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Ospizio Italia

grassiAnna Lombroso per il Simplicissimus

A prima vista parrebbe un’opera meritoria quella che svolgono alcune trasmissioni della tv pubblica che denunciano soprusi,  sevizie, violenze fisiche e psicologiche ai danni di anziani e invalidi ricoverati in ospizi e case di cura  private o convenzionate a Massa Carrara, Vasto, Castellammare del Golfo, Forlì, Predappio. Mostrando immagini raccapriccianti di maltrattamenti, angherie, minacce e intimidazioni riprese dalle telecamere delle forze dell’ordine avvisate dai congiunti delle vittime.

Ed è un’opera meritoria, certo, con qualche controindicazione che non risiede solo nella voluttà con la quale viene nutrita la tv del dolore, nell’accanimento col quale si mostrano particolari umilianti, fenomeno non certo nuovo, ma anche nella non troppo velata riprovazione nei confronti di parenti, figli e nipoti  che si sottraggono a doveri imposti da antichi patti generazionali e affidano  vecchi e malati a mercenari di pochi scrupoli.

E così è tutto un rifarsi a tradizioni e culture del rispetto che valgono solo per i poveracci e non per ideologie e sistemi politici che a forza di ridurre gli esseri umani a merce, condanna quelli che non servono più a diventare prodotti scaduto quando non rifiuti molesti da nascondere e confinare fuori dalla vista e dalla coscienza, compresa quella confessionale a intermittenza, in vista degli interessi di pii istituti. Tanto che è tornato in auge il più versatile e convinto sacerdote della distopia di una eterna giovinezza, coi suoi parrucchini, il suo cerone, il suo vampirismo sessuale, la sua somatica di partito imposta grazie a modelli estetici esibiti nelle sue tv tra tronisti palestrati e bellezza scosciate esibiti come quarti di bue nella macelleria dello spettacolo.

C’è da sospettare che ormai l’invecchiamento come la malattia sia una colpa che scontano quelli che ne sono affetti e pure i loro parenti a fronte di riforme epocali che paradossalmente prolungano l’età lavorativa e riducono pensioni e quindi la possibilità di pagarsi un trattamento dignitoso se nell’ultima fase dell’esistenza si perde efficienza, forza, salute, come d’altra parte succederà con sempre maggiore frequenza per via dei tagli alla prevenzione, alle cure, ai medicinali. La soluzione parrebbe essere quella prospettata non solo da Madame Lagarde che più volte lamentando quanto pesino i vecchi sui bilanci statali,  ha indicato la bontà sociale di limiti di vita stabiliti per legge, peccato che da noi anche questa determinazione ad alto contenuto sociale e economico sia ostacolata dall’ostinata avversione per civili scelte personali a tutela della propria dignità e del proprio decoro umiliato da malattia, sofferenze, dolore.

Così senza sorpresa si scopre che il governo ha pensato a una soluzione che si presta anche a dare sbocchi paraprofessionali a donne espulse dal lavoro e a giovani in cerca di occupazione, convertendo talenti, vocazioni, titoli di studio conseguiti in incarichi di assistenza tra le mura domestiche, offrendo a figli, coniugi e genitori aiuti per chi cura i “propri” malati in casa, in nodo da trasformare anche gli affetti in prestazioni mercenarie da svolgere in mancanza d’altro.

In modo da risolvere controversie e conflitti per la  resistenza delle istituzioni e delle imprese private e pubbliche, scuola per prima, a dare corretta applicazione alla legge 104. In modo da dare valore morale all’esclusione delle donne dai posti di lavoro, costringendole a scelte obbligate addomesticate da una mancetta.

E come se non si vorrebbe che per tutti fosse possibile conciliare tempi di lavoro, spostamenti,  obblighi con la volontà e il desiderio di stare accanto a chi si ama quando diventa più vulnerabile, mentre oggi viene inteso come un onere arduo, in impegno impervio e incompatibile con una vita irta di altri doveri.

La china della privatizzazione di tutto è diventata un ruzzolone, nella scuola, nell’assistenza, nella sicurezza, nei servizi, nelle pensioni, i diritti sono sostituiti da magnanime elargizioni, le garanzie da benevole concessioni arbitrarie di mancette ed elemosine.

Pare si debba fare un passo in più: tutelare la persona che vuol morire con dignità e anche quella di chi vuole vivere nel rispetto di sé,  di chi ama e anche di chi non ama. Ma cui deve responsabile considerazione in cambio di quanto ha dato e che viene ogni giorno svalutato dalle vere fake news, quelle fatte circolare per creare avversione e inimicizia tra giovani e vecchi, figli e genitori,  espropriati di speranza e amore.

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Partono i bastimenti per terre assai lontane…

sbarco-di-emigranti-italiani-a-ellis-island-nel-1911E’ interessante vedere come la comunicazione prima ancora che l’informazione con la quale è ormai sinergicamente collegata diriga e gestisca secondo le sue convenienze l’attenzione dei cittadini. Nel 2015 ci sono stati 1300 articoli in prima pagina e  quasi 3500 servizi di apertura dei notiziari Tv sull’immigrazione, nell’80% dei casi allarmistici, mentre si possono contare sulle dita di due mani i pezzi di impatto equivalente riguardanti l’emigrazione: eppure in quell’anno sono arrivati circa 140 mila migranti e sono invece andati via  147 mila giovani dato per molti versi assai più allarmante anche perché il 13% di quelli che cercano lavoro altrove sono laureati. Ma naturalmente la fotografia impietosa di questa realtà di drammatico declino non piace al potere e alla sua propaganda jobattista, dunque viene nascosta o mostrata di sfuggita.

Evidentemente si tratta di dati tutt’altro che segreti, ma emotivamente sterilizzati  tanto che spesso nelle ragioni dell’accoglienza si introduce l’argomento che anche noi siamo stati un Paese di emigranti, come se fosse un passato superato per sempre, mentre in realtà siamo ritornati ad esserlo con numeri che non si vedevano dagli anni ’60 quando anche il fiume di emigrazione intereuropeo si ridusse a un rivolo peraltro alimentato in gran parte da ricongiungimenti familiari. Qui bisogna fare molta attenzione perché non possiamo paragonare questo flusso con le grandi migrazioni che vanno dagli anni ’30 dell’Ottocento alla prima  guerra mondiale: quello era un fenomeno continentale ed epocale che si verificò in molte aree dell’Europa, specie quelle dominate da altri Paesi oppure senza forti stati centrali o ancora privi degli sfoghi coloniali, tanto che l’emigrazione verso la “Merica” da Germania e Austria fu numericamente molto più consistente di quella italiana e oggi negli Usa il 40%  della popolazione bianca è di origine tedesca. Non è che mi voglia mettere a fare storia, ma il fatto è che la Germania non conosce flussi consistenti di emigrazione stabile dalla fine della guerra (vedi nota) ed così anche per molti altri Paesi come Gran Bretagna, Olanda, Belgio, mentre tra i Piigs, Francia compresa il flusso in uscita aumenta sempre di più, ma non certo con numeri così alti come quelli italiani, ad eccezione della Grecia e del Portogallo. In effetti l’emigrazione dalla Francia e dalla Spagna è dovuta per più della metà a persone provenienti dal Nordafrica o dall’America Latina che tornano nei luoghi di origine dopo aver preso la cittadinanza dei Paesi ospitanti.

Dunque ci troviamo di fronte di fronte a un problema tutto nostro che denuncia i disastri prodotti da una politica del tutto incapace di affrontare la realtà se non ubbidendo ai diktat che vengono da fuori e ad alcune semplicistiche ideologie della vulgata neo liberista. Ma naturalmente l’articolazione di questa migrazione al contrario  denuncia ancor più che dentro il Paese la disuguaglianza di classe: una piccola parte è formata dai rampolli di un generone abbiente che può pagarsi il globalismo e le  avventure verso posti di prestigio o verso quelli che possono sembrare tali anche se si rivelano marginali e subalterni nella realtà, un 30% trova lavoro nelle in attività edilizie o agricole, mentre il grosso va a fare il cameriere o lo sguattero di cucina nell’industria dell’ospitalità. Ci sono addirittura Paesi come l’Australia che si sono attrezzati proprio per sfruttare questa emigrazione: il visto dura un anno, ma non permette di avere lo stesso datore di lavoro per più di sei mesi, di fatto consegnando queste persone alla precarietà e comunque ad attività a scarso reddito. Certo il visto può essere rinnovato per un altro anno previo però un periodo di 88 giorni nelle aree rurali dove le paghe sono bassissime, spesso in nero, mentre il 30% nemmeno le riceve.  Questo per non parlare dei visti per studenti  diventato un vero proprio business che come avviene anche per molti masterifici anglosassoni, produce in realtà corsi di basso livello, poche possibilità di emancipazione e nuovo impulso al lavoro nero.

Come si vede, mutatis mutandis, l’emigrazione contemporanea mette di fronte a situazioni peggiori di quelle vissute un secolo fa o anche nel dopoguerra il che fa comprendere come, mutatis mutandis, la situazione interna sia così degradata da spingere persino agli antipodi nella certezza di essere spremuti come limoni col solo sostegno di una remotissima speranza di costruirsi un futuro. Non sanno che è stato globalizzato anche se non principalmente lo sfruttamento. D’altra parte probabilmente non hanno chiaro il loro destino: sono abituate per tradizione familiare a pensare che l’erba del vicino sia sempre più verde, sono in balia di mitizzazioni televisive intorno al mondo, gli dicono ogni giorno come sia bello il processo di integrazione e di come non si debba ricadere nella trappola del nazionalismo egoista, soprattutto hanno perso la possibilità di pensare in termini politici e di vedere come questo tipo di integrazione non solo sia funzionale a egoismi nazionali altrui, ma sia costruito attorno al cosmopolitismo dei ricchi. Insomma si sentono impotenti e senza strumenti per cambiare le cose, per costruire un Paese decente e partono sui bastimenti.

Nota La statistica ci dice che dal 2009 circa 200 mila tedeschi sono emigrati stabilmente in altrove, ma si tratta per il 72% di persone originarie di altri Paesi, Turchia in primo luogo, che tornano a casa dopo aver raggiunto la pensione e che riportano indietro anche le loro famiglie.


La rabbia degli sconfitti rivela la loro miseria

27779724215_314bccafae_mSe riuscite a mantenere il sangue freddo e se non avete una mitragliatrice in casa, circostanza che potrebbe far nascere la tentazione di usarla, può essere divertente e istruttivo immergersi nella rabbia senza fine e immancabilmente segnata dalle stigmate della volgarità intellettuale degli sconfitti del Si, siano essi politici, commentatori di giro, clientes, ideologi un tanto al chilo, genuflessi per vocazione, cambiamentisti al soldo o semplicemente ottusi, arancioni apolidi riempiti di biglietti verdi, confindustriali, banchieri o oligarchi di Bruxelles e Berlino. Brucia che gli italiani abbiano osato difendere la Costituzione e l’idea di società che essa implica, che soprattutto i giovani abbiano rifiutato le manipolazioni e gli illusionismi di cui sono vittime, che il gigantesco sistema mediatico mobilitato per l’occasione abbia fallito, che le minacce finanziarie evocate da mesi non abbiano fatto presa e che nemmeno le estorsioni di voto praticate da molte aziende abbiano avuto successo.

Se si può capire il livore cieco di certi piddini messi di fronte al fallimento di un progetto e al pericolo che sparisca o si riduca la mangiatoia, non si sa da dove nasca quello di commentatori, giornali, televenditori di news tutti furibondi per il fatto che gli elettori non abbiano seguito i loro consigli, gli stessi del resto che danno ormai da un decennio mentre tutto crolla. La rabbia svela tutti i loro retro pensieri. Devono pur campare, certo, ma ormai sembrano diventati kagemusha dei ricchi e dei loro pensatoi dove si sprigionano gli effluvi di un classismo rovesciato spregevole e anacronistico insieme. Il fatto è che il voto italiano è per molti versi un segnale di crisi  per le oligarchie globaliste e liberiste molto più chiaro del Brexit o dell’elezione di Trump, sia sul piano pragmatico che su quello della narrazione. Di certo le elites anglosassoni avrebbero preferito altri risultati, ma sono pienamente in grado di gestire una Gran Bretagna fuori dall’Ue ( del resto era già piuttosto appartata prima) o di indirizzare Trump e poi comunque il voto della fascia più giovane dell’elettorato si è dimostrata la più sensibile e conformista rispetto agli illusionismi e alle parole d’ordine, alla sottrazione di democrazia nascosta sotto il bon ton di formule rituali e l’edonismo da pub.

In Italia invece è stato l’esatto contrario: i giovani si sono posti a difesa della vecchia Costituzione, odiata dai poteri liberisti come ultimo ostacolo al loro nuovo medioevo, avvertendo l’inganno e la retorica di un cambiamento che è solo un gioco di prestigio parolaio, così come le sciocchezze sullo scontro generazionale. Le fumisterie idiote sono state respinte e chi ha votato per il cosiddetto “nuovo” sono stati i pensionati, facendo sprofondare nel suo luogo naturale il grottesco renziano. Ma con questa rivendicazione in favore della democrazia e dei diritti ad essa connessi hanno anche mandato in crisi la costellazione di potere che in Italia ha curato gli interessi del capitale globale, spesso di casa persino al Quirinale e contemporaneamente hanno messo un bastone fra le ruote della governance europea e dei suoi meccanismi: con la crisi bancaria, sintomo di una malattia giunta all’ultimo stadio grazie ai medici di Bruxelles, diventa chiaro che il Paese o sceglie la strada della sottomissione greca con il degrado civile e conseguenze esplosive o sarà costretto a sottrarsi all’abbraccio mortale dell’euro e dell’Europa per salvare ciò che rimane dell’industria e della propria economia.

Tutto questo non era implicato nell’uscita della Gran Bretagna, sia perché non ha la moneta unica, sia perché era fuori da molti trattati capestro che non aveva voluto firmare: la demonizzazione dell’uscita derivava più che altro da una questione simbolica, ma con l’Italia – benché la posta appaia più marginale – è diverso perché pone un macigno sulla bilancia dell’europeismo finanziario, mercatista e mercantilistico, ovvero il ritorno ai diritti e alla centralità del lavoro: diventa la cruna dell’ago attraverso il quale si deciderà o un profondo cambiamento dell’unione continentale in maniera che si configuri come area di sviluppo comune e non di sfruttamento, impoverimento, degrado, oppure la sua dissoluzione. Quindi è chiaro come i fautori dello status quo non trovino pace, che abbiano il dente avvelenato e il cervello disancorato, che quanto prima cominceranno a remare contro: tanto peggio per noi, tanto meglio per loro. Non se l’aspettavano e non si aspettavano nemmeno che il loro pupillo gli mettesse in guai del genere, tutto teso a consolidare ciecamente il proprio potere personale e di clan. A questo punto dobbiamo fare tesoro dell’esperienza greca e iberica: cominciato il guado o si va avanti o si finisce peggio di prima, per di più bagnati e infreddoliti. Dopo avere evitato che la Costituzione venisse aggredita e in definitiva ridotta a carta straccia, bisogna cominciare a realizzarla.


Un gratta e vinci in cambio del Si

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

E dunque il Si sarebbe condizione necessaria per il contrasto al terrorismo, per riparare le falle del bilancio statale, grazie a formidabili risparmi di spesa, per assicurare la governabilità, sostituendo ad un organismo di eletti, una selezione di nominati scelti tra i più zelanti, per semplificare il processo decisionale – poco ci vuole con un uomo solo al comando – in modo da rastrellare e comporre i bisogni con mance, elargizioni, concessioni,  simboliche visto che sempre di annunci si tratta, perché non ci sono le risorse per finanziarle e perché devono restare inevase, virtualmente negoziabili, segni occasionali e arbitrari di una generica volontà di fare: Casa Italia per la prevenzione anti-sismica, Ponte sullo Stretto per l’occupazione, Alta velocità per stare al passo e essere competitivi, e poi elemosine discrezionali, 500 € per i giovani maggiorenni nel 2016 (ma sono ancora nella mente di Giove bugiardo), 40 € ai pensionati al minimo, sconti per l’anticipo pensionistico ai disoccupati,  scouting per 500 “talenti” nei licei, che tanto se il Fare non si farà sarà colpa dell’ostinata pervicacia per l’austerità, di quella carogna della Merkel, del pareggio di bilancio “subito” e colpa evidente da attribuire a quelli prima di loro.

Non so se mi sia sfuggito l’accreditamento del Si come soluzione demiurgica nella lotta alla povertà. Ma è probabile invece che sia sfuggita al fronte “riformatore” l’opportunità di valersi di quell’arma di propaganda, a conferma di quanto poco successo incontri, di critica e di pubblico, il tema, delegato ormai interamente alla Chiesa, come d’altro canto quello dell’immigrazione, in considerazione della desiderabile eclissi perfino del termine “solidarietà”, oscurato dalle parole del capitalismo compassionevole, prima, impegnato in pensose fondazioni, argomentanti think tank, ora definitivamente cancellato in favore della cristiano pietas. O meglio ancora Caritas, se guardiamo alla copertura mediatica data al rapporto 2016 sulla povertà e sull’esclusione sociale, diffuso in occasione della quasi clandestina giornata mondiale, come molte altre giornate, diventata una mesta e nostalgica liturgia alla memoria della buona volontà, della generosità, dell’ancora più obsoleta responsabilità, che la condivisione è confinata inesorabilmente su Facebook.

Così incalzando i dati dell’Istat, che pure aveva denunciato come nel nostro Paese il numero degli indigenti continui a crescere e non sia mai stato così alto dal 2005 a oggi, è stata la Caritas a farci sapere  come le persone in povertà assoluta, senza cioè le risorse economiche necessarie per conseguire uno standard di vita ‘minimamente accettabile’ siano prmai 4,6 milioni, il 7,6% dell’intera popolazione. Come in questi anni di crisi la povertà assoluta non solo si sia  ulteriormente radicata laddove in passato era già più presente – il Sud, gli anziani, le famiglie con almeno tre figli e i disoccupati – ma abbia allargato la propria forbice, arrivando a colpire anche i segmenti un tempo ritenuti meno vulnerabili. Come non ci siano più categorie o luoghi più svantaggiati di altri, poiché  i confini dell’indigenza si sono allargati trasversalmente a tutte le aree geografiche, a tutte le tipologie familiari, a tutte le nazionalità, e anche agli occupati,  a tutte le generazioni, colpendo in particolare giovani e minori.

Occasione persa dunque per i molto osannati comunicatori del governo per fare un po’ di lobby in favore di quella convinzione emblematicamente espressa dal titolo di una bibbietta: Più ai figli, meno ai padri, di Nicola Rossi, che accredita la tesi del conflitto generazionale per legittimare e quindi autorizzare  l’inevitabile «riforma» del sistema pensionistico, in modo da ridurre le prestazioni previdenziali pubbliche (a parità di contributi versati), giustificandola con l’ormai molesto allungamento dell’età media, con l’esuberanza di «pensionati-baby», con la pretesa «insostenibilità» delle pensioni pubbliche, ma anche l’obbligo di riavviare la crescita, contribuendo utilmente con i fondi pensione privati, da investire poi in aziende italiane quotate in borsa. In modo da avvalorare la tesi che l’«eccesso» di garanzie di cui godono le persone di una certa età rappresenti la causa delle insufficienti protezioni sociali dei giovani, dispiegando quell’istinto padronale belluino di nutrire risentimento, inimicizia, ostilità. Quando il conflitto c’è ma altro non è che il solito ancora più potente conflitto di classe  alimentato da un lato, da un carico fiscale iniquo nei confronti dei lavoratori dipendenti, tale per cui i loro contributi previdenziali servono a pagare non soltanto le pensioni, ma anche l’assistenza fornita dallo Stato a chi non ha mai versato,   dall’altro, dalla mostruosa evasione previdenziale da parte dei datori di lavoro che assumono lavoratori «in nero», ora particolarmente favoriti dalle “riforme” del governo. Occasione persa dunque per dar la colpa ai vecchi, risoluti sia pure tra molte difficoltà a non togliersi di torno, se nel mondo 500 milioni di ragazzi e giovani vivono, si fa per dire, con meno di 2 dollari al giorno.

Solo a esperti previsionali del livello del Mago Otelma, a economisti del valore dei santoni esoterici che danno i numeri del lotto in tv poteva sfuggire che la forma aberrante assunta dal capitalismo avrebbe reso futili produzioni e lavoro, che valanghe  di denaro pubblico vengono sottratti alla società per destinarli a imprese che producono quantità crescenti di beni per i quali la domanda è calante, che una quota sempre più ampia  del reddito mondiale finisce così al di fuori dell’economia reale, facendo irruzione  nel teatro della speculazione finanziaria o della tesaurizzazione  e che quella che stiamo vivendo non è una vera crisi, ma la strategia di permanenza in vita delle élite economiche mondiali. E che questa fase ha prodotto  una forte polarizzazione delle due estremità dello spettro sociale in modo che i ricchi siano sempre meno e sempre più ricchi e i poveri sempre di più e sempre più poveri.

Ma non sono solo le regole del gioco capitalistico, non è solo l’istinto di sopravvivenza a  ispirare le azioni dei ceti predatori che governano il mondo. C’è anche l’odio di classe verso i poveri, che appaga l’aspirazione ad essere superiori rispetto a chi sta sotto, che asseconda un’indole punitiva che attribuisce merito a chi assoggetta, sfrutta, opprime chi è destinato a subire, per via di carenze intellettuali, indolenza, pochezza, secondo una pratica che si replica a tutte le latitudini e in tutti i contesti, se quello che è stato definito il capitalismo estrattivo ha indotto l’espulsione delle persone dai luoghi dove sono nati  allo scopo di soddisfare     l’accesso delle multinazionali alle risorse naturali e se in una paese considerato feudo, dominato e colonizzato per via della sua subalternità economica e politica, si perpetua la condanna del suo Sud a terzo mondo interno, come pena giustamente comminata per via di vizi antropologici inguaribili.

Però dovrebbero stare attenti, il rancore proprietario prima o poi si rivolgerà contro di loro, la povertà è un rischio certo per chi ne è affetto. Ma lo può diventare anche per chi se ne giova.

 

 


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