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Epidemia e carenza: due pezzi facili sull’America

San-Diego-epidemia-di-Epatite-ASono di quella generazione che ha visto i più giovani di qualche anno sognare California, un vizio che ancora non hanno perso, anzi hanno trasmesso ai propri figli. Ma qualcosa ora comincia a non tornare nelle mitologie che di volta in volta vengono rinnovate e oggi succede che quel modello apparentemente così inclusivo e per certi versi lontano da quaccherismo della cintura biblica, mostra le sue piaghe: l’epidemia di epatite A che si è diffusa fra i senza tetto di Petco Park a San Diego, nei dintorni del quale più di vent’anni fa il sottoscritto prese una multa per un divieto di sosta non segnalato, ha qualcosa di allegorico dell’America di oggi, ma anche di significativo della totale confusione di giudizi e di valore nel quale viviamo.

Tutto nasce dall’aver voluto sgomberare i senza tetto temporaneamente ospitati attorno alla stadio di Baseball costruito sull’area nel 2003 e in grado di usufruire dei servizi igienici dell’impianto sportivo, rafforzato anche da toilette chimiche. Poi un torneo sportivo di livello nazionale ha indotto allo sgombero dei poveracci attuato con un metodo semplice ed efficace: la chiusura di tutti i bagni e le toilettes costringendo gli homeless a spargersi sul territorio, senza poter nemmeno ricorrere ai sacchetti di plastica per i loro bisogni, visto che nella contea di San Diego sono vietati per motivi ecologici. Poco importa poi che ci sia un aeroporto fumigante di cherosene proprio in mezzo al cuore cittadino e che la prospicente base della marina, la più grande della Us Navy, comporti un continuo pullulare di aerei ed elicotteri: non c’è ecologia che tenga quando si tratta della sicurezza nazionale e degli affari del turismo.

Insomma le deiezioni non contenute in nessun modo hanno man mano incubato l’epidemia che ha fatto finora una ventina di morti e non solo fra i senza tetto. Ma è il contesto ad essere importante: la California infatti è al contempo lo stato più ricco degli Usa, ma anche quello che ha il maggior numero di senza tetto, circa 115 mila persone che costituiscono un quinto di quelli dell’intero Paese. Senza dubbio stupisce un così alto numero di persone che non è in grado nemmeno di acquistare una roulotte usata, quella che salva milioni di americani con tettuccio più che con tetto ed è ancor più indicativo ai nostri fini che tutto questo si verifichi dentro una mentalità liberal che vieta ad esempio agli agenti di polizia di costringere gli homeless ad andare negli appositi dormitoi dopo le 9 di sera. Si sono fatte molte giuste battaglie per i diritti dei senza tetto, ma evidentemente nessuna perché essi non lo siano più: una delle caratteristiche, delle stigmate del peculiare progressismo regressivo suggerito dal pensiero unico globalizzante.

E’ un po’ come l’incongruenza di immagine saltata fuori dopo che l’uragano Maria ha colpito i caraibi e il Texas: si è scoperto che tutti gli ospedali Usa soffrono di una gravissima carenza di soluzione salina perché gli unici stabilimenti di produzione sorgono a Portorico e sono stati distrutti dal ciclone. Ma perché la soluzione fisiologica che dopotutto è solo acqua purificata con cloruro di sodio, in certi casi fattibile anche in casa, si produce unicamente nell’isola caraibica? Perché esiste un monopolista, uno dei tycoon di Big Pharma, ossia la  Baxter che ha la sua convenienza a sfruttare i bassi costi del lavoro dell’isola. Il fatto è che un litro di soluzione standard allo 0,9% per cento, ha costi di produzione così bassi, intorno ai 3 – 4  centesimi di dollaro, inclusi gli ammortamenti degli impianti, che il suo prezzo di vendita di 300 o 400 volte superiore ( un ricarico del 10 mila per cento tanto per intenderci)  sarebbe molto conveniente anche se negli stabilimenti ci lavorassero tutti i nobel della chimica e della medicina  Siamo insomma di fronte a una situazione provocata da iperbole di profitto che tuttavia è la via maestra indicata dal neoliberismo.

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Alieni e alienati

0_0_l_alieni02C’è vita oltre la terra? Chi lo sa, nessuno ce lo può dire e men che meno, anche se può sembrare paradossale, scienziati interessati a mantenere posti accademici, fondi per la ricerca, giganteschi investimenti in nuovi strumenti spaziali o terrestri e che quindi sono portati a barare con se stessi diffondendo a piene mani ipotesi e brividi alieni, anche solo per la presenza di acqua, per creare un’atmosfera favorevole ai finanziamenti. Ora io sono lontanissimo da qualunque atteggiamento misoneista, ma i 20 miliardi spesi nell’ultimo decennio (spese di gestione e di contesto a parte) per sapere se su Marte è mai apparso un mezzo microbo o se ci sono in giro per la galassia altri pianeti simili alla terra, mi sembrano un po’ troppi, soprattutto perché questa massa di soldi potrebbe essere più efficacemente utilizzata per proteggere meglio la vita sulla terra e cercare di far restare abitabile il pianeta.

Ciò che sappiamo sulla nostra forma di vita è che ci ha messo 2 miliardi di anni per evolversi da uno stato di molecole autoreplicantesi a organismi in grado di ultilizzare la fotosintesi, un altro miliardo e mezzo per dar vita strutture complesse animali e vegetali, mentre ci sono voluti altri 700 milioni di anni perché uno di questi esseri acquisisse la coscienza razionale dell’essere, tanto per usare un gioco di parole. In quest’ultimo periodo sul quale ovviamente conosciamo di più, vi sono state numerose estinzioni di massa o l’innesco di condizioni planetarie sfavorevoli alla vita, cosicché il problema non è se ci sono i presupposti per la vita (i composti organici e pure l’acqua sono diffusi ovunque nell’universo) o se essa abbia avuto un qualche inizio, ma quante probabilità ci siano che essa attecchisca per tutto il tempo necessario a strutturarsi e a creare una diversa organizzazione che chiamiamo mente. Da un punto di vista statistico, abbiamo fatto pochissimi progressi perché mentre l’universo si è allargato, si sono complicate anche le condizioni per la nascita e il mantenimento della vita per così lunghi periodi e dunque anche per trovare pianeti realmente in grado di proporsi come gemelli, fratelli o cugini della terra che peraltro non siamo in grado di raggiungere. Non parliamo poi di intelligenze aliene che oltre ad essere sempre più improbabili in una porzione di spazio relativamente vicino hanno anche l’ostacolo temporale, ossia quello di poter essere sparse e isolate in eoni di tempo come isole alla deriva.

Così, visto che fra l’altro le tecnologie per scoprire esopianeti sono ormai alla portata di tasche amatoriali, almeno per quanto riguarda i nostri dintorni galattici, non si vede la ragione per uno sforzo così massiccio e così costoso come se potessimo  andare a colonizzare altri pianeti la prossima settimana. Ma il fatto che questo tema sia divenuto così popolare e anche così mal -trattato a cominciare dagli stessi scienziati, pone anche il problema di una scienza divenuta una sorta di industria mondiale, la quale ogni giorno scopre qualcosa, ma è allo stesso tempo stagnante perché il suo allargamento elefantiaco favorisce la burocratizzazione accademica e finisce per sistemare tutto dentro i modelli standardizzati, senza mai metterne in discussione i principi. Cinquecento anni fa bastarono le osservazioni empiriche dei navigatori transoceanici, inspiegabili nel modello tolemaico e l’invenzione del telescopio per dare inizio a una rivoluzione intellettuale gigantesca. Oggi con tutti gli strumenti che abbiamo non facciamo un passo al di là della relatività e della meccanica quantistica, aggiustando, aggiungendo particelle, superando le difficoltà con l’introduzione di nuove ipotesi non esperibili come materia ed energia oscura.

Ad ogni modo non capisco perché si possano spendere cifre gigantesche a fondo perduto (semmai una qualche utilità è questione di parecchie migliaia di anni) per la ricerca degli esopianeti o della vita nel nostro sistema,  mentre sembra impossibile spendere cifre assai più modeste, per esempio nello studio di malattie rare, trascurate anzi esorcizzate dalle aziende del farmaco perché contrarie all’etica del profitto. Oppure per mettere a punto e diffondere tecnologie pulite o per migliorare quelle le cure che spesso vengono orientate dalle possibilità speculative. O per altre migliaia di imprese scientifiche utili alla vita sulla terra, anche se mi rendo conto che la cosa ha meno fascino. Forse questo disturba il mercato e il profitto, introduce variabili indesiderate all’oligarchia mentre i soldi pubblici vengono incanalati verso settori senza alcuna possibilità di ritorno? Se gli alieni ci dovessero giudicare da questo ci considererebbero alienati.

 


Siria, la vittoria di Pirlo

2017-04-07T040720Z_894663511_RC1FAB1A70F0_RTRMADP_3_MIDEAST-CRISIS-SYRIA_MGZOOMA Washington e nei media occidentali si festeggia il grande attacco contro l’aeroporto siriano Al Sharyat,  che naturalmente ha prodotto nuovi morti, anche se pochi rispetto alla tragica “normalità “e ha portato la tensione al massimo livello visto che gli Usa hanno gettato la maschera e hanno deciso di intervenire direttamente nel conflitto che hanno voluto e preparato nascondendoci dietro le parvenze della guerra civile. Francamente non saprei dire se questo “colpo di testa” sia dovuto al Trump tonto che fa il cow boy, al Trump prigioniero di un establishment che gli impone di proseguire a tutti i costi la guerra in Siria o al Trump machiavellico che attraverso uno stato di guerra a bassa intensità si propone di prendere in mano le leve del potere che finora gli sono sfuggite, visto che la guerra è l’unica cosa che unisce gli americani almeno finché si vince. Ma una cosa è certa gli hurrà imbecilli dell’ informazione mainstream si basano ancora una volta sul nascondimento dei fatti che stanno dietro le parole e le immagini.

Si, perché una corretta descrizione dell’attacco ne evidenzierebbe anche il disastro sul piano militare: dei 59 missili tomahawks partiti dalle portaerei americane e guidati via satellite solo 23 sono giunti a segno tanto che una sola pista dell’aeroporto è stata danneggiata e l’altra è tornata operativa in poche ore. Ora potrebbe anche darsi che l’attacco di cui i russi sono avvertiti mezz’ora prima, abbia voluto avere un carattere eminentemente dimostrativo e simbolico o ad uso interno, ma allora perché spendere 70 milioni di dollari in missili che non sono giunti sull’ obiettivo?  Quindi l’argomento, più che altro la suggestione simbolica e di avvertimento, con cui si sta tentando in queste ora di metterci una pezza, è privo di senso, tanto più che la vantata precisione di tali missili avrebbe dovuto consentire distruzioni mirate con un numero minimo di lanci. E pensare che tutti i 18 Kabir russi lanciati dal Mar Caspio contro l’Isis, dunque da postazioni molto più lontane e da unità navali di piccola stazza, sono tutti giunti a segno. L’impressione è che 30 anni di guerre totalmente asimmetriche abbiano  creato una narrazione sulla superiorità statunitense che non  vale solo verso l’esterno, ma anche all’interno e di cui ha largamente usufruito il complesso militar industriale per fare profitti enormi con produzioni e ricambi non proprio perfette, con aggiornamenti volti più ad aumentare i prezzi che l’efficienza e con nuovi prodotti mirabili sulla carta, ma assai scarsi nella realtà: quando si attaccano forze di gran lunga inferiori sul piano degli armamenti, le magagne non vengono pienamente alla luce, si può vendere a man bassa. Del resto questo è il mercato applicato in una situazione in cui l’acquirente è unico o è in grado di costringere all’acquisto altri partner, anche quando si tratta di armi che, come i Tomahawk, hanno quarant’anni sulle spalle-

E’ il caso, ad esempio degli F 35 che siamo costretti a comprare a prezzi stratosferici e la cui reale efficacia è stata così sintetizzata un mese fa da Michael Gilmore, direttore del  settore  Prove e Valutazioni del Pentagono: Non ha una sola speranza in un combattimento reale”.  Ma è anche il caso delle centraline di tiro della Us Navy bloccate dalle interferenze di caccia russi nel mar Nero o degli aggiornati caccia di addestramento T – 45 sui quali ormai gli addestratori non vogliono più salire visto che rischiano di rimanere soffocati dal malfunzionamento delle maschere ad ossigeno. Ma è anche il caso delle portaerei a cui gli ammiragli americani danno poche ore di sopravvivenza contro i T22 russi o i nuovi missili antinave cinesi. Insomma quello che va bene se si deve combattere conto i kalasnikov o mine artigianali, non è affatto detto che si riveli efficace in contesti più simmetrici, anche se si rivela una mano santa per i profitti degli azionisti e presumibilmente per finanze di molti gallonati. Crogiolandosi nell’idea di superiorità si finisce per rimanere indietro: si perché nulla esclude che la pessima riuscita dei missili sia anche dovuta a interferenze non messe in conto.

Ma appunto impressioni e considerazioni, peraltro provenienti spesso dagli Usa stessi,  cominciano a prendere consistenza con l’azione contro l’aeroporto di Al Sharyat: un terzo dei colpi andati a segno è quanto poteva fare un bombardiere della seconda guerra mondiale, non un apparato da guerre stellari. Alla fine un sistema basato unicamente sul profitto mostra i suoi limiti.


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