altre_aria_fritta_01Oggi capisco bene perché l’Italia sia così renziana:  ciò che la lega al premier da bar è un pervicace senso per l’ottusità. Ci avrei scommesso che il pil in negativo della Germania, peraltro previsto e solo un po’ più alto delle attese, avrebbe scatenato la soddisfazione italiota, a cominciare da Renzi per finire nelle suburre della stampa berlusconiana. Comprendo la Schadenfreude nei confronti di chi agita la sferza dell’austerità, ma il fatto è che la flessione dell’economia tedesca dopo anni di segni positivi, non ha nulla a che vedere con il medesimo meno 0,2 fatto registrare dall’Italia dopo anni di recessione. E soprattutto non ha nulla a che vedere con la possibilità richiamata dall’ometto di Rignano, che questa crisi induca la Merkel a rivedere la dottrina dell’austerità. Anzi proprio i segnali di fragilità del mercato interno, sommati a quelli del commercio mondiale e alle sciagurate sanzioni alla Russia, porteranno la Germania ad evitare ancora più di prima la possibilità di qualche forma anche parziale di compartecipazione al debito dei Piigs.

La realtà è che le dottrine neo liberiste, applicate anche in Germania con un vastissimo aumento della precarietà e dei salari minimi ad essa collegati, stanno dando i propri frutti avvelenati, ma è anche che la narrazione della crisi europea fatta dai media italiani su input della politica e della classe dirigente, è stata mistificatoria, scadente eppure martellante tanto da ingannare anche le persone più lucide : si è voluto fra credere che i dogmi austeritari fossero scollegati dalla moneta unica e che dunque i due problemi potessero essere affrontati separatamente. Niente di più lontano dal vero: i limiti di deficit e di debito in rapporto al Pil sono scritti negli atti fondativi dell’euro, nel trattato di Maastricht, sono coniati assieme alle monete che usiamo ogni giorno, anche se  sono balzati alla ribalta con tutto il loro peso solo quando la crisi globale ha cominciato ad agitare la sua falce.

Ovvio a questo punto che i Paesi con le economie più forti e dunque con qualcosa da perdere abbiano sbarrato la strada alla tentazione di allentare i vincoli e anzi abbiano imposto nuovi trattati paralleli alla costruzione europea, come il fiscal compact, per consolidare ancora di più le regole con accordi fra singoli stati. Inutile prendersela con Germania che certamente ha beneficiato della situazione visto che l’euro è stato pensato come un supermarco, inutile farne un capro espiatorio di una rabbia che dovrebbe invece rivolgersi  a una costruzione europea che ha completamente tralignato dai suoi obiettivi: non ci può essere una moneta unica senza un limite, quale che esso sia, anche il più assurdo, altrimenti si aprirebbe una voragine infinita di debito. E siccome non ci può essere una moneta comune tra molte sovranità diverse, queste ultime sono finite alle banche, Bce in testa.

Se poi un sistema politico come quello italiano ha accettato di riassicurare Maastricht attraverso nuove e parallele obbligazioni, è ben strano che finga di combattere per una flessibilità alla quale ha apertamente rinunciato, legandosi mani e piedi non a un’idea di Europa, ma a un progetto monetario che pervade ogni aspetto della vita del continente e crea enormi problemi di gestibilità politica dal momento che ogni opposizione o brucia i ponti del passato o nel tentativo di mediare è di fatto risucchiata nell’adesione alla logica della divisa comune. Finché non sarà chiaro che l’euro è l’austerità e l’austerità è la forma che ha preso in Europa la lotta di classe al contrario, si continuerà a produrre aria fritta. In beata concorrenza col premier e con la premiata friggitoria del Cavaliere.