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Marketing dell’immigrazione. Nuova truffa europea

Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’invereconda tracotanza europea si manifesta anche sul piano semantico. Tanto per dirne una, è stata resa nota la nuova strategia per l’immigrazione, con una serie di misure indegne sul piano della civiltà, ma questo non stupisce, come su quello della efficienza ed efficacia.

Per venderle la Commissione ha pensato di dar loro il titolo pomposo di  “nuovo patto sull’immigrazione e l’asilo”, a suffragare la menzogna di una alleanza volontaria organizzativa, politica e morale tra i partner, incentrata  su  tre “pilastri”: collaborazione con i paesi di partenza, maggiore controllo dei confini e un sistema di solidarietà che introduce un meccanismo di  sponsorizzazione dei rimpatri  nel caso di rifiuto del ricollocamento.

Si sfiora il ridicolo quando si parla di collaborazione con i paesi di partenza come se fosse plausibile parlare di stati dotati di sovranità, apparato statale e istituzionale, interlocutori che possiedono il mandato per negoziare secondo le regole del diritto internazionale e non  di tiranni sanguinari, di burattini nelle mani di potenze straniere.

Un esempio nostrano fa scuola, anche se non ci colloca in una posizione privilegiata: siamo sempre propaggine africana antropologicamente  assimilabile a quel contesto barbaro, immeritevole di riconoscimento della sua condizione geografica e  dei suoi problemi.

Siamo stati noi esemplarmente a costituire un precedente a sostegno del pilastro con la firma (Governo Gentiloni) e la successiva replica (Conte 2) senza variazioni, del memorandum di intesa con la Libia, una delle pagine più vergognose della storia di questi anni,  che  prevede che il governo italiano fornisca aiuti economici e supporto tecnico alle autorità libiche (in particolare alla famigerata Guardia costiera i cui membri sono stati accusati ripetutamente dalle agenzie Onu, di traffico e detenzione di esseri umani), nel tentativo di ridurre il traffico di migranti attraverso il Mar Mediterraneo. Mentre in cambio la Libia si “impegna” a migliorare le condizioni dei propri centri di accoglienza per migranti, quei lager dove nell’indifferenza generale  languiscono e muoiono migliaia di disperati.

Si sfiora il ridicolo, quando si parla di controllo dei confini, partica nella quale primeggiano le cancellerie, dalla Francia che, forte dell’esperienza di Calais trasferita anche a Ventimiglia, respinge gli arrivi molesti in mare e pure sulle Alpi innevate,   alla Germania che ha prodotto una eroina che svolge aiuto umanitario alla stregua della Merkel, considerando i nostri porti approdo sicuro  nel quale scaricare i poveretti, incurante della sorte successiva al fortunoso sbarco, a riconferma che spetta all’Italia l’onere dell’ospitalità.

L’obiettivo infatti consiste nel  prendere «decisioni rapide in materia di asilo o rimpatrio» introducendo   «una procedura di frontiera integrata», che «per la prima volta comprende uno screening pre-ingresso che copra l’identificazione di tutte le persone che attraversano le frontiere esterne dell’Ue senza autorizzazione o che sono state sbarcate dopo un’operazione di ricerca e salvataggio  e  un controllo sanitario e di sicurezza, rilevamento delle impronte digitali e registrazione nella banca dati Eurodac». Poi, una volta selezionato il modesto target dei meritevoli d’asilo, gli altri saranno rimpatriati.

E non si sfiora il ridicolo, ci si casca proprio dentro, con quella incredibile proposta – in questo caso si fa uso dell’eufemismo – per cui al posto di tratta degli schiavi si parla di sponsorizzazione dei rimpatri  dei migranti sbarcati in altri paesi Ue, come alternativa alla ricollocazione nel proprio. Questo «nuovo concetto» della solidarietà obbligatoria fra Stati membri.  prevede dunque un sistema di contributi flessibili da parte dei partner che potranno aprire le porte alla ricollocazione dei richiedenti asilo dal Paese di primo ingresso”, ma anche farsi carico del rimpatrio “di persone senza diritto di soggiorno” (con contributi da 10 mila euro a persona).

Insomma con la sponsorship dei rimpatri, “gli Stati membri forniranno tutto il sostegno necessario allo Stato membro che si trova sotto pressione per rimpatriare rapidamente coloro che non hanno diritto di restare” sul territorio dell’Ue. E per mettere a frutto l’esperienza dei fondi (quasi 5 miliardi) offerti alla Turchia per fronteggiare gli sgraditi arrivi, si ipotizzano partnership coi Paesi extra-Ue, per sostenerli nell’affrontare il “traffico di migranti”, sviluppando  percorsi legali “a pagamento”, come avvenne appunto quando Erdogan venne autorizzato ai respingimenti verso la Grecia.

C’era da aspettarselo che, una volta superata dalla minaccia del Covid, la pressione esercitata dallo shock a ripetizione dell’invasione, del meticciato, della minaccia islamica, l’immigrazione venisse affrontata con le azioni e gli strumenti concreti e ideologici del neoliberismo, temperando con i meccanismi di mercato i danni prodotti dal mercato (quello che esporta armi e importa schiavi, che depreda risorse per alimentare i consumi di popolazioni ancora risparmiate dal colonialismo, che pure sta esercitandosi nei contesti interni).

Tutto si tiene e quindi ritornano in auge gli slogan farlocchi della cooperazione – e anche in quella l’Italia vanta dei tristi primati in scandali e ignominie impunite: aiutare i governi a aiutare i loro popoli (mi correggo, questo è fresco di giornata), non regaliamogli i pesci ma la rete per catturarli, in modo da legittimare scorrerie umanitarie, trasferimenti del nostro knowhow in materia di corruzione, sfruttamento dissennato, sviluppo insostenibile, occupazione dei loro territori con fabbriche inquinanti, rifiuti tossici, produzioni illegali da noi.

Basta guardare alle statistiche dell’organizzazione  Honest Accounts che denunciano come i paesi africani ricevano circa 19 miliardi annui in  donazioni, ma oltre il triplo di questa somma  scorre via in fiumi illegali grazie a elusioni, falsificazioni e traffici illeciti e opachi da parte delle multinazionali.  Nel continente arrivano in rimesse dall’estero circa 31 miliardi, ma le multinazionali straniere  riportano circa 35 miliardi di profitti nei loro paesi di provenienza o nei paradisi fiscali. E tanto per citare un dato che dovrebbe interessarci per la sua inquietante affinità con noi, i governi africani nel 2017 hanno ricevuto circa 36 circa miliardi di dollari in prestiti ma hanno pagato 20 miliardi per gli interessi.

Si tratta di geografie che dispongono di risorse che dovrebbero permettere di garantire condizioni di vita dignitose a tutti gli  abitanti, cibo, acqua,  assistenza sanitaria, istruzione, lavoro e salari  adeguati), ma che da anni e anni sono sfruttati dal colonialismo vecchio e nuovo, aggravato  dalle regole del neoliberismo che hanno costretto i governi a indebitarsi sempre di più, a accettare i diktat del Fondo Monetario e dei paesi creditori, riducendo la propria sovranità economica e politica.

Basterebbe questo a farci capire che il problema dell’immigrazione è un nostro problema non perché dobbiamo essere solidali in un’area che avrebbe ritrovato con le elemosine promesse (che saranno rese inutili dalla nuova austerità) il suo afflato coeso e civile disegnato dai padri fondatori, anche quelli incarnazione di una cerchia elitaria e schizzinosa, non perché ci “invadono”, non perché i nostri lavoratori sono minacciati dalla concorrenza di un esercito di riserva disposto a accettare sotto ricatto condizioni e remunerazioni inferiori e precarie, non perché ci rubano i posti nei quali pensavamo di non dover mai faticare.

E’ un nostro problema  perché il tallone che pesa su di noi è lo stesso, perché il trattamento che viene riservato al Terzo Mondo esterno è lo stesso che si presenta e già si consuma nel Terzo Mondo interno all’Ue – noi i periferici, gli indolenti, i parassitari secondo la legge scritta dai frugali- e dentro al nostro Paese.


Brevi di cronaca per il futuro

protesta santiago cilePescando nel cestino delle notizie apparse sui media, nascoste dai media o relegate in un angolo, ne scelgo alcune che se messe insieme non rimangono un collage, ma esprimono un significativo vettore di cambiamento. Cominciamo dall’Irak che sta protestando per l’ingresso non autorizzato delle truppe statunitensi e di “consiglieri” della Cia fuggiti dal confine tra Siria e Turchia negli ultimi giorni, cosa che rappresenta una vera beffa per Washington la cui presa si rivela molto più debole del previsto e proseguiamo con l’atterraggio in Sudafrica di un bombardiere a lungo raggio Tupolev 160 dopo un volo ininterrotto di 13 ore, che vuole essere un messaggio simbolico ai leader africani presenti a Sochi per l’incontro Russia – Africa dove sono state attivate 500 iniziative di scambio commerciale, cooperazione e assistenza che comportano molti miliardi di dollari. Questo fa il paio con altre due notiziole che ci sono sfuggite: una divisione di batterie di S400 ha fato il suo ingresso in Serbia nell’ambito di esercitazioni comuni tra Mosca e Belgrado, mentre quest’anno per la prima volta la Russia ha superato il 50% del mercato planetario di grano (tra l’altro tutto non ogm) , cominciando a far preoccupare i vecchi monopolisti del continente americano o europei che hanno determinato questa situazione con le sanzioni che hanno costretto i russi ad aumentare del 20% la loro produzione cerealicola. A questo dobbiamo aggiungere altri fatti altrettanto significativi, anche se di diversa valenza: la rivolta che divampa in Cile contro il liberal pinochettismo che fa del suo meglio per incarcerare e torturare come ai bei tempi della dittatura, la straordinaria vittoria in Bolivia di Evo Morales conseguita nonostante i disperati sforzi di Washington , la resistenza del Venezuela, un altro sabato di dimostrazioni e scontri in Francia tra polizia e gilet gialli di cui ormai l’informazione padronale non dà più notizia per l’imbarazzo che crea. Insomma la riconquista del Sud America si sta rivelando più complicata del previsto e persino all’interno dell’impero cominciano le ribellioni.

Non voglio perdermi a esaminare punto per punto questo insieme di notizie, ma nel loro complesso esse ci parlano della crisi involutiva nella quale  il neo liberismo ha portato l’intero occidente, crisi interna esattamente speculare a quella esterna perché mentre il vecchio capitalismo, specie del secondo dopoguerra, rapinava le risorse sia per l’accumulazione della ricchezza, sia per conservare la pace sociale con una moderata redistribuzione, il globalismo ha abbandonato questa strada e ha proclamato la sua idea di sfruttamento senza distinzioni di sesso, età colore della pelle, ma anche senza i limiti classici delle democrazie che una politica completamente subalterna si incarica di rimuovere dopo giorno. Ovvio che di fronte a questo le destre insorgono in nome del privilegio etnico in vigore da secoli e divenuto incallito pregiudizio, mentre le sinistre si sono fatte subornare dalla superficiale rassomiglianza tra globalismo e internazionalismo e considerano ogni diritto di sovranità come sintomo di nazionalismo portando acqua al mulino delle oligarchie.

Le notizie citate in apertura del post stanno ad indicare che tutto questo sta ricevendo colpi di maglio dall’esterno ovvero da quel mondo altro che sta acquisendo un peso impensabile fino a qualche decennio fa, che non intende più subire e che non solo resiste, ma sta passando decisamente al contrattacco, mentre il malcontento interno nei Paesi occidentali, pur non essendo ancora riuscito a scalfire la filiera del potere se non nelle aree marginali e forzosamente annesse, è una polveriera di inquietudini e rabbia pronta ad esplodere e che non sarà così facile contenere in futuro nemmeno attraverso la gestione dell’opposizione, la deviazione dell’attenzione e persino la creazione di raccoglitori del malcontento che al momento opportuno si rivelano impotenti. Insomma il cambiamento di epoca e di paradigma, non è più un’ipotesi, ma una realtà. E purtroppo, come ho già avuto modo di accennare, l’Europa rischia di diventare una sorta di bastione di retroguardia del capitalismo finanziario che ha devastato le economie per il solo beneficio di poche persone super ricche: grazie ai suoi meccanismi non elettivi seminascosti dietro paraventi ritual – partecipativi rischia di prolungare l’agonia di un mondo e nello stesso tempo di non riuscire a profittare dei cambiamenti, anzi di esserne travolta.


Milafrica

mappaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Donna sommersa dalle formiche in un ospedale a Napoli. E poi, la presenza del micobatterio Chimera, che si annida nel macchinario che assicura la circolazione extracorporea durante gli interventi di cardiochirurgia, è ritenuta all’origine del decesso di un paziente sessantenne morto lo scorso 2 novembre dopo un calvario di sofferenze all’ospedale di Vicenza.

Pare che sia riuscita la recessione, sia riuscito l’impoverimento, sia riuscita la demolizione dello stato sociale ad abbattere il muro che separava il Nord laborioso, opimo, benestante, dal Mezzogiorno indolente, misero, ignorante per dare una fisionomia unitaria di distopica uguaglianza a un Paese troppo lungo, a dimostrazione che è riuscita l’operazione di spingere l’Italia verso sud, propaggine molesta e parassitaria dell’Africa che preme ai confini come una mesta palla al piede della provincia carolingia dell’impero, ormai guarita definitivamente dai complessi di colpa per il passato coloniale.

Qualcuno però non ci sta. Qualcuno si illude con protervia di aver mantenuto prerogative superiori, di possedere qualità che sanciscono la intoccabile appartenenza all’area pallida, pingue e sovrastante dell’Europa, abilitato quindi a censurare gli immeritevoli, le sanguisughe, le genti abituate a stare a ricasco, profittatori che tra l’altro sempre si lagnano, ingannano  oggi l’Inps con le pensioni di invalidità e domani gli sciocchi 5stelle con il reddito di cittadinanza. Come ha avuto occasione di rilevare il primarista Martina o il primo cittadino della capitale morale, che poi, peso el tacòn del sbrego si direbbe a Venezia, ha rettificato dicendo di non aver voluto offendere gli abitanti di Avellino in merito all’apertura domenicale degli esercizi commerciale, ricordando che nella gran Milan se lavura!, anche nei festivi, ma per prendere in giro Di Maio colpevole all’origine per essere un adoratore di San Gennaro e non dell’Expo.

Scomparso da tempo dall’agenda politica dei governi e persino dagli slogan elettorali il “problema Sud” viene risuscitato da loro, che accusano il Mezzogiorno di aver meridionalizzato l’Italia, come succede quando dei ragazzini problematici vengono accusati di abbassare il livello della classe terza B come se i Borboni non stessero di casa a Bruxelles,  e,  aiutati dai loro attachés non siano stati loro a annetterci alla marmaglia dei Pigs  spegnendo aspettative e istanze di riscatto, comprando intellettuali, condizionando sindacati sempre più soggetti, umiliando insegnanti, chiudendo in casa le donne, avvilendo talento e competenze di   tecnici e artigiani, espropriando di diritti e conquiste operai avviliti e ridotti all’incerta fatica, avvelenando campagne un tempo felici, vendendo la dignità del Paese, i suoi gioielli, estraendo dalle coscienze infamie riposte e negate, portando alla luce risentimento, razzismo, invidia, xenofobia.

Si sa che gente così non ci sta a essere terrona, ( ricordano quel giorno di più di 150 anni fa,  quando il Luogotenente Luigi Carlo Farini, arrivato a Napoli dalla Romagna, sbottò: «Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica!» ). Perché pensa di essersi definitivamente conquistata la protezione dei padroni, perché hanno contribuito alla crescita  del divario che dimostra il fallimento del “sistema Italia” tutto, nelle sue articolazioni, giudiziarie, istituzionali, politiche, amministrative, perché non è per caso che un’Italia unita ha scelto di mantenere un’area così vasta e strategicamente decisiva  nella semipovertà e in balìa di un «blocco sociale mafioso» rinforzato dalla crisi e dai legami sempre più stretti con la politica, proprio come  l’Europa unita ha permesso che si creasse  una «questione meridionale» europea che abbraccia il Mezzogiorno d’Italia, la Grecia, il sud della Spagna e il Portogallo, accumunate dal destino di diventare le bidonville della regione  come accade per le periferie delle grandi città che accerchiano il loro cuore ricco, pulsante e cosmopolita ma contemporaneamente ne sono escluse dal godimento, ricetto per disperati di passaggio, serbatoio malcontento di forza lavoro precaria.

Eppure si chiamano fuori, il sindaco Sala tra tutti,  pronubo della svendita di Milano, della cacciata dei residenti, della loro segregazione in un hinterland sempre più esteso e marginale. Fingono che la mafia sia un fenomeno estraneo, che quelle della Dia siano profezie millenaristiche quando raccontano che la mano criminale  detiene circa il 25% del valore commerciale milanese e che «sul mercato» operano gruppi di comando potenti quanto e più della vecchia nomenclatura siciliana o calabrese, che i negozi e gli empori di abbigliamento che si  sviluppano lungo gli oltre quattro chilometri da piazzale Loreto fino al Castello   e appaiono e scompaiono  tra cambiamenti di insegna, di marche e di prezzi, sono o posseduti o ricattati dal racket malavitoso, che le probabilità di portar soldi a ‘ndrangheta o mafia cenando in una qualsiasi pizzeria sono almeno del cinquanta per cento.  Dimenticano che sempre la Dia ha reso noto un elenco di comuni lombardi nei quali mafia o ‘ndrangheta rappresentano forze determinanti dell’economia e dei rapporti sociali: Milano, certo, ma ci sono Varese e Como e Lecco e Monza e Busto Arsizio e molta Brianza e comuni popolosi, ben identificabili grazie a una mappa  della Questura che  individua i centri colonizzati. Ma troppo occupati a sgombrare senza tetto, schedare spettatori, respingere immigrati, controllare manifestazioni sgradite e rimuovere dalla vista dei benpensanti panorami viventi indecorosi, hanno contribuito, perfino secondo i vertici delle forze dell’ordine a   spostare i riflettori e dunque la percezione della sicurezza  “sulla microcriminalità collegata alla presenza di stranieri e di altri soggetti operanti sul terreno della devianza sociale”.

Così, i dati sono della stampa locale,  le “risorse specializzate” assegnate ai distretti per combattere la mafia sono insufficienti. quello di Milano, con le altre città infiltrate di media dimensione  conta  poco più di 200 uomini, la Dia che ha competenza su tutta la Lombardia ne ha solo 68.

E se proprio vogliamo credere a una profezia vien buona quella di un comandante dei carabinieri, che, convocato per un caso di cronaca nera comprensivo di delitto, dopo intimidazioni e ricatti, nel milanese, ebbe a dire: ormai quello che non è Calabria, Calabria sta diventando. Con buona pace degli untori che si sono presi la peste.

 

 

 


La loro Africa

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Quando leggete che lanciano qualche molotov contro un hotel che riceve ospiti indesiderati, quando leggete che a Cona migranti malvisti e mal sopportati fermano il bus che porta altri profughi ancora più indesiderati, quando leggete di un paese che non vuole 4 stranieri, quando leggete che ci sono cittadine che dicono no allo Sprar per, dicono, tutelare le generazioni future che chiederanno conto del perché è stata tollerata questa invasione, ecco allora non accusate e condannate gli incivili concittadini.  Semmai prendetevela con voi stessi   che avete permesso che vincesse chi ha dichiarato guerra all’ umanità a colpi di paura, sospetto e risentimento.

Quando vedete con quanto entusiasmo si salutano misure muscolari, improvvide quanto impraticabili non prendetevela con gli autisti delle ruspe che hanno costituito una triste avanguardia rivendicando come fossero virtù, razzismo e xenofobia usciti allo scoperto sena pudore o vergogna. Meglio se ve la prendete con chi finge di doverli assecondare perché interpreterebbero un pensare comune, perché obtorto collo avrebbero dovuto prendere atto che così la pensano gli elettori che avrebbero penalizzato i loro comportamenti umanitari, la loro carità pelosa, tanto che a malincuore ma con virile fermezza sarebbero costretti a immaginare fantasiosi atti di forza manu militari.

Gli piace vincere facile, così senza gran fatica hanno persuaso molta gente impoverita, molta gente umiliata, molta gente anestetizzata grazie al monopolio informativo e dello spettacolo, letargica grazie al sonno della ragione che dalla politica ha contagiato la cosiddetta società civile, intimorita dal bastone dei ricatti e allettata dalla carota delle mancette estemporanee, che finalmente si è rivelata la vera natura del nemico, così tremenda da autorizzare una guerra senza quartiere e senza confini.

Il lavoro è stato depauperato di conquiste, certezze, valori, garanzie? Colpa di chi ce lo porta via mettendoci in concorrenza con gli straccioni venuti da chissà dove, anche se anelate a cambiare pannoloni, assistere moribondi, raccogliere olive e pomodori, lavare uffici e stare appesi su impalcature malsicure. 12 milioni di connazionali rinunciano alle cure? Colpa dell’indiscriminata elargizione di assistenza gratuita agli immeritevoli stranieri. I vostri figli non trovano posto negli asili pubblici e siete costretti a rivolgervi anche in questo caso ad onerose strutture privati? Colpa dei ragazzini approdati da lontano cui vengono iniquamente riconosciuti diritti, salvo quello di essere italiani anche se nascono qui.  Le strade e le piazze sono insicure? Colpa loro, dei forestieri che arrivano qui a delinquere, rubare, spacciare, stuprare, che si sa, i loro costumi e la loro fede sono incompatibili con la nostra superiore civiltà di incalliti mafiosi, irriducibili oscurantisti, evasori abituali, assassini domestici.

Gli piace vincere facile e come sempre succede imperatori e generali stanno a guardare mentre i soldati dalle prime alle ultime file degli opposti eserciti si scannano, compiaciuti e rassicurati perché finché c’è guerra c’è profitto, salutari massacri hanno un effetto calmierante di proteste e richieste, un mondo di mezzo di fedelissimi ci guadagna. E dividendo si comanda meglio, mentre intorno si alza il brusio disinformante  che comunica invasioni barbariche,  sbarchi di terroristi in vena di traversate avventurose invece di scegliersi un comodo volo in business class, minacce di  mortifere epidemie non contrastabili tramite collaudati vaccini. Per non citare il pericolo più grosso, la barbarie, la contaminazione inevitabile dei nostri nobili usi, delle nostre preclare tradizioni, che recherà oblio del passato e offuscamento del futuro, reso confuso dal perverso meticciato e da una preponderanza numerica, col rischio di non contare più da cittadini, di non intervenire nelle scelte, di vedersi imporre imperativi e decisioni anche morali di vita e di morte. A differenza di quello che avviene oggi da noi?

Se l’istruzione pubblica è morta, vive l’orrenda pedagogia della politica che vuole ammaestrare soldatini ubbidienti coi forti e feroci   coi deboli: la formazione viene decisa in vertici remoti nei quali si mettono le basi del nuovo e ferino colonialismo da realizzare sempre nelle stesse terre di conquista e rapina, stringendo patti osceni con despoti e tiranni sanguinari, ricacciando indietro in deserti chi scappa da guerre, fame, sete, catastrofi ambientali favorite dalla dissennatezza dei soliti predoni, dove la morte sicura è un ineluttabile effetto collaterale di campagne di esportazione dei nostro stile di vita, della nostra civiltà superiore, del nostro modello di democrazia “ndo cojo cojo” che la livella si abbatte su barconi,sulla rotta per l’Italia o in cammino verso la Libia, a Aleppo o nella giungla di Calais.

«L’Africa gioca un ruolo cruciale per l’economia mondiale», sono tutti per una volta concordi i leader europei, i ministri degli esteri e delle finanze, pure quelli dell’Interno che conoscono quei luoghi tramite le cronache rosa da Malindi, e che siglano accordi per realizzare lager lontani e fuori dalla vista del mondo perbene, in Niger, in Ciad, o che stringono accordi di cooperazione in modo da foraggiare improbabili decisori locali in cambio di respingimenti all’origine, anche finanziando polizie e corpi speciali col compito di “reprimere” l’immigrazione.

Ormai è inutile dire che non l’immigrazione, ma l’incapacità di gestirla a costituire un costo economico  insopportabile. Ormai è inutile dire che gli stranieri sono una risorsa. E costituiscono un rischio sociale solo se non favoriamo il loro riconoscersi tra noi e con noi, se li trattiamo da presenza utile ma molesta, da manodopera necessaria purché invisibile, silenziosa, priva di status e diritti. Ormai è inutile dire che abbiamo rinunciato a ogni trattativa con l’Europa quando abbiamo accettato tutti i suoi capestri e contribuito alle sue spedizioni belliche, così che  tardive resipiscenze, moti di rivalsa, qualche bluff da pokeristi suonano ridicoli.  Abbiamo accettato di essere tutti naufraghi, tutti stranieri che nessuno vuole e difende nel peggiore dei mondi possibili, il nostro mondo troppo piccolo per ospitare l’umanità

 


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