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Buoni maestri, cattivi ministri

ICCD3306953_C0030709Anna Lombroso per il Simplicissimus

Una docente d’italiano in servizio all’istituto tecnico industriale di Palermo  “Vittorio Emanuele III” (dedica significativa), è stata sospesa per 15 giorni con stipendio dimezzato per non aver esercitato la doverosa vigilanza “sulla produzione di un filmato realizzato dai suoi alunni” lo scorso 27 gennaio, in occasione della Giornata della memoria, nel quale si accostava la promulgazione delle leggi razziali del 1938 al decreto sicurezza del ministro dell’Interno in carica.

Ci sarebbe  da rallegrarsi che i quattordicenni di oggi si accorgano di certe allarmanti affinità, mentre in quattordicenni del 1998 (legge Turco-Napolitano), quelli del 2002 (anno di promulgazione della Bossi-Fini), quelli del 2011 (ministro Maroni sull’immigrazione) non avevano intuito che venivano adottati provvedimenti che avevano come scopo la criminalizzazione e l’emarginazione degli stranieri. Già da allora pare proprio che servissero  misure aggiuntive ai codici vigenti che provvedevano già a penalizzare i poveri, colpevoli di atteggiamenti indecorosi e di reati minori attribuibili alle loro condizioni. Ma è con il ministro del Pd Minniti che si è capito che le due linee direttrici di leggi e regole pensate per colpire gli ultimi in modo da rassicurare i penultimi dovevano ancor arricchirsi di ferocia repressiva. Servivano regole aggiuntive che autorizzassero e normalizzassero il sospetto, la diffidenza e la paura per respingere, mettere al bando e chiudere in enclave di lusso o in lager e miserabili periferie le due facce del progresso, i privilegiati e i poveracci, e gli uni contro gli altri, i primi armati i secondi disarmati.

E se i poveracci sono neri o gialli, professano altre religioni e parlano altri idiomi e mangiano cibi differenti da sofficini e big burgher, allora il buonsenso, il decoro e la sicurezza raccomandano che vengano puniti due volte negando loro alcuni gradi di giudizio nei procedimenti giudiziari, rendendo più agevoli le procedure di espulsione, punendo di riflesso chi li aiuta o chi denuncia la loro condizione, grazie a un “sentiment” comune promosso non a caso negli Usa dopo l’attentato alle Torri Gemelle e diventato un approccio scientifico grazie all’espressione “diritto penale del nemico”, che auspica un diritto penale parallelo riservato agli “ospiti” e privato delle tradizionali garanzie che dovrebbero essere patrimonio delle democrazie.

Come per la cosiddetta “legittima difesa” non si è dovuto aggiungere molto al già vigente, se non fosse che i supplementi di xenofobia e razzismo, esercitati nei confronti di disperati anche appartenenti al terzo mondo interno, sono firmati dal cagnaccio rabbioso all’Interno, cui capiterà di dovere riconoscenza per aver svegliato qualche coscienza letargica che non si era accorta dei quello che avevano già fatto altri cani altrettanto spietati ma dotati di diverso pedigree. E quindi con procedura immediata riconosciuto subito come neo fascista, mentre pare ci si metta un po’ a dare la stessa definizione del permanere nei nostri codici di disposizioni adottate proprio nel Ventennio e dopo e mantenute perché alla base vi è lo stesso intento, punire chi non ha per tranquillizzare chi ha, confermando la convinzione più antica del mondo, che i poveri sono tutti delinquenti o potenziali delinquenti e gli stranieri, condannati alla clandestinità, ancora di più perché la condizione di irregolari li espone a trasgressione e illegalità anche per il solo fatto di respirare, calpestare il sacro suolo, essere visibili, e colpa ancora peggiore, sedersi sulle panchine dei nostri giardinetti e prendere i nostri bus.

E infatti a essere ancora sanzionati con maggiore severità sono i fatti che destano allarme sociale tra i benestanti ora beneficati dalla opportunità di farsi giustizia da sé qualora il reato predatorio: rapina, furto, venga consumato tra le pareti di casa, mentre vengono proporzionalmente punite di meno o addirittura restano impunite le condotte criminose lesive del bene comune e del patrimonio di tutti: illeciti fiscali, delitti societari e fallimentari, che hanno comportato la perdita di risparmi di investitori e correntisti, se si pensa che per la bancarotta fraudolenta la pena massima prevista – 10 anni di reclusione- è la stessa di un furtarello pluriaggravato. E allo stesso modo i reati alla persona sono soggetti a scale di giudizio e interpretazioni arbitrarie e discrezionali se il danno alla salute dovuto al degrado ambientale è sanzionato perlopiù con contravvenzioni e solo dal 2015 sono entrati nel codice penale i delitti di inquinamento e disastro ambientale  descritti con formule vaghe e soggetti a scappatoie, per non dire degli incidenti sul posto di lavoro, quando l’imprenditore in attesa degli applausi a scena aperta in Confindustria, se la cava   con una multa da 500 e 2000 euro, visto che la reclusione da 3 mesi a un anno è prevista in via alternativa.

A volte nemmeno occorre il doppio binario della giustizia forte coi deboli debole coi forti, che non accade di sovente che un abitante dei Parioli o di via del Vivaio venga sorpreso a rubare nei supermercati o a equipaggiarsi di un allaccio abusivo di corrente e gas, azione criminosa cui si sono sottratti solo quelli di Casa Pound che si limitano a non pagare le fatture continuando a godere dei servizi. Né  tantomeno si è saputo di un villeggiante di Capalbio preso con le mani nel sacco dove ha custodito la legna rubata sui mondi dell’Amiata o mentre si dedicava alla “spigolatura” o a “rastrellare” in fondi agricoli non suoi.  E se Arsenio Lupin non è mai stato perseguito per il possesso di chiavi alterate e grimaldelli, altre pittoresche prescrizioni restano inalterate a dimostrare che i poveracci rientrano sempre nella cerchia dei soliti sospetti.

Abbiamo visto che questo vale anche per assembramenti potenzialmente sediziosi, si tratti di eversori che pronunciano la paroletta proibita: NO, si tratti di frange di oppositori che si permettono di disturbare i manovratori, fossero Boschi, Renzi o Salvini, sottoposti ai controlli e alle limitazioni preventive della Ps e delle polizia municipali promosse a operazioni di ordine pubblico anticipate da ordinanze di sindaci sceriffi bipartisan, Pd o Alemanno che aveva disposto la chiusura dei siti del centro di Roma perfino alla Cgil, e ancora prima dalla repressione anche feroce di chi si era macchiato dell’invasione die terreni pubblici, come, tanto per fare un nome, Danilo Dolci, mentre non viene vista come pericolosa per l’ordine pubblico la calca nelle lunghe e intemperanti file per approvvigionarsi di IPhone di ultima generazione.

Allo stesso modo che non dovremmo sentirci rassicurati dalle sanzioni che puniscono la vendita di prodotti contraffatti, quelli stesi sui tappetini delle vie del centro o trasportati in carovane stanche sui nostri litorali, perché è vero che si tratta di un mercato al dettaglio controllato dalla criminalità ma è altrettanto vero che non si tratta di delitti contro la fede pubblica: chi compra una borsa griffata a un prezzo irrisorio sa bene che non è autentica e chi l’acquista la vuole esibire facendo credere di averla pagata cara, bensì di affronti a interessi protetti, non quelli del consumatore bensì quelli delle imprese che temono di vedere ridotti i profitti accumulati grazie allo sfruttamento, magari nei paesi d’origine del vucumprà, in una implacabile catena di speculazione predatoria.

Arriva solo ultimo anche se particolarmente scrupoloso quanto indecente il ministro Salvini.  Negli ultimi decenni la maggior parte dei paesi occidentali ha proposto e concretamente applicato nuove pratiche del controllo a livello locale,  indirizzate al controllo di un’ampia gamma di comportamenti,  soprattutto di quelli che si manifestano nello spazio pubblico, che sono posti in essere dai gruppi più marginali delle nostre società e che sono percepiti come problematici per l’ordine sociale indipendentemente dall’essere definiti, o meno  come reati dal codice penale.  L’intento è quello di dare una risposta repressive o almeno fortemente dissuasiva ai bisogni di  comunità,  cavie di sperimentazioni per istillare e aumentare la percezione della paura, della minaccia e  dell’incertezza,  in modo che si dividano, si fronteggino e  combattano tra loro perdendo di vista gli stregoni all’opera per criminalizzare la povertà per cancellare i confini tra crimine e disordine, per attuare una repressione penale e anche amministrativa come con l’istituto dell’ allontanamento o con il Daspo urbano. Mentre continuano a agire indisturbate le reti criminali che organizzano e sfruttano la sopravvivenza degli “ultimi” nelle economie di sussistenza, cui è riservata in casi eccezionali qualche compassionevole gesto di carità.

Se la scuola deve essere un posto dove si coltiva senso critico, autonomia di giudizio, rispetto per la dignità propria e altrui, il minimo è aspettarsi uno sciopero generale a sostegno dell’insegnante. Il giusto aspettarselo contro la Buona Scuola, il Jobs Act e i decreti sicurezza.

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La leggenda del buon capitalismo

shutterstock_484781506Uno dei punti saldi della socialdemocrazia, dagli anni 30 del secolo scorso fino agli anni ’80, era quello di non respingere il capitalismo in sé, ma di criticarne alcune forme e fasi, per esempio il capitalismo dei consumi, il capitalismo di relazione, il capitalismo finanziario e via dicendo. In seguito l’accettazione del capitalismo è stata pressoché totale e priva di serie caratterizzazioni o alibi, ma in molta parte della cultura europea, anzi nella quasi totalità del suo arco politico – ideologico,  sopravvive la convinzione che ci siano solo alcuni aspetti del capitalismo che vanno respinti e che dunque il sistema sia in qualche modo riformabile e/o migliorabile, anche se spesso questo convinzione sia usata in mala fede. Ma gli ultimi vent’anni ci dicono che non è affatto così: una società basata strutturalmente sull’accumulazione di capitale e sul profitto non può che presupporre una crescita perpetua, vale a dire infinita quando le risorse sono invece finite.

A ben pensarci il capitalismo nelle sue forme moderne è nato precisamente in un contesto nel quale circa 100 milioni di persone  potevano disporre delle ricchezze dell’intero pianeta in qualche modo accordando la teoria a uno stato di fatto, cosa che ovviamente oggi non è più possibile e costituisce un boccone molto difficile da mangiar giù, anche per quelli che si fingono accoglienti, aperti e tolleranti. Per la verità il problema, l’antinomia è talmente evidente che non la si può negare, ma si è tentato comunque di aggirarla sostenendo che quando il consumo passa dai beni ai servizi la crescita economica può essere disgiunta dall’uso delle risorse materiali e dunque dalla contraddizione radicale del capitalismo nonché dai suoi effetti di devastazione planetaria. Ma le cifre dimostrano che  così non è stato: proprio nelle settimane scorse uno studio di due economisti che hanno controllato i dati disponibili ( qui il compendio) ci dice che il consumo di risorse materiali in rapporto al pil mondiale è un po’ diminuito durante il primo impatto negli anni ’90, ma poi si è riallineato e procede dritto come un fuso. In realtà l’argomento era nel migliore dei casi un auspicio, ma nella sostanza si trattava solo di una allucinazione teorica di cui ci sono mille esempi in economia, come ad esempio la cosiddetta legge di Say: qualsiasi servizio consuma comunque risorse materiali e l’ inutile moltiplicarsi in attività di nessun conto o  superflue o volte all’iperconsumo lascia le cose intatte, anzi tende ad addizionarsi semplicemente ai consumi tradizionali visti come incomprimibili.

L’argomento ha anche trovato una sua vulgata mediatica secondo la quale la tecnologia e in grado di risolvere i problemi connessi al suo sviluppo, deducendone che non ci sarà mai una reale necessità di cambiare modello sociale.  E’ del tutto chiaro che questa specie di atto di fede estrapola la tecnologia dal suo contesto che è ovviamente la società capitalistica e anche se in linea teorica il ragionamento potrebbe essere plausibile, non tiene conto che qualsiasi tecnologia deve ordinarsi sull’orbita circolare capitale, consumo, profitto, capitale. In soldoni ogni tecnologia deve implicare un ritorno in termini di accumulazione e dunque per quanto una qualunque tecnologia possa essere risparmiosa e pulita in sé finirà comunque per essere usata in termini tali da aumentare i consumi e i profitti. il capitalismo “buono”  in realtà cessa quando vengono meno i surplus che possono essere rapinati  altrove e il benessere creato nel frattempo grazie a questo meccanismo viene via via ridotto ridotto e azzerato. E’ come nella relatività: se l’unica costante è la velocità della luce, spazio e tempo divengono relativi al sistema di riferimento; in questo caso se accumulazione di capitale e profitto non possono essere compressi per statuto sociale, anzi devono necessariamente aumentare, dovrà cambiare tutto il resto, ovvero i diritti e i redditi, creando una disuguaglianza mai vista prima.g

Ma c’è un altro effetto legato a questa logica: man mano che le risorse reali e potenziali si riducono, quando non si può più evitare evitare di calcolarne la durata rimanente anche la questione della proprietà pubblica viene aggredita e distrutta: qualsiasi bene, anche quello più astratto o estetico come, ad esempio il paesaggio, diventa monetizzabile e dunque disponibile per il capitale e per il profitto: possiamo combattere e contrastare questa logica, come per esempio è avvenuto con l’acqua pubblica, ma alla lunga anzi sempre più spesso alla corta non c’è modo di arginare la privatizzazione e l’appropriazione indebita. Tra qualche decennio  tutto sarà privatizzato, sempre che questo sistema riesca a durare tanto nonostante la contraddizione che si porta appresso, mentre uscire fuori da queste logiche significa ritornate al pubblico il più possibile, anche se in  maniera molto diversa dal passato, puntando a un pubblico che non sia più come troppo spesso è accaduto qualcosa destinato a chi non può permettersi altro, ma l’eccellenza.


Cosa va in fumo con Notre Dame?

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Poco importa che nei secoli fosse stata rimaneggiata e manomessa, devastata dalla collera rivoluzionaria che voleva farne il tempio della Dea Ragione e ricostruita dalla meticolosa ossessione chirurgica di Viollet le Duc, né più né meno che certi teatrini come Carcassone e del Partenone per contribuire a una Storia di cartapesta, poco importa se secondo criteri estetici più o meno opinabili possa piacere meno di migliaia di altri gioielli meno propagandati, poco importa se questo monumento della cristianità come titolano stamattina i quotidiani, abbia minor potere di suggestione religiosa della severa chiesa di Sovana, di San Sebastiano Fuori le Mura, di San Vitale a Ravenna, e centinaia di luoghi di culto.

Poco importa, perché a fare di un posto un simbolo sono poi le emozioni, le narrazioni che ha suscitato, la presenza nella storia personale con le foto dell’album del viaggio di nozze, e nell’immaginario collettivo.

In chiunque la cancellazione di una porzione del nostro paesaggio naturale, costruito, astratto suscita un senso di perdita. È facile immaginare che i parigini ieri sera intorno alle 19 abbiano ascoltato con sgomento e dolore il sordo crepitio  e poi lo schianto della guglia con le sacre reliquie, abbiano lacrimato copiosamente non solo per i miasmi acri, proprio come i veneziani quel 29 gennaio 1996 quando videro quella colonna di fumo nero e poi le fiamme levarsi dal cuore della città perché stava bruciando senza scampo il loro teatro.

E infatti anche stavolta piangono anche quelli che hanno contribuito alla distruzione lenta o repentina dei nostri beni comuni anche senza appiccare il fuoco o pagare qualcuno per farlo. Perché è inverosimile che Monsieur le Président abbia gettato la sua gauloise accesa sulle impalcature della cattedrale o che l’abbia fatto qualche suo famiglio, anche se la sua immagine avrà beneficiato del rinvio della presentazione pubblica della sua strategia di “riforme” e anche se non è improbabile che usi questa catastrofe per ricontrattare al ribasso i suoi impegni comunitari, come pare non sia lecito fare a paesi colpiti da terremoti a raffica e altri disastri “naturali”. Ma è vero che proprio come per quelli che si continua imperterriti a definire disastri naturali non c’è nulla di imprevedibile o “normale” o fisiologico nell’incendio di un monumento, di un tesoro collettivo, di un capitale pubblico, sul quale invece che con opere di ordinaria manutenzione, si interviene con interventi di emergenza, più costosi quindi ma meno soggetti a azioni di sorveglianza, affidati a imprese che circolano in quel mondo di mezzo globale infiltrato dalla criminalità,  e che perciò si prestano ad agire al ribasso e senza garantire la qualità dei materiali, i tempi di esecuzione, i controlli di sicurezza.

Parigi, come gran parte delle metropoli occidentali, vive la condizione bene espressa da Galbraith nel suo L’età dell’incertezza di opulenza privata in pubblica miseria: con i suoi faubourg ben pettinati, i suoi quai ordinati, le sue piazze che sembrano presepi viventi, ordinate e pittoresche ambientazioni per i turisti della città dell’amore e appena fuori le periferie, le squallide banlieu che anche quelle si incendiano di malessere e ribellione, i quartieri dormitorio, compreso quello di Drancy tristemente noto per essere stato  teatro del   rastrellamento degli ebrei da parte di tedeschi e di gendarmi di Vichy, o quello dove Ferreri impagina la sua allegoria dell’eclissi violenta del mito  virilista.

Sono le metropoli ormai il palcoscenico dove si consuma la rappresentazione più feroce delle disuguaglianze, dove la sicurezza in mancanza di lavoro, servizi di cura e assistenza, trasporti efficienti, offerta di istruzione e cultura secondo pari opportunità, si limita al decoro, all’ordine pubblico gestito per rassicurare i primi e i penultimi criminalizzando gli ultimi, dove les déchets si raccolgono nelle colorite stradine del centro e altrove restano a marcire nei rigagnoli,  dove il patrimonio immobiliare pubblico monumentale e artistico se non viene dato in comodato a avveduto sponsor e mecenati spilorci viene sottoposto tuttalpiù a rinfrescate a beneficio dei visitatori, puntellamenti perenni, coperto da quinte pubblicitarie di durata decennale a coprire la vergogna della trasandatezza e dell’abbandono, o, ma non è meglio, rivisitato per convertirsi in centro commerciale, location per grandi eventi, perché ormai non è più tempo di restituire al pubblico sotto forma di graziose bomboniere le antiche stazioni, trascurate perfino dei popoli delle Leopolde, perché le destinazioni d’uso desiderabili sono quelle che fanno cassetta, che sono oggetto dello shopping compulsivo dei emiri e sceicchi che ne fanno i templi dei loro vizi consumisti come a Dubai e Abu Dhabi.

La bellezza non salverà Parigi e nemmeno la sua Grandeur, se mostra la sua debolezza davanti a un pericolo non certo imprevedibile o eccezionale. Oggi il giornale più sfacciatamente increscioso e imbarazzante d’Italia titola: è l’11 settembre dell’Europa cristiana, preparando il terreno per tutto l’ineffabile e inevitabile sciocchezzaio. Si adombreranno complotti degli infedeli o l’intervento sospetto di imprese con manovali e muratori che invece che la baguette sotto l’ascella si portano sull’impalcatura il kebab,  qualcuno vedrà nell’incendio un monito della Provvidenza inquieta per l’invasione di miscredenti e pagani, qualcuno l’intenderà come  un invito a rifugiarsi nella triade Dio, Patria e Famiglia, compresa quella un po’ meno tradizionale che vive all’Eliseo secondo canoni concessi solo a chi sta più su nella scala gerarchica e morale.

Comunque e da chiunque venga si vedrà nel falò, nella trascuratezza, nei ritardi nelle azioni di spegnimento, una raffigurazione plastica della dittatura del terrore e dei suoi impresari. Ed è così, perché non c’è tanta differenza tra la furia iconoclasta del fondamentalismo islamico per sua natura incompatibile con i valori della nostra superiore civiltà e tradizione, e quella apparentemente più educata di chi distrugge memoria, storia, bellezza per sostituire ai loro templi i sacrari della teocrazia del profitto e del mercato.


Il totalitarismo delle grandi opere

errori_architetti_ingegneri_muratori_645Il crollo del ponte di Genova, al di là dell’insopportabile marciume che svela, è tuttavia un’ occasione quasi unica per strappare i vestiti dell’imperatore alle grandi opere e svelare la sostanziale mancanza di democrazia e di partecipazione che ne è alla base. In quando prodotti del profitto e del potere esse nascono in funzione di questi piuttosto che del bene comune che spesso diventa pretesto o copertura di un sottobosco affaristico e politico: anzi paradossalmente meno sono utili, più sono distruttive dell’ambiente e di radicati assetti sociali ed economici, più risultano interessanti per la speculazione che può modellarle in funzione del massimo guadagno. Queste non sono soltanto opinioni  piuttosto generiche, accuse che vengono da un piano diverso di visione sociale, ma derivano dai conti e dai calcoli.

Nel 2009 un docente di Cambridge di nazionalità danese, Bent Flyvbjer, ha  pubblicato un libro illuminante su questo tema, Survival of  Uniffittest, ovvero la Sopravvivenza dell’inadatto, nel quale, more mathematico, dimostra che i grandi progetti infrastrutturali soffrono di difetti intrinseci che di fatto li accomunano in qualsiasi parte dell’occidente. Intanto stime di costi e benefici sono molto diversi da quelli effettivi, visto che i primi levitano senza controllo e i secondi invece si rivelano assai inferiori a quelli immaginati, per non parlare della sistematica sottovalutazione dei rischi. Non si tratta di sviste, ma semplicemente delle deformazioni tanto più forti e inevitabili, quanto più grandi sono gli interessi, secondo uno schema che potrebbe essere paragonato alla distorsione spaziale in presenza di forze gravitazionali. Ciò accade sia perché gli strumenti di analisi non sono attendibili quando si superano certe soglie di grandezza, sia perché gli incentivi di varia natura, da quelli elettorali, a quelli di potere per finire a quelli più opachi di natura corruttiva sono così forti da incoraggiare i promotori a sottovalutare i costi e a sovrastimare i benefici, prima come alibi per se stessi poi come menzogne da raccontare all’opinione pubblica. Ampi estratti del libro lo potete trovare qui.

In sostanza accade che i progetti sono sottoposti per così dire a un travisamento strategico per cui quelli che sembrano migliori sono in realtà solo quelli meno discussi e i cui difetti rimangono nascosti. Il problema, così sovrastato da una ridda di interessi, non è mai se serva una certa infrastruttura, ma i vantaggi ipotetici della stessa. Flyvbjer fa decine di esempi, ma uno è clamoroso, quello della  Oxford Expressway (un espressione prima inesistitente in Gran Bretagna, ma importata di peso dagli Usa) che dovrebbe collegare la città universitaria con la sua “gemella” Cambridge senza dover passare per la periferia londinese o fare stradine di campagna. Fin qui nulla di strano anche se parliamo di un tragitto che di per sè interessa più i flussi turistici e che comunque è abbastanza breve, se non fosse che il progetto stradale comporta anche una serie di meccanismi per la costruzione di un milione di nuove case, ovvero più del doppio di quelle esistenti attualmente “per massimizzare il potenziale economico dell’area”. Tutto questo secondo i fautori del progetto e per la Commissione nazionale delle infrastrutture “fornirà un ambiente sano e naturale, riducendo la congestione”. Alla faccia. Com’è facile vedere ci si è immessi in un circolo del grottesco che alla fine fornisce all’opinione pubblica informazioni e temi talmente distorti da non essere concepibili nemmeno in uno stato totalitario. Se se ne vuole una prova basta andarsi a leggere le esaltazioni molto più realistiche e caste della propaganda fascista sulla direttissima Bologna – Firenze che di fatto era enormemente più impegnativa dell Oxford Expressway e molto più utile di questa via diretta inglese o i peana nazisti sul pano autostradale di Hitler.

In fondo la ragione di questa vicinanza tra opere di regime e opere di profitto – una distinzione che si sta stemperando man mano che il profitto stesso diventa regime – è il medesimo: la mancanza di un vero dibattito pubblico preventivo e non a scelte fatte imposte raccontando qualche balla e mettendo assieme una narrazione orotodossa che ha sempre una visibilità enormemente superiore alla critiche, E’ anche per questo  che le grandi opere son regolarmente costellate di scandali e di ruberie. Se al contrario si coinvolgesse la popolazione, se il dibattito fosse istituzionalizzato, se i tecnici non fossero impauriti dal prendere posizione, se le bugie o le debolezze di progetto fossero ben presto smascherate, le grandi opere sarebbero molto differenti e per quanto di riguarda da vicino non si butterebbero  miliardi per una tav del tutto inutile e non si sarebbero spese cifre stellari per un Mose che si è rivelato un progetto radicalmente sbagliato. insufficiente e già decrepito prima ancora di essere terminato. O si potrebbe parlare a lungo dell’ampliamento dell’ aeroporto di Firenze ( e relative cementificazioni ) su cui nessuno ha potuto mettere becco, la cui progettazione è stata di fatto secretata e che adesso, che a cose fatte secondo le migliori convenienze dell’affarismo politico che in questo caso ha un ben preciso nome e cognome oltre che una faccia da schiaffi, si vagheggia di sottoporre a referendum, imponendo un si o un no che a questo punto è insensato.

Questo naturalmente interessa pochissimo chi dagli errori trae un maggior guadagno e oltretutto conquista una posizione di potere incontrastato negli affari locali o generali. Così proprio a partire dalle grandi opere si può vedere quanto poco di democrazia reale sia rimasta e quando invece cresca il totalitarismo dei profitti.


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