jean-claude-junckerAlle volte si ha l’impressione che l’informazione sia del tutto inutile e che essa sia costruita più sull’emotività che sull’intelletto, come se si “capisse” qualcosa solo se viene presentata in modo da suscitare reazioni viscerali e rimanesse invece nascosta e invisibile al ragionamento. E’ ciò che accade nel cosiddetto scandalo Juncker, ultimo scontro sotterraneo tra Paesi forti e deboli della Ue. Una inchiesta del cosiddetto consorzio internazionale del giornalismo investigativo rivela infatti che Juncker in qualità di primo ministro lussemburghese o ministro dell’economia avrebbe contrattato un trattamento fiscale ridotto al minimo, il 2% appena in molti casi, per gruppi finanziari, grandi patrimoni e multinazionali intenzionati a basare i loro assets nel Granducato. E si tratterebbe di centinaia di casi dall’ Ikea a Finmeccanica, da Deutsche Bank a Unicredit a Fiat. Tutte  operazioni che hanno permesso ai grandi ricchi di sottrarre miliardi di tasse ai Paesi nei quali il reddito viene generato. Tutte cose che non erano affatto segrete, ma anzi propagandate per mostrare come il Granducato fosse un bengodi.

Ma che scandalo è? Che il Lussemburgo fosse un paradiso fiscale lo sapevano tutti, che l’Unione Europea sia stata tanto idiota o politicamente perversa  da creare una moneta unica senza aver prima creato un armonizzazione fiscale è altrettanto noto, che sia possibile a ciascun Paese “contrattare” le condizioni di insediamento è nella normalità del mondo liberista, che Juncker  fosse da 18 anni padrone assoluto della politica lussemburghese è nel curriculum. Dunque non si sa bene di cosa ci si meravigli e perché una realtà così evidente e così importante per la percezione di ciò che è divenuta l’Europa, divenga improvvisamente evidente solo quando viene presentata sotto forma di una personale indecenza.

In realtà Juncker ha fatto cose che sono alla base  della governance europea, con quell’idea di liberalizzazione assoluta insita nel trattato di Lisbona come nella direttiva Bolkenstein che consapevolmente dimenticava il tema della armonizzazione e prevedeva che se gli stati messi in concorrenza sul terreno fiscale, avrebbero finito per abolire o rendere puramente simbolica la tassazione sulle attività economiche. Tanto gli stati avrebbero recuperato denaro dalla abolizione progressiva del welfare. Una logica che è alla base anche del nuovo trattato transatlantico e che anzi viene da esso portata all’estremo e al punto di non ritorno. Anzi è proprio per questo che Juncker è stato eletto. Paradossalmente lo scandalo vero per il mercatismo europeo consisterebbe nell’esatto contrario, se cioè il neo presidente della commissione Ue avesse detto agli emissari di banche e aziende in cerca di assoluzioni fiscali che il Lussemburgo non si prestava a questa truffa: in questo avrebbe violato la logica europea di cui è il più autorevole rappresentante. L’ironia sul “rigorista” Junker che poi si rivela l’arcangelo del paradiso fiscale chiamato Lussemburgo, è fuori luogo: il rigore europeo si riferisce esclusivamente agli strumenti con cui si deve far fronte al debito pubblico e al deficit di bilancio: cioè ai massacri a danno del welfare, della scuola, della sanità, dei beni pubblici svenduti a privati e all’aumento delle tassazioni indirette (iva, accise e via dicendo) che colpiscono tutti. Mica al livello di tassazione delle aziende che anzi si consiglia di abbattere se appena si può.

Ma uno dei più noti metodi di  persuasione occulta è quella di mettere in capo a una persona o a piccoli gruppi tutto il marcio che è nel sistema, facendolo apparire come una devianza quando è invece la normalità. E infatti temo che nelle operazioni di Juncker non si troverà nulla di contrario al diritto comunitario e la cosa finirà in una bolla di sapone. Così come finirono in nulla le rivelazioni pubblicate dallo stesso consorzio giornalistico sulle manovre della Commissione Ue per  ricattare molti Paesi africani e sudamericani, costringendoli ad abrogare le leggi nazionali sul servizio universale per aderire alle logiche di mercato e aprire le porte alle multinazionali europee dell’acqua. Che parecchi funzionari della commissione tenessero innumerevoli riunioni improprie con le suddette multinazionali, designate poi a fare la medesima cosa sul vecchio continente (come sappiamo bene), che i risultati di quegli incontri venissero  poi accolti dalla commissione, sembrò indecoroso, ma in realtà la vergogna ricadeva sugli input politico – economici che erano alla base di tutto questo.

Davvero Juncker non ha nulla del burocrate, rappresenta una enorme massa di profitti, la stessa che ha servito come premier del Lussemburgo e ora come presidente della commissione, per volontà di Merkel, Renzi e compagnia cantante. E’ questo lo scandalo.