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Laici in tonaca

imm.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Molti anni fa, dovevo essere in terza elementare, venni condotta una mattina  con l’inganno di una gita scolastica a Piazza San Marco, in patriarcato dove un alto prelato benedisse tutta la scolaresca. Vissi quella imposizione come un tradimento involontario allo spirito antiautoritario che animava la mia famiglia e che si esprimeva anche con una intransigente laicità, tanto da starne male. Mia nonna, donna pratica accorsa al mio capezzale, sorridendo mi fece una carezza e: sta tranquilla, un poca de acqua fresca non fa mal a nessun! E ammiccando mi fece intendere che così mi ero conquistata forse la considerazione della maestra che dalla prima mi aveva collocata in un banco da sola in qualità di bambina “che non voleva bene alla madonna”.

Molti anni dopo alla morte di mia mamma feci una lunga trafila al servizio del plateatico comunale per ottenere in permesso di dare un saluto alla defunta insieme ai familiari e agli amici nel bel campo antistante l’antico ospedale. Ma quando andai a saldare la fattura all’impresa di pompe funebri, gli addetti (cassamortari a Roma) mi chiesero di autorizzarli a rivendersi l’iniziativa creativa offrendola con un modico supplemento imputato alle procedure burocratiche, alla clientela a-confessionale che da sempre ha il diritto spesso negato al cordoglio laico.

Sorridendo e con le dovute differenze i due episodi tra tanti possono essere interpretati come concessioni a una laicità di mercato che propone aggiustamenti e elargizioni volti ad addomesticare la prepotenza del potere ecclesiastico ormai introiettata nella società tutta, sfoderata con sistemi, metodi, obblighi che vanno ben oltre l’ostensione del crocifisso in luoghi pubblici e in siti istituzionali, ma anche in palestre, alberghi, case vacanze e B&B, club nautici e perfino garage comunali. Così in questi anni le ingenue motivazioni e richieste di mia nonna o dei manager della necroforia si sono sviluppati sempre sotto forma di donazioni, permessi speciali e licenze necessarie a consolidare l’ideologia dominante.

Dobbiamo a questo la momentanea copertura di simboli religiosi, l’autorizzazione a ospitare moschee in cantine periferiche, mentre quella dell’archistar  assurge a monumento visitabile nei percorsi turistici più esclusivi, l’autocensura a canti e inni natalizi negli asili alla pari di Bella Ciao, la comprensione sia pure lievemente infastidita per liturgie altre” a cominciare dal ramadan, mentre sono guardate con rispetto e partecipazioni quelle caratterizzate da una connotazione commerciale: capodanni cinesi, Halloween, doverosi omaggi alla globalizzazione né più né meno delle hreosterie che propongono maialino e kebab, presepi con l’imam realizzato a San Gregorio Armeno, grazie a una festosa commistione che viene elegantemente chiamata melting pot: e infatti così si mescola tutto, odori, sapori e valori in una mefitica apparente pacificazione che dovrebbe nascondere la puzza, la xenofobia, lo sfruttamento e la mercificazione.

E infatti i promoter di questa indulgenza verso convinzioni, fedi, inclinazioni pongono tutta una serie di ragionevoli limiti: non vanno mai a incidere sull’imposizione del crocifisso negli uffici pubblici, promosso a simbologia comunitaria rappresentativa delle radici comuni e condivise che potrebbe spiegare l’europeismo come atto di fede che verrà officiato prossimamente e motiva l’ostilità alle Costituzioni nazionali per via di un eccesso di socialismo. Non si sognano di contrastare – e potrebbero – l’oltraggio a una legge dello Stato perpetrato mediante una esuberante e sospetta obiezione di coscienza. Conferma l’opinione che la procreazione assistita sia un capriccio malsano alla pari dell’utero in affitto e della compravendita di organi. Condannano come reato la possibilità di morire con dignità.

E in cambio concedono il minimo sindacale di licenze   autorizzando il riconoscimento di prerogative alle coppie di fatto, purché omosessuali, autorizzano la somministrazione di oppiacei negli ospedali, purché non venga intesa come eutanasia, permettono l’epidurale somministrata con oculata parsimonia, purché non venga meno il principio che la donna deve partorire con dolore e meglio ancora con cesareo il 13 agosto e il 30 dicembre onde favorire le vacanze meritate dei primari. Strizzano l’occhio al configurarsi “libertario” a loro dire di famiglie “anomale”, legittimate nella loro “diversità” e approvate in quanto aspirano a una omologazione piccolo borghese, mentre, alla pari con quelli del Family Day e dei congressi veronesi,  minano alla base i vincoli di affetto, di solidarietà, di reciproca assistenza, cancellano pari opportunità di genere, ripristinano le antiche disuguaglianze tra uomo e donna, grazie alla inevitabile soppressione di diritti e conquiste fondamentali in nome del bisogno, della necessità e anche come punizione per un passato di dissipato consumismo e di lassismo egoistico.

Marx avrebbe detto che così contribuiscono alla creazione di una falsa coscienza, ma ci arriverebbe a dirlo perfino Fusaro e perfino quelli della lista per Tsipras se non fossero anche loro posseduti da dall’aberrante trasformazione dello spirito critico in militanze di facciata, ispirate da un umanitarismo generico che non si permette mai di condannare il sistema neoliberista e i suoi feticci, in veste di avventizi dell’antifascismo, come se fosse un incidente nella storia sospeso e interrotto e che solo oggi si ripresenta, di femministe intente a una azione per la conquista dei posti di potere, dove sono e come sono, di ambientalisti che credono fideisticamente che i cittadini possano salvare il pianeta con comportamenti virtuosi e che il mercato voglia riparare i danni che ha prodotto. Di antirazzisti che ritengono che si fronteggi il “fenomeno” migratorio con una integrazione di chi arriva nelle miserie dei cittadini ospiti, e non andando alle origini:  guerre, furto di risorse, patti stretti di tiranni sanguinari e loro successiva criminalizzazione, effetti climatici determinati da uno sviluppo insostenibile e  diseguale. E che invece dei corridoi umanitari propongono un neocolonialismo con esportazione di rafforzamento istituzionale e civiltà, temi sui quali saremmo maestri. Di sostenitori di una crescita nella quale il bieco capitalismo si addolcisce per essere più efficace, regalando un po’ di tolleranza privata e repressione pubblica, concedendo quel tanto di permissivismo indispensabile a smussare gli angoli e anestetizzare i pazienti in modo che si prestino alla mutilazione di diritti, esibendo i fasti di un lavoro senza fatica a condizione che si sappia rinunciare a sicurezze e garanzie.

Ecco, essere laici (e dovrebbero esserlo anche i credenti in quanto cittadini) non significa solo rivendicare la propria libertà di culto e espressione, non basta esigere che la chiesa paghi l’Imu per i suoi edifici, contribuisca alla tutela del suo patrimonio artistico, che i suoi preti in tutte le gerarchie si sottopongano al giudizio dei tribunali degli Stati e non solo a quello di Dio, che non si verifichino offensive ingerenze nella società civile, quelle che hanno condizionato usi e scelte, se rappresentanti del popolo appena eletti corrono Oltretevere, omaggiano pubblicamente e da soggetti delle istituzioni Padre Pio o San Gennaro, se un feroce cialtrone che offende e oltraggia la dignità e le persone di connazionali e stranieri con preferenza per i poveracci in quanto “diversi”, se lo concede in nome della salvaguardia di una tradizione e una fede che dovrebbe invece parlare in nome della fratellanza e della pietas.

Per non essere come lui, sia pure sotto altra non più degna bandiera, non ci vorrebbe poi molto, basterebbe far propri principi costituzionali alla base della democrazia, non prestarsi alla coltivazione di pregiudizi, nemmeno quelli favorevoli che comunque condizionano indipendenza e autonomia di pensiero e azione, basterebbe non togliere beni e diritti e aspettative. Ma invece aggiungere alla critica ai servitori del sistema quella al sistema, e non voler spaccare il mondo in due: credenti e non credenti, perché invece si dovrebbe mettere fine alla frattura tra il potere dei padroni e gli sfruttati, perché è sempre quella la lotta in corso, che affrontiamo disuniti, sottomessi, soli e senza speranza come succede a chi non sa di avere le catene perché non si muove e accetta la servitù al Signore e ai signori come condizione naturale.

 

 

 

 

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Golpino regionale e ragionieri di Corte

costituzionali_940Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nei giorni scorsi la Corte Costituzionale, che ha brillato per composto riserbo in occasioni nelle quali un partito di governo proponeva lo stravolgimento della Carta per rafforzare l’esecutivo, limitandosi a esprimersi sulla congruità di un referendum che per fortuna è stato vinto, ha invece parlato per bocca del suo presidente sulle proposte di autonomia regionale che, secondo Lattanzi, “può svolgersi compiutamente solo se è in grado di disporre delle risorse economiche necessarie all’espletamento delle funzioni di competenza e a condizione che esse siano attribuite secondo modi e tempi che permettono una idonea programmazione della spesa”.

A volte, a malincuore, verrebbe da dar ragione agli ignoranti cialtroni improvvisatisi costituzionalisti del Si, che apostrofavano da soloni, professoroni e gufi i componenti del supremo istituto colpevoli di scendere- peraltro in rare occasioni – su indebiti terreni “politici”. Perché la critica della Corte alla svolta che è stata impressa al federalismo dovrebbe avere appunto il significato di misurarne la legittimità e compatibilità con una carta costituzionale che colloca al centro dei suoi principi l’uguaglianza dei cittadini, il pari accesso a opportunità, servizi, lavoro, assistenza, senza misurarsi con le eventuali coperture e con gli obblighi imposti da ragioni di necessità dettate dall’alto e da fuori, incarnate perfettamente dal quel nefasto  memorandum della JP Morgan (sul quale l’organi di garanzia ha virtuosamente taciuto) – coincidente con il programma di governo di Renzi, che sosteneva come “I sistemi politici dei paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione. C’è forte influenza delle idee socialiste”, colpevoli di aver prodotto esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo…. Portando (addirittura!) alla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”.

A quelli cui l’autonomia regionale (avviata dai governi riformisti e progressisti) non piace, deve piacere ancora meno l’abiura della Corte che si piega ai poteri finanziari insistendo non sulla ammissibilità di quel progetto, ma sulla sua sostenibilità economica, confermando, se ce ne fosse bisogno, la sudditanza dello Stato, trasformato in un’azienda commerciale che, in caso di difficoltà, deve perdere potere e competenza per essere eventualmente ‘commissariato’ da superiori autorità finanziarie  e dai loro delegati: Europa, governi tecnici, quelli che come disse Monti, devono “educare i Parlamenti”, o Bce che al momento giusto, come sostenne Draghi, può mettere il “pilota automatico” per  contrastare sovranismi, populismi, ribellismi. Come è già d’altra parte ampiamente successo attraverso il congelamento di un sistema di potere, con sistemi elettorali pensati per non cambiare  nulla salvo promuovere avvicendamenti di persone; con le ‘larghe intese’, che sono la ricetta dell’immobilismo; con le riforme istituzionali, come quella del Senato, che avevano come finalità l’‘efficientizzazione’ del sistema, contro la sua democratizzazione; con la derisione delle scelte plebiscitarie dei cittadini.

La sostituzione della politica con le gli algoritmi e le metodologie dell’economia finanziarizzata è un processo avviato e consolidato con successo anche perché il ceto dirigente senza  eccezioni si è piegato a quella che qualcuno (Foucault) chiamava ‘governamentalità’,  un esercizio della politica poco politico che non è la governabilità decisionista craxiana e nemmeno l’adattamento del riformismo alla realpolitik del compromesso, ma si è trasformato in mentalità e costume.

Sicché al centro della visione e dell’esercizio della politica non c’è la rappresentatività delle istituzioni, ma l’autorità, anzi il potere, degli esecutivi, impegnati a difendere interessi di parte, fino a piegare le leggi per rispondere a esigenze private e personali, alla tutela di lobby, perfino a una interpretazione della legalità adattabile alla salvaguardia di chi possiede prerogative e privilegi che vuole conservare come inalienabili.

Come è dimostrato proprio in questa occasione dalla domanda di autonomia proveniente dalla regioni più “benestanti” e dalla reazione all’epoca del referendum consultivo tenutosi in Lombardia e in Veneto, quando   l’intero arco politico si è compattamente schierato per il SI (Lega -promotrice- assieme a  tutta la destra esplicita, insieme ai 5stelle e a quella implicita, il Pd). Ora il movimento 5Stelle è perplesso, titubante per via della preoccupazione di perdere consenso nel Mezzogiorno (anche se poi scopriamo che è nelle regioni più ricche del Nord che si registra il maggior numero di richieste di reddito di cittadinanza o come diavolo vogliamo chiamarlo).

È che si è avuta così la conferma che quella che viene chiamata la “secessione dei ricchi” sancisce l’appartenenza non solo virtuale di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna al contesto del pingue nord, più affine al Belgio e alla Baviera che alla Basilicata e alla Calabria, in aperto contrasto con la nostra Costituzione stabilendo l’iniquo principio che chi vive in regioni a reddito più alto ha diritto a un livello maggiore di servizi. E premiando le loro performance con la concessione a svincolarsi sempre più dai vincoli costituzionali  vigenti che saldano  ancora allo Stato e alle altre regioni italiane attraverso una ripartizione di competenze e una condivisione di risorse uniformi, riservandosi  una quota maggiore del  cosiddetto “residuo fiscale”, vale a dire della differenza (che in quelle regioni è positiva) tra le entrate fiscali e tributarie di quelle geografie e le risorse che vengono spese dalle pubbliche amministrazioni.

Nessuno dotato di buonsenso o di buona vista può credere alla favoletta del reinvestimento in servizi, cure, assistenza, istruzione, del bottino (circa 30 miliardi)  frutto dell’autodeterminazione della gestione delle risorse, che, l’esperienza già collaudata dimostra, è invece preliminare a altre privatizzazioni, che i presidenti di quelle regioni, che si ritengono titolari di una sovranità  preminente rispetto a quella nazionale, intendono promuovere in modo arbitrario e discrezionale per sancire la loro appartenenza alle cerchie finanziarie e commerciali europee e nel contesto nazionale. In modo da replicare su scala le disuguaglianze che ancora tengono in vita lo zombie europeo, da ripetere le stesse modalità di sfruttamento operata dalle cancellerie grazie alla deindustrializzazione e alla delocalizzazione delle aree produttive e delle realtà industriali superstiti, a criteri, all’applicazione di criteri di competitività destinati ad allargare sempre di più il solco che divide nord e sud ma anche quello che separa la forza lavoro dei paesi più forti dalla manodopera a basso costo che proviene dalla aree “arretrate”.

Qualcuno ha perso tempo ad  analizzare le differenze che caratterizzano la domanda di autonomia delle tre regioni: il veneto per il quale si tratta di una “esigenza” prioritaria e simbolica a sancire il suo ruolo di traino e di motore di istanze secessioniste, La Lombardia che ha avuto un atteggiamento più distaccato, come dimostra l’esito del referendum, l’Emilia che è stata senza dubbio spunta ad aggregarsi per contrastare una eventuale avanzata della Lega, come se si trattasse di un monopolio del Carroccio, quando invece si tratta della eredità avvelenata della riforma del Titolo V, come è dimostrato dall’iter del processo attuale, avviato è bene ricordarlo, dal governo Gentiloni,  che ha addirittura previsto  che il Parlamento possa limitarsi a approvare o respingere l’eventuale accordo stipulato fra regioni e governo, senza possibilità di emendarlo. In verità si tratta di tre laboratori impegnati alla pari a uniformarsi alle disuguaglianze che caratterizzano il contesto europeo e occidentale, a assecondare la privatizzazione della società, dai servizi all’assistenza, dalla scuola e università alla sicurezza, dalla gestione dei rifiuti ai trasporti, dalla salvaguardia del territorio, retrocessa a attività di riparazione marginale, alla ricostruzione e alle misure antisismiche fino alla manutenzione dell’edilizia scolastica.

È quello che si vuole, e mica solo in casa leghista, quando le province non sono mai veramente morte e le aree metropolitane non sono mai nate, quando si sottraggono competenze e poteri allo Stato senza assegnarli ai comuni, stretti nella morsa dei debiti e dell’inettitudine impotente davanti agli appetiti privati, quando non esistono più quegli stadi e quei livelli intermedi che svolgevano i compiti di rappresentanza e mediazione degli interessi territoriali. Quando le regioni assecondano trivelle e tunnel, adottano programmi che dietro al contrasto al consumo di suolo e a sostegni per l’edilizia sociale costituiscono gli alibi per derogare agli standard urbanistici e alle tutele della natura, non licenziano i piani dei rifiuti per creare quello stato di emergenza necessario a favorire l’import-export a beneficio dei privati e delle mafie che la fanno da padrone, sospendono l’accesso dei cittadini alle informazioni nel caso di interventi ad elevato impatto ambientale, rivendicano la potestà a emanare proprie leggi in materie, come il consumo di suolo, per loro stessa natura di preminente interesse statale.

E quando la lotta di classe c’è ma alla rovescia, ricchi contro poveri, da una parte i fautori del libero mercato globale dall’altra il malinteso sovranismo dei neo-nazionalisti. E quando invece di pensare a qualcosa d’altro, si raccomandano la riforma dell’Unione, l’incremento di  de-regulation delle geografie già privilegiate, cancellerie carolinge o regioni, quando la battaglia contro lo stato nazione premia campanilismi e localismi e cancella le identità storiche nazionali per un coagulo globale posticcio.

E infatti il golpe regionale si svolge, nel silenzio dei media, fuori dal Parlamento, fuori dai luoghi della cittadinanza, come succede sempre di più ormai quando si devono prendere le decisioni che riguardano la politica della vita, la nostra vita.

 

 

 

 

 


L’ingiustizia è uguale per tutti

Allegoria della Giustizia di Bernini

Bernini: Allegoria della Giustizia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certo vedere i reprobi eccellenti in manette è una bella soddisfazione e anche accontentarsi di saperli agli arresti domiciliari. Purtroppo è un contentino  rispetto alla gratificazione di non vederli più, scomparsi in un cono d’ombra, negletti da talkshow e oscurati dagli opinionisti come meriterebbero, e ancora più a paragone del compiacimento per la loro eclissi definitiva post-elettorale.

Da anni ormai siamo abituati a pensare che se non siamo capaci di liberarci dell’abuso illegittimo della politica, del parlamento e della gestione della cosa pubblica da parte di un ceto che mostra un istinto ferino alla trasgressione, alla corruzione, all’impiego privato di ruolo, rendita e potere che ne consegue, possiamo contare sulla magistratura che prima o poi ci vendica. Si, auspicando  che ci riscatti e li castighi, e non faccia “giustizia”, perché negli anni forma e contenuto di questo “”valore” sono stati aggiornati, disperdendo o modernamente resettando la sua qualità morale e sociale, quella attinente al contrasto alle disuguaglianze, quelle suscitate della lotteria naturale e quelle determinate dallo scontro di classe.

Non a caso proprio da parte di un soggetto politico che ieri grazie a una liberatoria  non del tutto arbitraria è sfuggito alle sue maglie, viene continuamente richiamata la opportunità di valersi di un utilizzo privato della giustizia, sotto forma di pistola sul comodino. Niente di diverso da chi pensa che l’appartenenza a un ceto con tutto il corredo di principi e valori identitari: arrivismo, ambizione, indole alla sopraffazione e allo sfruttamento, familismo e clientelismo, autorizzi a una interpretazione personale delle regole, dileggiate in quanto ostacolo a libera iniziativa e imprenditorialità. Sicché l’ingresso a gamba tesa di un altro ceto, quello giudiziario, viene inteso come a una guerra intestina mossa per chissà quali opachi moventi o per segnare il territorio del quale vengono rivendicati l’occupazione e il possesso in comodato.

Eh si, ieri ne abbiamo avuto due rappresentazioni allegoriche.

La giunta per le immunità del Senato ha respinto la richiesta di autorizzazione a procedere del tribunale di Catania contro il ministro Matteo Salvini per il caso della nave Diciotti, con una decisione presa a maggioranza: 16 voti contro il processo e 6 a favore, un risultato  scontato dopo l’esito della consultazione online dei 5Stelle, una cerimonia officiata nel quadro dell’odierna imitazione della democrazia nella quale siamo costretti a vivere, da avventizi dell’oligarchia  incaricati di sperimentare l’occupazione della rete, in modo che cada anche uno degli ultimi baluardi di massa, sia pure con effetti francamente grotteschi.

È uno dei paradossi della nostra contemporaneità, la possibilità per il ceto politico di difendere i propri comportamenti illegali o illegittimi – anche se il caso in questione è opinabile perché le leggi non sono teoremi aritmetici da applicare con un approccio contabile –   grazie alla determinazione  e al lascito i padri costituenti e in particolare Lelio Basso, i socialisti e i Comunisti che vollero stabilire attraverso gli articoli 68 e 96 la tutela degli eletti dalle pressioni e dai condizionamenti di poteri forti, in modo che venisse tutelata “la libera esplicazione delle funzioni del Parlamento, contro indebite ingerenze” da parte della magistratura, certo, in un tempo nel quale la sua autonomia era ancora incerta.

E’ un’eredità quella che abbiamo difeso insieme a altri principi messi in pericolo da “riforme” volte a consegnare le istituzioni e noi all’ideologia neoliberista della deregulation, del dominio incontrastato e della supremazia del “privato”, del superpotere attribuito all’esecutivo. E si tratta infatti di quella cassetta degli attrezzi che utilizza per la sua propaganda difensiva l’altro co-protagonista sulla scena di ieri, quando (ne ha scritto il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/02/20/arcipelago-rignano/) ) riconferma  la sua “fiducia” inossidabile nella magistratura, purché tratti coi guanti gialli il suo asse dinastico, che in virtù del suo ruolo pubblico ha diritti inversi ai nostri in materia di privatezza, impunità, immunità, insindacabilità delle azioni e dei comportamenti.

C’è poco da dire, viviamo il paradosso della debolezza, ci è stata concessa la ”prerogativa”  di accettare i comandi, deprecandoli, di essere servi, lamentandoci, di ubbidire, ma brontolando. Perfino ci è stato sottratto il diritto libero di votare in virtù di leggi contraffatte, liste bloccate, differenti e disuguali condizioni di partenza dei candidati, impari mezzi profusi, permettendo la finzione di consultazioni virtuali su piattaforme di soggetti privati, che vale per le autorizzazioni a procedere o per i talent.

Vale anche per la giustizia, quando diritti duramente conquistati e che credevamo a torto  inalienabili, quelli “materialisti” (che ispiravano la ‘critica sociale’ e la lotta di classe) ormai  declassati  a gruzzolo micragnoso a disposizione di tutti e  garantito,  in favore di “valori post-materiali” più moderni e fashion. Sicché dando retta indirettamente a chi ha stabilito delle graduatorie, prima gli italiani, prima i maschi, prima gli eterosessuali, si instaurano delle contro-gerarchie  morali e etniche, che indicano i fronti di denuncia e militanza, prima gli immigrati, prima gli omosessuali, prima le donne, come se togliere qualcosa agli uni arricchisse gli altri.

Così l’amministrazione della giustizia segue le tendenze della moda e dello spettacolo, altro settore fortemente e irriducibilmente condizionato dal mercato. Ci elargisce qualche spot gratificante di potenti minacciati dalle catene, quando le nostre galere sono affollate di ladruncoli e piccoli spacciatori, mentre bancarottieri e corruttori entrano e escono dalle loro porte girevoli pronti a occupare altri posti in prestigiosi consigli di amministrazione. Quando a essere perseguiti con rigore sono i reati di strada, le condotte dei poveri, mentre gli illeciti commessi da chi può e sta in lato sono trattati con indulgenza e la comprensione che si riserva  a chi dà lavoro, a chi non deve essere ostacolato da lacci e laccioli, a chi è troppo impegnato per svolgere quelle moleste attività da straccioni: dichiarazione dei redditi, osservanza delle regole in materia di previdenza o edilizia.

Lo credo che chi sta su o non si rassegna a scendere ha fiducia della giustizia, mica è uguale per tutti.

 


Memoria d’occasione

memoria_anziani Anna Lombroso per il Simplicissimus

Grasso che cola se non era diventata una “matinée della memoria”, da sbrigare frettolosamente fino a ora di pranzo, nelle scuole, in tv con “la vita è bella” o con la rapida lettura del fondo del quotidiano, confezionato svogliatamente con qualche copia-incolla.

Era diventata una stanca pratica da spicciare obbligatoriamente anche per chi come me era chiamato per appartenenza e allineamento identitario a officiare la mesta liturgia, ma preferibilmente una volta l’anno, accompagnandola con i necessari distinguo dalle politiche espansionistiche e repressive di un governo indegno, ma non quello italiano, per carità, per assumersi il diritto insieme al dovere di “sentire” l’accaduto come esclusiva di un “popolo” e non come la vergogna di tutti gli orbi, i silenziosi, i complici e i dimentichi. Perché l’importante era collocare il fenomeno come un incidente della storia da considerare irripetibile e il ricordo come celebrazione estemporanea, come esercizio da svolgere entro 24 ore e una volta l’anno, in modo da rimuoverlo rapidamente e senza effetto alcuno.

E infatti il processo per il quale la storia è diventata solo commemorazione si è accompagnato non casualmente alla demolizione della Resistenza e dei suoi valori, fondativi della Costituzione e della Repubblica, addirittura favorita, spesso con aperta strumentalità, da esponenti politici della sinistra, impegnati ad annacquare la memoria della Repubblica Sociale Italiana e a occultarne le responsabilità militari e civili.

Ah però quest’anno tutto è cambiato. Quest’anno c’è un risveglio collettivo che attribuisce alla giornata di oggi un significato di attualità. Non c’è opinionista in tv, sulla stampa e pure sul web, di quelli che militano con il mi piace sul “versaccio” di Bukowski e il gattino ieri, e con il ragazzino annegato con la pagella in tasca oggi, che non veda lo stretto legame tra un olocausto del quale si era ancora costretti di malavoglia a riconoscere la tragica specialità e unicità e lo scempio che si fa ora di gente disperata, spaventata, affamata, assetata che scappa dove nessuno la vuole.

Ma c’è poco da esserne contenti se  di questo ravvedimento, di questa attualizzazione dello scandalo e dell’ignominia sono interpreti e testimonial quelli che avevano coltivato la  damnatio memoriae  contro il loro passato e il loro mandato, e che ha corrisposto sul piano programmatico e culturale, al progressivo spostamento di campo nei territori del neoliberismo.

Così che si agiti la coscienza come il cucchiaino nel caffè istantaneo, accorgendosi una tantum e improvvisamente di quello che accade in questo anno, come nel giorno canonico stabilito dal calendario dell’umanità, per via di un ossesso che si è manifestato appieno adesso ma che è stato tollerato, guardato con indulgenza, vezzeggiato in qualità di fenomeno di folclore e dunque inoffensivo proprio come quelli di Forza Nuova o Casa Pound, ragazzacci esuberanti insomma ma non preoccupanti pronti a passare nelle file della democrazia grazie al nostro esempio di garbata liberalità. O per via di misure indegne cadute dal cielo, si direbbe, inattese e imprevedibili, malgrado ricalchino le orme segnate da precedenti illustri, non solo da quello del 1938, ma da una collana di ignominie, che chiamiamo col nome dei promotori bipartisan: Bossi-Fini, Maroni,  Turco-Napolitano, Minniti, che non si è mai pensato di impugnare né in via parlamentare, nè costituzionale, né referendaria. O per via della recrudescenza coloniale di un Paese contiguo, che aiuta a far dimenticare attitudini e comportamenti paralleli e non solo ai tempi di faccetta nera, Graziani titolare di un mausoleo, di Adua riconquistata, ma pure in quelli di Forte e Boniver e della cooperazione craxiana, di quella postulata da Renzi e Minniti che hanno tracciato il solco dell’aiuto a casa loro, nei loro lager in patria,  dell’Africa agli africani, anche se resta poco dopo le razzie e l’occupazione militare di Eni, di Finmeccanica e   associate   (Alenia Aermacchi, Agusta Westland, Ge Avio, Selex ES, Elettronica, Oto Melara, Intermarine, Piaggio Aero Industries), di Salini-Impregilo, di Rizzani de Eccher, di Cmc , della Trevi o di Enel Green Power, impegnate a far soldi da investire anche nell’export di corruzione e nella protezione di despoti sanguinari.

E chiamiamola giornata del dolce oblio, se quelli che si stracciano le vesti calde nelle calde case per la chiusura del centro di Castelnuovo di Porto, erano serenamente all’insaputa di quello che succedeva là prima della infausta e feroce liquidazione,  in quel blocco di cemento di 12 mila metri quadri, 172 stanze, un campo da calcio, una zona lavanderia e un atrio interno  a poche centinaia di metri dal Tevere in una zona   classificata dall’Autorità di bacino del fiume come area a massimo rischio esondazione,  che accoglieva ben più delle 650  persone “autorizzate” richiedenti  la protezione internazionale dopo l’identificazione, messe là in un posto dimenticato per far dimenticare quella funzione integrativa per la quale sono stati istituiti i Cara. Dove si dormiva, i più fortunati, su un lettuccio, gli altri sul pavimento tra le povere cose rimaste, affidati alla gestione della cooperativa Auxilium dei fratelli Chiorazzo, vincitrice dell’appalto per la gestione dell’immobile e dell’accoglienza che ha incassato dal 2008 al 2017 ben 12.260.735,2 euro, spese emergenziali escluse, dando in cambio a 21,9 euro al dì per ogni ospite (si erano aggiudicati l’appalto per aver fatto l’offerta più bassa i fratelli molto temuti e ammirati da Buzzi e Carminati per la loro intraprendenza e le loro protezioni), vitto indecente, sporcizia, abbandono, cimici un unico lenzuolo per  letto fin dalla “fondazione”, caldo soffocante d’estate senza aerazione e freddo invernale senza riscaldamento.

Perché adesso tutte le ong e le onlus sono buone a fronte della immonda ignavia del governo, della latitanza dello Stato, della vigilanza intermittente dell’Anac che in questo caso dal 2016 controllava senza prendere provvedimenti, quelle di Soros comprese, quelle di Buzzi comprese, quelle che manifestamente coprono alcuni settori della filiera della tratta, quelle sospettate di collateralismo in occasione di manovre Nato, perché adesso quel che conta è fare esercizio di umanità elettorale contro i disumani xenofobi, facendo gestire la carità agli addetti alla compassione, limitando la pietà  agli “altri”, insieme alla speranza di vederli il meno possibile nelle strade a macchiare il decoro, a chiedere l’elemosina, a abbassare il livello di vita di tutti proponendosi come manovalanza a basso prezzo per attività legali e illegali. E delegando il pensiero e la prassi a testimonial speciali, cantanti unti dalla fortuna e dal successo, più che dal talento, sindaci che alternano Daspo urbano a disubbidienze spettacolari e già esaurite, tutti uniti contro la xenofobia che serpeggia scatenata dall’infame all’Interno e che anche quella pare essersi materializzata all’improvviso e inspiegabilmente.

Così ci si può giovare dei pochi cittadini che decidono di ospitare gli immigrati cacciato fuori dai lager amministrativi, così alimentano la leggenda degli italiani brava gente, nipoti dei fascisti di Sant’Anna di Stazzema, dei delatori della concorrenza sleale nel ghetto di Roma, dei togati del Manifesto della razza, dei troppi che sapevano e tacevano, che sapevano e se ne approfittavano, che sapevano e non sapevano fare altro che subire, che sapevano  come sanno oggi quelli pensano che sono troppi, che ritengono che se scappano da dove non c’è la guerra là possono tornare, che suppongono che tra i molti disperati siano troppi quelli che arrivano per delinquere, che si convincono che la soluzione sia qui e consista nell’elemosina e non là con la restituzione del maltolto, con il ripudio dei tiranni nutriti, corrotti e blanditi, e non in alto contro chi ha mosso e muove guerre armate e economiche di sfruttamento.

Ecco se avesse una ragion d’essere la giornata dalla memoria potremmo cominciare dal ricordare la resistenza del Ghetto di Varsavia.

 

 

 

 


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