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L’ultima sfida degli sceriffi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

È proprio vero, per quanto sia una delle tradizioni più consolidate, la pratica dello scaricabarili viene sempre accolta con sorpresa da chi pensava di essere stato esentato dall’onere delle responsabilità individuali e collettive, quelle che solitamente sono risparmiate  a chiunque sia entrato, col voto, per elezione o per protezione, per fidelizzazione o merito dinastico, nella cerchia oligarchica, ricadendo invece, secondo la buona regola incarnata più che da Rousseau o Constant o Hobbes o da Montesquieu, dal Marchese del Grillo, su ultimi e di questi tempi anche sui penultimi.  

Così non sorprende lo sdegno con cui i sindaci hanno accolto le recenti disposizioni che delegano loro scelte  moleste e  sgradite, impopolari anche se   vengono proposte come misure necessarie decise per il nostro bene,  quel bene che un popolino riottoso, indolente e capriccioso non sa perseguire.

A quanto pare proprio non avrebbe funzionato lo stato di eccezione istituito per far fronte all’emergenza sanitaria e attuato con procedimento d’urgenza, scavalcando il Parlamento, che è stato evocato solo in occasione di un referendum che ha avuto la funzione di un atto di fede nella maggioranza dell’esecutivo e pure della cosiddetta opposizione, dando poteri straordinari ad autorità speciali,  e ancora meno quella funzione pedagogica e moralizzatrice dei costumi popolari che si è voluta aggiungere ai compiti dell’esecutivo stabiliti dall’articolo 95 della Costituzione.

E dopo otto mesi di un’azione condotta con modalità accentratrici e autoritarie,   nei quali se le cose sembravano funzionare era merito del governo e se invece le cose andavano male era colpa della gente, articolata in target “criminali”, runners, vacanzieri, frequentatori di grigliate, clienti di locali per scambisti,  habituè di rave e orge, gitanti della sagra della porchetta finalmente proibita, spetterà a renitenti primi cittadini fare i guardiani  grazie a misure malviste quanto robuste quando non addirittura marziali, sanzioni, deterrenti, e magari  con l’aiuto di denunce e delazioni, eufemisticamente chiamate “segnalazioni”.

 Tocca a loro, per via di quell’equivoco secondo il quale sono i più vicini alla gente, i più radicati territorialmente, anche se da anni grazie alla inarrestabile erosione democratica, gli amministratori locali,  come i parlamentari, rappresentano delle entità fantasmatiche, remote, designata sulla base di liste bloccate e decise dalle nomenclature, siano partitiche o economiche e tecniche,  tanto che ormai il loro successo può essere decretato dal fatto che siano nuovi della partita e non ancora sperimentati o felicemente sconosciuti ai più.

Mentre da questa trasmissione di fastidiose deleghe sono graziate ancora una volta le regioni, cui pare spettino solo le frattaglie delle discoteche e il coprifuoco quando tutti dormono, tanto “intoccabili”, da non consentirne il commissariamento nemmeno nel caso accertato di malversazioni, incapacità, inadeguatezza, nemmeno quando pretendono un’autonomia, che sarebbe più corretto chiamare defezione o meglio ancora secessione, per perfezionare la tecnica già largamente adottata di sottrarsi al controllo mantenendo i benefici dello Stato, per favorire i processi di privatizzazione, quelli che in questi mesi hanno portato morte e oltraggio di diritti e prerogative.

A noi resta di fare da spettatori senza pop corn davanti a questo teatro dei pupi che fingono di duellare con gli spadoni di cartone per non farsi male, avendo imparato da tempo che poco importa da che livello decisionale  ci arrivano le bastonate. Così come abbiamo imparato che non fanno meno male se a infliggerle è qualcuno che sta a chilometro 0, al Campidoglio piuttosto che a Palazzo Chigi, a Palazzo Marino piuttosto che al Viminale.

Che affidamento potremmo dare a qualcuno che in nome del bene comune usa il Comune per trasformare l’urbanistica in una contrattazione a perdere con costruttori e immobiliaristi, sicché la tragedia dei senzatetto divento oggetto nel migliore dei casi di una commissione di studio e nella normalità di sgomberi forzati.

Che fiducia potremmo riporre in chi una il patrimonio immobiliare e artistico per compiacere probabili finanziatori di campagne elettorali che organizzano matrimoni sontuosi e convention sibaritiche, o in chi riduce qualsiasi bisogno e istanza dei cittadini in problema di ordine pubblico da risolvere con la polizia municipale cui un susseguirsi di disposizioni bipartisan ha conferito sempre più poteri.

Non a caso primi cittadini progressisti hanno adottato e applicato a tempo di record le norme dei decreti in materia di sicurezza e contrasto all’immigrazione irregolare di Minniti e Salvini, gli stessi o gli eredi ideali degli sceriffi non solo leghisti  della panchine riservate agli indigeni con apposito cartellino e catenella, quelli dei muri per isolare siti a rischio, delle mense dedicate agli abbienti non colorati, dei bus discriminatori come nell’Alabama di prima di Rosa Parks.

Non a caso sono loro a ergersi in difesa di un decoro autoctono oltraggiato dal kebab ma non dai lussuosi locali del sushi, dalle bancarelle dei vu cumprà promoter del   meticciato  commerciale più insidioso delle grandi firme globalizzate con vetrine e prodotti uguali a Venezia come ad Abu Dhabi.

Non a caso la loro impotenza e incapacità a agire è la stessa a tutte le latitudini e a tutti i livelli gerarchici  e decisionali, celata dietro l’alibi dei passivi di bilancio, dell’obbligo di obbedire a diktat sotto forma di fiscal compact e “obblighi” di stabilità, elusi nel caso di incaute sottoscrizioni di bolle, fondi e altri giochi di prestigio a perdere del casinò finanziario.

Non a caso si tratta di quei poteri che declinano le disuguaglianze su scala locale, tagliando i fondi per l’assistenza ai pubblici più vulnerabili, che hanno promosso la privatizzazione delle aziende di servizio, diventate carrozzoni clientelari, che applicano la regola di mercato di annettersi i profitti  e socializzare le perdite, peggiorando le prestazioni e elevando le tariffe.

E sono loro quelli degli stadi, dei ponti, delle Grandi Opere e dei Grandi Eventi, mentre il Lambro, il Seveso e l’Olona ogni autunno vomitano fuori dagli argini le loro acque inquinate, Venezia si allaga un giorno no e gli altri si, ma tanto è spopolata e i pochi rimasti si comprino gli stivali come ebbe a dire un illuminato primo cittadino, crollano rovinosamente i lungarni, Palermo si sgretola al primo temporale. E che non sottilizzano troppo in tema di amicizie e alleanze come dimostra il numero di comuni sciolti per mafia: 45 nel 2019, gli appalti truccati, gli incarichi e le consulenze a cattivi soggetti.

Ci sono anche loro a badare alle frontiere segnate per separare chi merita di essere tutelato e protetto da chi attenta al decoro e alla decenza, alla sicurezza e alla salute, punendo   il mendicante, non chi organizza i mercati della povertà, la prostituta, non chi gestisce la tratta del sesso, chi non osserva il distanziamento sociale e non chi permette che i bus e le metropolitane siano stipate come i carri diretti al macello.

C’è sempre da sospettare dei teatrini che mettono in scena per noi, dandosi finte mazzate, impreparati dopo otto mesi a fronteggiare l’emergenza da cui pensavano di trarre profitto, inadeguati o riottosi a praticare  le soluzioni più semplici e dirette: contagi nelle scuole? Bastava investire  sull’edilizia scolastica, sulle assunzioni e sul potenziamento dei mezzi pubblici invece di trastullarsi coi banchi a rotelle e con la Dad.

Code ai drive in e congestione dei reparti? Bastava indirizzare risorse immediate sulla sanità pubblica e potenziare la medicina territoriale e di base, invece di giocherellare con le improbabili risorse del Mes e delle elemosine europee.

Interi comparti stanno dichiarando fallimento, quelli che hanno creato e mantenuto il tessuto economico del paese e migliaia di persona vanno a ripopolare l’esercito dei disoccupati? Non sarebbe stata ora di far ringoiare a Bonomi il suo fiele  e i mugugni della Commissione europea contro i sussidi (peraltro ampiamente parziali e insufficienti) ipotizzati a beneficio delle fasce deboli della popolazione, a fronte delle cifre messe a disposizione delle imprese, circa il 50 percento su 110 miliardi delle varie manovre che si sono succedute da marzo ad oggi?

Continuano a sbagliare, continuano a voler sbagliare. Ma noi sbagliamo a sopportarlo.


La museruola

musAnna Lombroso per il Simplicissimus

Cosa dovrebbero dire gli armeni, i rom e sinti, gli ebrei, i nativi americani. ( a proposito, non a caso,  la recente furia iconoclasta ha preferito non mettere al bando Ombre Rosse, che tanto ha contribuito alla leggenda della furia feroce dei pellerossa colonizzati da assassini e criminali, altrettanto crudeli sfuggiti alla giustizia di società civilizzate)?

Se ormai la loro lotta contro la menzogna che ha messo in dubbio persecuzioni, genocidi e annientamenti – oggetto tra l’altro di gerarchie e graduatorie mentre ognuna avrebbe diritto a essere considerata speciale e non ripetibile – adesso, che nelle schiere di Irving, Faurisson, Dodik, Bernard Lewis -e altri 68 storici americani impegnati a disinfettare la storia turca dalla macchia dello sterminio degli armeni-  vengono  arruolati con Trump e Orban, Salvini,   la Meloni, un cantante simil-lirico ospite fisso di Sanremo, cui finora era stata concessa pietosa considerazione per via di una grave handicap, anche  tutti quelli che sollevano obiezioni e esprimono perplessità nei confronti della declinazione  del neoliberismo in controllo etico- sanitario, grazie al credo imperante che paralizza ogni istinto, salvo quello di conservazione e ogni razionale esigenza di certezze.

Quest’ultima,  paradossalmente, contrastata proprio dagli scienziati, per i quali fondamento irrinunciabile dell’azione dovrebbe essere il dubbio, e dunque la ricerca continua per dissiparlo, che ci obbligano invece all’atto di fede cieco nella loro persona più che nella loro disciplina.

Succede  da quando i cittadini  vengono divisi  tra chi, i responsabili e rispettosi degli altri, è disposto a rinunciare a condizioni normali di vita, rapporti affettivi e sociali, lavoro, godimento di cultura e bellezza nei luoghi deputati, espressione di convinzioni politiche  religiose, sacrificandoli in nome del rischio di ammalarsi, e quelli, inconfessati frequentatore di crapule e ammucchiate perfino in siti istituzionali,  che ostentatamente non indossano la mascherina e probabilmente non si lavano le mani dopo la pipì in segno di aperta ribellione.

La  divisione a monte, sia pure poco dichiarata e ammessa, era già stata effettuata tra quelli che, secondo una inammissibile lotteria, venivano estratto per restare a casa, protetti dal rischio in virtù di una estrema applicazione del principio di precauzione, salvi, anche se minacciato da altri pericoli su cui veniva consigliato di soprassedere, perdita del lavoro postuma, svalutazione delle mansioni, riduzione delle remunerazioni, effettiva cancellazione del diritto all’istruzione.

Loro, i primi, esentati e ammessi solo virtualmente alla realtà che continuava a svolgersi fuori, animata dagli “altri”,  i sommersi, milioni di lavoratori addetti a attività essenziali, costretti quindi a affrontare l’azzardo del contagio su bus/ metro /uffici /officine/ grandi magazzini/ fabbriche, inizialmente apprezzati alla stregua degli angeli in camice, poi subito rimossi: pony inefficienti, operai manifestanti in assembramenti scriteriati, facchini in ritardo sulle consegne, pastai renitenti a produrre penne rigate, dei quali non conosciamo il destino perché stranamente esclusi dalle torve statistiche dei malati e dei decessi, compresi quelli abitualmente liquidati come  morti bianche, che ce ne sono state eccome.

Io personalmente la mascherina la indosso, perché non mi va di avviare contestazioni con custodi dell’ordine pubblico ormai incaricati della repressione dei popoli dell’apericena, della movida, dell’invasione del centro sgradita a Galli Della Loggia in quanto offensiva di profilassi e decoro, dei costruttori di castelli di sabbia e degli atleti del racchettone, ma anche per la stessa forma di rispetto che da laica, atea e agnostica riservo al credo degli altri, perfino quando assume la forma della superstizione.

Sono convinta che non svolga alcun servizio, così come la retorica dei vaccini mi pare che abbia assunto le forme della credulità apotropaica se dobbiamo dar retta al “revisionismo” della Fda americana che sta ripiegando sull’ipotesi di un prodotto che prevenga le malattie, non le infezioni, o alle preoccupazioni di quegli appartenenti alla comunità scientifica non completamente assorbiti dal pensiero unico riconducibile a Gates, che ricordano che  servirebbero agenti in grado di  proteggere dalle malattie, non necessariamente dalle infezioni, e che tra l’altro, in alcuni casi, morbillo o pertosse ad esempio, producono l’effetto di far sviluppare forme lievi del morbo da cui dovrebbero proteggere, diffondendolo a altri.

Eppure,  automaticamente, sono e sono stata arruolata nelle schiere di negazionisti e complottisti: è proprio questo il grande successo registrato dallo “stato di emergenza” del quale nessuno pare osi mettere in dubbio la necessità:  integrare a forza critica e obiezioni nel concerto di borborigmi, versacci, sberleffi , del berciare della destra che occupa giornali e rete incarnazioni del  pericolo n.1, annoverando ogni dubbio e perplessità negli infamanti copioni dei rovinologi irresponsabili e maleducati.

Per mesi in vigenza del lutto, si è stati fermamente e unanimemente richiamati all’obbligo della compostezza, del rinvio doveroso del giudizio, perfino nei confronti degli amministratori imbelli e corrotti, perché sarebbe stato contrario al bon ton del dolore condiviso sollevare sospetti e accuse,   catalogabili perfino come razzismo alla rovescia, Sud contro Nord.

Per mesi l’invito era quello di non disturbare il miglior manovratore che ci potesse capitare, sostenuto perfino da inusuali appelli di intellettuali, procrastinando il più elementare processo democratico, quello della critica per non parlare della partecipazione, al “dopo”, applicando il metro delle sardine, che  fa preferire il condizionamento  educato, la dolce pressione e la  repressione garbata, l’asservimento sorridente e bendisposto al padronato, perfino le firme in calce ai trattati con tiranni  sanguinari, se la penna correa appartiene all’esecutivo di successo, alle inopportune e irrazionale veemenza della “destra”.

Se avevate creduto che la fine della fase più dura e energica, con l’avvio del rilancio, della ricostruzione post bellica, sarebbe stato reintrodotto l’esercizio libero della critica, per non dire della possibilità di intervenire nelle scelte che ci riguardano, vi sbagliavate.

Ed è questo che fa capire che se complotto non c’è stato, la gestione del covid ha davvero prodotto una sospensione della democrazia e dei diritti costituzionali, da quello allo studio, a quello all’assistenza e cura, oggi interrotto nelle strutture pubbliche, da quello alla mobilità a quelli del lavoro.

Può darsi che abbiano ragione, tra i costituzionalisti che di volta in volta, come tira il vento, assumono o perdono prestigio, magari sostituiti dalla Boschi in barchetta,   che garantiva con lo smantellamento della Carta la vittoria sul cancro, quelli che dicono che non c’è stato oltraggio alla Costituzione, laddove prevede poteri e misure eccezionali in particolari condizioni di pericolo per la società.

Ma che condizione particolare può concedere a un governo di non dare assicurazioni sul ristabilimento delle prerogative che garantiscono per tutti l’accesso all’istruzione? Che condizione anomala può permettere la normalizzazione della demolizione delle conquiste del lavoro frutto di anni di lotte, per rispondere alle pretese padronali?

Che situazione di crisi, non certo inattesa, può imporci di essere grati e consentire  a un potere sovranazionale dominato da una élite esterna e ostile di mettere a disposizione in forma condizionata e controllata i nostri soldi, intervenendo sulle modalità di spesa e sulle scelte degli investimenti, fino a prevedere che la disobbedienza a criteri e requisiti obbligati possano determinare l’intervento commissariale sulla natura e composizione dei governi nazionali?

Che accadimento speciale può realizzare l’egemonia della rinuncia e del sacrificio, l’opportunità della resa ai comandi in cambio di una imitazione della sicurezza e della sopravvivenza, quando sovranità e competenza sulla spesa e sulle scelte che riguardano le nostre vite sono state cedute a fronte dell’appartenenza in veste di partner poco graditi e per niente affidabili a un contesto che ci  depreda e ci disprezza?

Non sarà che la mascherina ha davvero una indiscutibile efficacia e finalità, anzi due? bavaglio e museruola?


A cuccia…

70651_18891_cuccia-per-dueAnna Lombroso per il Simplicissimus

È perfino banale osservare che c’è una guerra fuori moda, sgradita ai più che proprio non vogliono esserci messi in mezzo, nemmeno quando sono vittime civili e le loro tragedie sono identificabili come effetti collaterali.

E’ quella che dovremmo muovere a un sistema economico-finanziario che sarebbe giusto chiamare col suo nome “totalitarismo”, anche se non è stato preso in considerazione dell’europarlamento, troppo occupato a mettere all’indice il comunismo e perfino  con la damnatio memoriae, il ricordo  dei martiri dell’antifascismo, rei di quella “appartenenza” ideale.

Così la critica al capitalismo è stata confinata nelle anguste geografie degli “specialisti” a ranghi sempre più ridotti o è caduta nelle mani di avventizi che la riducono a critica del marxismo in modo da non fare mai i conti col presente e meno che mai col futuro, scenari per esercitazioni sociologiche e letterarie, se pensiamo al successo del Moccia della filosofia, Fusaro.

Peggio ancora se a pensarci e parlarne sono gli “economisti”, che infatti hanno contribuito a darne una lettura circoscritta alla dimensione dei rapporti di produzione e di mercato, sottovalutando non casualmente quegli aspetti non strettamente legati al profitto e all’accumulazione   che invece hanno investito e condizionato tutti i rapporti di potere, lo stato e le istituzioni, l’espropriazione colonialista e imperialista dell’ambiente e delle risorse, la “riproduzione sociale” che non remunera il lavoro,  tutti aspetti di un ordine sociale  che via via ha perso la forma di un ordine naturale, incontrovertibile e inestirpabile.

Tanto che  ormai pare ineluttabile consegnarsi fatalmente al sistema e alla sua ideologia, non riuscendo a immaginare un’alternativa praticabile da quando è tramontata l’ipotesi di una rivoluzione contro il capitale, come Gramsci chiamava quella russa, che richiederebbe nuove forme di emancipazione.

Ormai pensiero, creatività politica, sono stati egemonizzati dalla sua ultima corrente, il neo liberismo, che ha dato alle élite “intellettuali” che occupano con la loro pretesa di superiorità culturale e morale lo spazio pubblico dell’informazione  della costruzione dell’opinione, una tana relativamente protetta e ancora sicura, con discreti privilegi e forme di tutela, che conducono alla rinuncia e addirittura alla derisione o alla condanna di qualsiasi critica e opposizione al governo della cosa pubblica, ma anche della vita delle persone, delle loro scelte e inclinazioni individuali, retrocessi a esercizi visionari irrealistici e impraticabili.

Ci si è messa anche l’emergenza sanitaria – che non sarà nata come complotto ma che assume i contorni cospirativi di uno stato di eccezione destinato a prolungarsi – a stigmatizzare ogni forma di ricusazione di scelte imposte, contraddittorie e immotivate se non dall’esigenza di creare una condizione favorevole alla sospensione della democrazia, grazie ai poteri speciali attribuiti al governo tra cui quello di adottare Dpcm che non hanno bisogno dell’approvazione delle Camere.

Basta guardare all’anatema lanciato contro chi si interroga su qualità e portata della proroga delle misure di sicurezza. Ormai ostracismo e condanna non riguardano più soltanto i comportamenti  “irresponsabili”, che hanno fatto arruolare chi osava contestare l’efficacia di misure e proibizioni -anche se si era sempre lavato le mani e osservato criteri elementari di profilassi anche in latitanza di influenze e non mangiava le cozze crude né tanto meno topi vivi – nelle file degli scambisti trasgressivi, degli organizzatori di rave party e di crapule.

Diventato impossibile contestare le scelte anche le più irragionevoli e suicide, è quindi doveroso accettare tutto il pacchetto: mascherina, guanti forse si forse no, distanziamento, rilancio dello smart working (l’industria chimica e quella farmaceutica fanno da apripista per regolare il lavoro da casa, sottoscrivendo  il 9 luglio un accordo programmatico in materia con i sindacati) e della didattica a distanza, vista l’impossibilità di applicare il principio costituzionale del diritto all’istruzione, ricorso a forme di rapporto di lavoro atipico indispensabili a riavviare lo sviluppo,  regolarizzazioni fasulle a spese degli immigrati cui si potrebbero aggiungere i percettori di redditi e aiuti.

E poi,   il part time per le donne che permette la dolce espulsione dal posto occupato,  in modo da combinare  cura, assistenza, aiuto pedagogico e cottimo, senza contare i debiti per il risarcimento del Mes e dei generosi aiuti europei in cambio di riforme,  a pesare sulle spalle dei cittadini che – lo dice la Banca d’Italia –    arrivavano già a marzo  alla fine del mese con difficoltà per una contrazione del reddito generalizzata e che per il 36% ammonta alla metà. E poi, ancora, indebitamenti per proseguire nel disegno insensato per la realizzazione di Grandi Opere e infrastrutture, mentre non si prevedono gli investimenti decantati per la sanità, l’istruzione, nemmeno per le tecnologie che dovrebbero sostenere la rivoluzione digitale.

Pare proprio necessario scontare la salvezza con il crollo della domanda determinata dal lockdown, cui si reagisce con politiche finanziarie che comporteranno a loro volta impoverimenti, anche per quelle fasce di popolazione che non sono state pesantemente colpite, dipendenti pubblici e pensionati che si vedranno ristrutturare la pensione e le remunerazioni o sui cui conti correnti inciderà una tassazione straordinaria.

A esigere a gran voce obbedienza, senza contestazione o dubbi, diventata una virtù civica, sono quelli che, a leggere le loro esternazioni sui social e esibiti come testimonial della cittadinanza responsabile dalla stampa, rivendicano il loro sacrificio, lo “ io resto a casa” per tre mesi e più, i resilienti, ma qualcuno si sente resistente,  dalla trincea del divano, del pc aperto su Fb,  della poltrona davanti a Netflix, dello smartphone con l’app  Immuni, distribuita non dal Governo che l’ha finanziata, ma dagli gli store di Apple e Google, generosamente e giudiziosamente pronti a perpetuare la Fase 2, come è diventato inderogabile da quando si sarebbe resa necessaria  una compressione delle libertà, che non sarà un colpo di Stato, ma che ha prodotto una obiettiva limitazione delle prerogative  e garanzie, senza violare apertamente la Costituzione ma attribuendo una scala di valori e una gerarchia ai diritti per mettere al primo posto la sopravvivenza.

Invece non hanno avuto né hanno voce  gli altri milioni che dall’inizio del Lockdown sono stati destinati ad altro sacrificio, esposti doverosamente al contagio, senza dispositivi di sicurezza, graziosamente previsti nei limiti di accordi volontari e dunque arbitrari e discrezionali dalle rappresentanze padronali, negli uffici, nelle fabbriche, nei supermercati, raggiunti con mezzi di trasporto affollati, che non hanno suscitato le reprimende rivolte agli aerei che in questi giorni permettono a quelli di serie A di raggiungere mete gratificanti nelle quali riposarsi con mascherina e distanziamento dopo l’estenuante isolamento.

C’è da temere che non sia lontano il momento nel quale di fronte alla loro ribellione, in vista della indispensabile punizione di chi contesta le verità dell’establishment, governo, comunità scientifica, stampa ufficiale, si materializzeranno più concretamente forme di censura e repressione, già ipotizzate: chiusura di sociale, task force di sorveglianza severa sulla “controinformazione”, la mobilitazione contro le bufale e il complottismo a cura di chi si è insignito di una superiorità, sociale, culturale e morale, che di solito finisce per sfociare nella desiderabile eventualità di circoscrivere il suffragio universale, in modo da selezionare i meritevoli con diploma, patentino di progressismo antipopulista e antisovranista, muniti di piccola rendita, o posto fisso, o startup finanziata dagli amici di famiglia, esito del tampone e dichiarazione di intenti in favore di ogni tipo di vaccinazione contro le influenze.

Influenze, si, intese come patologie, che i condizionamenti che vengono dall’alto sono invece raccomandati, come l’isolamento che favorisce la fine della coesione e della solidarietà.


VitaVizi

parrucconiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Anche chi per molto tempo ha cercato di resistere al canto delle sirene neoliberiste che intonavano inni alla gioia per la fine di destra e sinistra, comincia a convincersi che ormai la frattura non sia più quella tra le due ideologie,  ma semmai il contrasto tra i valori e i principi delle classi dominanti che hanno superato quelle anguste divisioni in nome dell’interesse comune, e le classi popolari, estese a quello che un tempo era il ceto o medio, ormai retrocesso a “disagiato”.

Così certe divisioni risultano fasulle e sovrastrutturali, perché si sovrappongono a quella fatale tra chi gode degli effetti dello sfruttamento globalizzato e le loro vittime, tra coloro che pensano in termini di classe e chi sa riconoscere solo i bisogni degli individui promossi a “umanità” indifferenziata, tra chi sta sopra, uniti nello stesso elitarismo del profitto e dell’apparire: politici, imprenditori, affaristi, comunicatori, tutti detentori  di una conoscenza superiore, universale e moralmente legittimata,  e chi sta in basso, disprezzati ma al tempo stesso temuti per la loro pericolosa irrazionalità e ignoranza facilmente manipolabile.

Deve essere per questo che certe polemiche, certi contrasti sembrano nel migliore dei casi dispute accademiche, e nel peggiore gli slogan delle curve degli ultrà nello stadio della propaganda, divise solo  dall’opportunità o meno di riconoscere delle concessioni agli straccioni cui viene promesso di cavarsi la soddisfazione dello sberleffo, o di criminalizzarli in qualità di incarnazione del bieco populismo.

Fa questo effetto il contenzioso tra i pro e i contro della riduzione del numero dei parlamentari così come quello sull’eliminazione dei vitalizi, che avrebbero un senso se davvero vivessimo in un sistema democratico dove il numero degli eletti garantirebbe più puntuale e qualificata rappresentanza o se esistessero condizioni di equità per tutti i “lavoratori” che hanno diritto a godere delle quote di retribuzioni accumulate per garantirsi una età sicura e serena dopo quella professionale.

In realtà, nati nel 1954, i vitalizi consistono in somme che vengono versate agli ex parlamentari e consiglieri regionali alla fine del mandato e la cui  erogazione  grava unicamente sul bilancio degli organi istituzionali di appartenenza,  corrisposte  come premialità per aver svolto un “incarico pubblico in favore del popolo italiano”.

A beneficiarne sono  deputati e senatori che hanno compiuto i 65 anni e che presentano i requisiti di anzianità e permanenza nelle Camere, per aver concluso un mandato di almeno 5 anni, prima del 2012, anno nel quale sono stati aboliti salvo per coloro che possedevano quei  requisiti già maturati.

In quella data si  può dire che i vitalizi  diventano trattamento previdenziale, una specie di “pensione per parlamentari”, calcolata dal 2018 con il metodo contributivo e riconosciuta al sessantacinquesimo anno d’età per chi ha portato a termine un mandato e al sessantesimo per chi ne ha effettuato  più di uno, in modo analogo a quanto previsto per gli altri lavoratori, dipendenti dell’Ilva, braccianti agricoli, impiegati, manovali, grazie alla realizzazione della profezia di Marx che prevedeva che un giorno il lavoro sarebbe diventato “astratto”, alla pari, quello manuale e quello intellettuale, quello usurante e quello “immateriale”.

Così la rinnovata irruzione del tema nel “dibattito”  parlamentare  ripropone i soliti schieramenti, chi ne esalta il significato sia pure quasi soltanto simbolico e chi  lo tratta come una stantia manovra propagandistica che, secondo i nostri opinionisti all’aria condizionata che per senso di giustizia vogliono che possano accedere al beneficio anche marioli diversamente “al fresco”,  in coincidenza con “il disastro della scuola e della crisi economico-sociale che a breve colpirà il paese , a fronte di una contrazione del pil che potrebbe superare il 10% e un tasso di disoccupazione che potrebbe crescere vertiginosamente, generando delle enormi tensioni sociali”, risulta ridicola e inopportuna. E poi mica vorrete fare come il 10 % delle imprese che, lo dice l’Istat, medita di ridurre i livelli di occupazione, tagliando il numero degli eletti.

Infatti non c’è profilo  attivo sui sociale che non si eserciti in arditi paragoni  tra gli investimenti in armamenti, formidabili,  i costi dell’assistenza, e l’inezia sopportabile del trattamento pensionistico dei parlamentari,  a dimostrazione che saremmo  gente  sveglia, che non si fa anestetizzare da sistemi di distrazione pubblica, cari a chi ormai sa solo accontentare gli istinti viscerali, paura o vendetta, estraendo dal profondo l’empio populismo che alberga in ceti animati da risentimento e frustrazioni e fuorviati dal giacobinismo di qualche arruffapopolo.

Da anni ormai qualsiasi richiamo al senso etico viene messo a tacere in qualità di arrischiato moralismo che non sa fare i conti con la realpolitik. E qualsiasi critica viene retrocessa a rancida “antipolitica”, oggi ancora più irresponsabile, egoistica e nichilista, se si sprecano appelli a sostegno del governo, mozioni di plauso per le eccezionali misure salvavita, ricostruzioni agiografiche della vita e delle opere delle autorità commissariali cui è stata delegata la strategia nazionale per la ricostruzione.

Così nessuno rileva come  potrebbero sembrare – e a me lo sembrano – incompatibili con la strenua difesa della democrazia, del ruolo e della funzione inesauribile e insostituibile della rappresentanza, caposaldo della democrazia, da mesi umiliata, scavalcata, annichilita che mostra qualche palpito di vivacità in difesa dei suoi privilegi.

E non c’è nemmeno da parlare delle rivendicazioni di Formigoni o altri birbanti che reclamano la restituzione del dovuto, spesso irrisorio rispetto al loro “maltolto alla collettività”, che invece che essere invitati a esprimersi in veste di pensatori ricchi di esperienza maturata sul campo, dovrebbero essere rieducati nel silenzio del carcere duro.

Perché la media del rendimento del nostro ceto politico si misura con le prestazioni della media degli eletti, di ieri e di oggi, con il contributo dato “in favore del popolo italiano” ora ancora più facilmente valutabile se sopravviviamo, e  grati di essere tra quelli esentati dal rischio di contagio, in un paese colato a picco, dove servizi e assistenza sono stati cancellati per fare spazio ai privati, dove il diritto allo studio è stato abbattuto come un cascame ideologico poco congruo con i comandi del mercato, dove migliaia di persone sono state grate al Covid che ha rinviato gli sfratti, ma solo per un po’, dove il lavoro ha perso valore, arretrato a servitù precaria, a puro sfruttamento, a umiliazione di talento e vocazione in cambio della pagnotta.

Ma non per tutti, nella   guerra tra farabutti e onesti, ma a rischio che non c’è via virtuosa al comando,  in  quella tra chi vorrebbe conservare quella sovranità che comprende anche la custodia delle funzioni del Parlamento, e chi esige che venga ceduta per conquistarsi il favore dei Grandi e l’ammissione alla loro carità pelosa, dove la corruzione è immune e impunita grazie a istituti “di legge” come la prescrizione, sembra solo retorica ricordare che anche per i rappresentanti eletti grazie a leggi pensate a tutela della chiusura e impermeabilità dei palazzi alla gente comune, dovrebbe valere la legge fondamentale della democrazia, che tutela i diritti e abolisce i privilegi.

E che anche per loro dovrebbe vigere quell’articolo della  Costituzione nata dalla Resistenza e che  dice che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”, niente di meno e neppure niente di più.

 


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