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Paura del voto, voto della paura

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Con paterna comprensione  e benevola indulgenza autorevoli esponenti del governo impegnati nella campagna elettorale –  la prima che ha individuato nel populismo il nemico pubblico n.1 – hanno deciso di usare le stesse armi dei diversamente antagonisti coi quali sono pronti a stringere i patti più scellerato, prestando la loro voce a quelli che pensano essere i moti dell’anima o meglio della pancia degli italiani, e dunque alla paura, il male di un secolo già troppo lungo.   Mostrando così di dismettere insieme  ad ogni legame ideale con la “sinistra” anche i suoi caratteri, a cominciare da quella spocchia dettata da un’antica pretesa di superiorità che  derubricava  a ignava e irrazionale inciviltà le reazioni di fronte a rom e immigrato dei marginali delle periferie, gli unici peraltro che i profughi li vedono e  frequentano a differenza di chi sta ai Parioli o a Via del Vivaio, diventati bacini elettorali del Pd,  che richiamava a dovere cristiano e imperativo morale un’accoglienza ridotta a dovere e monopolio esclusivo dei poveracci come di Ostia e non certo di Capalbio, che irride la preoccupazione per la concorrenza sleale, che non riguarda, è vero, chi aspirerebbe a raccogliere pomodori  e frutta a Rosarno, ma invece costi e spese occidentali a fronte di salari orientali, come è naturale che pensino quelli che ritengono Clinton meglio di Trump in quanto donna e più moderna e composta anche nelle malefatte, o che sono convinti che la Brexit sia un  gesto di irragionevole e insana perversione sciovinista. E infine che lo scontento sia una colpa da castigare quando affligge – meritatamente – ceti inferiori che hanno ricevuto troppo e dunque condannati geneticamente al sacrificio e alla privazione,  mentre sarebbe una elegante patologia  da sanare con sedute psicoanalitiche se colpisce i toccati dal privilegio e dal blasone, come certe malattie dinastiche di monarchi troppo sensibili.

E così leggiamo che ministri in armi attrezzati anche con sondaggi e rilevazioni che la collocano al proomo poste nelle preoccupazioni dei cittadini, raccomandano di dar retta alla paura, a non deplorarla, anzi a guardare ad essa con la bonaria e paziente condiscendenza che gli adulti devono dedicare a fanciulli che temono il buio o – peggio- l’uomo nero.

E promettono rimedi e soluzioni: muri, rifiuto, repressione, censura, riduzione di diritti espressione e circolazione, che a differenza del costume governativo in uso, non  si riducono a semplici annunci elettorali.     Perché quelle ricette sono pensate proprio per incoraggiarla la paura, legittimarla, autorizzarla e dirigerla verso obiettivi noti: gli “altri” siano essi immigrati, ribelli, “diversi” con preferenza per chi alle differenze di  etnia esplicitamente  assimilate a “razza”, ne uniscono altre,  inclinazioni e gusti, religione e colore della pelle,  genere e tradizioni e costumi incompatibili con la nostra civiltà rivendicata come superiore, e poveri, malati, vecchi che costituirebbero comunque una minaccia per decoro e equilibrio di coscienze impigrite e accidiose.

Sono prescritte  per farla provare solida la paura, altro che liquida, concreta  altro  che immateriale, così come, a dispetto di Bauman, si è sempre voluto che fosse, un veleno che intride la terra più che un gas, per far sì che si preferisse un ora e qui brutto e miserabile a un domani altrove forse migliore ma ignoto, condannando popoli del passato e il nostro al rango d società fredde, come le definì Levy Strauss, quelle che attorcigliate intorno al rifiuto del cambiamento, si riproducono uguali a se stesse preoccupate solo di   conservare il minimo – ormai non più garantito – di benessere conquistato o ereditato.

Però anche su certe paure solide, perfino quelle arcaiche o ancestrali, vogliono dire la loro: quella dei senza tetto del sisma è colpevolizzata: lascino le macerie e si sradichino consegnando la loro terra a interessi superiori, quella del buio, ben rappresentata dalla  verso la quale si avvia un pianeta che dissipa le risorse di tutti in favore dei profitti di pochissimi: sono ubbie di rovinologi e millenaristi di professione che vogliono bloccare lo sviluppo.

Invece c’è una paura sventolata come un vessillo per tenere insieme un esercito obbediente e assoggettato, quella del disordine, del caos, che richiede l’audacia di mantenere tutto immutato, di tenere gli stessi padroni e gli stessi servitori che si occupano dei loro interessi, che impone la sostituzione per necessità del voto con un timbro preconfezionato, in modo che il timore e l’esitazione e il sospetto siano virtù dei cittadini come del politico, autorizzato a abiurare a mandato e responsabilità, che l’inazione e la viltà siano ragionevoli e mature prerogative civili, che l’utopia e l’aspettativa di altro da quello che ci somministrano come un’amara e  tassativa medicina, altro non siano che capricci e depravazioni di una minoranza viziata e degenerata.

Eppure ci sono stati tempi nei quali si trovava la forza di avere coraggio malgrado la paura, di reagire malgrado le minacce, di conservare la propria dignità malgrado le intimidazioni, di andare avanti malgrado la strada sia accidentata e si stia facendo notte. Forse perché allora ci si teneva per mano?

 

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La vittoria del Peggio

nigerAnna Lombroso per il Simplicissimus

Lettura dei fondi di caffè, osservazione di uccelli che attraversano il grigio cielo invernale, accurata indagine sulla paiata e altre viscere,  sono diventate ormai procedure più attendibili di qualsiasi sondaggio e qualsiasi analisi  di misuratore della percezione e di opinionisti un tanto al metro.

Ma stavolta non servono i vecchi sistemi e nemmeno quelli nuovi: posiamo star sicuri che vincerà il peggio, quello trasversale, tanto che serpeggia e innerva tutto e tutti, si presta a qualsiasi maggioranza e alleanza lontano com’è dalla politica della vita e da noi. E che, ciononostante, avrà un consistente seguito elettorale in una tenzone più virtuale, immaginaria e sgangherata della piattaforma 5stelle: rappresentazione liturgica officiata in omaggio a una simulazione democratica. Perché quel peggio è la scelta più comoda, quella che permette l’abbandonarsi codardo alla corrente avvelenata, che legittima la reazione scomposta e irrazionale alla concorrenza sleale di gente che sta peggio di noi, talmente peggio da non essere autorizzata nemmeno a provare invidia o emulazione,   desiderando una quota perfino inferiore del nostro benessere.

E  che nemmeno finge più disapprovazione per il razzismo di chi sa diluire le ingiustizie ai nostri danni nella brodaglia velenosa dove si conferiscono le disuguaglianze e le iniquità globali, dandosi una parvenza morale e antropologica in qualità di custode di quei valori che ogni giorno calpesta e in nome d una superiorità fatta solo di sopraffazione miserabile, odio per chi è diversa: povero, barbone, nero, giallo. E cosa c’è di meglio di un accidioso vittimismo che attribuisce, a altri sotto di noi, la colpa di essere, “noi”, diventati irresponsabili, che consente a “noi” di rendere legalmente  schiavi altri per esercitare un potere irrisorio che ci faccia dimenticare la nostra stessa servitù? Che invita a convertire  la paura in aggressività consumata sui più deboli, come sempre  avvenuto da che mondo è mondo, quando si sceglie un nemico per autorizzare la guerra?

Non a caso i due temi legati indissolubilmente e che circolano come un gas mefitico in tutte le sedi deputate alla propaganda e all’intrattenimento politico sono sicurezza e immigrazione. Sicurezza promossa da desiderabile condizione a garanzia di armonia e coesione sociale, a diritto fondamentale e primario,  tanto da imporre l’abiura e richiedere la rinuncia volontaria a altri diritti. E l’immigrazione, l’oscura minaccia che domina l’epoca del risentimento e che fa sì che ragione e pensiero finiscano per ancorarsi dalla sfera delle emozioni e delle pulsioni irrazionali.

Sicché, tramontato il sogno demiurgico del progresso, che abbiamo cominciato a interpretare come un susseguirsi di benedizioni e maledizioni, le ultime forse in misura maggiora delle prime, il futuro appare per quello che è, denso di rischi e di perdita di beni e valori, con l’accelerata diminuzione di risorse la fragilità delle posizioni sociali. Ed anche con la sensazione frustrante di aver perso il controllo delle nostre vite, ridotte a pedine mosse avanti e indietro da giocatori sconosciuti,  remoti nella Las Vegas  globale e indifferenti ai nostri destini e ai nostri bisogni.

Il fatto è che sono proprio loro  che hanno originato, o meglio creato le nostre paure, perché chi ne è affetto sia disposto a qualsiasi remissione  per limitare timori e angosce, compresa la consegna totale di aspirazioni, inclinazioni, dignità e talenti.

Nel momento in cui un paese straccione e come tale trattato dai grandi, impegna risorse che dovrebbero avere ben altra destinazione per offrire servigi da lacchè a potentati vicini in spedizioni coloniali e belliche in terre prostrate e dilaniate, come il Niger,  chiunque non sia accecato dalla benda del terrore, compresi quello di un sedicente terrorismo, può capire   che si tratta di un’impresa che porterà altre morti altri lutti altri profughi altri fuggiaschi.

Da sempre azioni imperiali e scorrerie e campagne predatorie hanno prodotto fenomeni di immigrazione, ma che potevano essere controllati, limitati, incoraggiati, programmati. Non è così con questi esodi, queste migrazioni, questi flussi che sfondano e bypassano ogni porta e ogni contrafforte frettolosamente eretto e che producono negazione, respingimento, rifiuto.

Sono quei giocatori che faranno vincere il loro candidato – quel Fontana o i Fontana in giro per il mondo, perché puntano su qualcosa di insondabile e diffuso,  una intolleranza che nasce prima delle dottrine e delle pratiche della differenza, che  si formano dopo per spiegare emozioni ostili, negative e antagonistiche esaltate dalla perdita di status e beni. In modo da accentuare la divisione perversa : Noi contro Loro, quei Loro  che nella mappa delle nostre vite e delle nostre identità vivevano in geografie indicate  come hic sunt leones  e che le hanno abbandonate per collocarsi in maniera perturbante accanto a noi.

È per quello che fanno sì che noi con loro non scendiamo a patti, con ci convinciamo e  non ci convertiamo, perché l’inferiorità di loro è  deve restare tale, permanente  e irreparabile, come uno stigma  indelebile e una condanna senza riabilitazione per illuderci della nostra superiorità. E anche a condannali siamo stati noi, con guerre, ruberie, prevaricazioni e anche  se i più educati tra gli xenofobi, i più acculturati tra i razzisti ci invitano a ospitarli a casa nostra, nelle modeste dimostrazione di buona volontà e impegno solidale, quello che già dimostriamo pagando le tasse e i servizi, o ci raccomandano di riflettere sulla nostra carità pelosa che li costringe in lager e centri di accoglienza disumana, raccomandando la bontà  dell’aiuto in casa loro, in Niger forse? Perorando  la causa della nostra civiltà superiore, unica compatibile con quelle democrazie che i giocatori hanno deciso di cancellare per paura che torniamo a essere uomini migliori e  liberi, come non abbiamo mai saputo essere.

 

 

 

 


Attente all’uomo nero

Anna Lombroso per il Simplicissimus

A leggere l’Istat sull’occupazione, l’unico riferimento a alto valore scientifico che viene in mente è a Trilussa e alla constatazione che di quel pollo a noi non viene servita nemmeno la carcassa e neppure il profumino domestico  di arrosto della domenica. Guardo con lo stesso sospetto allo scontro tra statistiche in corso con le povere donne ridotte a polli tra chi sostiene che la più alta percentuale di violenze contro le donne sia da attribuire ai barbari che ci hanno invaso e alle loro tradizioni  e ai loro costumi patriarcali arretrati e maschilisti incompatibili con la nostra cultura e la nostra democrazia, e quelli invece che dicono che la maggioranza – prima gli italiani? – va riconosciuta ai nostri concittadini, spesso coniugi o famigliari o amici, si fa per dire, delle vittime, che l’appartenenza a una civiltà superiore non esime dal macchiarsi dei più sordidi e infami delitti.

Ormai i contesti nei quali viene messo in scena lo scontro tra civiltà sono i più svariati e altrettanto eterogeneo è il fronte dei difensori delle nostre libertà.

Tanto che la stampa di destra solitamente ben schierata sui capisaldi di “tutte puttane salvo mia mamma e mia sorella”, di “vestita così se l’è voluta”, di – nel caso di stampa padana – “la piasa la tasa e la staga in casa”, si improvvisa paladina di diritti che un tempo, prima delle incursioni, considerava licenze pericolose: uscire di  sera in minigonna, non indossare opportuni jeans deterrenti e protettivi, avere atteggiamenti disinibiti, tenere comportamenti liberi allora considerati alla stregua di immorali provocazioni e preliminari a sconce promiscuità. Tanto da deludere il “mediatore culturale” prendendo le distanze dalla sua spericolata teoria “si resistono un po’ all’inizio, ma poi gli piace” che fino a ieri faceva parte del loro bagaglio antropologico  così da giustificare con dotti accorgimenti giuridici – quel vis grata puellae – fino a autorizzarle, certe “insistenze” e forzature  praticate  per far superare civettuoli pudori, magari a suon di sberle e pugni.  E tanto da volerci persuadere che quello che doveva essere accettabile se consumato in casa e da italiani, così ben descritto tanti anni da  Simone de Beauvoir:  l’imbarazzo di sentirsi prede, oggetto di desiderio, esposte a  aggressioni verbali e non solo se si passa davanti a un caffè dove bivaccano conterranei sfaccendati suscettibili di trasformarsi in branco, non deve essere tollerata e punito con inusuale severità se quella innegabile violenza è esercitata da un “mucchio selvaggio” di ospiti indesiderati accampati ai giardinetti e per strada senza altro destino che rifiuto e trasgressione per via della loro preventiva condanna all’irregolarità.

E ti pareva che non facesse breccia la beneducata xenofobia alla Serracchiani che pretende che gli ospiti, non voluti e mal sopportati in qualità di forestieri che puzzano già dal primo giorno proprio come  i nostri immigrati allo sbarco in America, mutuino e facciamo propri solo i comportamenti virtuosi, a cominciare da ubbidienza e conformismo, lasciando a noi indigeni vizi, illegalità, aggiramento di regole, prepotenza, sessismo e ovviamente razzismo, carattere riconosciuto e autorizzato come monopolio esclusivo di civiltà minacciate.

Come se l’acre sudore del forestiero offenda più l’olfatto del dopobarba  dell’uomo che non deve chiedere mai, come se le mani che stringono alla gola o affibbiamo uno schiaffone facciano più male se sono nere, come se la donna oltraggiata sia obbligata a fare una graduatoria dello sfregio: in cima la belva venuta da fuori, peggio, molto peggio dell’amico di famiglia, del fidanzato, del ragazzotto incrociato al pub. E come se, per tornare alle statistiche, non siano esaurienti quelle che danno conto delle denunce, troppo poche, il 7 % dei delitti commessi, a segnalare che permane la vergogna del danno subito, la paura delle ritorsioni, l’incertezza della pena, il calvario degli accertamenti ancora più dolorosi e irrispettosi e difficili se il carnefice è un insospettabile, un cittadino perbene, un gruppo di ragazzi esuberanti difesi dalla cerchia familiare, mamme comprese. E se la testimone che ha premesso l’arresto del branco di Rimini è passata alle cronache non come vittima, non come persona collaborative e coraggiosa, ma come trans, prostituta per di più peruviana.

Mussolini aveva proibito la cronaca nera che a suo dire infondeva paura, insicurezza e sfiducia. Il fascismo di oggi, in assenza di delitti estivi truculenti, di una circe o di due complici diventati nemici – se si esclude qualche tandem di governo – riempie le prime pagine con la combinazione esplosiva di violenze e immigrazione, stupri e deplorevole tolleranza dell’invasore, sospetto e culto della superiorità occidentale, perché le nuove esigenze dell’impero esigono intimidazione anche ideale e virtuale, ricatto e costrizione senza nemmeno proporre una illusione, senza nemmeno annunciare un “meglio”, senza nemmeno svendere un sogno neppure quello dei consumi e dell’accesso al lusso, salvo quello di un ordine pubblico, di un decoro capace di occultare malessere e miseria, perché oggi ancora più di allora il più efficace sistema di controllo sociale è la paura a cominciare da quella dell’uomo nero, tremenda per un popolo che si vuole soggetto e infantile.

E infatti il diritto a godere le libertà che meritiamo per via dell’appartenenza a un contesto civile e moderno sempre di più si limita all’apericena, alla rimozione di fastidiosi accattoni, al concertone in piazza protetto dalle fioriere, alle gite scolastiche coi gemellaggi per socializzare in un’Europa che pratica isolamento e rifiuto.  Mentre intanto si cancellano quelli all’istruzione – che è il più potente deterrente in grado di contrastare violenza e rancore e disperazione, insieme al lavoro, all’assistenza, alla tutela del territorio e dei beni comuni, alla casa. E pure a quello di essere informati e dunque liberi di capire e scegliere e decidere cosa pensare e come agire di conseguenza, se non siamo nemmeno più autorizzati a urlare contro la violenza e lo stupro sempre e comunque, senza graduatorie e senza distinguo come dovrebbe accadere se libertà, uguaglianza, giustizia, solidarietà non  fossero parole vuote confinate nel vocabolario della “retorica”.

 

 


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