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Marcia sulle rovine d’Italia

bacch Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è stata primavera nella quale non sia echeggiato il grido di dolore di imprenditori che denunciavano sulle prime pagine di autorevoli quotidiani: ”cerco barista”, “cerco panettiere”, “cerco bagnino”.

Avevano, a loro dire, pubblicato l’annuncio promettente  ma nessuno voleva rispondere all’offerta generosa di un competitivo cottimo o di vaucher, la formula preferita dai padroncini, senza contributi e a una paga oraria di 7,5 euro netti.

Ogni anno si alzava il piagnisteo: “offro un posto, ma ormai i giovani non hanno voglia di far niente, stanno a casa con la paghetta dei genitori, aspettando il reddito di cittadinanza”. E basta pensare alla riprovazione della quale sono stati oggetto i “volontari” dell’Expo, o il biasimevole personale del Gran Norcino Farinetti che ha disertato la sua cittadella del gusto.

Ai titoloni pieni di biasimo per i flaneur e gli sfaccendati, non si accompagna mai l’esibizione di qualche dato statistico sui tirocini a 400 euro al mese per 40 ore alla settimana, sulla obbligatorietà di accumulare due o tre lavoretti alla spina per mettere insieme pranzo e cena, su paghe di tre o quattro o sei euro lordi l’ora  o per venti righe di una news nel precariato giornalistico, in un Paese che registra il 14% di forza lavoro in condizioni di “povertà lavorativa” – lo dice l’Inps –,  dove il 30% dei giovani occupati prende meno di 800 euro al mese, dove si guadagna meno di trenta anni fa a parità di professione, qualifica e carriera, titolo di studio.

Quest’anno il termine utile per dare sfogo alla lagna miserabile contro i choosy, i perdigiorno e gli scansafatiche è scattato prima per via delle produzioni agricole ferme e dei campi disertati, cui si è posto rimedio con una sanatoria raggiro che pone rimedio al caporalato pregresso degli irregolari permettendo a chi li ha sfruttati di esonerarsi dai carichi penali e amministrativi con 400 euro e un’ammenda forfettaria per i contributi non versati, che, si hanno le prime denunce, vengono abitualmente fatte pagare agli stessi immigrati.

Mentre intanto per i nostri connazionali si aprono formidabili opportunità di carriera nei cantieri delle Grandi Opere, come magazzinieri e pony delle catene dei prodotti online, definitivamente sdoganate  in qualità di attività essenziali, e pure come steward di spiagge private, che in quelle pubbliche devono offrire il loro contributo volontario  gli immeritevoli percettori di reddito di cittadinanza o sussidi.

E figuriamoci se non sarebbe successo: in nome della salute è diventata definitiva la rinuncia obbligatoria alla tutela di talenti e competenze, ai diritti e alle conquiste, retrocessi a lusso e privilegio concesso a pochi, per nascita, appartenenza sociale, iscrizione a circoli e delfinari chiusi ed esclusivi.

E più che mai tocca astenersi dalla rivendicazione della dignità, personale e di popolo, termine questo quanto mai impopolare, appunto, preferendogli “ceto”, “società”, “categoria”, “ordine”, “grado” purchè si eviti qualsiasi riferimento all’arcaico “classe” che ricorda conflitti inopportuni e disdicevoli in un momento nel quale va salvaguardata e promossa l’unità di tutti per battere l’apocalittico nemico.

Infatti quello che si esige dai lavoratori si pretende da Paese. Che dovrebbe – dopo aver abiurato a sovranità, potere decisionale, identità nazionale accusata di sovranismo, al fine di conseguire una maggiore efficienza dell’economia all’interno dell’eurozona, garantita dall’appartenenza all’Unione Europa, soggetto designato alla costruzione di una società più libera e più giusta, finendo per essere soggiogato dal dominio delle élite finanziarie sovranazionaliste intente a distruggere la  statualità, ultimo baluardo a difesa dei beni comuni e dei ceti più deboli, ecco, dopo questo, sarebbe anche tenuto a abdicare a storia, memoria, vocazione, onorabilità, reputazione, rispetto.

In nome del doveroso rispetto delle regole, da più di vent’anni l’Italia ha smesso di crescere,  di creare e assicurare  lavoro stabile per i propri figli, di  salvaguardare l’accesso ai servizi sociali, di tutelare la salute, di dare istruzione e cultura, di esercitare la regolare manutenzione del territorio.

Ogni giorno la grande stampa auspica la promozione a più alto incarico del ministro Franceschini, impegnato in prima persona a battersi in quella che qualcuno ha chiamato la “guerra delle briciole”, per far riconoscere agli italiani il ruolo di baristi,  osti, portieri, locandieri, facchini, autisti, marmittoni.

Come è giusto esigere da un paese retrocesso a terzo mondo interno dell’Occidente, che è obbligato a prestarsi a un futuro servile, terra di giacimenti culturali troppo poco sfruttati, di paesaggi non abbastanza  degradati, di musei non sufficientemente abili a fare cassa, a aree archeologiche non sufficientemente predisposte a ospitare sfilate di mutande, a gallerie poco pronte a esibire mostre farlocche a beneficio dei critici/manager, delle multinazionali dei cataloghi e dei gadget, delle assicurazioni e dei “servizi aggiuntivi”: edizioni di scadenti sussidiari, ristorazione, merchandising.

Il destino è segnato, si riaprono i cantieri, la gleba torna  ai solchi bagnati di servo sudor e le città d’arte devono riaprirsi come prima e peggio di prima all’arrivo desiderato e promosso di turisti. Peggio di prima, si, perché dobbiamo scontare il danno alla reputazione di essere in testa ai paesi contagiati, con record di morti che gettano ombre sulla nostra ospitalità ed efficienza,  avanguardia tra gli accattoni del Mes .

Dopo che per mesi anime belle di sono beate dell’ineguagliabile bellezza di Venezia deserta, del concerto armonioso dei passi che echeggiano sul selciato di Piazza della Signora, proprio sopra l’alta velocità di Nardella, del blu del mare davanti ai casermoni obsoleti prima di essere finiti della Calabria, come ridicole quinte del teatro del consumo di suolo, diventa auspicabile che si riaprano le frontiere all’arrivo dei ciabattoni, ovunque  e comunque ci beneficino con la loro presenza, nelle città e nei paesi  da dove vengono espulsi i residenti per far posto a alberghi, case vacanze e B&B, che dopo la prova dell’epidemia devono rifarsi incrementando l’offerta di servizi esecrabili e illegali.

Non si può mica andar troppo per il sottile, è ora che i professori di storia dell’arte espulsi dalla Buona Scuola si prestino a fare le guide su e giù per le calli con il berrettino e l’ombrellino narrando col megafono la storia della superpotenza ridotta a disneyland, che la Sicilia si presti a diventare uno sterminato campo di golf, che i laureati in beni culturali si adattino a fare gli inservienti e i baristi nei posti di ristoro dei musei impegnati a far cassa, che i ragazzi dei conservatori indossino crinoline e marsine per intrattenere i villeggianti fuori dalle hosterie, e che i diplomati nelle scuole alberghiere diano fuoco alle crepes suzettes tra  le rovine di prestigiose aree archeologiche, in occasione di  matrimoni e convention.

Dobbiamo essere pronti a tutto, alle Olimpiadi che nessuna città moderna e civile vuole più per non pagarne il conto arretrato  a vent’anni di distanza, a vendere agli emiri porzioni di Milano o le coste sarde perchè ci allestiscano un ospedale accanto ai resort, non fidandosi ragionevolmente dei nostri servizi, a elemosinare dai corsari delle crociere il transito davanti a San Marco.

Eravamo nati con la camicia, per bellezza, creatività, produzione artistica, paesaggio. Adesso la fanno diventare una camicia di forza, dove siamo costretti da carestia, perdita di beni, indebitamento, ricatti. Che si sa, i poveri sono matti.

 

 


L’eterna giovinezza dei soldi

elsa Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sa che un certo pugile ha smesso di essere un negro quando è diventato Cassius Clay, l’invincibile.

Si sa che giovinetti efebici e sensibili diventati il bersaglio di lazzi e sberleffi sono passati dal dileggio all’adorazione all’atto di assunzione nell’empireo del fashion. E che uomini repellenti, sgraziati e rozzi hanno potuto intraprendere una carriera di sciupafemmine, appena con la pinguedine si è ingrassato anche il loro portafogli di titoli.

E infatti Berlusconi non sarà mai un vecchio da confinare nell’ospizio dove ha svolto il suo servizio sociale obbligatorio, non per gli effetti demiurgici di lifting, parrucchini e stimolanti delle funzioni vitali di organi di cui probabilmente non ricorda più la funzione, bensì per la sovrannaturale potenza di denaro e del potere che ne consegue.

Più o meno allo stesso modo accade che delle stupide mettano a frutto quell’istinto gregario che viene attribuito al loro sesso per farne una referenza indispensabile per un prestigioso curriculum, in qualità di zelanti esecutrici di disposizioni inique e criminali. Ne ho in mente proprio una che malgrado sia stata la kapò incaricata delle operazioni di macelleria, o forse proprio a motivo di ciò, viene interpellata e ha diritto di parola davanti a uditori estatici e ammirativi dell’audacia della sua faccia come il culo, per rivendicare l’opportunità, anzi la doverosa necessità delle azioni criminogene che ha condotto.

Non mi piace l’esercizio della pubblica umiliazione, spesso esercitata nei confronti di difetti fisici, di questi tempi esplosa per l’ignoranza riferita solo alla parte avversa di chi ha prodotto guasti irreparabili all’istruzione, o per non aver conseguito prestigiosi titoli di studio, dei quali altri “arrivati” in favore dell’establishment pare non abbiano bisogno grazie alla frequenza nell’università dell’ubbidienza al miglior offerente.

Però mi verrebbe voglia di incidere la colonna infame delle donne che hanno esultato per certe quote rosa governative,  di esporre al pubblico ludibrio il compiacimento per la promozione a importante dicastero di una ministra che pare abbia mostrato la determinazione nella difesa dal delitto di lesa maestà, soltanto di un brutto vestito, avendo dimenticato il mandato conferitole dalle lavoratrici della terra.

E ho la tentazione spesso di andare a disseppellire da Google, l’emozionato consenso  offerto alle lacrime di quella madonna del pianto. Quelle ostentate in mondovisione all’atto della condanna di un folto target di lavoratori a concludere la loro esistenza terrena in un limbo senza redenzione, né lavoratori né pensionati né cassintegrati  né assistiti, e tutti quanti  indifferenziatamente all’inferno della negazione dei loro contributi, delle loro quote di remunerazione accantonate, di quei diritti maturati da esigere, come è giusto, una volta raggiunta l’età nella quale si potrebbe meritare il riposo, il godersi piaceri rinviati, hobby, letture, passeggiate, bocce e perfino lo stare a consigliare e criticare gli stradini che fanno i lavori di manutenzione, attività  concessa solo a statisti irriducibili, presidenti emeriti che  si intromettono a tutela degli sciagurati e delle sciagurate iniziative che hanno promosso in piena vigenza.

Perché, per tornare a quanto detto,  c’è una bella differenza tra essere anziani e essere venerabili maestri,  tra essere rottami o invece vegliardi  dispensatori di saggezze mai sperimentate, ma suffragate da carriere immeritate, tanto che viene offerta una tribuna a Cincinnati mai arresi, a prescritti senza vergogna, a testimonial di accertati fallimenti personali e pubblici, redenti per le tempie candide, fatti salvi il ritinto Cacciari e la calvizie di Cirino Pomicino.

Infatti in questi giorni nessuno ha palpitato per i “vecchi” morti non per l’ultima pestilenza, ma per patologie suppostamente sottovalutate, trascurate o oltrepassate con la fretta e l’indifferenza riservate a chi non serve più, non fa profitto e può essere conferito senza rimpianti né rimorsi, a conferma che quelle del mercato sono state promosse a leggi naturali incontrastabili e incontrovertibili, e che la sanità pubblica non dà garanzie e dunque è preferibile, finchè si può, pagare per approvvigionarsi dei servizi privati.

Eh sì, quelli erano solo dei vecchi, mica Camilleri, Kirk Douglas e nemmeno la Lachrimosa di cui sopra, che pur appartenendo ormai a un pubblico a rischio, ne nega l’affiliazione, credendosi non a torto, come succede alle quote del privilegio ereditato, pagato o conquistato a forza di dire si,  esente e con tutta probabilità immortale.

E infatti proprio a lei, Elsa Fornero, in perfetta consonanza con un’altra esponente dei quel genere che sarebbe dotato di superiore e specifica indole all’accoglienza, alla cura, alla sensibile solidarietà femminea,  Madame Lagarde, dobbiamo la pensosa constatazione che gli anziani sono un peso troppo gravoso per i bilanci pubblici, per la società tutta e in particolare per i giovani, compresi quelli i cui Erasmus sono pagati da nonni, o i mantenuti da mamme e da babbi non inquisiti o sotto osservazione per reati bancari.

D’altra parte le due gemelle siamesi di pensiero separate alla nascita grazie, c’è da ritenere alla riuscita asportazione di cervello e cuore, sono le portavoce di una ideologia che ha favorito la rottura dei patti generazionali, incolpando chi ci ha preceduto di approfittare di “leggi e privilegi che si scaricano sulle giovani leve”, di avere goduto dissipatamente di un benessere immeritato, di aver scialacquato beni e risorse, anche quelle ambientali – colpa questa dalla quale, anche grazie a fanciulline più o meno innocenti e inconsapevoli,  sono esentate industrie e governi, di aver vissuto al di sopra delle possibilità. Dimenticando che si deve a loro, alle loro tasse, ai loro contributi che ci siano musei e scuole, la cui distruzione viene alimentata proprio per far scordare che si tratta di “roba nostra”,  che si devono a loro la Resistenza, e poi il boom, lo Statuto dei Lavoratori, l’articolo 18, il diritto di sciopero, quello alla scuola obbligatori, a quelle conquiste che grazie a chi è venuto prima e le aveva in prestito, sembravano inalienabili, mentre siamo noi, noi generazioni correnti che ce le siamo fatte scippare in cambio   di qualche illusione in prestito.

Tutto congiura, Renzi che a  40 anni suonato o Di Maio a 33, età in cui mio papà era comandante partigiano, Pertini al confino e Gramsci morto, sono promettenti ragazzini, mentre un operaio dell’Ilva  o dipendente dell’Alitalia è un rottame obsoleto, immeritevole di essere “salvato” per la sua indolenza che non gli fa comprendere le magnifiche sorti e progressive della dinamica precarietà, della generosa mobilità.

E se Isabelle Huppert o Fanny Ardant si lagnano perché gli sceneggiatori non premiano la loro esperienza con parti adatte alla loro bellezza matura, ci sono centinaia di commesse espulse perché la perdita dell’avvenenza combinata con la presa di coscienza le rende incompatibili alle vendite, e centinaia di   uomini che in assenza di investimenti in formazione sono messi alla porta perché non si adattano alla grande occasione offerta dallo  storm work, magari in assenza di fibra e banda larga, come succede in quasi tutto il Mezzogiorno.

Per amor di verità ci sarebbe da essere grati al Grande Sternuto, che pone fine al ricorso all’eufemismo del politicamente corretto, quello degli audiolesi al posto di sordi,  del non vedente al posto di cieco, di esuberante al posto di licenziato.

Adesso vecchio non è una parola pericolosa o riprovevole. Per le merci usurate e da buttar via non occorre cercare perifrasi pietose, anzi pare sia venuto il tempo, grazie ai buoni uffici dei comandi sovranazionali, già sperimentati presso i nostri vicini e che invece dovrebbero funzionare da test e trailer, di accogliere con sollievo una selezione “naturale” un po’ più accelerata,

 

 

 


Corrierini e furbini

CP03062018_CP85337_imagefullwideNella comedie humaine la parte più ridicola e ingrata, ma anche quella di maggior successo spetta a quelli che scimmiottano atteggiamenti e linguaggi, assumendoli come propri senza alcuno spirito critico, ma in maniera puramente imitativa. E si capisce perché alcune piece come Miseria e nobiltà hanno avuto e continuano ad avere anche in altre forme e partiture, un grande successo: i servi che imitano i padroni, gli ignoranti che si fingono colti, i poveri che si fingono ricchi, sono un classico ultra millenario, un topos teatrale che mette alla berlina gli aspetti paradossali della servitù volontaria, un’archetipo che tuttavia opera in ogni campo e circostanza, spesso senza essere notato, ma che qualche volta esplode come un mortaretto e ti fa sobbalzare. In questi giorni, lo confesso, mi ero lasciato sfuggire l’ultima piece a stampa di Federico Fubini, figlio d’arte senz’arte, vicedirettore ad personam della premiata compagnia Corriere della Sera, membro direttivo della Open Society di Soros e reo confesso per aver censurato la morte per austerity di 700 bambini greci, il quale di fronte alle manifestazioni dei gretini per l’ambiente,  ha superato se stesso come Totò facendo il principe di Casador nell’immortale commedia citata. 

Il nostro infatti scopre che gli anziani non dovrebbero avere diritto al voto: dopo aver messo alla prova lungamente la propria mente se ne esce con questo ragionamento (si fa per dire, naturalmente) : ” Ma è giusto che uno voto valga un voto in un tema di lunga lena come il clima (o il debito, o il cambio tecnologico)? La generazione degli 0-25enni in Europa oggi ha un patrimonio di vita futura di oltre 9 milioni di anni. Più di tutte le altre generazioni adulte messe insieme” . Insomma è come se parlasse di stock di merci da smaltire e non di problemi che investono la società umana, dimostrando come l’economicismo più rozzo e perverso sia alla base dei pensieri di questi tomi che nemmeno paiono avere idea del significato di suffragio universale, delle lotte sociali, del significato stesso della vita. Il calcolo è ovviamente sballato perché prende in considerazione lo stock di vita futura di persone dagli zero ai 17 anni  che non votano, rendendo così la massa di anni da vivere dei maturi e degli anziani soverchiante rispetto a quella dei ggiovani. Ma poi lo stesso ragionamento vale per qualsiasi campo che è sempre di “lunga lena”, se si riescono a decifrare le cose e la catena di causalità e casualità: per esempio sarebbe molto più giusto che invece di un Fubini che va per i sessanta ci sia uno scolaro di seconda elementare perché rappresenta uno stock più significativo di vita futura. E poi le persone mature e anziane con un patrimonio di vita più ridotto rispetto ai giovani consumano una quota di spesa sanitaria molto maggiore: che ingiustizia. Faccio notare en passant che storicamente maggiore è il livello di civiltà di una società e maggiore è il numero di anziani.

Oddio non so se il Corriere della Sera sarebbe peggiore  se fosse il giornalino della quinta C, di certo non dovremmo leggere certi arzigogoli che non distinguono tra uomini e merce, tra speranze e conti di bottega e che in definitiva mostrano in maniera inequivocabile come il pensiero unico, sia totalmente estraneo alla democrazia e a ogni idea di progresso o giustizia sociale: a un certo livello si riesce a confondere le acque, ma nelle espressioni più grossolane e intellettualmente futili, appare chiarissima l’idea elitaria che tende ad escludere qualcuno dalla rappresentanza per i più svariati motivi, compresa la cretinata degli stock egli anni. Ogni tanto qualcuno ci tiene a farci sapere dagli spalti dei giornaloni che non dovrebbe partecipare alla vita pubblica, nemmeno con il voto, chi ha certe o certe altre caratteristiche, proprio perché i servi volontari non riescono a comprendere la natura della democrazia o comunque quella che dovrebbe essere e tendono ad averne comunque un’idea oligarchica. Forse hanno ragione loro, il suffragio universale è pericoloso: figuratevi che può votare anche uno come Fubini.


L’ecologia che piace alla gente che piace

fg Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Da grande sogno di diventare scienziata e di continuare ad occuparmi di tematiche ambientali …. Vorrei farlo all’estero e non perché ritengo che l’Italia nono sia adatta ma perché penso che un ‘esperienza fuori faccia parte di quel bagaglio culturale che ogni scienziato dovrebbe avere”.

So già che parlando della Greta de noantri, Federica Gasbarro l’italiana invitata a  partecipare allo Youth Summit ddell’Onu, riceverò gli strali dei benpensanti ecologici, che fanno il paio con gli umanitaristi che basta mettere Lucano sul profilo per dimostrare civismo,  raccogliendo bottiglie di plastica una tantum all’Ultima Spiaggia di Capalbio prima di andare al brunch servito dall’unico straniero integrabile, il cameriere in guanti bianchi.

Ma mi ha colpito quella sua dichiarazione resa alla stampa prima della partenza, in un posto riservato su un volo completamente carbon neutral.  come ci informa un settimanale femminile che l’alterna come eroina a Carola e Meghan Markle, sposa già divorziata e ovviamente ribelle di un cadetto della casa reale inglese, quando spiega quello che vorrà fare “da grande”.

Perchè 24 anni, non i 16 della Greta della quale è una pallida imitazione anche pensando ai vettori scelti, aereo contro la barca a vela da regata IMOCA   battente i colori dello Yacht Club de Monaco,  è una dimostrazione che qualcosa nel nostro Occidente in declino se vengono spostati i nostri orologi per consentire che i giovani restino il più possibile bambini, tanto che una ventiquattrenne quindi un po’ in ritardo nel percorso verso la laurea, guarda a sè e viene accreditata come un enfant prodige cui riporre speranze con il solluchero che proviamo quando il nipotino recita la poesia di Natale sullo sgabello,   bebè  cui riservare indulgenza incondizionata come ai diciassettenni che menano  l’autista del bus, o pargoli sapienti a 40 anni suonati come Renzi o Macron,  eterne promesse  che è meglio non vengano mantenute.

I propositi della ragazza che si è già meritata il titolo di influencer, che spetta parimenti alla Ferragni e alla Madonna, parola del papa, e pure l’esercitazione pratica che si è portata a New York – un acquario popolato di microalghe –  proprio come quelle ricerche delle medie, che venogno confezionate la sera prima della consegna da tutta la famiglia,  confermano i sospetti che ho sempre nutrito sulla qualità dei messaggi e quindi dell’ideologia che ispira e agita questo movimento che, lo dice lei,    ha scelto di scioperare (in forma situazionista?)  invece di dialogare, salvo andare a farsi omaggiare nei paesi più inquinanti del modo e  vezzeggiate dai più inveterati e solenni zozzoni.

Beati i tempi infatti, nei quali i ragazzini stavano davanti al piccolo chimico sognando da grandi di mettere a punto la pozione che cura tutti i mali, di andare nella giungla come  Schweitzer o sul microscopio come Pasteur, macché l’attivista italiana vuole, una volta laureata in biologia, “occuparsi di tecnologie volte alla creazione di nuovi biocarburanti, bioplastiche”   alla scoperta quindi “di nuove soluzioni”.   Ci sta tutta con l’ideologia dei ventriloqui che parlano per bocca di Greta facendoci immaginare che tutte le sfide siano possibile per l’uomo: governare gli oceani e i fulmini o vivere su Marte,    grazie a nuovi prometei,  mentre che invece  cambiamento climatico si possa contrastare solo  “non assistendo immobili al tracollo provocato dall’incuria dell’uomo”, è lei che parla,  e anche che “potrà avvenire solo e soltanto attraverso l’educazione ambientale e civica“,  cambiando le nostre abitudini di vita, comprando a caro prezzo come atto simbolico ed esemplare mele organiche e bacate, riciclando la carta e il vetro, in modo da contribuire individualmente esonerando così imprese inquinanti e energivore e governi insipienti.  Nella convinzione apotropaica che sia decisivo  contribuire alla declinazione “morale” del capitalismo  capace anche in questo caso di trasformare perfino la responsabilità sociale ed ecologica in fonte di profitto,  in valore aggiunto propagandistico e in strumento di mercato dispiegato per risolvere i problemi che il mercato ha creato.

Infatti dietro alle cheerleader ecologiste ci sono i burattinai che vogliono persuaderci che i danni prodotti dal mercato si sanino con strumenti di mercato, trattati commerciali tra privati e Stati e privati, licenze e concessioni illegittime, così che i grandi inquinatori possano continuare ad emettere Co2 comprando le opportunità di far rotolare il mondo nel precipizio, e non a caso le chiamano diritti, dai paesi meno industrializzati o sempre meno produttivi attraverso la quotazione monetaria  stabilita da un protocollo disatteso e mai sottoscritto dai più forti contaminatori e dando forma a un meccanismo speculativo.

Ecco, se avessimo avuto la possibilità (la intraprendente studentessa si è auto candidata riempiendo un modulo capitatelo sotto gli occhi per caso)  di indicare alle Nazioni Unite i profili di ragazzi  che lottano per l’ambiente, maglio sarebbe stato se avessimo dato la scelto quelli di Sardegna dove insiste il 61 % di servitù militare, i tre poligoni più grandi d’Europa e dove le indagini ambientali condotte nel PISQ dell’Aeronautica Militare hanno dichiarato contaminati almeno 800 ettari di territorio. O i giovani No- Muos, i  No-Tav, i No- Tap, che dovrebbero essere, proprio loro, i veri influencer che possono combattere i veleni.


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