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Il Mes… sale europeo

Quali sono le probabilità che gli italiani scampino al destino della Grecia? Che venga allontanato l’amaro calice del Mes nella sua nuova formulazione che potenzialmente permetterà non solo di condizionare il Paese, ma anche di mettere mano anche al risparmio privato che alla fine è l’ultimo baluardo reale della sovranità? Il calcolo è molto semplice: zero. Il fatto stesso che il Parlamento abbia approvato le modifiche al meccanismo che lo rendono ancora più letale e più pesante significa che si ha tutta l’intenzione di accedervi anche se gli sfacciati bugiardi del milieu politico tentano di negarlo. Siamo così arrivati a uno degli ultimi atti di una Repubblica, nata dalla Resistenza, vissuta per rinnegarla e che in realtà si  è sempre fondata più che sul popolo e sugli interessi del Paese, sul cosiddetto “vincolo esterno” che ne è stata la vera spina dorsale o meglio l’assenza della stessa. Da una parte le forze governative dovevano rendere ragione delle loro scelte al vincitore, ossia agli Usa che peraltro avevano occupato militarmente il Paese per non più andarsene, dall’altra l’opposizione socialcomunista era legata a Mosca e dunque in un certo senso anche alle logiche della divisione del mondo. A parte il momento costituente che fu il più autentico momento di indipendenza tanto da dare origine a una Costituzione da sempre avversata dalle costellazioni di potere interno ed esterno, l’interesse del Paese è stato sempre in secondo piano e la classe dirigente si è selezionata secondo questo criterio di sudditanza.

Alla fine a una classe dirigente scaduta ai minimi termini, ma anche un popolo che oggi assomiglia più a una plebe dispersa e inquieta, non sanno fare a meno di rivolgersi a un qualche tutore che sia l’Europa tedesca o gli Stati uniti benché slittati in Sudamerica, meglio se entrambi: fare da soli, fare gli interessi del Paese e dunque quelli dei cittadini, rendersi liberi è l’ultima cosa alla quale si pensa, meglio mal accompagnati che soli. Basta semplicemente vedere come la frangia più critica rispetto alla situazione attuale, pandemia e misure anticostituzionali comprese, si attende la liberazione dalla dittatura sanitaria da Trump redivivo e non pensa minimamente di fare qualcosa di efficace in proprio. Del resto il desiderio di tutela esterna, di vincoli, riflettono per intero anche il senso politico del processo di integrazione europeo: i pochissimi che si sono dati  la pena di leggere il Manifesto di Ventotene, invece di citarlo a vanvera quale testo sacro, sanno che la Ue nasce proprio dal sospetto per la democrazia e per il popolo che potrebbe anche essere ingannato e portato ad inseguire ogni tipo di avventura: dunque gli Stati Uniti d’Europa sono stati concepiti proprio costrutto elitario per evitare queste possibilità, ma alla fine anche l’eluzione e il progresso sociale. Certo gli autori erano traumatizzati dalla traiettoria del fascismo e dall’affermazione su quasi tutto il continente di analoghi totalitarismi, ancorché peculiari alle diverse culture, ma non avevano forse compreso che tutto questo era stato caldeggiato e favorito proprio da quelle elites di potere che temevano le lotte sociali e i loro sbocchi rivoluzionari, e che all’indomani della guerra, rassicurate dagli Usa imperiali e “moderate” dall’esistenza dell’Urss, si erano adeguate al capitalismo democratico e keynesiano. Non senza guardare però  all’obiettivo di una governance che superasse la politica delle rappresentanze e che fosse controllato dall’alto: l’deale per questo era un governo sovranazionale che in sostanza non dovesse rispondere a nessuno e men che meno al popolo.

Ad un livello più basso questo si è tradotto nella diffusa sensazione di non poter fare da soli o comunque di non poter fare ragionevolmente i nostri interessi invece di quelli altrui. Cosa potremmo fare senza gli Usa?  E in nome di questa dipendenza necessaria abbiamo stracciato il rifiuto della guerra inserito nella Costituzione, non facendola in proprio, ma per conto del padrone, come se questo ci permettesse di conservare una certa coerenza. Poi finito il mondo bipolare la domanda è stata cosa potremmo fare senza l’Europa? Falsamente vista come contraltare dell’imperialismo. E poi cosa potremmo fare senza l’euro? Cosa clamorosamente idiota, fra l’altro, visto che il boom economico era stato realizzato con la lira e che le economie che dispongono di sovranità sulle divise sono in condizione di grande vantaggio o quantomeno non sottoposte al continuo ricatto dei centri finanziari. Le classi dirigenti  si sono date un gran da fare per favorire questo sentimento di inferiorità, di sfiducia nei propri mezzi e conseguentemente anche nello stato e per inoculare invece un senso di affidamento verso istanze sostanzialmente sottratte ad ogni controllo, anche quando queste si rivelano nefande, anche quando sono pandemiche.

Alla luce di questa storia è ben difficile che un milieu politico dominato dal senso pervasivo del vincolo esterno e popolato da persone che sono state incapace di resistere, possa rifiutare la letale comunione col Mes che compirà definitivamente l’opera di spoliazione della sovranità. E forse compiranno la massima aspirazione del popolo essere cittadini del mondo di serie b.


Modello Italia: allo sfascio e allo sbando

C’è un’Italia allo sfascio sempre più inerme di fronte a qualsiasi evento naturale e atmosferico, che frana non appena piove un po’, che viene sommersa dai suoi fiumi per incuria o per cure sbagliate, che si paralizza per un po’ di neve, quella che rivela di che pasta siano le grandi di opere costate miliardi: inutili o concepite non per risolvere i problemi, ma per distribuire soldi e potere come il Mose, di cui solo ora si manifestano le carenze progettuali mille volte inutilmente denunciate. E c’è un’Italia allo sbando, governata da mentecatti che uniscono la loro totale incapacità e inesistenza etica alla capacità di svendersi, vuoi all’Europa con il Mes, vuoi a una costellazione di poteri economici, finanziari e ora persino sanitari. Eppure questo governo ha avuto il coraggio  di presentarsi come salvatore della patria, di far proclamare dai media di essere un modello a livello mondiale e quel che è peggio di essere acclamato stato acclamato come tale da una moltitudine di sciocchi che cantavano dai balconi come i pazzi delle barzellette.

Non ho mai riportato il confronto dei decessi attribuiti al covid fra i vari Paesi perché essi sono profondamente alterati dal cambio improvviso e ingiustificato delle protocolli e delle regole riguardanti le dichiarazioni di morte in maniera da creare la pandemia, arruolandovi pure tutte le influenze e le malattie del sistema respiratorio, comprese quelle che intervengono negli stadi terminali in modo da gonfiare a dismisura i numeri. Tuttavia un amico di rete mi spinge a farlo proprio per mostrare che i sacrifici fatti dagli italiani, le misure bizzarre e grottesche che si sono susseguite, le limitazioni anticostituzionali alla libertà e la distruzione di interi settori economici, hanno prodotto un  numero di decessi nominali molto più ampio che in altri Paesi i quali hanno adottato misure assai meno stringenti o addirittura nessuna misura. Abbiamo avuto 93 decessi ogni 100.000 abitanti contro gli 0,5 della Cina, i 10 dell’India, i 21 della Germania, i 24 della Grecia, i 57 della svizzera i 60 di Bulgaria e Romania, i 67 della Svezia, gli 81 della Francia e gli 92 di Usa e Brasile. Insomma abbiamo fatto peggio di tutti e ad ogni nuova segregazione viene detto che essa è necessaria per risolvere il problema che invece si ripropone sempre e di nuovo: infatti nessun testo di epidemiologia avalla questo tipo di misure che non servono affatto a impedire il diffondersi del virus, con buona pace dei clamorosi incompetenti del Cts, ma semmai a rallentarlo in modo da non pesare troppo su un sistema sanitario depredato delle risorse minime essenziali per ubbidire all’Europa e ai suoi diktat di bilancio ( questo nessuno lo ha ricordato quando si esaltava il Recovery fund e i suoi falsi aiuti a fondo perduto). In realtà l’ospedalizzazione è stato un risvolto drammatico narrativo perseguito globalmente in maniera demenziale e criminale, anche vietando farmaci efficaci di uso comune, sebbene sia evidente che il Covid che per il 95% dei casi è asintomatico, si affronta elettivamente con cure domiciliari, esattamente come la comune influenza e solo in caso di età avanzata e/o di altre gravi patologie concomitanti può prevedere un ricovero.

I dati sui decessi costituivano un dilemma perché non potevano essere nascosti dai media che proprio su quelli erano chiamati a costruire la sindrome da pandemia, ma d’altra parte non si poteva nemmeno sputtanare il governo così corrivo nel partecipare alla narrazione pestifera e il ministro Speranza che si era persino spinto a presentare un libro sul “modello Italia” sbandierato ai quattro venti, ma poi non arrivato in libreria per conclamata scemenza: così abbiamo assistito a uno squallido e demenziale balletto di capre mediatiche le quali cercavano giustificazioni assurde, ma in ogni caso bugiarde sul caso italiano che si presentava sì come un modello, ma negativo. Si è detto che in Italia era così perché la percentuale di anziani era superiore, ma in realtà la Germania su questo ci batte, avendo una popolazione ancora più anziana, ma con quasi un quinto dei morti in meno e ancora più “anziano” è il Giappone che ha avuto 2 morti per 100 mila abitanti.  Ma forse la balla clamorosa è stata detta sulla Svezia che non ha fatto segregazioni: i morti erano di meno  – si diceva -perché il Paese è scarsamente popolato e dunque la minore densità lo ha salvato. Robaccia: perché è vero che la Svezia è notevolmente più grande dell’Italia e ha solo 10 milioni di abitanti, ma è anche vero che vastissime aree sono praticamente disabitate e che il 90 per cento della popolazione si concentra nelle città dando perciò luogo a una concentrazione della popolazione che è persino superiore alla nostra.

Eppure c’è ancora chi crede in questa balla del modello italiano che ora si appresta a vaccinare mentre non tornano i conti sui fondi che sembrano eccessivi rispetto alle necessità anche in caso di vaccinazione totale, un modello che pare quello del Paese più stupido al mondo: in questi giorni di disastri e chiusure draconiane mostra tutte le sue piaghe, ma che invece di cominciare a saldare i conti, accetta di tutto, persino il licenziamento per chi non volesse vaccinarsi come se non esistesse una Costituzione e con un piccolo squallido ducetto che mostra di aver assimilato tutta l’ipocrisia della sacrestia e dei suoi afrori. Che ora vuole essere lui Sua Eminenza il Cardinale.

 


Vespa Littoria

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma da qualche mese, e con più veemenza in questi giorni, non ci hanno spiegato che con i negazionisti c’è poco da fare, che è vano controbattere con argomentazioni razionali, che è inutile discutere che tanto vivono una realtà parallela e non si fanno persuadere nemmeno dalle verità accertate? Non ci hanno detto che si tratta di disturbati sociopatici che è preferibile conferire in qualche istituzione totale o rinchiudere in casa senza assistenza sanitaria e senza vaccino del quale sono immeritevoli?

Fosse così, questa soluzione mi sembra la pena giusta per Bruno Vespa, invece ci di fargli fare le ospitate nella stessa tv della quale è dipendente, alla faccia del conflitto d’interesse che sulla stampa ( mica solo là se pensiamo al cumulo di incarichi e remunerazione di Arcuri, anche senza andare a un passato recente) è sempre stato favorito a vedere i soffietti ai giornalisti produttori instancabili di antologie dei loro immortali articoli e memoriali, le colonne di interviste fiume del collega. che poi reclama lo stesso favore appena dà alle stampe il suo instant book. 

Sarebbe una bella soddisfazione condannarlo al cono d’ombra, proibire per evidente apologia la vendita della sua strenna natalizia dal titolo inequivocabile Perché l’Italia amò Mussolini, sottotitolo:  (e come è sopravvissuta alla dittatura del virus)invece di stare a confutare, come se valesse questa fatica, le ignobili bugie confezionate in 420 pagine al costo di 20 euro, dai treni in orario (ma quello lo abbiamo sentito da fonti più autorevoli della sua ), alla bonifica delle paludi – “ispiratrice del new deal di Roosevelt”, ipse dixit- dalla settimana lavorativa di 40 ore, al dopolavoro, dal sostegno alla maternità, alle colonie marine.

Con lui si che varrebbe l’impiego del termine, così come sarebbe valso per le frottole di altri cronisti prestati alla manipolazione della nostra storia per sceneggiare l’epica delle “opposte macellerie”, in grazia delle teorie espresse spudoratamente dell’ex presidente della Camera con l’equiparazione dei martiri della Resistenza agli “ingenui” ragazzi di Salò,  o per gli accademici specializzati in foibe e promotori di altre Giornate della Memoria da opporre non a quella rituale, ma con più probabilità al 25 Aprile o al 2 Giugno.

Con il sostegno di un ente di Stato che gli offre una tribuna, di un ceto politico che a dispetto di avvicendamenti e ricambi continua a esibirsi nel suo salotto, di media ch,e abituati a aspettare i gossip, le intercettazioni e i pizzini delle cancellerie, saccheggiano le anticipazioni dei suoi libri con le indiscrezioni e le confessioni a orologeria dei potenti,  non ha nemmeno bisogno di ricorrere ai sistemi di Irving o Faurisson, non ha bisogno di replicare a prove schiaccianti, perché gode dell’eterno miracolo che perfino di questi tempi si rinnova, il credito dato a quello che ha detto la televisione

Per un po’ mi sono compiaciuta che in rete qualcuno condividesse la locandina apparsa sulle vetrine di qualche libreria: qui non è in vendita il libro di Bruno Vespa e che altri si prendessero la briga di confutare le cialtronate già riportate sconsideratamente dalla stampa amica.

Che malgrado le condizioni particolari che siamo obbligati a vivere, lo stato di eccezione che veniamo continuamente sollecitati a accogliere di buon grado e che comporterebbe la necessaria rinuncia a diritti e libertà personali e collettive, ci sia qualcuno che  rammenta che non si stava meglio quando si stava peggio, che bisogna guardarsi da chi denigra il dissenso per delegittimarlo ancora prima dell’olio di ricino, da chi encomia come espressione di senso civico la delazione.

Che ricordi che prima di portare in guerra un Paese, l’eroe oggetto di questa agiografia, l’aveva affamato, umiliato, aveva cancellato partiti, sindacati, aveva chiuso la bocca ai giornali in modo che  ci fosse una sola voce a parlare, rammentandoci che la storia si ripete.

Opera meritoria, per carità ma che la dice lunga sulla qualità dell’antifascismo da tastiera, quello che occorre per sentirsi culturalmente, socialmente e moralmente migliori,  quello che sale in superficie dal mare delle sardine, quello che riduce i valori della Resistenza e della Costituzione all’impetuosa denigrazione dei due De Rege, Salvini e Meloni, che non si sa quale dei due è il cretino invitato a venire avanti,  facendo sorgere il sospetto che a essere cretini siano quelli che pensano che il Male assoluto sia incarnato solo da loro, così da perdere di vista le altre forme, quello minore, quello comune mezzo gaudio, quello in peggio, quello “poco” che non vien per nuocere, quello che secondo Andreotti è preferibile pensare per non essere colti di sorpresa.

Parlo dell’antifascismo concesso dall’ideologia del politicamente corretto, perfetta combinazione   del liberismo finanziario, cosmopolita e globalista con la retorica  “progressista” uniti dal comune contrasto ai  “populismi” ed ai “sovranismi”, marchi vergognosi appioppati indifferentemente a chiunque osi mettere fuori la testa dalla spirale di silenzio, conformismo e soggezione.

Così si dimostra che gli slogan indirizzati unicamente contro la violenza verbale, i grugniti e i versacci bestiali del gran buzzurro  ( che, come Trump, ha la formidabile capacità di suscitare un odio catartico che ci monderebbe da tutti i peccati)  non servivano ad altro che a far passare come prova di liberalità e pluralismo la tolleranza per una ideologia e una retorica del totalitarismo nel quale viviamo. E che, a differenza di quanto avveniva nei Regimi del passato, non aveva bisogno  almeno finora,  di censura esplicita, o intimidazione concreta, se menzogna, contraffazione, manipolazione si rivestono  della credibilità e dell’autorità di poteri  economici, culturali, sociali, tecnici, “morali”,  i cui messaggi non vengono urlati, minacciati, comandati,  ma passano e vengono raccolti sotto forma di marketing, informazione, pubblicità, format televisivi, intrattenimento, spettacolo per dimostrarci che quello è lo stile di vita cui è doveroso oltre che desiderabile uniformarsi e per raggiungere e mantenere il quale è legittimo sacrificare principi, valori, diritti, libertà.

Quando sarà cominciato tutto questo, quando dall’ostracismo che colpì lo storico De Felice, colpevole di indulgenza esercitata tramite una operazione che venne definita “filofascista o fanfaniana se si avesse voglia di scherzare….  per il rilancio di una storiografia opportunista, rispettosa dei potenti e leggittimatrice degli equilibri sociali costituiti”, in realtà reo soprattutto di aver considerato l’ipotesi non remota che il Duce avesse goduto di un ampio consenso popolare, siamo passati al recupero della sua figura, in modo, per una non singolare coincidenza,  da restituire credito a altri golpisti, corrotti e corruttori, amici dei mafiosi e dei banchieri, ladri di beni pubblici, puttanieri, e razzisti.

Quando sono cominciati in grande stile l’oblio e i tradimenti a cominciare da quelli contro la Costituzione, all’articolo 1 col diritto al lavoro, il 33 e 34 con quello allo studio, al 41 secondo il quale è vero che l’iniziativa privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con ’utilità sociale o in modo da recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana?

Quando ci siamo fatti persuadere che il mantenimento dell’ordine pubblico, la tutela del decoro e poi la salvaguardia sanitaria valessero la criminalizzazione delle manifestazioni di  dissenso e la penalizzazione della povertà che rovina le reputazione?

Quando dopo che per anni siamo stati convinti che l’unico diritto da mantenere inalienabile fosse quello a consumare e allo stesso modo ci siamo poi fatti convincere che siamo stati colpevoli di aver voluto troppo e perciò meritevoli di rinunce punitive?

Quando abbiamo accettato che il lavoro si trasformasse in servitù ricattabile, precaria, mobile, poi in cottimo e caporalato agile a norma di legge e per fini salvifici, infine in schiavitù? Che allo stesso caporalato si affidasse la scuola destinata a essere una fabbrica di ignoranti soggetti a intimidazioni , specializzati in mansioni esecutive e quindi addestrati all’obbedienza come i figli della Lupa?

Quando, grazie all’opera di rimozione del passato coloniale, abbiamo permesso che si replicasse sul scala il format imperialistico ai danni del Paese e all’interno del Paese, condannandoci a essere Terzo Mondo e allestirne uno interno?

Quando si è fatta strada la convinzione che soffrissimo della concorrenza sleale  di una massa povera, affamata  e disperata che dopo viaggi inenarrabili ci porta a casa e fa vedere quello che potrebbe capitare anche a noi?

Quando abbiamo consentito che l’informazione si concentrasse in un unico servizio Rai-Mediaset (oggi salvata da possibili aggressioni grazie a impegno unanime), in un giornale unico nelle mani della dinastia che ha maggiormente approfittato dell’assistenzialismo statale, per poi lasciare sdegnosamente quello stesso generoso e benefico elemosiniere e recentemente garante, diventando per giunta produttore in regime di monopolio di dispositivi sanitari dei quali non è più lecito mettere in dubbio l’utilità?

E da quando piangiamo per la sottrazione del Natale se a sempre più persone manca la sussistenza, mancano cure e assistenza, manca l’accesso all’istruzione e alla bellezza? Ma ci concedono la strenna di un fascismo mai finito, sempre riproposto e che sempre si rinnova?


Costituzione, un malanno passeggero

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Povero Agamben retrocesso da venerabile maestro a vecchio pazzoide, per aver osato equiparare il dubbio filosofico alle certezze di Burioni e, peggio ancora, per aver sostenuto che la tutela di un solo diritto reso prioritario dall’emergenza non può che sottrarre salvaguardia e rispetto agli altri, a cominciare dalla libertà di pensiero, di espressione e di culto limitato agli atti di fede da rinnovare nei confronti del governo e delle autorità speciali manageriali e scientifiche.

A dare una mano al dileggio sprezzante per l’accademico un tempo incensato che irresponsabilmente non vuole arrendersi al lockdown volontario e meno che mai a quello obbligatorio malgrado il suo status di soggetto non profittevole e non redditizio, per età e non solo (ormai i filosofi utili sono quelli assunti dalle imprese un tanto al chilo pe favorire una razionale e efficace selezione del personale), ci ha pensato il Presidente della Corte Costituzionale prestato in via non eccezionale al cerchiobottismo.

Intervistato dal Corriere,  Mario Rosario Morelli nel ribadire che non esistono “diritti tiranni”, ha subito aggiunto però che “quando bisogna trovare un equilibrio tra il diritto alla salute, il diritto al lavoro e il diritto d’impresa (riferendosi al caso dell’Ilva. ndrnon ce n’è uno da tutelare in maniera integrale a discapito di altri, ma, in una situazione di conflitto, ciascuno può essere sacrificato, sia pure nella misura minima possibile, per consentire la tutela degli altri”. E quindi e senza dubbio bisogna compiere  “un piccolo sacrificio di tutti i valori in campo” perché “in una situazione di conflitto, ciascun diritto può essere ridotto, per consentire la tutela degli altri”.

Ora, potendo esibire le necessarie referenze: esco poco e solo per attività essenziali, indosso la mascherina pur ritenendola largamente inutile e nel mio caso addirittura dannosa per via di effetti collaterali, applico il distanziamento sanitario e anche quello sociale, e di buon grado onde evitare contatti molesti, mi sento autorizzata a chiedere al Presidente la congruità dell’operato del Presidente del Consiglio  con il dettato costituzionale che prevede  solamente la “deliberazione dello stato di guerra”  da parte delle Camere con il quale il Parlamento conferisce al Governo i poteri necessari ad affrontare possibili conflitti bellici (art.78).

E se non si sia configurato una scavalcamento degli organismi rappresentativi dichiarando lo stato di emergenza (anche grazie al ricorso a una narrazione epica e a un linguaggio militaresco)  in forza della Legge n. 225/1992 sulla Protezione Civile senza il coinvolgimento nella decisione del Parlamento, mentre l’articolo 77della Costituzione  ipotizza la possibilità in capo al Governo di adottare in “casi straordinari di necessità e urgenza”, provvedimenti purché provvisori   e in forma di decreti legge e non di Dpcm, al fine di  garantire  il dibattito parlamentare.  

Sospetto che per quanto riguarda l’abuso dell’istituto del Dpcm, la quinta carica dello Stato mi potrebbe rispondere come un qualsiasi militante di una qualsiasi formazione presente immeritatamente nell’arco costituzionale commentandomi su Fb, per ribadire che tutto risale a un passato remoto o prossimo che ne ha permesso il reiterato ricorso, che le colpe risalgono a altri governi, altri referendum tentato o vinti che ha imposto il primato di un atto amministrativo, fragilissimo e impugnabili davanti ad un Tar qualunque, con l’intento evidente di svincolare le decisioni dal controllo delle Camere, dei Presidenti della Repubblica e della Corte Costituzionale. E che ormai il danno è fatto e torna buono quando si tratta di gestire situazioni più rischiose e emergenziali della mafia, delle stragi nelle stazioni e nelle piazze, della criminalità a norma di legge che autorizza la corruzione come cultura d’impresa.

A conferma che alla legittimazione di questi strumenti sul piano normativo se ne accompagna una di carattere “morale” e guai a metterla in discussione se non si vuole passare per incoscienti trasgressivi fino all’accusa più infamante: negazionisti.

E infatti afferma Morelli, l’obbligo etico di obbedire a questi “comandi”, anche se dati in forma contraddittoria, criptica, confusa, anche se è arduo rilevarne l’efficacia, anche se hanno creato una sostanziale disuguaglianza (anche quello incostituzionale) tra i cittadini, alcuni obbligati con la paura e dietro minaccia a salvarsi in isolamento, alcuni invece obbligati per garantirsi la sopravvivenza a rischiare quel pericolo estremo che imponeva decisioni estreme, deve essere dettata dal senso di solidarietà dal quale “discende il dovere di evitare comportamenti egoistici e di perseguire sempre l’interesse comune, e ciò vale sia per le istituzioni che per ciascun cittadino”. 

A  proposito del necessario senso di responsabilità che dovrebbe accomunare autorità e gente comune forse anche voi ricorderete l’anatema lanciato contro le menti criminali che nei primi giorni di marzo avevano spifferato le intenzioni di governo di chiudere la Lombardia, invitando direttamente e indirettamente i terroni residenti al Nord e antropologicamente inadatti a esercitare qualsiasi forma di coesione sociale a prendere d’assalto i treni per far ritorno nei loro Rio Bo, sfuggendo a obblighi di mutua assistenza.

E che si sarebbero materializzati anche pagando l’affitto di stanze ammobiliate, nutrendosi e saldando bollette, in coincidenza con l’interruzione di un contratto di lavoro precario o anomalo, proprio mentre apprensivi genitori che ricevevano compassionevole partecipazione, mobilitavano buone conoscenze per ottenere blasonate certificazioni che permettessero il ritorno legittimo dei delfini dagli Erasmus oltre frontiera.

Ora, si sa che le crisi promuovono differenze e discriminazioni, ma allora siamo autorizzati a pensare che non sia casuale che il Presidente Conte abbia fatto le sue soffiate in forma di conferenze stampa e presentazione del nuovo Dpcm,  anticipandone i contenuti e facendo slittare la data dell’applicazione, in modo da mettere in scena il solito gioco delle parti, l’ormai irrinunciabile rimpallo con Regioni e Comuni.

Litigano ma poi si sa che trovano una non temporanea intesa grazie alla concorde criminalizzazione della marmaglia riottosa. Compresa quella che, dopo che per mesi la comunità scientifica ufficialmente riconosciuta ha indicato nel sole il “salvavita” alla pari con le mascherine del Fca e Immuni (oggi in disgrazia prevedibile tramite trasmissione Rai, ovviamente in odor di negazionismo), è andata al parco o sul lungomare in attesa del temuto trascolorare da arancione a rosso, somministrato in caute dosi omeopatiche secondo criteri a dir poco arbitrari e discrezionali che confermano la vera natura delle baruffe tra gli attori in campo, con le regioni che danno i numeri dello stato della sanità, dei trasporti, della scuola e il governo che fa finta di crederci, salvo poi rimangiarsi la fiducia a seconda degli umori dei partner della difficile governabilità.

E a noi resta il dubbio di come mai la Campania da  modello di assistenza pubblica grazie all’opera instancabile del fumantino ras sia stata retrocessa a inumano lazzaretto, come anche le perplessità sui poteri e le competenze degli enti regionali, come mai il presidente Emiliano invece ci decidere, sollecita i  genitori a tenersi a casa la prole, sulla lunghezza d’onda della giurisprudenza come la interpreta Conte che indora la pillola “raccomandando”, se incarni quel senso di responsabilità invocata dall’alto verso il  basso l’invocazione a sanificare periodicamente le case, indicate come i focolai dove si annida il virus bastardo (cito Zingaretti) e che fa malignamente immaginare un nuovo brand dopo le mascherine il Welfare privato nel Lazio.

Ci resta invece la certezza di essere davanti a delle sfrontate facce di tolla guardando la pubblicità “progresso” della Lombardia che già da titolo istilla l’amletico dubbio,  “The covid dilemma” esibendo un giovanottone in felpa cui viene esposta la scelta “Evitare i luoghi affollati” o “affollare le terapie intensive?”, e sotto:  “La scelta è tua”.  Con versione al femminile di ragazza perplessa tra “senso di responsabilità o senso di colpa?” , prima dell’icastico monito: “la scelta è tua“.

A significare che la responsabilità della propria salvezza dopo anni di demolizione della sanità, della ricerca e della formazione del personale sanitario, dopo mesi di scelte terapeutiche sbagliate, di informazioni contraddittorie, di dati manipolati, di anziani conferiti in probabili focolai, di lavoratori esposti in mezzi pubblici e luoghi di lavoro insalubri, è sempre e solo nelle mani della gente.

Quella stessa gente che oggi è colpevolizzata perché dopo nove mesi di minacce millenaristiche, di allarmi apocalittici, di culto della paura, di dominio della profilassi su ogni altro bisogno, aspirazione, necessità, affetto, adesso al primo sternuto corre al pronto soccorso, “intasando le strutture” come denunciano ormai virologi e infettivologi affetti da un evidente marasma e che, per risparmiare chi non è intervenuto per rafforzare la medicina di base, primo avamposto per la prevenzione e la diagnosi, puntano il dito contro questo popolino già riottoso, scapestrato, disobbediente  e per giunta cacasotto e ipocondriaco.


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