Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il 7 ottobre del 2006 Anna Politovskaja veniva abbattuta con quattro colpi di pistola nell’ascensore dello stabile in cui abitava a Mosca. Aveva scritto: “I giornalisti non sfidano l’ordine costituito. Descrivono soltanto ciò di cui sono testimoni. È il loro dovere, così come è dovere del medico curare un ammalato e dovere dell’ufficiale difendere la patria. È molto semplice: la deontologia professionale ci vieta di abbellire la realtà”.

Si, era molto semplice, come quello che anni prima aveva scritto Brecht: «Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata; l’arte di renderla maneggevole come un’arma; l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi. Tali difficoltà sono grandi per coloro che scrivono sotto il fascismo, ma esistono anche per coloro che sono stati cacciati o sono fuggiti, anzi addirittura per coloro che scrivono nei paesi della libertà borghese».

Ancora  Brecht aveva profetizzato con un “ossimoro” che un fascismo americano sarebbe stato un “fascismo democratico”. Anche la libertà borghese mostra di essere una palese contraddizione e lo dimostra proprio la condizione della nostra informazione, in Italia in particolare dove non esistono editori puri, dove un regime monopolistico della televisione si è ormai definitivamente consolidato grazie all’ultimo maquillage di marca berlusconiana e cesarista compiuto sulla Rai, dove proprio oggi la Camera ha bocciato il testo del movimento 5stelle per l’abolizione del finanziamento ai giornali, nel  timore che favorisca “la consegna della stampa nelle mani dei poteri forti”.

Ancora più di così? verrebbe da dire, quando è in corso una gara alla conquista del primato nella divulgazione delle veline incoraggianti del governo, nella trasmissione con squilli di tromba della magica sortita dalla crisi e dei segnali inequivocabili della ripresa, dove un giorno si e un giorno si leggiamo un’intervista dello smargiasso “ghe pensi mi” succeduto ai suoi padrini ma che li supera con le sue  tracotanti e plateali spacconate, o la ripresa meccanica dei suoi tweet, o la deliziata cronaca delle sue comparsate, purtroppo  con audio, nei contesti internazionali. E quando le indiscrezioni o le campagne stampa, compresa la guerra degli scontrini all’imprudente sindaco di Roma, fino a poco tempo fa idolatrato dai media come superstite della specie estinta dei politici onesti, o il coming out del monsignore renitente alla castità, sono avvolte dalla nebbia dell’opacità, suscitano il sospetto di una orchestrazione più o meno sapiente o semplicemente sono ordinate da quegli arcana imperii che a comando fanno rivelare o nascondere fatti e eventi a una stampa fidelizzata, che si compiace della fiducia conquistata, della confidenza concessa. Ma che dopo anni di post it, di denunce contro censure annunciate, di manifestazioni in piazze, adesso se ne sta buona e zitta, anche grazie al bavaglio che si legata intorno alla bocca, quell’autocensura più potente di ogni controllo e di ogni purga, favorita dalla crisi di un settore  ricattato né più né meno degli altri, altrettanto precarizzato e intimidito, ma stordito dalla perdita di privilegi dopo anni di vacche grasse, di familismo, di dinastie premiate, di scambi di favori con la politica e l’economia.

Però, mi viene da dire, il primato della comunicazione, la spettacolarizzazione della politica, l’irruzione della rete sullo scenario dell’informazione, la facilità di accesso grazie all’informatica a fonti e documenti e conoscenze, ci costringono ad aggiungere a quelle parole semplici, tanto da parere ovvie, della Politovskaja, o di Brecht, che parlano di dovere, di responsabilità, di verità, di coraggio, qualcosa a proposito del pubblico, dei lettori, di chi ha il diritto di essere informato, ma ha anche l’obbligo di discernere, di approfondire, di giudicare, di formarsi un’opinione, malgrado la “libertà borghese” favorisca menzogne, illusioni, messaggi commerciali, spot, omissioni, delega perfino in questo campo, se come diceva l’archeologo Bianchi Bandinelli   la divulgazione è il nostro fine. Solo che dobbiamo studiare come matti per non divulgare stupidaggini, se  parte di quello che compare sui social network e che viene propagato è composto dai link di organi di stampa tradizionale, dalla comunicazione grezza prodotta da agenzie internazionali, da ormai riconoscibili generatori di bufale e – almeno da noi – poco è frutto originale di soggetti che vogliono contribuire a creare una massa critica di informazioni, quelle che senza retorica dovrebbero arrivare dai territori, dalle strade, dalle piazze, dalle scuole, dai posti di lavoro.

Voglio proprio concedermi il rito liberatorio dell’ovvietà, dicendo che rete e social network sono diventati gli indicatori efficacissimi di un fenomeno non certo nuovo, che il pubblico ha per lo più, con belle ma rare eccezioni, l’informazione che si merita così come ha la classe politica che si merita. La prima perché la legge, l’ascolta, la guarda la seconda perché la vota o la lascia fare, anche se in un caso e nell’altro non ci crede, non si fida, ma preferisce non sapere fino in fondo, illudersi, tenersi fuori perché è una cosa sporca, perché sono tutti uguali, perché conformarsi a un’opinione diffusa è comodo, esorcizza la paura.

La libertà è una merce molto delicata, deteriorabile e se non la sia trattare è meglio che non te la conquisti. In questi giorni a proposito di ovvietà e di tabù prodotti dal conformismo, se dici che a Roma il problema, oltre alla mafia  proprio come a Palermo, è il traffico, vieni di colpo assimilato al complotto contro il sindaco ordito congiuntamente da 5 stelle all’arrembaggio, da Orfini, da Renzi, dalla Meloni, da osti in cerca di facile popolarità e è vietato dire che, proprio come per il premier, se hai consolidato la tua immagine e la tua credibilità sulla trasparenza, è su quello che nemici e fan poi contano per sostenerti o farti cadere, che è meglio tenere separate le carte di credito, che è preferibile non esagerare nell’imprudente pubblicazione non richiesta di fatture e ricevute e così se fai il rottamatore è meglio che non familiarizzi con Verdini.

E se condanni uno squadrista che in pieno senato  fa il gesto della fellatio a una collega, ecco un salta picchio che balza sulla sedia e ti dice che è marginale rispetto all’affronto a costituzione e democrazia, come se ambedue non esigessero il rispetto delle persona, l’obbligo del dialogo civile con l’opposizione, perfino quello alla buona educazione.

A volte è difficile avere coraggio contro la marea montante dell’assoggettamento a un pensare comune. Alla morte di Ingrao, del quale mi sono personalmente dispiaciuta, era impossibile sottrarsi al coro di encomi al guru, al “padre nobile”, al “papa laico della sinistra italiana”, compresi quelli non sorprendenti ma molesti di Renzi che lo ha definito “uno dei testimoni più scomodi e lucidi del Novecento e della sinistra”, giustificando una intelligente battuta satirica in risposta: Ingrao è stato seppellito a faccia in giù così non ha bisogno di rivoltarsi. Tutto giusto, ma magari andare un po’ più a fondo di qualche  limite storico suo e di quel gruppo di politici e intellettuali,  aiuterebbe a comprendere  la crisi della sinistra, la censura che quella generazione operò sulla possibilità di visioni alternative, su un primato del pragmatismo e del realismo che ha soffocato  la creatività politica, ripiegandola sulla utopia ravvicinata del riformismo, come ha detto, voce fuori dal coro Rossanda, che non dimentica la delusione di quando, dopo aver appoggiato il gruppo del manifesto in seno al Pci, Ingrao aveva alla fine votato, in qualità di membro del Comitato Centrale del partito, a favore della sua epurazione.

E quanti all’ipotesi dell’ennesimo tradimento a una Costituzione in via di abrogazione violenta, a chi si oppone a operazioni belliche, di quelle che facciamo noi, vivandieri, camerieri, basi di lancio, pronti però nel caso a sganciare qualche bomba, di quelle che facciamo noi per giustificare investimenti in armamenti patacca, di quelle che facciamo noi che ci siamo fatti convincere che la guerra è naturale e inevitabile epilogo della diplomazia e che, soprattutto, parla di benefica e profittevole ricostruzione, ecco, quanti salteranno su a dirvi che bisogna fermare i tagliatesta e i vandali di Palmira, che bisogna difendere la civiltà occidentale, che magari qualcuno dell’Isis arriva coi barconi, volontariamente all’oscuro che esistono  prove documentate, pubblicate perfino dal New York Yimes, che la CIA e il Pentagono hanno armato e addestrato forze estremiste islamiche prima per rovesciare Gheddafi e poi trasferendole in Siria per demolire il governo e il regime di Bashar al-Assad, o che nel maggio 2013 il senatore USA McCaine incontrava in Turchia colui che sarebbe divenuto il califfo dello Stato Islamico, il cosiddetto Al Baghdadi, che quindi ci accingiamo a prodigarci insieme  ai finanziatori di quelli che un tempo erano amici e ora sono pericoli pubblici.

Si lo so, sono banalità, visibili,   come spesso lo è la verità, per chi vuol vedere, per chi vuol sapere.