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Coveni, Covidi, Covinsi

Imagoeconomica_1370779-scaledIn condizioni eccezionali ci si rende conto di quella normalità che di solito viene equivocata o che fa comodo non vedere: ha fatto scalpore la frase di Boris Johnson che ha detto agli inglesi “abituatevi a perdere i vostri cari”, una cosa che sembra aver scioccato l’intellighentia (si fa per dire) italica per il fatto che il leader inglese avrebbe dato la precedenza al pil invece che alla vita umana. Com’è facile immaginare questo è un voluto equivoco della stampa euro adorante, perché il senso della frase di Johnson era diverso ed esprimeva  l’opinione scientifica prevalente in Gran Bretagna, ma di fatto adottata in tutti i Paesi europei, salvo qualche eccezione mirata più che altro ad incassare benefici pubblici a fronte di una produzione largamente diminuita per ragioni economiche (vedi Volkswagen) secondo cui è praticamente impossibile fermare un contagio già ampiamente diffuso e che le mezze misure all’italiana grazie alle quali si vieta la vita sociale e civile, ma si esige quella lavorativa, si chiudono i negozi e si tengono aperti i supermercati servono a ben poco, magari a rallentare una diffusione che ci sarà comunque, col rischio però di rendere endemica la presenza del coronavirus .

Quella espressa dall’elite inglese è naturalmente un’opinione, seppure fondata, ma che va presa come tale perché a dire la verità di questo nuovo agente patogeno si sa ben poco: nessuno può dire se si esaurirà, se diventerà praticamente innocuo, se provocherà una immunità costante come le malattie virali esantematiche o muterà di tempo in tempo come i virus influenzali provocando sindromi più o meno simili, non abbiamo nemmeno un’idea precisa di quale sia il reale rapporto tra diffusione e mortalità, perché finora si ha solo un’idea della relazione fra i contagi accertati e casi di morte, il che non significa molto in una patologia che nell’85% dei casi accertati  è praticamente asintomatica, senza parlare poi dell’assoluta inaffidabilità dei test. Ma tralasciando tutto questo, anche se le parole di Johnson avessero il significato che è stato attribuito loro, dove sarebbe lo scandalo? Non sono forse decenni che i tagli alla sanità vengono perpetrati in nome del Pil  rendendolo  così preminente rispetto alla vita umana? Non sono forse decenni che gli scandalizzati di oggi agitano vigorosamente  il turibolo di fronte alle misure di austerità che hanno fatto carne di porco del diritto alla salute, ai trattati europei che le impongono e all’ideologia neo liberista che le tematizzano? Chissenefrega se magari queste condizioni causano alla fine la morte di molte più persone  rispetto al coronavirus. Davvero non capiscono di essere stati tutti Johnson in sedicesimo e che lo scandalo è solo il fatto che l’ipocrisia venga apertamente svelata? In realtà lo stato di eccezione instaurato in Italia deriva dalla necessità di contenere momentaneamente il contagio, in modo che una sanità ormai al lumicino, messa molto peggio che altrove,  non crolli definitivamente, anche se questo costerà immense fette di Pil e rischi pure di essere controproducente.

Ma c’è anche l’idea – in un periodo di marcescenza politica senza riscatto  – che lo stato di eccezione approntato per nascondere le magagne di vent’anni di disarmo sanitario e sociale, possa fare estremamente comodo per instaurare una sorta di fascismo del capitale, per permettere ai poteri economici di saccheggiare i risparmi e portarsi via ciò che resta dell’industria e infine impedire qualsiasi opposizione reale. Non è certo un caso se poche righe di Giorgio Agamben su Quodlibet nelle quali  il filosofo, partendo dai dati disponibili, parla di “invenzione di un’epidemia” in quanto pretesto per la militarizzazione del territorio e la messa in mora delle libertà costituzionali , abbia trovato una risposta isterica in Micromega, pubblicazione della Fiat e ormai rappresentante della sinistra alla Lapo Elkann, nella quale si accusa Agamben di delirare, attaccandosi, per questo giudizio così volgarmente tranchant,  al “valore della scienza”. Peccato che Le Scienze, pubblicazione appartenente allo stesso conglomerato editoriale, mostrino pienamente tutta la confusione e l’incertezza che esiste sul coronavirus e sulla cosiddetta pandemia. Almeno leggere prima ciò di cui parla, no? Ma è del tutto evidente che certi cortigiani sono stati punti sul vivo quando qualcuno di loro ha fatto notare che si usa la paura per fare accettare alla gente ciò che in condizioni normali non accetterebbe mai.Tra l’altro il noto decreto con cui si è imposta la cancellazione della vita pubblica e sociale , se nell’articolo 1 specifica tutte le fattispecie vietate, nell’articolo 2 fa riferimento ad “ulteriori misure” non specificate ( magari un bel prelievo forzoso sui conti correnti, come si comincia a mormorare) , il che porta tutto questo completamente al di fuori della Costituzione.  Se non c’è più il terrorismo adesso c’è il virus, il che ovviamente non vuole affatto dire che non esiste  il terrorismo o il Covid 19, ma che la loro rappresentazione pubblica e dunque la loro percezione  è orientata politicamente e geopoliticamente, un fattore essenziale che molti ignorano o vogliono ignorare.  Adesso il potere ha testato definitivamente che le persone impaurite sono disposte a rinunciare completamente alla loro libertà e quindi sarà facile mettere in piedi una emergenza di qualche tipo quando occorrerà.  Questa è la vera malattia che preannuncia un rimodellamento di sistema.


Eurovaticano, ovvero i trucchi del potere

140927223-aa1f2531-4d25-4c82-aef4-d34ce565da81E’ incredibile la reticenza dell stampa europeista nel parlare di Macron assediato dalla folla e letteralmente fuggito da un teatro, oppure della  marsigliese suonata dall’orchestra dell’Opera  in sciopero davanti a una marea di manifestanti, cosa evidentemente così scandalosa agli occhi degli informatori che un Tg ha mostrato al posto del video originale quello di una manifestazione a Beirut o ancora delle dimissioni di 1200 medici ospedalieri perché obbligati a distinguere fra pazienti “redditizi” e “non redditizi”. Fanno bene i media a nascondere o minimizzare queste notizie perché più va avanti  l’ondata di protesta contro la riforma delle pensioni in Francia, più chiaro emerge in superficie il fondo reazionario in cui è finito il progetto europeo, come la mota di un caffè alla turca. Ma d’altronde è il modo stesso, opaco  ingannevole con cui i poteri elitari e reazionari si sono impadroniti del potere, che rimanda all’ancien regime.

In Italia, per esempio, l’adesione ai trattati europei è avvenuta con le stesse modalità di inganno,  anticostituzionalità e rifiuto del’espressione popolare con cui la neonata repubblica si trovò a incorporare così com’era il concordato fascista col Vaticano. E quando dico fascista voglio esprimere una realtà più generale perché questi trattati la Chiesa li ha sempre stipulati esclusivamente con il potere più opaco: con Napoleone, con l’imperatore d’Austria, con Mussolini, con Salazar, con Hitler e con Franco. Immaginatevi dunque di inserire così com’era tutto questo apparato nella costituzione della Repubblica nata con la Resistenza: al di là del problema politico e del catastrofico errore di Togliatti nell’appoggiare questa operazione di compromesso storico ante litteram, vi erano proprio delle difficoltà di principio visto che il Concordato si apriva con un’invocazione alla santissima trinità e faceva continuamente riferimento allo Statuto Albertino, cioè a quella legge fondamentale che la Costituzione si apprestava a cambiare insieme alla forma Stato, passata da monarchia a repubbilca. Inoltre i Patti  Lateranensi firmati da Mussolini prevedevano che la religione cattolica fosse religione di Stato, mentre la Costituzione che si andava formando proclamava  l’uguaglianza dei credi religiosi. Come inserire nella Costituzione un articolo anticostituzionale? 

La trovata fu di considerare le normative del Concordato (inserite nell’articolo 7) una “fonte atipica dell’ordinamento”, cioè di qualcosa che ha meno forza delle disposizioni costituzionali, ma più forza delle leggi ordinarie, dunque per cambiarle il Parlamento non può agire unilateralmente, né possono essere sottoposte a referendum in quanto trattati con uno stato estero. Insomma si blindò la norma in maniera che non potesse essere toccata se non con  l’assenso del Vaticano cosa che avvenne solo nell’ 83 quando furono cambiati alcuni punti formali, senza tuttavia intaccare la sostanza ovvero una posizione di assoluto privilegio e un contributo finanziario che tra 8 per mille, esenzioni fiscali e prebende avarie arriva ai 10 miliardi . E’ facile vedere come il trucco usato per mantenere nella costituzione italiana il concordato fascista è in sostanza il medesimo che è stato adottato per introdurre una normativa europea, premiante rispetto alla legislazione nazionale, intoccabile in quanto trattato estero (sebbene lo spirito dell’Unione questo possa apparire estremamente  ambiguo ) e che tuttavia può benissimo essere inserita nel Costituzione ancorché faccia a pugni con essa. Se proprio è impossibile una qualche conciliazione, oppure si pensa di stringere il cappio con più forza allora il Parlamento preferisce cambiare la costituzione stessa, com’è avvenuto per quella follia del pareggio di bilancio.

Ma se la forma del pasticcio è simile, lo è anche la sostanza perché lo stesso spirito di conservazione che anima la chiesa cattolica è quella che informa Bruxelles, così come ci si trova di fronte alla medesima retorica che tenta di fare da velo al midollo di una concezione disuguale della società. E poco importa che si faccia riferimento a una qualche metafisica ultraterrena che rinvia la giustizia all’altro mondo o a una forma di panteismo economico che prescrive fin da subito il paradiso per pochi e l’inferno per molti perché in entrambi i casi si tratta solo e soltanto di potere, cambiano solo le giustificazioni. Ecco perché Bruxelles e Chiesa vanno a braccetto e si spalleggiano, ad onta del fatto che una certa sinistra neo liberista veda nelle religioni un ostacolo al pieno compimento del globalismo: sono simili anche per i meccanismi usati per interferire con il funzionamento della democrazia nei singoli Paesi. E forse non è un caso che quasi in sincronia con l’elezione di Macron sia diventato arcivescovo di Parigi e primate di Francia uno dei prelati più conservatori secondo una strategia papale che nomina i vescovi più in sintonia con il potere nelle varie aree del mondo secondo uno spirito concordatario globale e che nel caso particolare si presentava come fronte comune  antipopulista.


Bocche di rosa

wikitesti-enciclopedia-06Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’entra di sicuro Berlusconi nel processo che ha condotto alla sostituzione di Gramsci con De Andrè, alla normalizzazione di poeti maledetti collocati a corredo di micetti sui profili dei social. La più orecchiabile delle operette morali del cantautore genovese vive una nuova popolarità anche tra le quote rosa – che esultano perché un donna ha rotto il soffitto di cristallo, lei stessa lo ha rivendicato proprio come una qualsiasi nounadimeno, salendo all’autorevole soglio di presidente della Corte Costituzionale – benchè esalti la libertà sessuale sotto forma di amore a pagamento con ossi sottratti alla proprietà esclusiva di cagnette.

Il rinnovato consenso è effetto di quella rivincita dell’amore appunto, proprio come ai tempi del partito del cavaliere che lo contrapponeva all’odio appannaggio dei comunisti, e oggi esemplarmente incarnato da creature innocenti, energiche e dotate di quella leggerezza calviniana che le fa preferire ai cupi inquilini dei centri sociali e dei No Muos da un pubblico di mezza età pronto a abbandonare il tempo di una gita entro la porta il mouse, la tastiera e il telecomando che li aiuta a pensare di essere ancora classe privilegiata perché il fa eccedere a Netflix a poco più di 5 euro al mese, a militare sui social, a bannare chi non è d’accordo manco fossero degli odiatori seriali.

Perché c’è una frase del testo: si sa che la gente da buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio, che si riferisce a zitelle invelenite e inappagate, ovviamente per la mancanza di eros coniugale con annessa procreazione, che è diventata lo slogan da sbandierare contro chi continua, con la tenacia dei cretini che non vogliono cambiare casacca o dei rincoglioniti,  a pensare che tutto questo amore abbia come intento il contrasto all’unica forma di odio che la società non autorizza, quello di classe, perché è diventato proprietà e esercizio esclusivo di quella lotta  alla rovescia, quella di chi ha e vuole avere sempre di più ai danni di chi ha avuto poco e deve per destino, per nascita o per le regole dell’economia e del mercato assurte a leggi naturali, avere sempre meno.

È gente poco simpatica infatti, quella,  legata alla memoria del buon esempio dei partigiani che magari ha avuto in famiglia e intorno e che pensavano appunto che quella guerra che stavano conducendo anche con una buona dose di amore per chi sarebbe venuto dopo di loro e di odio per chi voleva condannarli a un futuro umiliante e umiliato, povero di beni, di istruzione, di dignità e bellezza, non era solo una lotta di liberazione da un invasore o da un regime che oltre all’olio di ricino aveva elargito lacrime e sangue, ma di liberazione dallo sfruttamento, dalla speculazione, dalla corruzione, quella delle mazzette e quella delle leggi promulgate per perpetuare privilegi, iniquità e differenze, e che ha dato vita a quella Costituzione che non piace a quella entità sovranazionale che pretende di comandarci imponendo la cessione della sovranità dello Stato e  del popolo, perché troppo intrisa di valori sovvertitori e socialisti, quelli appunto della Resistenza.

È gente che non ha il giusto appeal per essere invitata a un apericena, musona, in quanto frustrata e repressa perché avrebbe inanellato una catena di insuccessi e fallimenti, ben rappresentati dalle piazze semivuote nelle quali ha manifestato tetramente insieme a altrettanto mesti operai delocalizzati, precari ricattati, commesse dei supermercati che hanno strappato due ore a turni obbligatori anche la domenica e a Natale, a molesti nostalgici dell’articolo 18 che non gradiscono le nuove frontiere aperte dal Jobs Act, gente insomma affetta da negatività e disfattismo, sempre “contro” non solo contro Salvini, così invisa per il suo nichilismo da essere condannata a essere conferita nella  discarica del populismo e del sovranismo.

Si tratta di un target che a ben vedere si merita la penalizzazione inflitta da una modernità della quale non sa  godere i frutti, vuoi per poca ambizione, per scarse determinazione e spregiudicatezza, per ininfluenti protezioni, per censo e collocazione dinastica miserabili e per la poca attitudine a fidelizzarsi in organizzazioni che hanno saputo realizzare la compatibilità apparente degli interessi egemonici del ceto privilegiato e la sopravvivenza di una larga fascia impoverita sì, ma che ha conservato una “relativa agiatezza”, uno status che qualcuno ha chiamato condizione “signorile di massa”, che fa da contrasto, e dunque garanzia di superiorità,  rispetto a quella di alcuni milioni di immigrati e di italiani ridotti in miseria e semi schiavitù, che non hanno voce se non come vittime da esibire in occasioni pubbliche.

La loro eterna scontentezza merita l’isolamento se non gradiscono di dare la loro delega in bianco a soggetti competenti, se non sono gratificati dell’appartenenza a quelle cerchie di creativi dinamici e cosmopoliti, che sanno cogliere la sfida della modernità a suon di grandi opere e start up, di presenzialismo a grandi eventi, di master e Erasmus come parcheggi graditi per procrastinare responsabilità e impegno, di una libertà interpretata come la licenza concessa di organizzarsi percorso e orario delle consegne a  domicilio per Foodora.

Eh sì, sono pieni di acrimonia, soprattutto nei confronti dei giovani  costretti a guardare con trepidazione e fiducia a quelli come Macron che vogliono introdurre criteri di equità “intergenerazionale” per impedire che le risorse del sistema pensionistico maturate in anni di lavoro vadano a beneficio solo degli anziani, come dimostrano le meravigliose opportunità e le garanzie di sicurezza contro la precarietà offerte dalla Legge Fornero e dal Jobs Act in Italia.

Patetici avanzi dell’internazionalismo, non si accontentano di solidarizzare come altri più illuminati e selettivi, con chi manifesta a Hong Kong e in Iran, ma pure con chi è in piazza in Bolivia, in Cile, in Venezuela, con la sinistra antifascista in Ucraina e in Lettonia. E pure con i nigeriani di Firenze, colpiti da provvedimenti bipartisan di tutela della sicurezza minacciata da poveri neri e bianchi, applicati con entusiasmo dal sindaco sceriffo, con quelli di Rosarno, esclusi dai benefici dalle misure di contrasto intermittente  sul caporalato benedette dalla relatrice della Legge Fornero e pronuba degli “accordi” per Almaviva, pastori sardi, Gepin, con i veneziani che protestano per aver subito la corruzione e i furti a norma di legge, con chi ostinatamente si batte per non subire il ricatto della scelta tra posto o salute, con chi denuncia l’occupazione militare della sua terra e le svendite dei beni comuni.

Sono ostinati se ancora si chiedono: ma se l’obiettivo è far cantare Bella Ciao a tutti compresa Casa Pound bene accolta se fa atto di abiura, perché non siete venuti a intonarla in tutti questi anni con noi, che lo vedevamo bene il fascismo rimasto, presente e futuro?

 

 

 

 

 


Finché la Barca va

medusabozzettoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma ve li ricordate i giorni non  lontani,  quando venivano pudicamente definite “impopolari” quella misure di obbligatoria austerità ad alto contenuto educativo e pedagogico che dovevano riportare sulla retta via della severità la marmaglia che aveva voluto e avuto immeritatamente troppo.

Già allora altro non erano che intimidazioni e punizioni rivolte contro il popolo, solo che adesso  che  il rigore ha preso la forma di onorevoli compromessi, accettati da tutti di buon grado come atti di incrollabile fede cieca nell’Europa, si sono arricchiti di una loro nobiltà  dovendo contrastare sovranismo e populismo, il primo anche nella qualità di riluttanza a dare in cessione poteri e competenze dello Stato, il secondo che si manifesterebbe con riottosi malumori nei confronti  di un ceto dirigente che ha disatteso le aspettative di benessere a lungo promesse.

Si muove così la destra, quella davvero interessata a stabilire l’eclissi della sinistra, a dimostrare che la lotta di classe è finita per lasciare il posto a contenziosi tra organizzazioni e “aziende”, tra differenti comportamenti, inclinazioni, modi della comunicazione, gusti, compresi quelli musicali. E che si afferma interpretando le convinzioni e le aspettative di chi vive e ancora sopravvive ai piani alti ma anche di chi ha perso beni e risorse, ma di persuade di goderne ancora perché resta beneficiario dello stile di vita e dell’ordine sociale liberale e liberista, si riconosce nella narrazione progressista perché è fautrice della libertà, purché sia quella formale e personale, ha davanti un piatto semivuoto ma si appaga delle spezie del riconoscimento e dell’ammissione delle “diversità”, ha rinunciato alle pretese di uguaglianza per accontentarsi dell’emancipazione e del confronto con chi sta peggio, subito declassato a ignorante, inadeguato e immeritevole.

Adesso ha anche la sua base, osannata dalla stampa e vezzeggiata dai rappresentati di vari potentati che seguono con occhi incantati e luccicanti di fervida indulgenza le gesta dei loro delfini, e che non occorre sia elettorale tanto finisce per accodarsi alle file dei votanti per il male minore, dimenticando che si tratta comunque di un male, soprattutto adesso che l’urna appartiene alla liturgia delle ceneri democratiche, nella prospettiva che vengano selezionati e circoscritti i target degli aventi diritto secondo criteri relativi all’istruzione, all’età, al censo, alla localizzazione geografica e magari al colore degli occhi e della carnagione.

E ha i suoi maître à penser, stilnovisti contro beceri, educati contro bifolchi, incliti contro incolti, osservatori entusiasti di tutto quello che si muove sotto le fronde della quercia dell’ecologia del politicamente corretto,  forti della coscienza di essere moralmente superiori, aperti al nuovo e all’altro, lungimiranti, cosmopoliti, e quindi critici malevoli – ma è giusto così e non si potrebbe fare altrimenti – di quella plebaglia indistinta che si agita tra i fori cadenti – che non ci sono più fucine stridenti e i solchi si bagnano soprattutto del sudore di immigrati e precari senza diritto di parola . che rimprovera loro la pretesa di innocenza a fronte della indifferenza sussiegosa mostrata davanti alla cancellazione dal lavoro dei suoi valori e dei suoi diritti,  al sacco del territorio, al degrado della sanità, all’oltraggio perpetrato nei confronti dell’istruzione pubblica, alla svendita del patrimonio pubblico e dell’industria nazione, al dirottamento degli investimenti dalla manutenzione dei beni comuni, dall’impegno sulla ricerca e la formazione, verso il salvataggio di banche criminali e la corsa agli armamenti.

Ieri mi sono imbattuta in due di loro, ambedue figli celebrati di autorevoli padri. Uno è quel Fabrizio Barca, noto per la sua ossessione per il Progresso tanto da volere che tutto diventasse smart, la Costituzione, il Parlamento, le città, i siti archeologici a cominciare da Pompei dove la luce modernità avrebbe potuto illuminare il degrado e l’abbandono, come d’altra parte si vorrebbe fare in ogni angolo del nostro sventurato Paese, e pure i partiti, tanto che gli si deve una visita pastorale e ossianica nei luoghi della memoria del Pd, circoli e sezioni, per stabilirne la fine ingloriosa e mettere mano a altro movimento, un Forum Disuguaglianze e Diversità,  per strutturarsi sui territori e “costruire ponti tra culture differenti che si ritrovano nell’articolo 3 della Costituzione”  e combinando “le conoscenze dei mondi della ricerca e della cittadinanza attiva”, proprio come un Calenda qualsiasi,  cui i cassamortari dell’impresa di Zingaretti guardano con  invidia.

Dalle pagine di Micromega intervistato da Russo Spena che si arrabatta come può per dimostrare la sua esistenza in vita, ci ammonisce: basta con la sinistra moderata,  serve radicalità per battere Salvini. Come dire che per battere la destra cattiva serve quella buona, quella che per radice grammaticale evoca la Bonino e il suo proselitismo europeista, perché serve pensare a aggiustamenti e accorgimenti per modernizzare, aggiornare e dare appeal all’indiscusso e imprescindibile sistema capitalistico dettando quelle “mission di indirizzo del quale ha bisogno”,  imponendo una cultura che veda “la giustizia ambientale e sociale come i veicoli dello sviluppo”, dettano regole “per le imprese migliori, innovative, che non pagano salari di fame, che non scaricano sul lavoro la volatilità del mercato” rispondendo alle “sfide della gig economy, del precariato diffuso, dell’uso dell’intelligenza artificiale“. Per riassumere, la proposta è quella solita, lo dice il cognome stesso, visto che si starebbe tutti “sulla stessa barca”, tant’è scegliere il “compromesso di classe”, convertire il conflitto in cooperazione, ammansire l’avidità e la ferocia neoliberista con la poetica dello Stato padre e – quando ci vuole – padrone.

L’altro, anche lui intervistato dall’inossidabile Luca Telese in forma di  agile volumetto sul Turbopopulismo in aperta concorrenza con gli slogan di Bauman, è Marco Revelli che  ci somministra edificanti memoriette degli anni giovanili dalle quali apprendiamo che il popolo lui lo ha conosciuto da fanciullo e poi ha imparato via via a diagnosticarne le virtù trasformatesi, lascia intendere, in vizi, dalla ribellione dei soldati mandati al macello, dalla partecipazione alla Resistenza, dalla volontà di riscatto e affermazione sociale del dopoguerra alle esuberanze dei residenti di quelle geografie leghiste che con meticolosità  da anatomopatologo analizza nelle sue mappe sociologiche.

A tutti e due proprio non va giù che il popolo ingrato e incollerito non li stia a sentire, non li veda e non li segua in veste di avanguardia illuminata preferendo qualche arruffapopolo da strapazzo, che stia come una torma di barbato o peggio come un branco di cani arrabbiati a minacciare le loro redazioni, i loro studi in selettive facoltà universitarie, i loro think tank e i loro laboratori, mal difesi dalle trincee del bon ton, dai reticolati dell’educazione e dell’acculturazione, dai cancelli della ragionevolezza borghese, quelli dietro ai quali si trincera una classe che non si arrende a essere stata impoverita, bistrattata e che vuole ne sia riconosciuta la sua appartenenza grazie a una pretesa superiorità rispetto a gentaglia incivile e marginale, risentita, diffidente, odiatrice, violenta e rancorosa, in una parola populista. Gentaglia che vive nelle periferie materiali e morali senza nemmeno le cifre ribelliste dei primi gilet gialli, degradati anche quelli a qualunquisti sovversivi, a tourbillon antisistema, quelli che, a pagina 63 del pamphlet a quattro mani, il Revelli definisce i “margini che si sollevano” sfrontatamente, per lo spirito di vendetta  dei dimenticati e dei numeri secondi.

Come nei luna park, ci invitano a mirare sulle sagome di Salvini, di Trump, dei gran maleducati e gran cialtroni ai quali spareremmo volentieri tutti, ma è meglio stare attenti perché dietro ci siamo già noi, i Tartari.

 

 


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