Licenziamento-per-il-lavoratore-che-si-mette-sempre-in-malattia-373x270Il caso è agghiacciante: una ragazza colpita da un tumore viene licenziata dallo studio dentistico dove lavora come assistente alla poltrona. Nessun rinnovo del contratto perché il proprietario dice di essere un imprenditore che deve far quadrare i conti per cui “se i consulenti del lavoro dicono di tagliare i costi, si taglia”, come riferisce in un  report in terza persona la stessa vittima. E’ impossibile non indignarsi di fronte a questa offesa all’umanità peraltro perpetrata in quell’odioso linguaggio aziendalistico, standardizzato e tracotante che funge da invalicabile barriera contro ogni senso di responsabilità e di civiltà. Vorrei proprio sapere quanto potrebbero incidere poche giornate di lavoro in meno sui profitti reali di questo signor imprenditore.

Purtroppo però la stessa vittima non è tale solo a causa della malattia e del datore di lavoro, ma anche dello spirito del tempo che trapela dall’ auto narrazione su Facebook della sua storia. Ed è significativo dell’apatia e della rassegnazione politica e sociale che scorre nella società come sangue anemico che non trova appigli per ribellarsi e consente tutte le schifezze per impedire che anche i diritti più elementari siano riconosciuti come tali. A parte qualche caduta nel “tv correct”, vale a dire quel linguaggio sempre enfatico e vacuo usato nell’orgia di robaccia americana che ci viene inflitta al solo scopo di infarcirla di pubblicità, come “colleghe fantastiche”, “ambiente stimolante”, ci manca solo detartrare col cuore, ciò che mi ha colpito è una frase che non mi aspettavo: “l’amarezza di scoprire che nel 2015 non sia possibile per un malato di cancro poter conservare il suo posto di lavoro”.

Eh già siamo nel 2015, non nell’ottocento, una frase usata spesso in vari modi per sottolineare un’aria di progresso e di contemporaneità. Non riesco a capire come  questa ragazza di 27 anni che tra l’altro ha dovuto già assistere al licenziamento del fratello affetto da linfoma di Hodgkin e morto nel 2008, possa pensare che oggi le cose siano migliorate, che si sia nel 2015 e non nel 2008 0 nel 1850. Come non sappia che invece vent’anni fa si era molto più nel 2015, secondo il senso della frase e  una cosa del genere sarebbe stata impossibile, che il signor imprenditore non solo sarebbe stato schifato dall’opinione pubblica, ma sommerso da attacchi sindacali e certamente trascinato in tribunale. E’ proprio essere nel 2015 che è il guaio, è proprio il fatto che il lavoro è ormai sottoposto a regole incivili che rende perfettamente legali e lecite queste barbarie.

Mi chiedo come una persona giovane e tutt’altro che sprovveduta con tanta etica del lavoro da essere stata a casa il minimo possibile dopo i due interventi resi necessari dalla malattia, non si sia resa conto che la logica del profitto non contempla eccezioni o casi umani e che quando questa logica non trova un ostacolo o una correzione nel legislatore, anzi trova in esso un complice che sfascia i diritti, non c’è umanità che tenga. Vorrei solo capire, perché  non riesco a concepire come si possa accettare tutto questo, considerarlo come normale, giusto, legittimo  e accorgersi della sua intrinseca iniquità, solo quando si è  personalmente colpiti dalle sue conseguenze, cosa che purtroppo sta accadendo a due generazioni. Se si approva una dinamica di fondo diventerà essa la massima umanità possibile e solo rifiutandola, impegnandosi a cambiare le cose in termini generali si potrà ottenere qualcosa. Aspettarsi che tale dinamica venga infranta di fronte alla malattia è solo ingenuo.  Il profitto senza limiti e senza remore non conosce malattia, anzi è esso stesso la malattia.