crisi-grecia4Ha vinto la troika. Ed ha vinto nelle peggiori condizioni possibili, dopo uno dei più sfacciati tradimenti della volontà popolare avvenuto nel dopoguerra, con l’imposizione di un programma lacrime e sangue, con la svendita di un intero Paese. La vittoria della “nuova Syriza” andata al potere per contrastare i diktat europei e riconfermata per assecondarli con diligenza, dimostra come la paura, l’incertezza, la mancanza di un orizzonte alternativo, la persuasione palese e occulta dei media, rendono ormai impensabile un ribaltamento della situazione attraverso i canali della ritualità democratica. L’egemonia culturale del liberismo è ormai pervasiva e le classi dirigenti possiedono i mezzi e la disonestà per ribadirla quotidianamente per cui alla fine l’unico atto di ribellione possibile è non  andare alle urne, non prestarsi più alla finzione. Cosa che disgraziatamente non serve a nulla.

Come è appunto accaduto in Grecia, che da questo punto di vista è una sorta di laboratorio drammatico e inquietante: in nove mesi di tormenti non è accaduto assolutamente nulla, le percentuali dei partiti sono rimaste praticamente identiche, persino le idee, le incertezze, i toni del discorso pubblico e gli slogan della campagna elettorale sono rimasti uguali nonostante una situazione completamente ribaltata: un Paese è stato svenduto e gli abitanti sono indotti a pensare che sia il meno peggio; interi ceti sono impoveriti fino al limite della crisi umanitaria, ma gli interessati pensano che è meglio questo piuttosto che correre il rischio di riprendersi le libertà politiche che consistono in gran parte nel gestire i meccanismi di creazione e redistribuzione del reddito; il futuro promette decenni di vita economica sempre più grama e di vita civile ridotta a cenere, ma lo si preferisce alla turbolenza e al rischio del cambiamento, confusi dai fuochi fatui alla fine del tunnel. Fino a che si spera che un “no” possa essere efficace a strappare qualcosa, un’illusione e un vuoto che hanno fatto la fortuna di Syriza, si corre in piazza, ma quando c’è da oltrepassare la soglia, si resta a casa e non si va a nemmeno a votare per chi ha denunciato e rifiutato il tradimento. Non ci si può ingannare attribuendo  il pessimo risultato di Unità popolare solo al pochissimo tempo a disposizione: certo potendosi organizzare avrebbero raddoppiato i voti, ma andare fino in fondo è proprio quello che l’elettorato non ha il coraggio di fare e di pensare.

Probabilmente nei greci è stato lentamente inoculato un complesso di colpa per avere avuto accesso a una moneta forte a fronte di un’economia minima e una società civile debole, afflitta da una gigantesca corruzione endemica delle classi dirigenti. Ma giovani allevati nell’idea della precarietà, ceti popolari sottoposti al continuo ricatto del lavoro, piccola borghesia di recente o recentissima formazione storica disperatamente appesa alla chimera di conservare ciò che rimane, religione del consumo come fondamento dell’esistenza, costituiscono un insieme troppo debole per resistere alla propria stessa rovina. Purtroppo non c’è da illudersi: si tratta delle stesse caratteristiche che in modo o nell’altro sono presenti in tutta l’Europa mediterranea, la quale dopo queste elezioni greche – occorre essere realisti – esce di scena come possibile motore di cambiamento della Ue o contestatrice della governance continentale: questo insieme non vuole vedere che l’austerità è il correlato dell’euro ed entrambi sono il frutto di visioni politiche oligarchiche. Se qualcosa cambierà nella palude del “non ci sono alternative” avverrà paradossalmente nel nord del continente o sarà imposto prima o poi dalla geopolitica. E per geopolitica intendo anche le grandi migrazioni sviluppatesi dopo che l’Occidente ha distrutto il tessuto sociale dell’Africa rendendo di fatto impossibile a masse immense di restare in aree dove non vi sono più le condizioni della sopravvivenza. Parlare di migranti economici è una sordida ipocrisia per cercare di evitare le conseguenze dei propri atti e delle ideologie che li hanno accompagnati, cioè di una guerra di fatto. Allora forse non ci sarà più un rifugio per  quelli che non vedono alternative.