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Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una convinzione stupida e pericolosa che viene sfoderata, come un’arma rivolta contro se stessi, la  ragione e le libertà, ogni volta che vogliono metterci un bavaglio, e che si esprime con un suo mantra che si ripete sempre uguale: tanto siamo tutti controllati, tracciati, analizzati, quindi che differenza fa?  mi scarico Immuni, mi compiaccio che al mio 65esimo compleanno la ditta di articoli sanitari con gli auguri mi invii l’offerta di pannoloni per adulti, e che, finita la  relazione decennale, Meetic mi mandi via mail l’offerta per un’iscrizione gratuita.  

Non avremmo dovuto e non dovremmo permetterlo:   è così che i detentori della sorveglianza sanno tutto di noi, mentre noi non sappiamo nulla di loro, che possiedono la proprietà dei nostri consumi, dei nostri desideri e delle nostre inclinazioni.

E ci guadagnano perché all’ordine economico e finanziario mondiale è stato consentito di sfruttare ogni nostro comportamento e ogni nostra azione sotto forma di “dati”, per sostenere così le nuove forme di controllo e ordine sociale che vanno sotto il nome di ordoliberismo, quando cioè il mercato, le multinazionali, le banche e i  loro interessi sono ai posti di comando e lo Stato, che ha perso gran parte della sua sovranità, si incarica di  creare le condizioni   per le quali il loro dominio si possa esprimere senza ostacoli.

Così è vero che siamo tutti sotto osservazione da quando questo è diventato il brand di Google – e poi di Microsoft, Apple, Facebook e le grandi imprese del digitale –  che grazie all’occupazione delle esistenze dei naviganti e perfino del loro immaginario si è arricchito vendendo queste informazioni in modo da declinare la sua “proposta su misura” per ogni singolo utente, riuscendo a controllare le sue azioni e prevedendo i suoi comportamenti e le sue scelte sulla base di quelle già fatte, e facendoci diventare strumenti e merci del business di altri. Semmai la novità consiste della legittimazione che diamo e nella legalizzazione di questi fenomeni che facevano già parte della nostra vita che abbiamo accettato, introiettato come incontrastabili.

 Di questi tempi poi, si sono avverate le profezie di chi prevedeva che un accadimento eccezionale avrebbe convinto di buon grado stati e governi della necessità di adottare norme e pratiche  per regolare la vita biologica degli individui nelle sue diverse fasi e nei suoi molteplici ambiti (sessualità, salute, cure, riproduzione, morte, relazioni affettive e sociali).

In forma volontaria o assecondata, sotto la minaccia di sanzioni o per una moral suasion che richiamava a alte responsabilità nei confronti della tutela nostra e degli altri,  abbiamo approvato, o acconsentito,  e applicato misure di distanza fisica, di limitazione sociale, delle quali si è dichiarata la obbligatorietà per il rispetto di un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione, che per l’eccezionalità del momento, diventava unico e primario, imponendo la rinuncia a altri a cominciare da quello all’istruzione, o alla privacy, alla cui abdicazione siamo stati “invitati” con ogni mezzo.

Per mesi ci è stato spiegato in ogni sede che si rendeva necessario che le forze dell’ordine civili o militari agissero per controllare, vigilare e reprimere le trasgressioni, per via di considerazioni di carattere antropologico: saremmo un popolo infantile che ha bisogno della carota ma soprattutto del bastone altrimenti ci diamo a comportamenti incivili e a manifestazioni sociopatiche. 

Per mesi la normalità dello stato di eccezione è consistita dallo spostamento ideologico e psicologico del concetto di “ordine pubblico” in “ordine sanitario”, attraverso una serie di regole confuse quanto rigide, contraddittorie quanto inflessibili, imposte da autorità di governo e tecniche che avevano scavalcato e aggirato tutti i paletti del processo decisionale parlamentare, con la promulgazione di provvedimenti d’urgenza e con una comunicazione che via via perdeva reputazione e credibilità scientifica e organizzativa, per l’accumularsi di informazioni incoerenti, dati,  comandi  e ricette contrastanti frutto dell’occupazione militare della scena politica da parte di sacerdoti delle discipline mediche, convertiti in opinionisti senza diritto di replica e verifica dell’efficacia, imponendo un quotidiano atto di fede rivolto ai bramini della virologia e ai satrapi della disciplina proverbialmente inesatta: la Statistica.

Il fatto è che l’opinione pubblica, quella che affiora e si afferma nel marasma di opinioni e credenze, è monopolio indiscusso di un ceto che è passato attraverso l’anomalia di questo periodo senza patire danni particolarmente pesanti, lo stesso che rivendica una superiorità culturale e sociale, quindi morale, e che ha prodotto i delatori dei comportamenti trasgressivi e che ora fanno da altoparlante della necessità di nuove restrizioni punitive di immigrati come di vacanzieri, perché comunque all’immunità e impunità confindustriale, alla sospensione di ogni critica e opposizione al governo, devono fare riscontro la colpevolizzazione e il castigo del popolo bue. Il che conferma il sospetto che nuove limitazioni, nuovi isolamenti di massa siano quasi desiderati da chi vuole estendere il controllo che accetta per sé in modo da delegare scelte difficili, da rimettere ad altri decisioni e responsabilità ad altri, esercitando una superiore vigilanza morale finalmente ancora una volta sul sofà, dopo  le brevi e dovute vacanze nella seconda casa, nella magione degli avi, nel relais scelto per l’osservanza della profilassi e dei principi di precauzione, negli anni passati mai richiesti come il lavaggio delle mani dopo la pipì.

Non hanno voce né ascolto i milioni di lavoratori delle attività essenziali che nel pieno della narrazione apocalittica sono stati “esposti” al rischio, quelli che costretti alle serrate oggi verificano che non c’è possibilità di ripristinare la quotidianità  già ardua del passato, quelli che nei mesi di domicilio coatto hanno speso i risparmi, quelli, e ce ne sono, che tentano di riaprire negozi, esercizi, e rimettere in funzione attività ancora in attesa degli aiuti, quelli che tengono giù la serranda contando sull’equivoco pudico che si tratti di chiusura per ferie.

E  intanto i predatori sono già pronti a acquisizioni a prezzo di saldo, di attività e garanzie, i manager del disastro si cimentano con nuovi asset,  dalle mascherine alla commercializzazione di mappe genetiche, dall’automazione nei luoghi di lavoro alla promozione del lavoro agile e della Dad, preliminari a una contrazione dei diritti e delle garanzie del lavoro, dai nuovi dispositivi di sorveglianza al comparto  della proprietà dei dati, e il governo invece fa ostensione di quelli di sempre: cantieri e turismo propedeutici alla trasformazione delle città in insediamenti del terziario, in centri direzionali per imprese globali e il territorio tutto in mega parco tematico, con i cittadini convertiti in inservienti, affittacamere e osti.

C’è da dire che l’accondiscendenza a tutte le forme concrete e virtuali di sorveglianza e controllo sociale durante l’emergenza e il suo prolungamento, è favorita, così come il consenso, l’obbedienza e l’autocensura nei confronti di processi decisionali dai quali i cittadini sono stati estromessi e con loro anche i loro rappresentanti, dal fatto che grazie alla propaganda di Dad, smartworking combinata con l’isolamento è stato favorito il solipsismo davanti al Pc,  l’offerta di dati e conoscenze erogate in forma apodittica e incontestabile, che si sono promossi l’emarginazione dalla democrazia  e il disorientamento. Quindi l’accettazione delle scelte e l’arrendevolezza a essere guardati, osservati, ispezionati.

Non consola che anche chi esercita il controllo, governo, apparato statale, sia a sua volta tenuto d’occhio dal potere economico che deve imporre i suoi modelli, i suoi padroni, i suoi strumenti: non a caso uno dei primi esiti della pandeconomia è l’incremento della “aziendalizzazione” del settore pubblico in attesa della totale privatizzazione: scuola, università, assistenza (e d’altra parte da anni abbiamo accettato perfino la definizione “azienda sanitaria”, con gli effetti che conosciamo).

E basta pensare ai condizionamenti obbligati per chi dovrebbe essere grato dell’elargizione di aiuti comunitari grazie a una paradossale partita di giro, subordinati al rispetto di comandi la cui esecuzione viene sottoposta a rigida vigilanza, a misure intimidatrici e repressive, a ricatti a norma di trattato, pena commissariamenti definitivi e retrocessione a “espressione geografica”.  


La museruola

musAnna Lombroso per il Simplicissimus

Cosa dovrebbero dire gli armeni, i rom e sinti, gli ebrei, i nativi americani. ( a proposito, non a caso,  la recente furia iconoclasta ha preferito non mettere al bando Ombre Rosse, che tanto ha contribuito alla leggenda della furia feroce dei pellerossa colonizzati da assassini e criminali, altrettanto crudeli sfuggiti alla giustizia di società civilizzate)?

Se ormai la loro lotta contro la menzogna che ha messo in dubbio persecuzioni, genocidi e annientamenti – oggetto tra l’altro di gerarchie e graduatorie mentre ognuna avrebbe diritto a essere considerata speciale e non ripetibile – adesso, che nelle schiere di Irving, Faurisson, Dodik, Bernard Lewis -e altri 68 storici americani impegnati a disinfettare la storia turca dalla macchia dello sterminio degli armeni-  vengono  arruolati con Trump e Orban, Salvini,   la Meloni, un cantante simil-lirico ospite fisso di Sanremo, cui finora era stata concessa pietosa considerazione per via di una grave handicap, anche  tutti quelli che sollevano obiezioni e esprimono perplessità nei confronti della declinazione  del neoliberismo in controllo etico- sanitario, grazie al credo imperante che paralizza ogni istinto, salvo quello di conservazione e ogni razionale esigenza di certezze.

Quest’ultima,  paradossalmente, contrastata proprio dagli scienziati, per i quali fondamento irrinunciabile dell’azione dovrebbe essere il dubbio, e dunque la ricerca continua per dissiparlo, che ci obbligano invece all’atto di fede cieco nella loro persona più che nella loro disciplina.

Succede  da quando i cittadini  vengono divisi  tra chi, i responsabili e rispettosi degli altri, è disposto a rinunciare a condizioni normali di vita, rapporti affettivi e sociali, lavoro, godimento di cultura e bellezza nei luoghi deputati, espressione di convinzioni politiche  religiose, sacrificandoli in nome del rischio di ammalarsi, e quelli, inconfessati frequentatore di crapule e ammucchiate perfino in siti istituzionali,  che ostentatamente non indossano la mascherina e probabilmente non si lavano le mani dopo la pipì in segno di aperta ribellione.

La  divisione a monte, sia pure poco dichiarata e ammessa, era già stata effettuata tra quelli che, secondo una inammissibile lotteria, venivano estratto per restare a casa, protetti dal rischio in virtù di una estrema applicazione del principio di precauzione, salvi, anche se minacciato da altri pericoli su cui veniva consigliato di soprassedere, perdita del lavoro postuma, svalutazione delle mansioni, riduzione delle remunerazioni, effettiva cancellazione del diritto all’istruzione.

Loro, i primi, esentati e ammessi solo virtualmente alla realtà che continuava a svolgersi fuori, animata dagli “altri”,  i sommersi, milioni di lavoratori addetti a attività essenziali, costretti quindi a affrontare l’azzardo del contagio su bus/ metro /uffici /officine/ grandi magazzini/ fabbriche, inizialmente apprezzati alla stregua degli angeli in camice, poi subito rimossi: pony inefficienti, operai manifestanti in assembramenti scriteriati, facchini in ritardo sulle consegne, pastai renitenti a produrre penne rigate, dei quali non conosciamo il destino perché stranamente esclusi dalle torve statistiche dei malati e dei decessi, compresi quelli abitualmente liquidati come  morti bianche, che ce ne sono state eccome.

Io personalmente la mascherina la indosso, perché non mi va di avviare contestazioni con custodi dell’ordine pubblico ormai incaricati della repressione dei popoli dell’apericena, della movida, dell’invasione del centro sgradita a Galli Della Loggia in quanto offensiva di profilassi e decoro, dei costruttori di castelli di sabbia e degli atleti del racchettone, ma anche per la stessa forma di rispetto che da laica, atea e agnostica riservo al credo degli altri, perfino quando assume la forma della superstizione.

Sono convinta che non svolga alcun servizio, così come la retorica dei vaccini mi pare che abbia assunto le forme della credulità apotropaica se dobbiamo dar retta al “revisionismo” della Fda americana che sta ripiegando sull’ipotesi di un prodotto che prevenga le malattie, non le infezioni, o alle preoccupazioni di quegli appartenenti alla comunità scientifica non completamente assorbiti dal pensiero unico riconducibile a Gates, che ricordano che  servirebbero agenti in grado di  proteggere dalle malattie, non necessariamente dalle infezioni, e che tra l’altro, in alcuni casi, morbillo o pertosse ad esempio, producono l’effetto di far sviluppare forme lievi del morbo da cui dovrebbero proteggere, diffondendolo a altri.

Eppure,  automaticamente, sono e sono stata arruolata nelle schiere di negazionisti e complottisti: è proprio questo il grande successo registrato dallo “stato di emergenza” del quale nessuno pare osi mettere in dubbio la necessità:  integrare a forza critica e obiezioni nel concerto di borborigmi, versacci, sberleffi , del berciare della destra che occupa giornali e rete incarnazioni del  pericolo n.1, annoverando ogni dubbio e perplessità negli infamanti copioni dei rovinologi irresponsabili e maleducati.

Per mesi in vigenza del lutto, si è stati fermamente e unanimemente richiamati all’obbligo della compostezza, del rinvio doveroso del giudizio, perfino nei confronti degli amministratori imbelli e corrotti, perché sarebbe stato contrario al bon ton del dolore condiviso sollevare sospetti e accuse,   catalogabili perfino come razzismo alla rovescia, Sud contro Nord.

Per mesi l’invito era quello di non disturbare il miglior manovratore che ci potesse capitare, sostenuto perfino da inusuali appelli di intellettuali, procrastinando il più elementare processo democratico, quello della critica per non parlare della partecipazione, al “dopo”, applicando il metro delle sardine, che  fa preferire il condizionamento  educato, la dolce pressione e la  repressione garbata, l’asservimento sorridente e bendisposto al padronato, perfino le firme in calce ai trattati con tiranni  sanguinari, se la penna correa appartiene all’esecutivo di successo, alle inopportune e irrazionale veemenza della “destra”.

Se avevate creduto che la fine della fase più dura e energica, con l’avvio del rilancio, della ricostruzione post bellica, sarebbe stato reintrodotto l’esercizio libero della critica, per non dire della possibilità di intervenire nelle scelte che ci riguardano, vi sbagliavate.

Ed è questo che fa capire che se complotto non c’è stato, la gestione del covid ha davvero prodotto una sospensione della democrazia e dei diritti costituzionali, da quello allo studio, a quello all’assistenza e cura, oggi interrotto nelle strutture pubbliche, da quello alla mobilità a quelli del lavoro.

Può darsi che abbiano ragione, tra i costituzionalisti che di volta in volta, come tira il vento, assumono o perdono prestigio, magari sostituiti dalla Boschi in barchetta,   che garantiva con lo smantellamento della Carta la vittoria sul cancro, quelli che dicono che non c’è stato oltraggio alla Costituzione, laddove prevede poteri e misure eccezionali in particolari condizioni di pericolo per la società.

Ma che condizione particolare può concedere a un governo di non dare assicurazioni sul ristabilimento delle prerogative che garantiscono per tutti l’accesso all’istruzione? Che condizione anomala può permettere la normalizzazione della demolizione delle conquiste del lavoro frutto di anni di lotte, per rispondere alle pretese padronali?

Che situazione di crisi, non certo inattesa, può imporci di essere grati e consentire  a un potere sovranazionale dominato da una élite esterna e ostile di mettere a disposizione in forma condizionata e controllata i nostri soldi, intervenendo sulle modalità di spesa e sulle scelte degli investimenti, fino a prevedere che la disobbedienza a criteri e requisiti obbligati possano determinare l’intervento commissariale sulla natura e composizione dei governi nazionali?

Che accadimento speciale può realizzare l’egemonia della rinuncia e del sacrificio, l’opportunità della resa ai comandi in cambio di una imitazione della sicurezza e della sopravvivenza, quando sovranità e competenza sulla spesa e sulle scelte che riguardano le nostre vite sono state cedute a fronte dell’appartenenza in veste di partner poco graditi e per niente affidabili a un contesto che ci  depreda e ci disprezza?

Non sarà che la mascherina ha davvero una indiscutibile efficacia e finalità, anzi due? bavaglio e museruola?


Ma dove vai se la pandemia non ce l’hai ?

mabifestazione FirenzeCi sarebbe una notizia: circa 12 mila persone si sono riunite sabato a Firenze, in piazza Santa Croce per protestare contro le violazioni costituzionali attuate dal governo con la scusa dell’epidemia di Covid. E anche contro il silenzio armato che si alza sui troppi angoli bui della gestione emergenziale a cominciare dal divieto di autopsia che è una delle più clamorose negazioni dei più elementari protocolli sanitari in caso di nuove malattie. Ma la notizia non è questa: la protesta è infatti più che comprensibile di fronte a inaccettabili compressioni della libertà, oltretutto ingiustificate dalle reali dimensioni del fenomeno e addirittura controproducenti anzi è un sollievo che qualcuno cominci a muoversi, che la società civile inizi a rispondere agli insulti costituzionali e che il muro di una paura del tutto irrazionale mostri ormai ampie crepe.   La notizia è invece che della manifestazione, pardon del pericoloso assembramento, come direbbero gli adepti del culto pandemico, non ci sia traccia sui giornali e sulle televisioni, quando fino a ieri anche la riunione di 10 persone costituiva uno scandalo.

Pensiamo solo a quanti servizi si sono sprecati per la manifestazione indetta dal generale Pappalardo con la partecipazione anche di Casa Poud: in quel caso si poteva maramaldeggiare sul folcloristico personaggio e sulla folla che lo seguiva, facendo apparire i contestatori come una frangia di perfetti irresponsabili con contorno di fascisti. In questo caso tale operazione non era possibile visto che alla testa della manifestazione e a parlare dal palco c’erano scienziati, medici, avvocati, fisici,  economisti, scrittori e divulgatori: quindi l’unica strada era ignorare totalmente l’avvenimento per timore che qualcuno dei dormienti si svegliasse dal sonno ipnotico. Proprio questa è la prova del nove che la messa in mora della Costituzione e della libertà dei cittadini, non è stata dovuta solo all’emergenza, ma è una tentazione costante della tecnocrazia che peraltro si ritrova pienamente nella gestione dittatoriale delle task force, così come nell’affidamento a Gualtieri di tutti i miliardi che dovremo ripagare a caro prezzo. Gualtieri che peraltro ha affermato di temere rivolte in autunno e che quindi fa pensare che il governo si stia preparando a rinnovare la paura cercando così di tenere di nuovo a casa gli italiani dopo l’estate. In questa situazione di caduta democratica più un governo è debole, insulso e privo di qualsiasi idea o dignità, più si appoggia sulla forza e sulla menzogna.

Non c’è alcun dubbio che l’esecutivo Conte sia stato miracolato dalla pandemia sulla quale ha costruito una narrazione apocalittica, ridicola quanto a sostanza, ma tragica quanto a manipolazioni, nascondimenti e diktat per nascondere la reale situazione della sanità. Dunque le manifestazioni come quella di Firenze sono viste come un pericoloso segno di risveglio del popolo e non potendole deridere o contestare – operazione pericolosa visti i numeri – vanno censurate. Un giorno che spero venga presto, che sarebbe bene fosse  domani, si dovrà mettere mano a questa informazione che se possibile è ancora meno libera che sotto il fascismo: una cosa è ricorrere ai cliché più banali per silenziare gli infedeli della grande pandemia onnipotente che sta in cielo e in terra, ma almeno dare la notizia; un’altra è il silenzio che rivela ancor meglio l’animus servile dei media.


Dalla sicurezza alla debolezza: cambia il marketing emotivo del sistema

coronavirus-690x362Il sistema neoliberista, messo di fronte alle sue contraddizioni in via di esplodere ha cambiato strategia di marketing: prima vendeva sicurezza preconfezionata per limitare le libertà, ma dopo che questo farmaco politico ha cominciato a dare assuefazione, si e messo a smerciare smarrimento e senso di debolezza. Non è che con la pandemia narrativa ha semplicemente alzato la posta, ha proprio mutato metodo passando dal vendere antidoti a smerciare malattia perché siano gli stessi sudditi a implorare aiuto e a liberarsi della democrazia. La natura del morbo ha ovviamente poco a che vedere con i virus che sono una semplice occasione, ma è sfuggente, vive sommersa dalla retorica del discorso pubblico e mostra  il livello del disastro antropologico creato dal pensiero unico: il fatto è che mentre fino due decenni fa  richiesta di sicurezza si riferiva alla protezione dalla violenza fisica, ora essa si estende alla “promozione del benessere emotivo”. E questo benessere  passa anche per la censura di posizioni e idee che contrastano con le proprie convinzioni o forse sarebbe più esatto dire con i decaloghi che sono stati  interiorizzati. Lo vediamo in questi giorni con il fastidio che molti esprimono nei confronti delle più elementari considerazioni razionali in merito alla pandemia, anzi man mano che i numeri la riportano a un costrutto mediatico, tanto più diventa intoccabile quasi che discutere e argomentare sia una vera e propria violenza. Ma lo si i può vedere ancor meglio nei moti in Usa a margine dei quali  centinaia di studenti progressisti hanno citato il loro personale senso di sicurezza come la ragione per cui chiedevano che fossero intraprese azioni punitive contro qualche altro individuo o entità che aveva offeso il loro pantheon di convinzioni antirazziste.

Modi di sentire che ovviamente sono tutt’altro che negativi, ma che lo diventano quando da idee e passioni si trasformano in rosario, segno di una drammatica caduta culturale. E infatti la censura e la distruzione di tutto ciò che storicamente riguarda lo schiavismo è in un certo senso un sottrarsi alla discussione e all’evoluzione: che si sappia  nessun gruppo ha contestato i rimasugli di schiavismo e razzismo ancora oggi presenti nelle legislazioni di molti stati americani. Questo che potrebbe sembrare un paradosso è invece la prova di un livello emotivo, difensivo e postpolitico della protesta la quale infatti non sfiora nemmeno da lontano una critica sociale al sistema e ipostatizza il razzismo come male, senza nemmeno metterlo in relazione al sistema di profitto e sfruttamento: qualcosa che ancora 40 anni fa sarebbe stato impossibile oggi invece è la norma.

E lo si è visto anche in Italia con le sardine che in fondo chiedevano di essere tenute al sicuro dai turbamenti emotivi della dialettica politica, di poter continuare le loro abitudini, lasciando ai cosiddetti tecnici, l’onere di dirigere le cose, di gestire l’esistente senza alcuna prospettiva di cambiamento e avendo in mente come tema problematico solo quello dell’agenda globalista, ovvero l’immigrazione a qualunque costo e a qualunque condizione, ma straordinariamente irrelata rispetto a qualsiasi discorso sociale e persino alle cause stesse delle migrazioni da rintracciarsi nei medesimi paradigmi di sfruttamento che poi suggeriscono l’accoglienza. Si rimane interdetti di fronte a questa “assenza” che alla fine ha dato i suoi frutti visto che nel giro di poche settimane i cosiddetti Stati democratici hanno sospeso le libertà fondamentali, hanno vietato alle persone di lasciare la propria casa e di partecipare a riunioni e manifestazioni, sotto la minaccia di multe o reclusione. L’istruzione obbligatoria è stata temporaneamente abolita, facendo temere per la sopravvivenza della scuola pubblica, milioni di persone sono stati private del lavoro e centinaia di migliaia di aziende sono state costrette a chiudere, la maggior parte per sempre. E tutto questo senza una reale o realistica ragione sanitaria, visto che le indicazioni epidemiologiche non hanno mai sostenuto, un “contenimento generalizzato obbligatorio” bensì sulla base delle  soluzioni pronte per l’uso formulate da potenti gruppi di pressione sulla scia dei piani concepiti  quindici anni prima, all’interno dell’amministrazione Bush, non come uno strumento di salute pubblica, ma per militarizzare la società americana in caso di attacco bioterroristico.

Eppure guai a turbare con obiezioni l’atarassia emotiva. Guai persino a dire che non ci saranno soldi gratis dall’Europa cosa più che mai evidente, messa per iscritto e assolutamente conseguente dai meccanismi scelti:  l’angoscia  di dover rivedere giudizi ormai fossilizzati è troppo forte almeno fino a quando non si è direttamente investiti dalle conseguenze. Un impulso a ripararsi dalle turbolenze emotive, addirittura invocando atteggiamenti censori tipici della destra estrema, è stato tematizzato nel 2018 in un libro del sociologo Jonathan Haidt e del costituzionalista Greg Lukianoff, entrambi di sinistra,  The Coddling of the American Mind, che potrebbe tradursi con il vizio o il rifugio americano in cui viene descritta la tendenza sempre più forte della popolazione colta a rinchiudersi  dentro zone emotivamente protette,  difese dalle mura del politicamente corretto e della neolingua. Il sottotitolo rende ancora meglio l’idea: “Come buone intenzioni e cattive idee stanno provocando il fallimento di una generazione”, una generazione sostanzialmente incapace o comunque non incline a impegnarsi con idee che la mettono a disagio, aprendo le porte a varie forme di autoritarismo . E almeno due di queste cattive idee che agiscono sottopelle  sono comuni anche sull’altra sponda dell’Atlantico:  fidati sempre dei tuoi sentimenti e la vita è una battaglia tra buoni e cattivi. Ma c’è anche una terza idea che spiega bene il cambiamento di strategia del sistema e che potrebbe essere sintetizzata con  “ciò che non ti uccide ti rende più debole”. Ed ecco perché ora il sistema non punta più sulla sicurezza, ma a ingigantire il senso di debolezza. e di isolamento.


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