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Ultime dall’Europa: la privacy come strumento di censura

Lettera_Verificata_dalla_CensuraOggi avrei voluto occuparmi di altro e in particolare della natura complessa ed elusiva del complottismo come dell’anticomplottismo in occasione dell’ultima auto celebrazione Usa dello sbarco sulla Luna perpetrata mediante film al festival di Venezia e della sua contestazione tramite America Moon.  Ma una missiva di Google mi induce invece a parlare del lager Europa e della sempre minore libertà di informazione raggiunta a forza di leggi e regolamenti, spacciati come pietre miliari di libertà. Dunque mi giunge questa mail nella quale mi dice:

“A seguito di una richiesta presentata ai sensi della legge europea per la protezione dei dati, Google non può più mostrare una o più pagine del tuo sito nei risultati della Ricerca Google. Questo vale soltanto per le risposte ad alcune query di ricerca relative a nomi o altri dati personali che potrebbero essere mostrati nelle pagine del tuo sito. Sono interessati soltanto i risultati delle versioni europee di Google.

Non possiamo rendere pubbliche le query che sono state interessate. In molti casi, le query interessate non riguardano nomi di persone menzionati in una posizione di primo piano della pagina. Ad esempio, i nomi potrebbero essere presenti soltanto in una sezione di commenti.”

Il tutto si riferisce a un post di oltre un anno fa dal titolo Baruffe chiozzotte  che si occupava di uno dei caso di ordinario fascismo di questo Paese provocando la reazione della vasta rete di soccorso nero che impesta lo stivale. Ora poco male, non è come se avessero fatto lo sgambetto a Mosè mentre scendeva con le tavole della legge, è soltanto una cosa microscopica che tuttavia rivela quali agenti patogeni siano cresciuti nel terreno di coltura dell’Europa oligarchica. In sostanza infatti uno o più individui che rimangono completamente anonimi possono ostacolare la diffusione di una notizia o di un’opinione, senza che se ne conosca il motivo e magari a causa di un commento e non del post in se stesso. Si tratta della prima forma conosciuta di censura incondizionata nella quale non è possibile sapere né  chi la richiede, né quali sono i contenuti sulla quale si esercita, né tanto meno i motivi per i quali la si richiede: sfugge perciò a qualsiasi forma di giudizio legale ed è dunque palesemente illegale almeno in uno stato di diritto, quello peraltro di cui si riempiono la bocca gli europeisti a tutti i costi, specie se i costi riguardano gli altri. Questo è possibile per un fatto apparentemente formale visto che non viene bloccato il contenuto, ma semplicemente se ne impedisce l’indicizzazione e dunque  se ne boicotta la diffusione e la citazione. Si tratta di due aspetti che nella rete coincidono ampiamente, in maniera non sostanzialmente diversa da ciò che accade sui media tradizionali e dunque la forma diventa sostanza.

Così nei casi minimi come questo si evita la querela che, sia pure con i caratteri di straordinario anacronismo che ha in Italia, richiede quanto meno l’uscita dall’anonimato da grande fratello costruito dalle regole europee e spacciato in maniera indecorosa come privacy.  Magari presenta anche qualche rischio oltre che qualche spesa. Ma se cominciamo a parlare di realtà molto più grandi e incisive della rete ci si rende conto che il pretesto della privatezza alla quale le lobby di Bruxelles hanno messo mano  per infinocchiare meglio i consumatori e avere uno strumento più efficace di controllo dell’informazione, ci si rende conto che tutto questo soprattutto a marginalizzare dal flusso informativo tutto ciò che è scomodo: basta che un tizio qualunque lo richieda o che un troll faccia dei commenti proprio per sortire questo effetto e l’impatto di una notizia viene decimato. Tanto più che le multinazionali della rete agiscono alla cieca, anche se lo volessero non sarebbero in grado di esercitare alcun controllo preventivo sulle richieste di rimozione a meno di non assumere decine di migliaia di persone: lo dimostra il caso di questo mio pezzullo dove vengono citati solo Mussolini e Graziani e  dunque non è in gioco alcuna privacy, sono in gioco semmai il buon gusto e l’intelligenza che notoriamente non hanno lunga vita nei buchi neri.

A dire la verità in un commento al pezzo compare anche il nome dell’ineffabile signora Boldrini. quella del senatore Pittella tuttavia non citato per nome, immortalato in un comizio a Kiev tra le bandiere naziste e Matteo Renzi , perciò si può supporre che il tutto vada attribuito ai cani da guardia di costoro, purtroppo pagati dai cittadini, i quali vogliono consegnare all’oblio un modesto post su una vicenda curiosa ma marginale, che tuttavia si oppone al dilagare delle varie ricostituzioni fasciste. Trattandosi di personaggi pubblici di cui non si dice altro che quello che fanno e dicono in pubblico, non dovrebbero ricadere sotto la tagliola, Ma tutto è più che in linea con il livello di questi personaggi e dell’Europa.

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Europa: la libertà si ferma alle foto dei gattini

uid_12ee86e7da5Oggi il Parlamento europeo avrà modo di mostrare in modo esemplare il proprio livello di intelligenza, il senso di libertà a cui si ispira e la sua ragione d’essere rispetto ai parlamenti nazionali: dovrà infatti votare una direttiva elaborata dal Comitato Affari Legali del Parlamento Europeo, che costituisce uno dei fondamentali passaggi per chiudere la bocca alla gente e togliergli quella libertà di espressione che sostanzia la democrazia; si tratta infatti in pratica di chiudere la rete ad ogni apporto che non venga da fonti ufficialmente riconosciute, ovvero dall’informazione e comunicazione mainstream, rendendo pressoché impossibile e azzardato fare informazione in rete e permettere che qualcuno ne fruisca.

Come tutti gli infingardi e i servi sciocchi questo onorevole “comitato d’affari” non si azzarda a negare tout court un diritto perché sarebbe davvero troppo persino per i ordini laici del culto europeo, lo rende semplicemente indisponibile per chi va oltre le foto dei gattini e lo fa attraverso un’ apparente difesa del copyright cioè attraverso il coté  commerciale a affaristico del vecchio e buon diritto d’autore. In sostanza si stabilisce che gli editori possano chiedere un pagamento non solo per la condivisione integrale di una notizia, ma anche semplicemente per una citazione di poche parole della stessa o per un link ad essa. Quindi diventa più che mai evidente che niente sarà come prima non solo per i siti di aggregazione, non solo per imprese come Wikipedia che è infatti rimane oscurata per protesta, non solo per i blogger, ma anche i singoli che vogliano postare sui social una frase del tale o del talaltro e che si potrebbero trovare a violare un copyright senza nemmeno rendersene conto.  Naturalmente questo andrà a tutto vantaggio dei troll e degli influencer legati al potere che avrebbero una maggiore agibilità e copertura nella loro opera.  Insomma, per sintetizzare all’estremo, l’interesse, il denaro viene preposto alla libertà, una cosa che è ormai tipica delle istituzioni europee totalmente in mano alle lobby.

La cosa è ancora più grave perché la sorveglianza non è lasciata ai titolari dei diritti di diffusione commerciale che di certo non potrebbero mai controllare tutto, ma alle piattaforme sulle quali vengono ospitati i contenuti. Ovviamente il controllo, visti i numeri, non potrebbe mai essere effettuato da persone, ma verrà fatalmente affidato a filtri di censura preventiva e automatica, che escluderà ciò che un algoritmo a torto o a ragione considererà violazione del copyright, sia essa un testo, una citazione, un link, un’immagine, un brano musicale, un disegno, insomma qualsiasi cosa.  E tanto per completare l’opera non sono previste penali per chi dichiara truffaldinamente un proprio copyright anche se questo atto fa chiudere un sito o fa escludere dalla rete dei contributi: questa inqualificabile stranezza che a prima vista potrebbe essere addebitata alla superficialità e alla cialtroneria intellettuale di chi l’ha pensata e sottoscritta, ci porta invece al senso vero della direttiva che oltre ad essere un assist agli editori, è probabilmente quella di permettere un tale arbitrio della censura da circondare e fare deperire l’informazione non ufficiale.

Chi immaginava uno spazio comune di di libertà si trova alle prese con uno spazio comune di censura e di negazione della libertà: il fatto che questa direttiva abbia suscitato sdegno tra le associazioni dei diritti civili, tra chi opera in rete, tra i padri di internet e in tutte i centinaia di centri interessati ai diritti di autore, dimostra dopotutto che l’Europa esiste non grazie alle sue istituzioni e alle sue oligarchie, ma nonostante queste.


La caduta delle Repubbliche

415218-thumb-full-720-cernoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Qualcuno, malizioso, ha insinuato sospetti  sulla credibilità dei giornalisti di Repubblica folgorati dalla  inattesa rivelazione che il loro non era un editore puro, ma un imprenditore spregiudicato che coltivata relazioni opache con decisori funzionali ai suoi profitti.

Così non ha creduto alla loro ferma presa di distanza, un po’tardiva magari, ma certamente sincera. Invece ieri abbiamo avuto la conferma che si tratta di professionisti indipendenti che rivendicano nei documenti e negli atti la loro autonomia dal padrone: mentre De Benedetti ha fatto sapere che considera Renzi e il partito del quale è stato il primo e prestigioso tesserato, un investimento sbagliato, un leader ormai bollito e un brand decotto, ecco che il co-direttore chiamato dall’Espresso a risollevare le sorti dell’autorevole quotidiano,  rende  palese a scopo dimostrative  la sua scapigliata inclinazione alla disubbidienza costruttiva candidandosi col Pd.

Motiva la sua scelta con la volontà di trasferire dal giornale al Parlamento la battaglia per la difesa dei diritti, ad esclusione, si direbbe di quello alla salute dei cittadini esposti all’amianto e pure a conflitti di interesse che drogano la democrazia, la libera concorrenza e anche la libera informazione.

Gli va dato atto che per realizzare il suo insano proposito avrebbe dato le dimissioni da co-direttore. Ma resta un interrogativo a proposito della discesa in politica di soggetti anche apprezzabili che a differenza delle abitudini presenti nella nostra autobiografi nazionale, decidono di salire entusiasticamente sul carro dei perdenti: a cominciare dalla elezione a senatore del padre fondatore i giornalisti  prestati alla politica aderivano sia pure con aristocratico distacco a formazioni in ascesa, al culmine se non di consenso almeno di popolarità. Mentre il Cerno offre in giocondo olocausto  la sua faccia e il suo nome a  un organismo in stato di avanzata putrefazione, da qualche tempo diagnosticata perfino dal suo giornale,  perfino dal suo direttore che ha dedicato uno dei suoi rari editoriali diventato topico, al tramonto , meritata, del bullo e della sua leggenda.

Non è la prima volta che per interpretare i fenomeni del consenso e della fidelizzazione a l Pd servirebbe più che il sociologo lo psichiatra. E per comprendere lo strano fenomeno che da una parte conduce persone in vista a scegliere una volontaria eclissi e il sacrificio rituale della propria reputazione per finire tra i ranghi vituperati dei peones. E dall’altra la voluttà che mostrano alcuni di partecipare in prima persona alla catastrofe, non solo come spettatori, come invece fanno tanti che aspettano la catartica salvezza guadagnata tramite il suicidio del capitalismo, il regicidio della cattiva politica, il naturale epilogo dei giornaloni destinati a incartare le scarpe da risuolare, a meno che anche per quello non vengano imposti opportuni sacchetti biodegradabiili.

Sembra un episodio marginale questo, invece è una allegoria forte dell’agonia accelerata che accomuna politica e informazione, costretti a stringere sempre di più vincoli difensivi per contrastare  l’egemonia della contro la molesta comunicazione – disordinata  plebea volgare ignorante populista – della rete.

Ancora una volta  gli addetti ai lavori si sono fatti sorprendere, come succede con le crisi, le epidemie senza vaccini, le alluvioni prodotte dal preventivabile dissesto idrogeologico, i morti sotto le case prove di requisiti antisismici, e così via, non avevano messo in conto   che la gente, anche i più affezionati alla stampa di partito, Repubblica compresa, vuole dati  e non le sussiegose e superciliose opinioni di una cerchia autoreferenziale che ha dimenticato non solo i principi enunciati da Brecht «Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata; l’arte di renderla maneggevole come un’arma; l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi”, ma perfino le cinque regolette ripetute stancamente i ogni prodotto hollywoodiano  e quindi anche da noi, che ci siamo fatti colonizzare anche la immaginazione. Tanto che a fronte dell’accettazione e addirittura del gradimento di censure e stampa comprata e venduta dii continuiamo a beare delle gesta – purché lontane, antiche e ben confezionate  – di gole profonde, Pentagon Papers, giornalismo investigativo. Proprio quello che da noi non si pratica, preferendo veline e intercettazioni passate sottobanco, somministrate dagli attori della contesa per bande, carriere dinastiche tramandate per li rami a beneficio delle fucine privilegiate dei master prestigiosi per acchiappacitrulli, la riduzione in schiavitù precaria di potenziali talenti, la pubblicazione oculata e selezionata di quello che gli arcana imperii vogliono rendere noto in cambio dell’ammissione alle loro stanze e in cambio di miserabili benefici.

Chi ha rinunciato alla preghiera laica del mattino, chi ha scelto di cercare e anche di contribuire alla verità altrove non si stupisce: da tempo eravamo passati da diritto di cronaca  a delitto di cronaca.

 


Dissocial network

censura_social_network-minLeggo su un noto sito della sinistra un’ inquietante denuncia (qui )  sul fatto che Facebook, sulla base di fantomatiche e mai specificate violazioni delle regole della community, starebbe congelando o cancellando account di chi critica la decisione americana di traslare la propria ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme e di chi in genere difende la causa palestinese. Questa opera di censura sarebbe in realtà all’opera da molto prima e sarebbe frutto di accordi tra il governo israeliano e i responsabili dei social network. Non ho seguito la vicenda, ma non faccio difficoltà a darle credito viste le prove a carico e il comportamento costante di Facebook e di altri social network che si nascondono dietro misteriose o ottuse ritualità americane per fermare contenuti scomodi o mostrano una certa facilità a stringere accordi censori o delatori con i vari governi, tanto più che da qualche tempo, ovvero da quando è nata l’assurda campagna contro le fake news, Google e Facebook sembrano in prima linea nel tappare le bocche più scomode, attraverso strategie talvolta più sottili del blocco, ma che riguardano l’indicizzazione.

Gli esempi anche italiani non mancano e persino nel mio piccolo anche se non scrivo mai direttamente su Facebook, ma solo attraverso questo blog, mi sono trovato di fronte a qualche difficoltà di diffusione e di pubblicazione. Il problema però è che la protesta e la denuncia non servono a un bel niente: le major della rete operano esclusivamente all’interno della legislazione americana, sono strettamente legate alla governance Usa che hanno dato loro più che una mano per la loro affermazione, ma sono allo stesso tempo troppo impersonali e troppo automatiche per poter esprimere una qualunque dialettica. La strada per evitare di essere fagocitati è solo quella di costruire strumenti di contatto alternativi; nuovi social meno giganteggianti, ma al riparo dagli assalti del pensier unionisti d’oltre atlantico. Non è nemmeno difficile: ci sono i software per farlo, magari anche gratuiti e lo spazio da acquistare non è eccessivamente costoso o comunque all’altezza dei possibili ricavi. La difficoltà semmai è di trovare un gruppo motivato a fare qualcosa e non solo a denunciare.

Che sia questa la strada lo dimostrano i Brics che intendono sottrarsi al dominio americano su internet che ha poi la sua radice nell’organismo di governo della rete, ossia  l’Icann (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) organizzazione para-amministrativa del dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, quella che servi, idioti e poveri di spirito considerano, beati loro  “internazionale”.  In Cina esiste già un sistema Dns alternativo, ovvero un nuovo sistema di indirizzo dei domini a cui potrebbero aggiungersi la Russia – come è già stato deciso dal consiglio nazionale di sicurezza che il 1° agosto di quest’anno ufficializzerà l’esistenza di un altro internet come misura di sicurezza contro attacchi informatici – e altri Paesi timorosi di poter essere colpiti militarmente attraverso la rete, facendo perdere agli Usa il controllo totale delle telecomunicazioni mondiali. Secondo quanto è trapelato la proposta che verrà lanciata nei prossimi anni è che Internet dovrebbe dividersi in due e i siti potranno essere accessibili solo a condizione d’scriversi in ciascuno dei due sistemi, qualunque sia la localizzazione degli internauti. A questo punto Google e Facebook dovrebbero forzosamente diventare anche cinesi, russi, europei, sudafricani, brasiliani e via dicendo, non potendosi più permettere di ubbidire al solo dipartimento di stato e naturalmente viceversa anche per gli altri. E’ un po’ come la geolocalizzazione una volta garantita solo dal sistema Usa Navstar gps, ma oggi anche, anzi forse più spesso, dal sistema russo Glonass di cui si serve ufficialmente anche l’India, tanto che non esistono più da anni navigatori, telefonini, orologi intelligenti o qualt’altro che non integrino anche Glonass, visto che in questo modo la localizzazione è molto più veloce, più sicura e meno ballerina.

Naturalmente Washington farà di tutto perché non accada, per tenere al sicuro le sue fonti di controllo planetario, ma più controlla e rende visibile questo controllo, più crea forze centrifughe: sono gli svantaggi del declino.

 


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