che ognuno di noi prova nel rispettarle, e invece inaccettabile se si considerano lesione di un nostro diritto”.

E pensare che c’è chi riscontra con sconcerto che dichiari l’ancora viva  militanza di sinistra chi crede che sia possibile la libertà senza giustizia sociale, se c’è chi va protetto in casa sua, e chi deve uscirne per produrre, se c’è  chi la casa non ce l’ha, se c’è chi la casa non l’avrà perché con le restrizioni sono state sospese superstiti garanzie, se c’è chi da casa vorrebbe andarsene al lavoro ma il lavoro non ce l’ha e non l’avrà più, mentre si moltiplicano i debiti, si accumulano fatture e affitti. Se c’è chi crede che sia possibile una libertà senza uguaglianza.

E se c’è chi crede che sia possibile una libertà senza diritti, quelli considerati inalienabili e che, anche grazie a guardiani poco solerti, sono stati cancellati,  e pure quelli che da qualche tempo vengono elargiti con lo stesso spirito delle mance e dei prestiti concessi da banche amorevoli, interrotti in  nome di uno stato di necessità punitivo che li sottopone a gerarchie  e graduatorie, così sempre ci sarà chi se li merita, chi se li piglia e chi invece non se li è guadagnati e ereditati.

Ma non c’è da stupirsi, è proprio il tipo di libertà negoziato da chi si dice pronto a sacrificarsi per le masse, purchè restino remote e lontane da lui, per non contagiarlo, per restare invisibile, che occhio non vede cuore non duole. E purchè non ci si debba camminare a fianco.

 

 


Il Gulag in una stanza

hayez Anna Lombroso per il Simplicissimus

Questa è la storia di un paese bello, ma mai stato davvero felice, nel quale alcuni milioni di abitanti sono costretti, pena gravi sanzioni, a restare a casa per dimostrare senso di responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri.

A differenza di loro, per altri milioni di cittadini non corre lo stesso obbligo: sono impegnati in attività essenziali, comprese, si direbbe, quelle a difesa dei nostri sacri confini patri grazie alla fabbricazione di materiali bellici e alla sorveglianza sui porti. Quindi liberi di creare assembramenti nei posti di lavoro, nelle metropolitane, nei bus, in fabbrica, negli uffici, ma non nei campi dove si rimpiange la fattiva presenza di stranieri, un tempo vilipesi in qualità di cuculi ruba-salario del caporalato.

Il motivo che avrebbe spinto il governo a adottare misure così sconcertanti perfino quando pareva che il sistema economico-finanziario avesse raggiunto i vertici dell’iniquità instaurando il regime delle necessarie disuguaglianze, consiste nella obbligatorietà di fronteggiare una pandemia che avrebbe colto tutti di sorpresa, anche se profetizzata e prevista perfino da prestigiosi organismi mondiali ben accomodati nella tana profittevole della globalizzazione, come succede quando a studiare fenomeni e indicare soluzioni a carico degli individui e delle collettività, sono quelli che hanno provocato i problemi.

È inizia così la narrazione apocalittica della pestilenza anno 2020, intesa a mostrare il detonatore e non la bomba che causa morte e sofferenze:  quella della distruzione di un sistema sanitario pubblico (tagli per 37 miliardi e 100.000 posti di lavoro), con lo smantellamento di reparti specialistici, la chiusura di ospedali, l’umiliazione del personale medico e paramedico, l’avvilimento dell’attività di ricerca consegnata alle aziende farmaceutiche, la fine della prevenzione e della diagnostica per fasce esposte della popolazione, che costituiscono la prima fila condannata da anni a cadere sotto il fuoco delle malattie stagionali.

Parrebbe quindi essere legittimo sospettare che l’enfasi data al Covid19,  nella sua qualità di morbo misterioso, inafferrabile, incontrastabile, nasca dall’opportunità di nascondere crimini del passato che si pensa sia doveroso ripetere per rispettare i criteri e gli obiettivi imposti dall’appartenenza a un contesto politico e sociale, o per ripetere su scala “occidentale” il modello caro alle imprese, quello di socializzare le perdite, anche umane, e privatizzare i ricavi, quelli delle inevitabili speculazioni che accompagnano ogni emergenza.

Ma c’è da ritenere che sia sollecitata pure dalla possibilità di salvare la reputazione di regioni che rivendicavano, con il riconoscimento usurpato di costituire il motore del Paese,  la pretesa di moltiplicare poteri e autonomia perfino nel comparto della sanità, per consolidare il loro modello di eccellenza, a fronte delle performance malaffaristiche trascorse e della indecente e canagliesca incapacità recente, con il conferimento degli infetti o probabili tali in opportune camere a gas dove far dimenticare la loro presenza avvelenata, con le case histories delle Rsa, del Trivulzio – quel nome torna  quando di parla di furti, ruberie, corruzione, allegorie del format assistenziale del Governatorato e della Capitale Morale, ma non solo.

In una ridda di dati contrastanti,  in assenza di statistiche che diano davvero un quadro attendibile della situazione, con la retrocessione degli esperti scientifici a opinionisti specializzati in mascherine come a Carnevale, pronti ogni giorno a somministrare diagnosi e a smentirle subito dopo, con il riproporsi leggendario della scoperta di nuovi elisir e possibili fantasiose terapie, mentre sperimentazioni forse efficaci sono mantenute in un regime di clandestinità e girano i rete come samizdat, quando ai medici è stata imposta una doverosa censura, a fronte della celebrazione retorica della loro missione ieri oltraggiata e oggi santificata, ecco in tutto questo, milioni di individui comunque stanno a casa.

Si sta a casa, concedendosi qualche licenza, che ormai il concetto di libertà nello stato di eccezione si riduce al supermercato, alla farmacia, all’edicola, e a qualche trasgressione bollata come atto banditesco e irresponsabile.

Stanno a casa gli anziani condannati all’accelerazione di una condizione di marginalità umiliante, separati da figli e nipoti, costretti a elemosinare il minimo sindacale di assistenza alla sopravvivenza.

Stanno a casa i bambini che presumibilmente saranno segnati da questo incidente della storia, nell’incertezza se ci sarà ancora la scuola in un domani vicino o lontano, per molti dei quali non c’è il telestudio, in assenza di Pc, internet, banda larga e altre paccottiglie dell’Utopia della Leopolda e di Casaleggio.

Stanno a casa donne menate dal marito, e pure le prostitute cui il Corriere della Sera  ha dedicato un accorato articolo, in qualità di target danneggiato dall’epidemia.

Ora si potrebbe dire che sta a casa un segmento di popolazione che gode di garanzie e al cui servizio lavorano pubblici meno privilegiati e meritevoli di sicurezze e protezioni.

Si potrebbe dire che si tratti di quella che Ricolfi, che ieri si preoccupava della sorte non degli operai dell’Ilva, ma degli agenti immobiliari, chiama la Società Signorile, una definizione che può far sorridere perché evoca più la cosiddetta sinistra ferroviaria dell’era craxiana più che i Gonzaga, gli Sforza e gli Este.   E che non sarebbe quella dei Magnaccioni, questo no, ma comunque un ceto consumista, parassitaria, imbelle, “presente in un contesto “opulento in cui l’economia non cresce più e i cittadini che accedono al surplus senza lavoro sono più numerosi dei cittadini che lavorano”, sono le sue parole, di circa cinquanta milioni di italiani targati come signori per via del fatto di vivere sopra la soglia di povertà, avendo accesso automatico a quella quota di consumi eccedenti il livello di sussistenza, corrispondente a 500 euro mensili pro capite (fitness? Netflix? Mutui? Erasmus dei delfini? Fondi assicurativi?).

In realtà sta a casa un sacco di gente già licenziata, un sacco di gente che lo sarà, gente che ha perso o perderà la fonte di reddito, l’esercizio, il negozio dove giacciono merci invendute mentre si accumulano gli affitti da pagare, cui viene promessa una mancia la cui restituzione verrà reclamata anche mediante sequestro della prima casa, visto che a esigere non è Equitalia più benevola, ma le banche.

È gente che resta a casa sotto minaccia di sanzioni, ma perlopiù per paura del morbo, anche se a milioni non contano nessun malato tra familiari e conoscenti, in molti annoverano un amico o un congiunto che ha lamentato tosse e febbre, che ha chiamato senza risposta numeri di emergenza, cui un medico per telefono ha consigliato di restare a casa in attesa degli eventuali peggioramenti che non ci sono stati fortunatamente. E che una volta passati i sintomi, trascorsa la quarantena senza essere stato sottoposto a nessun accertamento né prima né dopo non essendo paziente eccellente, non sa se è guarito, portatore, infetto, salvo.

Quindi verrebbe da dire che vive il terrore e il contagio per sentito dire, mentre vive concretamente già gli esiti e i costi che comporta e comporterà lo stato di eccezione, quelli politici per l’obbligatoria obbedienza a soggetti autoritari e di controllo, quelli morali per la limitazione delle libertà, quelli psicologici, perché la detenzione provoca danni e fa regredire a stati infantili, quelli economici, perché aumentano i prezzi, diminuiscono o non ci sono entrate.

Ma si sta a casa. E c’è da chiedersi se lo stato di resa che stiamo dichiarando non dipenda dal desiderio per ora inconscio, di rinviare la consapevolezza di quello che sarà “dopo”, la vergogna per quello che c’è stato “prima”, quando abbiamo permesso che ci espropriassero non  solo di beni, ma di diritti, lavoro, casa, salute, dignità. Se questa rinuncia al libero arbitrio, per la quale ci affidiamo a autorità decisionali usurpate, non significhi solo la rimozione delle nostre capacità e prerogative, preferendo delegare per non vedere, non sentire, non parlare se non dietro la mascherina.

 

 

 

 

 


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