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Bestie e clown nel circo Orfeo

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non avevamo bisogno dell’ascesa al trono di direttore generale della Rai di Mario Orfei per essere certi di non poter più aspirare a una informazione obiettiva e trasparente, come ci si aspetterebbe da un servizio pubblico.

Non ci serviva l’investitura di un fedele servitore del regime, uno che detesta i referendum, siano sull’acqua bene comune, sia quello di “riforma” costituzionale, sopportato e propagandato solo in funzione di plebiscito bonapartista in appoggio al passaggio da reuccio a despota assoluto del suo referente, cui deve quest’ultima promozione peraltro benedetta da tutto l’arco del partito unico nel consolidamento della comunicazione unica e che nel totale giubilo festeggia la nomina dell’uomo giusto al posto giusto, la virtù premiata di un eccellente professionista, di una straordinaria competenza, di un eccelso talento  per bocca, unica anche quella, di Meloni, Gasparri, Brunetta, Guelfi, Romano e così via. in segno di grata riconoscenza   per uno dei più solerti facilitatori di festose comparsate, ubique presenze in talkshow, alacri passaggi di porte in porta, sollecita diffusione di tweet e stati in dinamica sostituzione delle vecchie veline dell’agenzia Stefani, superate ormai da un esercizio costante  di manipolazione, mistificazione, omissione, censura secondo una volontà e un costume unici pure quelli.

Sapevamo già prima di questo sfrontato atto di forza che l’informazione privatizzata agisce al servizio della menzogna, delle divinità del mercato e del dovere di consumare ideologie, valori, prodotti, dell’obbligo di comprarsi e bere le bottigliette commercializzate dalle fabbriche del falso, della “politicanza” che avvilisce e esonera da ogni ruolo  la politica della vita, che si è data il compito di scavare sempre di più la voragine che separa chi ha e possiede e esige sempre di più da noi, desinati ad avere e a contare sempre di meno, esclusi dalle decisioni grazie all’egemonia della mistificata astrazione sulla realtà. Basta pensare a come viene presentato ormai il lavoro, se gli stage altro non sono che volontariato gratuito e umiliante, se il telelavoro viene magnificato come innovativa opportunità e non come strumento infame per impedire la possibilità di organizzarsi e difendersi, se la celebrata indipendenza offerta da prestazioni professionali “libere” incarna la svolta contemporanea impressa al solito antico sfruttamento di dipendenti catalogati e definiti da statistiche, leggi, fisco e media come autonomi.

Siamo sempre più separati e dunque esclusi dall’origine di tutto a cominciare dalle scelte che ci riguardano, dagli alimenti che viaggiano per chilometri prima di cadere in pentola, dal militare che guida il dorme e preme il tasto che a miglia e miglia di distanza farò cadere la bomba. È quello che vogliono: sancire la lontananza remotissima delle cause dagli effetti e delle decisioni dai risultati. Perché è proprio quella che genera impotenza e quella accidiosa indifferenza che permette e autorizza l’esercizio dispotico e autoritario del potere.

E infatti ormai la limitazione dell’accesso dei cittadini alle informazioni sulle scelte che condizionano le loro esistenze avviene anche attraverso leggi e misure che riducono la portata di trattati e convenzioni internazionali volute e prodotte quando ancora non era esplicito il disegno transnazionale di abbattere democrazie colpevoli di vocazioni “socialiste”.

È quello che finisce per legittimare e autorizzare l’alienazione di beni comuni, l’esproprio di proprietà pubbliche, la svendita  del territorio e del patrimonio artistico e culturale, il saccheggio delle risorse, gli attentati contro salute e ambiente.

Basta pensare ai cambiamenti introdotti  in materia di valutazione d’impatto ambientale delle Grandi opere, ma non solo di quelle grandi: linee ferroviarie, autostrade, ponti e anche gasdotti come il Tap.  Progressivi secondo l’ineffabile Galletti   promotore di un decreto legislativo mobilitato sul fronte della indispensabile “semplificazione” delle procedure che ostacolano la crescita e l’iniziativa privata. Peggiorativi  per chi ne individua i contenuti che segnano un non inatteso ritorno alle opacità e alle dinamiche della Legge Obiettivo, uno dei trofei nel curriculum del governo Berlusconi.

Basta pensare a quello che sta accadendo intorno alla realizzazione del nuovo aeroporto di Firenze, alle sempre più assatanate pressioni dei promotori che esigerebbero dalla Commissione Via e dal  Ministero di autorizzare l’incarico per l’Enac, ente proponente, di controllore della realizzazione del progetto e anche del suo stesso operato, secondo il regime instaurato con il Mose a Venezia, e che non vogliono l’istituzione di un molesto Osservatorio indipendente che monitori l’impatto dell’opera e della sua esecuzione.

Basta pensare che le Nazioni Unite  hanno accolto le relazioni delle Ong che hanno denunciano il governo del Malawi che non ha preso le misure necessarie per proteggere i diritti e i mezzi di sussistenza delle persone che vivono nelle comunità danneggiate dai progetti di sfruttamento minerario. Ma pare che Onu e Ue non si siano accorti di quello che succedeva e succede a Taranto, a Broni, a Casale e in tutti quei posti dove la gente non sa nulla del destino che le è riservato salvo la condanna a un unico “diritto”: la fatica in cambio della salute e ormai nemmeno quelle.

Non consola che nelle tenebre che avvolgono le decisioni e le scelte e nell’astensione di chi avrebbe l’incarico di indagare e conoscere per informarci, ci si debba affidare e a male fatto, ai tribunali, ormai guardati con sospetto (ne ho scritto recentemente qui: https://ilsimplicissimus2.com/2017/06/04/tar-tassate-il-guappo/)m ), vituperati e obiettivi di indilazionabili “riforme”, siano i Tar che impongono il rispetto della legge sulla nomina dei direttori di importanti musei o che annullano il decreto che scippava l’anfiteatro Flavio e i Fori al comune di Roma e alla Soprintendenza speciale, per concederlo ai son et lumière  da avanspettacolo tra musical e tenzoni tra gladiatori in attesa dei leoni, sia la Corte che bacchetta le riforme renziane e pure la sfrontata legge regionale della   Campania  che consentiva di  ottenere il titolo abilitativo in sanatoria per gli interventi che erano stati realizzati senza permesso, “ma che per le loro caratteristiche risultassero conformi al Piano Casa”, estendendo la sanatoria agli abusi.

È una fatica, ma pare che dobbiamo diventare giudici, degli altri e di noi stessi.

 

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Si curano le ferite con la tintura d’odio

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non ci stanno proprio a essere detestati.

Vorrebbero rovinarci ed essere amati, dileggiarci ed essere rispettati, oltraggiarci ed essere ammirati, ingiuriarci ed essere idolatrati. Patiscono per il nostro tradimento: come spesso avviene ai mentitori di professione e ai mitomani patologici, hanno finito per convincersi della loro narrazione di menzogne, così ritengono di non meritarsi questo trattamento, persuasi di prodigarsi per noi, di indirizzare questo popolo bue, infantile, sprecone, indolente e maleducato verso comportamenti e abitudini più consone all’appartenenza a una espressione geografica condannata a prestarsi a fornire eserciti di schiavi contenti e assoggettati.

La prima rivelazione molesta l’hanno avuta con le amministrative, che li hanno straniti con la crudele novella che in tanti non avevano votato, che in tanti avevano votato ma non avevano scelto i loro pretendenti, preferendo sconosciuti con qualche difetto a tristemente noti. Anche solo per il piacere di vedere nei talkshow i loro ghigni smarriti, i loro ceffi schiumanti di rabbia, le loro mutrie inacidite dall’insuccesso.

Poi, ecco, la tremenda epifania, quella vittoria del No  plasticamente interpretata da chi si vedeva costretto ad auto-detronizzarsi: non credevo mi odiassero tanto.

Deve essere stata amara la sorpresa, costata il ritrarsi dietro le quinte del primo attore costretto a manovrare e tirare i fili senza i fasti del palcoscenico, le lacrime acri delle sue comprimarie e amorose punite perfino da adoranti delle quote rose folgorate dalla loro proterva e ferina crudeltà, gli aspri rimproveri di vecchi e irriducibili registi, riottosi a lasciare lo scettro.

Il dolore per dover cedere qualche rendita, per dover rinunciare a qualche privilegio, per dover scendere da qualche sfarzoso aereo di stato, si è combinato con l’angustia di misurarsi con lo scontento, l’antipatia, il risentimento. E con lo spiacevole disvelamento di aver sottovalutato quella plebe credulona e svagata che pensavano di aver preso per i fondelli, costringendola a rinunce, abiure, piegandola con intimidazioni e ricatti, senza regalarle nemmeno un’illusione, un sogno, una speranza, diventati definitivamente esclusive e monopoli loro, dei potenti e dei potentucci della loro cerchia, collegati a appartenenza, ubbidienza, fidelizzazione. Appannaggi riservati come esigono debbano diventare la rete, il web tramite le irrinunciabili appendici di Iphone, Fb e Tweet, custoditi da solerti autorità in modo che siano solo loro, strumenti di comunicazione, propaganda, pubblicità dell’unico odio permesso, quello istituzionale, parlamentare, governativo da esercitare perfino con leggi, riforme, censure e limitazioni necessarie.

Sono così intrisi di odio per noi – secondo le regole di quella lotta di classe alla rovescia che assimila ai pericolosi antagonisti i poveri locali e stranieri, i beni comuni per la loro natura di ricchezze collettive, l’interesse generale che ha la stessa colpa di non premiare solo la nomenclatura, la bellezza e il paesaggio del quale nemmeno sanno  godere se non porta profitti – che sono intolleranti alla sua somministrazione seppure in dose omeopatiche, come hanno imparato a fare i despoti e i tiranni di tutti i tempi. Compreso quello apparentemente da operetta, quel  loro riferimento più vicino,   che ha inventato il partito dell’Amore dimostrando una sua superiorità rispetto ai suoi inadeguati eredi, che al posto di una reazione di “buoni sentimenti” padronali,  hanno scelto di orchestrare una campagna di cattiveria, denigrazione, disprezzo da condurre con l’aiuto di notabilati della conservazione e di media che si sono messi il bavaglio da soli e aspirano a chiudere bocca e occhi anche agli altri.

E giù tutti insieme a combattere l’odio sul web, a cominciare dal ministro della Giustizia che dovrebbe decadere fosse solo per abuso, sui social veicoli di risentimento, dal presidente impagliato e dalla presidenta  sceriffa pronta a mettere su il suo tribunale virtuale per farsi giustizia da sé, dall’ineffabile authority prodiga di chiavistelli per chiudere in armadio scheletri potenti a partire dai suoi, schierati unanimemente per fare della critica una colpa perseguibile, dell’opposizione un crimine castigabile e dell’informazione un delitto da tacitare con ogni mezzo.

Hanno cominciato loro coltivando inimicizia tra affini, il sospetto nei confronti di chi non ci assomiglia, la paura del nero e del giallo, il rancore tra generazioni, l’invidia per chi sta sopra, per chi sta a fianco e anche per chi sta più sotto, reo di non aver nulla da perdere. Hanno promulgato leggi razziste, misure perché l’unica uguaglianza consista nello stare tutti peggio, o perché l’unico diritto sia alla paga e alla fatica. E vogliono toglierci anche l’unica libertà rimasta, quella di lamentarsi.

È proprio ora di non starci più a essere odiati. Continuiamo a dire No.


Media: monopolio delle bugie senza rete

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La stampa scende in campo per proteggere l’informazione veritiera contro manipolazioni e manomissioni. Stupidini, ma cosa avete capito? Mica si parla di autocritica, di applicazione tenace di codici deontologici, di rispetto dei doveri della professione giornalistica, no.  Le reprimende insieme alla manifesta volontà di imporre regole di comportamento vigilate da occhiute autorità di sorveglianza e controllo riguardano l’odiata rete, contesto nel quale di consuma e si sublima il male, la menzogna, la falsificazione e dove la polemica si trasforma in violenza e la critica in odio.

Troppo facile dire che si tratta della reazione comprensibile alla concorrenza sleale in materia di informazione artefatta, di ripetizione e amplificazione di bugie. Il fatto è invece che i media convenzionali sono così autoreferenziali per tradizione da sentirsi davvero investiti di un obbligo morale. Che non consiste nell’informarci, macché, bensì nel formarci, nell’orientare l’opinione pubblica, uniformandola secondo criteri di appartenenza e fidelizzazione all’ideologia e al pensiero corrente, quello del “regime”, assecondando e accreditando bugie, sostituendo la propaganda alla somministrazione di notizie e dati, la persuasione, nemmeno tanto occulta, all’analisi della realtà.

Così oggi il Corriere, nei cui confronti capita ormai di provare una delicata commiserazione che si riserva ai alle statue dei grandi abbattute e ai miti auto-infranti,  fa sua la perorazione del presidente dell’Antitrust per  la indilazionabile necessità di imporre un filtro per contrastare “le notizie false sul web”, gestito da soggetti terzi, istituzioni specializzate e indipendenti, perché il fatto che circolino “informazioni infondate non è un bene per la democrazia”. E non basterebbe “l’autoregolamentazione  come fa Facebook”, occorre proprio un’autorità abilitata a distinguere verità da menzogna e incaricata di “rimuovere” in tempo reale i contenuti falsi e lesivi. Insomma, pare di capire, serve l’ufficializzazione nell’antico istituto mai morto della censura insieme a quell’altro della repressione, e non solo virtuale.

Per una volta viene da essere d’accordo. La vorremmo anche noi una autorità “terza, autonoma e indipendente” contro le bugie e anche, potendo, contro le post verità (ne abbiamo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/11/20/laccademia-delle-post-cazzate/),  quelle che eroga  tutti i giorni  il rubinetto sempre aperto della fabbrica del falso, del raggiro e della mistificazione consumati molto spesso proprio grazie ai ripetitori della rete, abusati perché ritenuti ancora più effimeri di quella carta da giornale la cui traccia durava un giorno, pronta poi per incartare le scarpe quando ancora c‘erano i ciabattini e non imperavano i voucher.

Ci piacerebbe imporre delle sanzioni per chi manipola fatti e eventi, sostenuto proprio dai tradizionali “porta acqua”  dotati di memoria ancora più corta delle gambe delle loro bugie. Per chi dopo aver rivendicato la paternità del più infame degli attrezzi nella cassetta della rottamazione del lavoro, la rinnega che non li ha certo inventati lui, anzi si è assunto il compito di regolarne l’abuso. Vorremmo la gogna e non solo mediatica per chi pensava di turlupinarci  con la dfesa della democrazia tramite chiusura dell’inutile Cnel, meno funzionale dell’altrettanto superfluo Istat, incaricato istituzionale della adulterazione dei numeri  e delle statistiche in modo da dare alla plebe l’illusione che avrà diritto a mezzo pollo. Ci piacerebbero delle frustate e non simboliche per ministre reiterate con onore che si fregiano della loro ignoranza come virtù del politico, riconfermata, come loro d’altra parte, dalle bocciature dell’Alta Corte. O per quella che per difendersi dall’accusa di aver falsificato il curriculum, falsifica e offende il ruolo che si accinge a ricoprire, esaltando proprio come i cultori di Facebook, la scuola della vita rispetto a sapere, conoscenza e istruzione. O per chi soffia sulla paura per far divampare l’incendio della censura, della repressione, della ineluttabile limitazione delle libertà. O per chi si approfitta di credulità indotta da nuove miserie per favorire il gioco d’azzardo, a cominciare da quello bancario di dinastie improvvisate e feudi familiari che gestiscono fondi e azionariati criminali.

E sarebbe gradita una lunga detenzione per quelli che in conferenza stampa, missione pastorale, Twitter, Porta a Porta, comunicano la fine delle emergenze con periodica soddisfazione, annunciando rapide ricostruzioni, l’uscita dalla crisi, ripresa  delle produzioni, posti di lavoro, guarigioni miracolose dal cancro e da malattie altrettanto perniciose come il maturare una opinione libera, esprimere una critica, dare una informazione indipendente, mostrare una verità nascosta.

Speriamo che queste invece siano patologie contagiose e che la rete  le propaghi. Anche se non basta la verità disarmata quando loro possiedono tutte le armi, quelle della propaganda, quelle delle leggi promulgate per demolire la democrazia e immiserire la partecipazione, quelle del profitto dispiegate per legittimare guerra, sopraffazione, ruberia, quelle del mercato per persuadere che tutto e tutti sono merci da comprare e svendere, quelle della religione impugnate per dare copertura morale a sfruttamento, conformismo, oscurantismo.

La verità è come l’onestà, non basta, ma è necessaria. Non è sufficiente, ma senza non saremo mai liberi.

 


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