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I palinsesti delle bugie

La-mAnna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche tempo fa una notizia è divampata sulla stampa e sui social accendendo il fuoco dello scandalo: un neomelodico – proprio come un qualsiasi Andreotti a proposito di Ambrosoli  – ha detto la sua  in un salotto del servizio pubblico, senza essere contestato o censurato dal bravo presentatore, sostenendo che  Borsellino (oggi ricorre l’anniversario del suo assassinio) se l’è cercata, ben sapendo a cosa andava incontro con le sue inchieste giudiziarie. Lo scalpore suscitato arriva ai piani alti della Rai e l’Ad Salini apre una inchiesta per risalire ai responsabili, che poi sarebbe lui stesso, che hanno invitato, ospitato e dato visibilità a “uno che scrive canzoni sullo zio ergastolano, boss al carcere duro per mafia” e oltraggia la memoria dei martiri assassinati dalla mafia. Ne avete saputo più niente?

Quello che secondo il suo ideatore (ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/06/12/malarealiti/ )  doveva essere il Truman show nostrano dell’informazione   ha continuato a andare in onda (credo che l’ultima puntata risalga all’altro ieri) con ascolti così bassi da giustificare il suo trasloco in seconda serata e la sua fine prematura ben più del clamore creato dallo scivolone e dagli ospiti provocatori e “riprovevoli”. E non si hanno informazioni sulla indagine promossa dai vertici.

Ieri Carola Rackete  è stata ascoltata dai magistrati di Agrigento, e ieri come oggi dei profughi arrivano sulle nostre coste e scompaiono nel silenzio delle nostra “accoglienza”  e dalla scena pubblica come è evaporato l’interesse di media e rete per i contendenti celebri.

Possiamo fiduciosamente aspettare che vengano dolcemente zittite le grida  in cirillico sui rubli di slavini con la stessa rapidità con cui è stato rimosso anche dalle brevi in cronaca il volto del riccioluto putto fiorentino Lotti, o come sono state resettate le gesta della dinastia Renzi.

Si tratta di una delle modalità con le quali l’instancabile fabbrica della menzogna e della manipolazione e i suoi house organ produce e confeziona la sua informazione. Se ne aggiunge un altro ultimamente: una  doverosa e pudica coltre di segretezza è stata stesa dalla magistratura – della quale abbiamo imparato a conoscere una certa indole a dividere i risultati della sua attività anche in fase di cantieri aperti, con amici della stampa, offrendo intercettazioni pruriginose – volta a per tutelare minori e famiglie. adesso però stampa e social sono pieni di allusioni, avvertimenti trasversali nei quali non si fa menzione dell’inchiesta, non si informa sullo stato dell’arte, perchè l’attenzione delle due solite tifoserie è rivolta alla condanna o al plauso ben collocata nella spirale di silenzio nella quale si sono avvitati investigatori, organi di controllo,  commentatori, tutti condannati per aver detto o non detto, sospettato o nascosto, sibilato indiscrezioni per colpire l’avversario, manomesso i fatti per discolparsi.

L’unico effetto certo ad ora è che su quell’orrore è operativa l’autocensura, grazie alla quale – proprio come per altre vittime – non sappiamo nulla della condizione e della sorte che attende i soggetti colpiti, quelli più esposti e vulnerabili, nemmeno di quello che aspetta i sospettati carnefici. E scompare dalla scena anche quella categoria di attori, sostituti dell’azione di  vigilanza e assistenza assegnata allo Stato, e che dallo stato dovrebbe essere regolata e verificata e che non è eccessivo ormai definire una lobby intoccabile di nuovi sacerdoti che officiano le relazioni personali: psicologi, mediatori familiari, consulenti, coach sui quali pare non sia più lecito sollevare dubbi, come accade per il terzo settore, compreso quello di Imperia, ma come avviene ormai anche per collaudatori di ponti, ingegneri idraulici, periti, sismologi e clinici.

Così la vera notizia di questi giorni è la non-notizia, l’informazione che vine offerta al pubblico verte su quello che non si dice, non si fa sapere, non si vuole sapere, in un serrato confronto di avvertimenti trasversali, insinuazioni, sospetti, ammiccamenti e allusioni.

L’industria della menzogna sviluppa i suoi brand in molti modi tradizionali: taglia la verità, mutilandola e conservando solo quello che conviene, la capovolge dando voce solo ad una parte, o estrapolando e esaltando un contenuto (è un’abitudine molto seguita dai nostri giornaloni che sanno bene che il pubblico si sofferma sul titolo e si stanca di leggere tutto l’articolo), la sottopone a benevoli maquillage omettendo particolari molesti, grazie all’esercizio dell’eufemismo perfino in caso di guerre convertite in necessarie azioni di aiuto umanitario, rafforzamento istituzionale e esportazione di democrazia. E poi la elude, quando i tromboni coprono il rumore di fondo dei problemi e dei bisogni, suonando l’allarme per mettere in guardia e chiamare a raccolta per contrastare il nemico appena confezionato o frutto di anni di preparazione, l’immigrato, il terrorista, il diverso, quello che ama, mangia, beve e crede in modo differente da noi. O la addomestica infilandola a forza dentro i canoni della leggerezza consumistica, della moda quando l’aiuto umanitario viene offerto sotto forma di vacanza esotica condita dalla pratica sul campo di tutela di specie che abbiamo provveduto finora e far estinguere, quando l’ambientalismo si realizza raccogliendo bottiglie sulla battigia, indossando la maglietta di uno dei tanti juke box ecologici foraggiati dalle aziende inquinanti, quando si sta nelle proprie comode case a fare il tifo per l’orco o l’eroina.

Ma soprattutto viene rimossa, perchè è scomoda per i potenti che hanno imparato a erogare solo i frammenti di quello che è utile far sapere, assoldando la stampa, creando situazioni di fidelizzazione e affiliazioni che abbiamo imparato a conoscere bene nel ventennio berlusconiano quando venivano denunciate da quelli che ne fruivano: ospitate in tv, pubblicazioni e libri in case editrici padronali,  inviti in luoghi esotici sotto forma di esibizione della trasparenza dei comportamenti, ma anche in un modo più subdolo del quale hanno beneficato penne celebrate, quello dell’elargizione in esclusiva di notizie, gossip, indiscrezioni e intercettazioni.

Tutto questo continua perchè da noi non servono i bavagli. basta un po’ di autocensura e il gioco è fatto. E non solo perchè ormai lo prevedono le regole deontologiche della professione giornalistica, perchè hanno finito per rispettarle anche i trombettieri e gli opinionisti della rete, ma perchè a tutti fa comodo favorire la dimenticanza delle responsabilità e l’aspirazione alla libertà, promuovere con l’oblio del tempo trascorso, il primato dell’immanenza, edulcorata o gridata a seconda del vento che tira, per rimuovere il futuro e contenere l’esercizio della speranza, dell’utopia e della possibile alternativa a quello che subiamo sotto anestesia,

 

 

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Assange non è che l’inizio

assange1Alcuni, anzi moltissimi, pensano che il caso Assange pur nella sua gravità rappresenti un’eccezione, cosi come eccezionale e unica nei suoi metodi è stata la sua pesca miracolosa di verità nascoste e di vergogne del potere. Insomma qualcosa che non li riguarda da vicino e non li coinvolga minimamente visto che sono lontani dalle fonti delle segrete cose: magari s’indignano un po’ per i pasticci giuridici messi in piedi per arrestarlo, ma poi si perdono nel labirinto di lana caprina della legittimità del segreto di stato e di tutto ciò che ne consegue. alla fine dimenticano perché è la strada più facile.  E’ un  gravissimo errore perché in realtà il martirio di Assange non è che l’inizio della fine per la libertà di stampa e di espressione, il primo esempio planetario di condanna al rogo, sia pure in forma “moderna”, perché nemmeno immaginate come l’arcaico, il primitivo e lo stupido ci tengano ad essere moderni e contemporanei.

Se volessimo cercare un esempio eccolo proprio nel Paese di origine di Assange e membro di Five eyes, ovvero l’alleanza anglofona di intelligence  che comprende Usa, Regno Unito, Australia , Canada e Nuova Zelanda, in poche parole il cuore dell’impero: non appena il fondatore di Wikileaks è finito in manette, il governo australiano ha cominciato la propria offensiva parallela cominciando i propri raid contro la stampa e il 4 giugno  la polizia federale ha fatto irruzione nella casa della giornalista Annika Smethurst con un mandato di perquisizione per il cellulare e il computer. Questa forma di pressione è stata esercitata a seguito di un articolo che utilizzava documenti e corrispondenze trapelate dal segretario alla Difesa e e dal capo del dipartimento degli affari interni per dare la lieta notizia che ai servizi di segreti era consentito spiare i propri cittadini. In più la documentazione rivelava che il segretario agli affari interni, Mike Pezzullo si era affidato per quest’opera non solo ai servizi austrialiani, ma anche a quelli dei “cinque occhi”, in soldoni aveva affidato agli Usa la sorveglianza della propria popolazione. Tuttavia il primo ministro interrogato al proposito non ha saputo fare altro che recitare il breviario dell’ottuso buon liberista: “L’Australia crede fermamente nella libertà di stampa e abbiamo regole e protezioni chiare per la libertà di stampa”. Si vede. 

Il giorno successivo l’emittente radiofonica Ben Fordham è stata contattata dal Dipartimento per gli Affari Interni per un servizio riguardo a un gruppo di sei barche piene di rifugiati che tentavano di raggiungere l’Australia. Gli è stato chiesto di rivelare le fonti da cui ha appreso la notizia perché pare che anche gli sbarchi di immigrati siano un segreto di stato. E se non rivelerà le sue fonti rischia la galera. Sempre nello stesso giorno la polizia federale ha fatto irruzione nella sede dell’Abc, Austrialian Broadcasting Corporation con un mandato verso due giornalisti e il direttore del notiziario colpevoli di aver realizzato e mandato in onda un servizio che ha mostrato prove di uccisioni  di uomini e bambini disarmati in Afghanistan da parte delle forze speciali dell’élite. Ha anche fornito ulteriori informazioni sul soldato australiano che ha tagliato le mani dai ribelli morti con il bisturi. Già questa censura a posteriori sarebbe vomitevole, ma la cosa inconcepibile è che la polizia federale ha avuto mandato di cancellare o alterare o riscrivere  tutta la documentazione in possesso dell’emittente, così come permette la legge anti spionaggio varata l’anno scorso. Insomma si tende non a nascondere i fatti non graditi, ma persino manipolare in maniera radicale le fonti, cosa che nemmeno a Orwell era venuta in mente

E’ fin troppo chiaro che queste leggi non riguardano affatto lo spionaggio in quanto tale, ma siano, ad imitazione di quanto è avvenuto negli Usa a cominciare dal patriot act, dei veri strumenti liberticidi che in sostanza consentono con la scusa della sicurezza nazionale di silenziare qualsiasi notizia che non piaccia al potere: non importa che l’evento in sé abbia una qualunque rilevanza da questo punto di vista, basta solo che esso non provenga da fonti ufficiali. Si è cominciato con le fake news, ma se non basta ci sono i servizi e la polizia: evidentemente le elites di comando vogliono stringere il cappio sentendo arrivare la tempesta. 


Ultime dall’Europa: la privacy come strumento di censura

Lettera_Verificata_dalla_CensuraOggi avrei voluto occuparmi di altro e in particolare della natura complessa ed elusiva del complottismo come dell’anticomplottismo in occasione dell’ultima auto celebrazione Usa dello sbarco sulla Luna perpetrata mediante film al festival di Venezia e della sua contestazione tramite America Moon.  Ma una missiva di Google mi induce invece a parlare del lager Europa e della sempre minore libertà di informazione raggiunta a forza di leggi e regolamenti, spacciati come pietre miliari di libertà. Dunque mi giunge questa mail nella quale mi dice:

“A seguito di una richiesta presentata ai sensi della legge europea per la protezione dei dati, Google non può più mostrare una o più pagine del tuo sito nei risultati della Ricerca Google. Questo vale soltanto per le risposte ad alcune query di ricerca relative a nomi o altri dati personali che potrebbero essere mostrati nelle pagine del tuo sito. Sono interessati soltanto i risultati delle versioni europee di Google.

Non possiamo rendere pubbliche le query che sono state interessate. In molti casi, le query interessate non riguardano nomi di persone menzionati in una posizione di primo piano della pagina. Ad esempio, i nomi potrebbero essere presenti soltanto in una sezione di commenti.”

Il tutto si riferisce a un post di oltre un anno fa dal titolo Baruffe chiozzotte  che si occupava di uno dei caso di ordinario fascismo di questo Paese provocando la reazione della vasta rete di soccorso nero che impesta lo stivale. Ora poco male, non è come se avessero fatto lo sgambetto a Mosè mentre scendeva con le tavole della legge, è soltanto una cosa microscopica che tuttavia rivela quali agenti patogeni siano cresciuti nel terreno di coltura dell’Europa oligarchica. In sostanza infatti uno o più individui che rimangono completamente anonimi possono ostacolare la diffusione di una notizia o di un’opinione, senza che se ne conosca il motivo e magari a causa di un commento e non del post in se stesso. Si tratta della prima forma conosciuta di censura incondizionata nella quale non è possibile sapere né  chi la richiede, né quali sono i contenuti sulla quale si esercita, né tanto meno i motivi per i quali la si richiede: sfugge perciò a qualsiasi forma di giudizio legale ed è dunque palesemente illegale almeno in uno stato di diritto, quello peraltro di cui si riempiono la bocca gli europeisti a tutti i costi, specie se i costi riguardano gli altri. Questo è possibile per un fatto apparentemente formale visto che non viene bloccato il contenuto, ma semplicemente se ne impedisce l’indicizzazione e dunque  se ne boicotta la diffusione e la citazione. Si tratta di due aspetti che nella rete coincidono ampiamente, in maniera non sostanzialmente diversa da ciò che accade sui media tradizionali e dunque la forma diventa sostanza.

Così nei casi minimi come questo si evita la querela che, sia pure con i caratteri di straordinario anacronismo che ha in Italia, richiede quanto meno l’uscita dall’anonimato da grande fratello costruito dalle regole europee e spacciato in maniera indecorosa come privacy.  Magari presenta anche qualche rischio oltre che qualche spesa. Ma se cominciamo a parlare di realtà molto più grandi e incisive della rete ci si rende conto che il pretesto della privatezza alla quale le lobby di Bruxelles hanno messo mano  per infinocchiare meglio i consumatori e avere uno strumento più efficace di controllo dell’informazione, ci si rende conto che tutto questo soprattutto a marginalizzare dal flusso informativo tutto ciò che è scomodo: basta che un tizio qualunque lo richieda o che un troll faccia dei commenti proprio per sortire questo effetto e l’impatto di una notizia viene decimato. Tanto più che le multinazionali della rete agiscono alla cieca, anche se lo volessero non sarebbero in grado di esercitare alcun controllo preventivo sulle richieste di rimozione a meno di non assumere decine di migliaia di persone: lo dimostra il caso di questo mio pezzullo dove vengono citati solo Mussolini e Graziani e  dunque non è in gioco alcuna privacy, sono in gioco semmai il buon gusto e l’intelligenza che notoriamente non hanno lunga vita nei buchi neri.

A dire la verità in un commento al pezzo compare anche il nome dell’ineffabile signora Boldrini. quella del senatore Pittella tuttavia non citato per nome, immortalato in un comizio a Kiev tra le bandiere naziste e Matteo Renzi , perciò si può supporre che il tutto vada attribuito ai cani da guardia di costoro, purtroppo pagati dai cittadini, i quali vogliono consegnare all’oblio un modesto post su una vicenda curiosa ma marginale, che tuttavia si oppone al dilagare delle varie ricostituzioni fasciste. Trattandosi di personaggi pubblici di cui non si dice altro che quello che fanno e dicono in pubblico, non dovrebbero ricadere sotto la tagliola, Ma tutto è più che in linea con il livello di questi personaggi e dell’Europa.


Europa: la libertà si ferma alle foto dei gattini

uid_12ee86e7da5Oggi il Parlamento europeo avrà modo di mostrare in modo esemplare il proprio livello di intelligenza, il senso di libertà a cui si ispira e la sua ragione d’essere rispetto ai parlamenti nazionali: dovrà infatti votare una direttiva elaborata dal Comitato Affari Legali del Parlamento Europeo, che costituisce uno dei fondamentali passaggi per chiudere la bocca alla gente e togliergli quella libertà di espressione che sostanzia la democrazia; si tratta infatti in pratica di chiudere la rete ad ogni apporto che non venga da fonti ufficialmente riconosciute, ovvero dall’informazione e comunicazione mainstream, rendendo pressoché impossibile e azzardato fare informazione in rete e permettere che qualcuno ne fruisca.

Come tutti gli infingardi e i servi sciocchi questo onorevole “comitato d’affari” non si azzarda a negare tout court un diritto perché sarebbe davvero troppo persino per i ordini laici del culto europeo, lo rende semplicemente indisponibile per chi va oltre le foto dei gattini e lo fa attraverso un’ apparente difesa del copyright cioè attraverso il coté  commerciale a affaristico del vecchio e buon diritto d’autore. In sostanza si stabilisce che gli editori possano chiedere un pagamento non solo per la condivisione integrale di una notizia, ma anche semplicemente per una citazione di poche parole della stessa o per un link ad essa. Quindi diventa più che mai evidente che niente sarà come prima non solo per i siti di aggregazione, non solo per imprese come Wikipedia che è infatti rimane oscurata per protesta, non solo per i blogger, ma anche i singoli che vogliano postare sui social una frase del tale o del talaltro e che si potrebbero trovare a violare un copyright senza nemmeno rendersene conto.  Naturalmente questo andrà a tutto vantaggio dei troll e degli influencer legati al potere che avrebbero una maggiore agibilità e copertura nella loro opera.  Insomma, per sintetizzare all’estremo, l’interesse, il denaro viene preposto alla libertà, una cosa che è ormai tipica delle istituzioni europee totalmente in mano alle lobby.

La cosa è ancora più grave perché la sorveglianza non è lasciata ai titolari dei diritti di diffusione commerciale che di certo non potrebbero mai controllare tutto, ma alle piattaforme sulle quali vengono ospitati i contenuti. Ovviamente il controllo, visti i numeri, non potrebbe mai essere effettuato da persone, ma verrà fatalmente affidato a filtri di censura preventiva e automatica, che escluderà ciò che un algoritmo a torto o a ragione considererà violazione del copyright, sia essa un testo, una citazione, un link, un’immagine, un brano musicale, un disegno, insomma qualsiasi cosa.  E tanto per completare l’opera non sono previste penali per chi dichiara truffaldinamente un proprio copyright anche se questo atto fa chiudere un sito o fa escludere dalla rete dei contributi: questa inqualificabile stranezza che a prima vista potrebbe essere addebitata alla superficialità e alla cialtroneria intellettuale di chi l’ha pensata e sottoscritta, ci porta invece al senso vero della direttiva che oltre ad essere un assist agli editori, è probabilmente quella di permettere un tale arbitrio della censura da circondare e fare deperire l’informazione non ufficiale.

Chi immaginava uno spazio comune di di libertà si trova alle prese con uno spazio comune di censura e di negazione della libertà: il fatto che questa direttiva abbia suscitato sdegno tra le associazioni dei diritti civili, tra chi opera in rete, tra i padri di internet e in tutte i centinaia di centri interessati ai diritti di autore, dimostra dopotutto che l’Europa esiste non grazie alle sue istituzioni e alle sue oligarchie, ma nonostante queste.


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