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Si curano le ferite con la tintura d’odio

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non ci stanno proprio a essere detestati.

Vorrebbero rovinarci ed essere amati, dileggiarci ed essere rispettati, oltraggiarci ed essere ammirati, ingiuriarci ed essere idolatrati. Patiscono per il nostro tradimento: come spesso avviene ai mentitori di professione e ai mitomani patologici, hanno finito per convincersi della loro narrazione di menzogne, così ritengono di non meritarsi questo trattamento, persuasi di prodigarsi per noi, di indirizzare questo popolo bue, infantile, sprecone, indolente e maleducato verso comportamenti e abitudini più consone all’appartenenza a una espressione geografica condannata a prestarsi a fornire eserciti di schiavi contenti e assoggettati.

La prima rivelazione molesta l’hanno avuta con le amministrative, che li hanno straniti con la crudele novella che in tanti non avevano votato, che in tanti avevano votato ma non avevano scelto i loro pretendenti, preferendo sconosciuti con qualche difetto a tristemente noti. Anche solo per il piacere di vedere nei talkshow i loro ghigni smarriti, i loro ceffi schiumanti di rabbia, le loro mutrie inacidite dall’insuccesso.

Poi, ecco, la tremenda epifania, quella vittoria del No  plasticamente interpretata da chi si vedeva costretto ad auto-detronizzarsi: non credevo mi odiassero tanto.

Deve essere stata amara la sorpresa, costata il ritrarsi dietro le quinte del primo attore costretto a manovrare e tirare i fili senza i fasti del palcoscenico, le lacrime acri delle sue comprimarie e amorose punite perfino da adoranti delle quote rose folgorate dalla loro proterva e ferina crudeltà, gli aspri rimproveri di vecchi e irriducibili registi, riottosi a lasciare lo scettro.

Il dolore per dover cedere qualche rendita, per dover rinunciare a qualche privilegio, per dover scendere da qualche sfarzoso aereo di stato, si è combinato con l’angustia di misurarsi con lo scontento, l’antipatia, il risentimento. E con lo spiacevole disvelamento di aver sottovalutato quella plebe credulona e svagata che pensavano di aver preso per i fondelli, costringendola a rinunce, abiure, piegandola con intimidazioni e ricatti, senza regalarle nemmeno un’illusione, un sogno, una speranza, diventati definitivamente esclusive e monopoli loro, dei potenti e dei potentucci della loro cerchia, collegati a appartenenza, ubbidienza, fidelizzazione. Appannaggi riservati come esigono debbano diventare la rete, il web tramite le irrinunciabili appendici di Iphone, Fb e Tweet, custoditi da solerti autorità in modo che siano solo loro, strumenti di comunicazione, propaganda, pubblicità dell’unico odio permesso, quello istituzionale, parlamentare, governativo da esercitare perfino con leggi, riforme, censure e limitazioni necessarie.

Sono così intrisi di odio per noi – secondo le regole di quella lotta di classe alla rovescia che assimila ai pericolosi antagonisti i poveri locali e stranieri, i beni comuni per la loro natura di ricchezze collettive, l’interesse generale che ha la stessa colpa di non premiare solo la nomenclatura, la bellezza e il paesaggio del quale nemmeno sanno  godere se non porta profitti – che sono intolleranti alla sua somministrazione seppure in dose omeopatiche, come hanno imparato a fare i despoti e i tiranni di tutti i tempi. Compreso quello apparentemente da operetta, quel  loro riferimento più vicino,   che ha inventato il partito dell’Amore dimostrando una sua superiorità rispetto ai suoi inadeguati eredi, che al posto di una reazione di “buoni sentimenti” padronali,  hanno scelto di orchestrare una campagna di cattiveria, denigrazione, disprezzo da condurre con l’aiuto di notabilati della conservazione e di media che si sono messi il bavaglio da soli e aspirano a chiudere bocca e occhi anche agli altri.

E giù tutti insieme a combattere l’odio sul web, a cominciare dal ministro della Giustizia che dovrebbe decadere fosse solo per abuso, sui social veicoli di risentimento, dal presidente impagliato e dalla presidenta  sceriffa pronta a mettere su il suo tribunale virtuale per farsi giustizia da sé, dall’ineffabile authority prodiga di chiavistelli per chiudere in armadio scheletri potenti a partire dai suoi, schierati unanimemente per fare della critica una colpa perseguibile, dell’opposizione un crimine castigabile e dell’informazione un delitto da tacitare con ogni mezzo.

Hanno cominciato loro coltivando inimicizia tra affini, il sospetto nei confronti di chi non ci assomiglia, la paura del nero e del giallo, il rancore tra generazioni, l’invidia per chi sta sopra, per chi sta a fianco e anche per chi sta più sotto, reo di non aver nulla da perdere. Hanno promulgato leggi razziste, misure perché l’unica uguaglianza consista nello stare tutti peggio, o perché l’unico diritto sia alla paga e alla fatica. E vogliono toglierci anche l’unica libertà rimasta, quella di lamentarsi.

È proprio ora di non starci più a essere odiati. Continuiamo a dire No.

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Media: monopolio delle bugie senza rete

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La stampa scende in campo per proteggere l’informazione veritiera contro manipolazioni e manomissioni. Stupidini, ma cosa avete capito? Mica si parla di autocritica, di applicazione tenace di codici deontologici, di rispetto dei doveri della professione giornalistica, no.  Le reprimende insieme alla manifesta volontà di imporre regole di comportamento vigilate da occhiute autorità di sorveglianza e controllo riguardano l’odiata rete, contesto nel quale di consuma e si sublima il male, la menzogna, la falsificazione e dove la polemica si trasforma in violenza e la critica in odio.

Troppo facile dire che si tratta della reazione comprensibile alla concorrenza sleale in materia di informazione artefatta, di ripetizione e amplificazione di bugie. Il fatto è invece che i media convenzionali sono così autoreferenziali per tradizione da sentirsi davvero investiti di un obbligo morale. Che non consiste nell’informarci, macché, bensì nel formarci, nell’orientare l’opinione pubblica, uniformandola secondo criteri di appartenenza e fidelizzazione all’ideologia e al pensiero corrente, quello del “regime”, assecondando e accreditando bugie, sostituendo la propaganda alla somministrazione di notizie e dati, la persuasione, nemmeno tanto occulta, all’analisi della realtà.

Così oggi il Corriere, nei cui confronti capita ormai di provare una delicata commiserazione che si riserva ai alle statue dei grandi abbattute e ai miti auto-infranti,  fa sua la perorazione del presidente dell’Antitrust per  la indilazionabile necessità di imporre un filtro per contrastare “le notizie false sul web”, gestito da soggetti terzi, istituzioni specializzate e indipendenti, perché il fatto che circolino “informazioni infondate non è un bene per la democrazia”. E non basterebbe “l’autoregolamentazione  come fa Facebook”, occorre proprio un’autorità abilitata a distinguere verità da menzogna e incaricata di “rimuovere” in tempo reale i contenuti falsi e lesivi. Insomma, pare di capire, serve l’ufficializzazione nell’antico istituto mai morto della censura insieme a quell’altro della repressione, e non solo virtuale.

Per una volta viene da essere d’accordo. La vorremmo anche noi una autorità “terza, autonoma e indipendente” contro le bugie e anche, potendo, contro le post verità (ne abbiamo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/11/20/laccademia-delle-post-cazzate/),  quelle che eroga  tutti i giorni  il rubinetto sempre aperto della fabbrica del falso, del raggiro e della mistificazione consumati molto spesso proprio grazie ai ripetitori della rete, abusati perché ritenuti ancora più effimeri di quella carta da giornale la cui traccia durava un giorno, pronta poi per incartare le scarpe quando ancora c‘erano i ciabattini e non imperavano i voucher.

Ci piacerebbe imporre delle sanzioni per chi manipola fatti e eventi, sostenuto proprio dai tradizionali “porta acqua”  dotati di memoria ancora più corta delle gambe delle loro bugie. Per chi dopo aver rivendicato la paternità del più infame degli attrezzi nella cassetta della rottamazione del lavoro, la rinnega che non li ha certo inventati lui, anzi si è assunto il compito di regolarne l’abuso. Vorremmo la gogna e non solo mediatica per chi pensava di turlupinarci  con la dfesa della democrazia tramite chiusura dell’inutile Cnel, meno funzionale dell’altrettanto superfluo Istat, incaricato istituzionale della adulterazione dei numeri  e delle statistiche in modo da dare alla plebe l’illusione che avrà diritto a mezzo pollo. Ci piacerebbero delle frustate e non simboliche per ministre reiterate con onore che si fregiano della loro ignoranza come virtù del politico, riconfermata, come loro d’altra parte, dalle bocciature dell’Alta Corte. O per quella che per difendersi dall’accusa di aver falsificato il curriculum, falsifica e offende il ruolo che si accinge a ricoprire, esaltando proprio come i cultori di Facebook, la scuola della vita rispetto a sapere, conoscenza e istruzione. O per chi soffia sulla paura per far divampare l’incendio della censura, della repressione, della ineluttabile limitazione delle libertà. O per chi si approfitta di credulità indotta da nuove miserie per favorire il gioco d’azzardo, a cominciare da quello bancario di dinastie improvvisate e feudi familiari che gestiscono fondi e azionariati criminali.

E sarebbe gradita una lunga detenzione per quelli che in conferenza stampa, missione pastorale, Twitter, Porta a Porta, comunicano la fine delle emergenze con periodica soddisfazione, annunciando rapide ricostruzioni, l’uscita dalla crisi, ripresa  delle produzioni, posti di lavoro, guarigioni miracolose dal cancro e da malattie altrettanto perniciose come il maturare una opinione libera, esprimere una critica, dare una informazione indipendente, mostrare una verità nascosta.

Speriamo che queste invece siano patologie contagiose e che la rete  le propaghi. Anche se non basta la verità disarmata quando loro possiedono tutte le armi, quelle della propaganda, quelle delle leggi promulgate per demolire la democrazia e immiserire la partecipazione, quelle del profitto dispiegate per legittimare guerra, sopraffazione, ruberia, quelle del mercato per persuadere che tutto e tutti sono merci da comprare e svendere, quelle della religione impugnate per dare copertura morale a sfruttamento, conformismo, oscurantismo.

La verità è come l’onestà, non basta, ma è necessaria. Non è sufficiente, ma senza non saremo mai liberi.

 


Comincia la battaglia per non entrare nel mondo di Orwell

1984-orwell-teleschermi_thumbIl 2016 è appena trascorso, ma nelle ultime settimane di vita ha dimostrato di essere un anno cruciale sotto molti punti di vista, un periodo di passaggio in cui è possibile scorgere in chiaro quel muoversi della storia che in precedenza si manteneva sotto traccia. In particolare è stato l’anno in cui l’informazione mainstream che nel libero occidente è di fatto in mano, assieme e in complicità con l’intrattenimento, a non più di una ventina di tycoon e gruppi fra loro collegati, ha mostrato i limiti del proprio potere. La narrazione si è rivelata meno ontologica della realtà, si è scoperto che le menzogne non sono “interpretazioni dei fatti”, ma solo e squallidamente bugie, che insomma la vita concreta delle persone, dei loro sogni e dei loro conflitti non può essere infinitamente giocata e plasmata da modelli culturali e relazionali imposti o inoculati, che essa è una sorta di a priori  e che non esistono solo apparenze sociali come vorrebbe un certo post modernismo filosofico che deriva da un Nietzsche deformato in salsa yankee .

Mi scuso per il breve siparietto semi filosofico che meriterebbe assai più spazio quale efficace dimostrazione di come i rapporti sociali divengano sistemi di idee funzionali al potere, ma sta di fatto che nel 2016  la narrazione ufficiale è stata pesantemente bastonata, che la natura orizzontale della rete, sebbene anch’essa dominata dall’alto, è riuscita a scompaginare il nascondimento delle notizie scomode, a stracciare il passaporto di credibilità di una enorme quantità di balle, a insinuare il dubbio sui nemici illusori di cui si servono le oligarchie occidentali per distrarre le persone dal terrorismo sociale di cui sono vittime. Insomma l’informazione quale altra faccia di un progetto sociale e politico di distruzione progressiva della democrazia ha fallito e si è dimostrata anche incapace di orientare in maniera decisiva il voto, come  attesta anche la straordinaria vittoria  del No.

Tuttavia  non si può certo sperare che il potere e i poteri non reagiscano, anzi c’è una virulenta controffensiva tendente a considerare post verità, falsità o frutto di odio tutto quello che non corrisponde alla verità ufficiale: l’Europa e le elite di comando nei singoli stati, dopo aver sdoganato l’idea di censura considerando l’informazione russa alla stessa stregua di quella dell’Isis, adesso stanno maturando l’idea di imbrigliare la rete stabilendo cosa si può e cosa non si può dire pena multe stratosferiche.Ne abbiamo avuto un assaggio nella poesiola di capodanno recitata dal capo dello Stato che di fatto pare meno libero di un terminale Ibm, ma già Pitruzzella capo dell’antitrust si è speso per proporre che la Ue crei un trust della verità. Davvero pare impossibile di dover sentire cose che si pensavano relegate nei libri di Orwell:   “La post-verità è uno dei motori del populismo ed è una minaccia che grava sulle nostre democrazie siamo a un bivio: dobbiamo scegliere se vogliamo lasciare Internet così com’è, un Far West, oppure se imporre regole in cui si tiene conto che la comunicazione è cambiata”.

Sono sicuro che Pitruzzella non saprebbe definire in maniera coerente il concetto di post verità che del resto è solo un’espressione senza contenuto, né spiefare il senso di parole che a un’analisi rigorosa sono completamente prive di senso, puro vaniloquio, ma non è importante chiedersi se i post sguatteri della post politica subalterna al potere  che non è mai post, abbiano una vaga idea di ciò che dicono, anche perché se l’avessero non sarebbero utili al servizio. Ma lo scopo è chiarissimo: normalizzare definitivamente le aree di libertà di espressione e informazione che sussistono lasciando spazio solo alle attività innocue, alle poesiole, ai gattini, alla cucina, allo sport. Singoli informatori e piccoli gruppi saranno costretti a chiudere la loro attività solo a fronte della minaccia incombente di sequestri e  multe: così imparano a dire che in Siria le cose vanno al contrario di quanto ci raccontano, che non c’è la ripresa, che l’occupazione cala e sale invece la precarietà, che il job act non è il balsamo ristoratore che viene propagandato. Quindi anche a questo bisogna reagire, sul piano politico ovviamente, su quello giudiziario, ma anche su quello tecnologico, visto che è assolutamente possibile dare molto filo da torcere ai mastini della post verità in molti modi, compreso quello di creare reti alternative in cui gli stessi utenti divengono fornitori dei servizi di rete a fronte di spese davvero minime. In questo contesto sarebbe fuori luogo parlare specificatamente di queste potenzialità in molti casi già presenti, ma è possibile che le potenti compagnie della rete di fronte al pericolo di perdere maree di utenti e di soldi finiscano per prendere a calci in culo i pitruzzella europei o che qualche rara testa pensante ancora reperibile sul continente si renda conto che le censure finiranno per danneggiare le capacità di controllo piuttosto che aumentarle.

Ad ogni buon conto bisogna prepararsi alla prossima battaglia.


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