1315794-grecia_simbolo_caduta_2Man mano che ci si avvicina a una probabile vittoria di Tsipras in Grecia, via via che la retorica, la minaccia e il ricatto fanno meno presa perché sempre meno impressionanti e terribili in rapporto alla realtà quotidiana, si fa strada l’ideologia di riserva, quella classificata nella cartella del “capitalismo ragionevole” che è stato da tempo abbandonato per strada. Tra le anime morte questo sistema di pensiero diventa cinismo del quotidiano e del banale: Tsipras ha potuto fare l’alternativo fino ad oggi, ma se avrà responsabilità di governo finirà per trasformarsi in un Renzi qualsiasi.

Non c’è dubbio che il rischio ci sia, ma esso è messo in luce dalla formulazione più raffinata del medesimo modo di pensare: Tsipras non può chiedere troppo altrimenti rischia di non ottenere nulla. Non si può essere duri e puri, ci si deve sporcare le mani con i compromessi e le mediazioni e via chiacchierando facendo le opportune soste sulla via crucis nella quale le sinistre hanno finito per perdere ogni appeal e annacquarsi, per chiedere sempre di meno e non ottenere nulla ol contrario di quanto speravano. Le cose sono giunte a un punto di svolta tale per cui ciò che tradizionalmente si ritene concreto e ragionevole, risulta del tutto irrealistico se non impossibile. Perché delle due l’una: o Atene, governata da Syriza riesce ad imporre una ristrutturazione profonda del proprio debito, peraltro schizzato verso l’altro proprio grazie alle ricette assurde della troika, con tutto ciò che comporta oppure non potrà che continuare sulla strada del disastro e della governance esercitata dalla finanza.

Tsipras fallirà proprio se vorrà seguire la strada del minimalismo sinistrese che purtroppo ben conosciamo e che ci ha portato per mano fino a Renzi e al partito del Nazareno. La Grecia non ha la minima possibilità di uscire dalla crisi senza precedenti nella quale è stata cacciata se non contesterà radicalmente le filosofie della troika, se non sarà in grado di uscire dall’infantile europeismo di maniera. Solo negando un’Europa subordinata a Berlino, ma soprattutto all’idea che gli imperativi della finanza siano i soli ai quali la governance continentale deve fare riferimento, potrà mettere le premesse, i semi per un’altra Europa. Altrimenti sarà destinato a una sconfitta che coinvolgerà in seguito tutte le sinistre europee.

Ciò che voglio dire è che le tattiche del compromesso e della mediazione non possono essere confuse con le strategie e i progetti, non possono tramutarsi da mezzi in fini, perché proprio questo sarebbe mancanza di realismo. Dopo quarant’anni di progressiva globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia, con tutto ciò che ne consegue, o si volta pagina dando inizio a un giro di boa o si finisce travolti da logiche che non consentono più una dialettica sociale se non sul limite estremo della rivolta. Quando  il denaro crea se stesso, totalmente al di fuori del rapporto valore – lavoro, il meglio che ci si possa aspettare è il minimo di elemosina sociale necessaria a mantenere l’ordine e quindi a garantire il meccanismo di arricchimento di pochi.

A ben guardare da dopodomani, se vince Syriza, si scontreranno due bluff tutti da andare a scoprire, o meglio due idee di bluff. L’Europa del nord e le élite politico finanziarie pensano che Tsipras alla fine tornerà all’ovile, mentre ad Atene si pensa che alla fine pur di non rischiare la fine dell’euro, i paesi ricchi accetteranno la ristrutturazione del debito. Probabilmente sbagliano entrambi, ma non c’è dubbio che vincerà chi alla fine sarà meno disposto al compromesso.

In un certo senso, per parafrasare un linguaggio politichese o l’asticella è al massimo o tanto vale rinunciare a saltare.