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Come far la festa al lavoro e vivere sereni

1maggio010La festa del lavoro senza il lavoro. Le ultime statistiche sull’occupazione calante potrebbero sembrare un colpo alla  credibilità del governo e del suo premier, ma in realtà ne decretano il clamoroso successo nel rifilare al paese un job act che non voleva e non poteva essere un volano per l’occupazione, ma una regalia per Confindustria e soprattutto un pugnale conficcato nella schiena dei diritti.

Infatti la pensosità compunta di tanti analisti e giornali di fronte ai nuovi dati Istat, la pausa di riflessione nella produzione di incenso conformista, è soltanto una nuova espressione di ipocrisia: che diritti e tutele del lavoro fossero un ostacolo alle assunzioni era una vecchia idea della propaganda liberista, smentita dai fatti e da tutti gli studi specifici che anzi hanno spesso trovato una relazione inversa ( più tutele – più lavoro) e infine ha cessato da diversi anni di essere  tra le dottrine ufficiali del braccio armato del capitalismo finanziario, ossia Fmi, Banca mondiale, Ocse, anche se rimane tra le prassi di natura politica consigliate ai fini della riduzione di democrazia.

Così adesso ci si ritrova con 50 mila disoccupati in più dopo che il governo e i media complici hanno dovuto accreditare il job act di virtù miracolose per nasconderne la natura di strumento di umiliazione del lavoro e di precarizzazione universale. Ma anche per minimizzare il contorno indigesto con cui è stato accompagnato, ossia un meccanismo di agevolazioni e contribuzioni per le aziende (una vera follia dentro una crisi di domanda e non certo di offerta) che è subito diventato un business a se stante  con la creazione di aziende fasulle messe in piedi solo per incassare gli incentivi come riporta un’inchiesta dell’Espresso oppure come stimolo a licenziare per riassumere con meno tutele e meno salario, cosa del resto abbondantemente prevista.

Insomma una strada sbagliata imboccata nel peggiore e opaco dei modi, fingendo di voler limitare la precarietà rendendola invece consustanziale anche ai contratti a tempo indeterminato. Basti solo pensare che incentivi e risparmi previdenziali per le aziende sono superiori al pourboire da pagare in caso di licenziamento illegittimo, anche ammesso che quest’ultima fattispecie sia concretamente ravvisabile. Così il mercato del lavoro verrà costantemente deformato e condotto verso pratiche ancor più borderline di quelle precedenti. Del resto, tanto per rimanere agganciati all’attualità, che Paese è quello nel quale si proclama il sacro cuore immacolato della flessibilità e lo si innesta di imperio su un sistema pensionistico trasformato in contributivo  ben sapendo che questo costringerà a lavorare in vecchiaia inoltrata a fronte di pensioni da fame?

L’importante però, dal punto di vista politico, è comprendere che tutto questo non costituisce un errore, un abbaglio o un fallimento per il governo, ma un grande successo: essere riusciti a spacciare come salvifica una riforma del lavoro infame e soddisfare così le richieste della governance europea, connettere questa mattanza di diritti e tutele con quella degli esecutivi di “emergenza” precedenti, nonostante la somma sia un vero disastro, è un colpaccio. Certo ci sarà qualche difficoltà  mediatica a rapportare la realtà con la retorica per frasi fatte del bullo di Rignano, ma con l’appoggio pressoché totale dei media anche questo non sarà troppo difficile dopo qualche sbandamento. In ogni caso ci penserà l’Italicum ad impedire che la rabbia e la delusione si trasformino in opposizione parlamentare e a quel punto anche un appannamento di Renzi non sarà più un problema: morto un fanfarone se ne fa un altro, purché niente cambi.

Ai lavoratori è stata fatta la festa.

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