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Santo subito!

santoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri ho commesso, oltraggiosamente, reato plurimo di lesa maestà. Mi sono permessa  intanto  di criticare un piccolo convivio virtuale di intellettuali, (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/05/02/manifesta-malafede/,  firmatari di un appello inteso a dare appoggio ufficiale al Governo, oggetto di una campagna di delegittimazione da parte, a loro dire, non solo della destra che vuole accedere alle leve del comando, ma anche di altra comunità di pensatori critici, che, noi che che non siamo niente potremmo sbrigativamente definire gli eterni malcontenti, quelli che non sanno proporre  e si accontentano di ricorrere a arcaiche ideologie per giustificare la loro inazione imbelle, autori di “ strumentali e ipocriti appelli alla difesa dei diritti”.

Tra le firme in calce ci sono alcune di quelle che un tempo non mancavano mai, quelle che in qualità di parrucconi vivevano una temporanea eclissi,  e pure quelle di altri “parrucconi”, così li definivano i rappresentanti dei partiti della maggioranza,  che avevamo intravisto all’atto di dire No al referendum del 2016, per i suoi espliciti intenti autoritari di rafforzamento dell’Esecutivo.

E che oggi appoggiano entusiasticamente la scomparsa del Parlamento dalla gestione della crisi, le misure straordinarie  messe in atto, la istituzione di organismi e figure commissariali speciali con poteri eccezionali,    riappropriatisi finalmente della  piena autorevolezza in quanto “esclusi” da talkshow e paginate di giornali, effetto “virtuoso”, pare,  che solo ai più maligni come me  istilla il sospetto che vogliano ritrovare una prova dell’esistenza in vita in qualità di opinionisti e pensatori.

Non a caso  lo spazio offerto per la loro accorata ma appassionata lettera aperta è il quotidiano che possiamo ormai definire “diversamente Repubblica”, diretto da una “diversamente Conchita”, che assolve all’incarico di organo ufficiale del progressismo neo liberista, talmente colpito che si sia materializzato un “cigno nero”, un fenomeno inatteso e imprevedibile a onta della privatizzazione del nostro Welfare, della demolizione di sanità, cura, assistenza e ricerca, da intraprendere un cammino caritatevole offrendo ai lettori di leggersi il giornale online gratis.

In una volta sola  ho dunque avuto la sfrontatezza di combinare il vilipendo ai danni di questi due soggetti intoccabili, al delitto di violazione dell’autorità del governo e di Conte che, paradossalmente, vista la sua proverbiale mancanza di carisma, è oggetto di un vero e proprio culto della personalità.

Incarna infatti agli occhi dei suoi numerosissimi fan e supporter una leadership che si è irrobustita grazie a un uragano che avrebbe suscitato valori e qualità nascoste, rivelando uno spirito di servizio e un’indole al sacrificio inediti e che parla  a nome di una ritrovata unità nazionale, malgrado, sarebbe onesto ricordarlo, abbia messo in atto la più feroce delle divisioni tra una parte del suo popolo, che viene esentata dal rischio di un morbo incontrastabile e crudele stando a casa e isolandosi, e una parte del suo popolo condannata a sfidarlo senza quei dispositivi e quelle misure di sicurezza- peraltro contraddittorie e indecifrabili, che entrano in vigore da domani: mascherine (anche nella loro veste di brand redditizio del Made in Italy), disegnini per terra nei treni, bus  e metro per limitare i contatti, severo controllo sulla qualità e tenuta delle relazioni sentimentali.

Sarà perché è un sentimentalone, preda di uno Sturm und Drang emotivo che gli fa implorare “più amore” da parte delle  banche cui ha affidato la completa gestione dei quattro soldi destinati a alleviare le pene dei sommersi (erano 4 miliardi, diventai de infine, forse, uno solo), tanto che invece di vergognarsi dello stato di impotenza derivante dall’accettazione di comandi iniqui e della pressione del tallone straniero, ne fa un confuso alibi per l’inazione, comportamento ormai abituale nel succedersi di governi, dediti in forma indifferenziata all’atto di fede nei confronti dell’Europa, tra un si e un no, una pretesa burbanzosa quando è in suolo patrio e una delicata arrendevolezza in missione a Bruxelles. Insomma  sarà per questa ammissione di umana debolezza condita di qualche lacrima virile, certo è che all’avvocato Conte è riservata una comprensione affettuosa, come fosse un vaso di coccio tra regioni prepotenti e riottose malgrado le indecenti performance, tra l’Ue, i partner poco solidali, Madame Lagarde, poco benevola, Draghi che sta a aspettare sulla riva del fiume malgrado le limitazioni al consumo di spazi aperti.

A stupire  è che invece di dargli la umana compassione per questa sua incresciosa condizione, è tutto  un tributargli onori di statista, giustificare e legittimare misure strabordanti a fronte della evidente riluttanza a mettere a punto una strategia per il governo della crisi sanitaria e di quella economica che ne deriva.

E capirai,  mica si può redigere un piano, una strategia così all’impronta, e nemmeno, pare, in due mesi. Mica poteva stare solo al comando. Mica si può dire di no al sogno di Ventotene. Mica si può cavare sangue da una rapa, un bilancio fallimentare per colpa dei dissipati atteggiamenti e dagli stili di vita dissennanti degli italiani ragazzini, che è meglio educare e reprimere con leggi marziali, proibizioni, occhiuta sorveglianza sui rapporti e contenimento di quelli deplorevoli.

Ormai il Presidente Conte emerito in piena vigenza, santo subito, è destinatario di un remissivo ma entusiastico consenso,  comprensivo del plauso  dedicato all’affidamento a soggetti  scelti nella crème de crème dei gruppi di pressione finanziari e del management delle multinazionali,  senza controllo parlamentare, incaricati della messa a punto di azioni e interventi per l’ora e il dopo, in aperto conflitto di interesse, se sappiamo che Colao, l’ex ragazzo d’oro della telefonia mobile si occupa del nostro tracciamento, insieme a Arcuri, tuttora Ad di Invitalia, che ieri con inaudita faccia di tolla presenta con gran spolvero il suo  progetto – si chiama “Costruisco” – concepito “per utilizzare al meglio, e in forma integrata, fondi comunitari, nazionali e risorse filantropiche di origine privata con “l’ambizione  di costituirsi come uno degli strumenti più innovativi a sostegno della crescita delle iniziative economico-solidali, attraverso l’offerta di un mix integrato di agevolazioni reali e finanziarie“.

Come a dire che se noi non sappiamo che fine faremo “dopo”, la ricostruzione, loro, il dopoguerra insomma,  se lo stanno confezionando a loro immagine e somiglianza, insieme a Confindustria, la cui influenza è stata confermata da un protocollo unilaterale a carattere volontario perché non si storcesse da munire i lavoratori del minimo sindacale dei salvaguardia e sicurezza, Ance, Bill Gates, i giganti dell’informatica.

E  senza nemmeno aver bisogno di un programma, che non interessa a quelli che pensano di riuscire a conservare i superstiti privilegi e le superstiti sicurezze, e dal quale saranno comunque tagliati fuori quelli che già non sanno come arrivare a fine mese, quelli spazzati via dall’emergenza, precari, partite Iva, osti, negozianti, affittuari, part time, badanti, che ormai i mestieri del futuro sono pony, magazziniere, cassiera, manovale sulle impalcature delle Grandi opere di De Micheli, Bonaccini, del Mose e della Tav pronti a ripartire già da domani.

Guai a dirlo, però, pena l’anatema per eresia, l’immediato arruolamento forzato nelle compagini dell’estrema destra che non vuol farci cantare Bella Ciao dal davanzale.

Che questo governo e i suoi supporter applichino una censura antidemocratica è ormai evidente. E non solo  perché hanno ormai un seguito che zittisce con sicumera le voci critiche, o perché lo stato di eccezione ha messo il sigillo definitivo sull’indole alla delega che fa parte della nostra autobiografia nazionale.

Ma perché è sancita la rinuncia a quelle elementare forma di esercizio della partecipazione che si attua attraverso il controllo, l’accesso alle informazioni su quel che riguarda il processo decisionale, l’espressione di dissenso, proibita perfino in occasione degli scioperi e delle manifestazioni dei lavoratori che chiedevano sicurezza e tutele all’inizio della  apocalittica emergenza. Perché si rimprovera ai dissenzienti, alcuni dei quali immediatamente arruolati tra gli anarcoinsurrezionalisti, alla pari con runner e gente che passeggia senza cane o precari immigrati al Nord che cercano di tornare a casa per non pagare mesi di affitto e vitto senza salario, di esercitare sterili polemiche senza offrire soluzioni, quando da anni, dalla Thatcher in poi, dal 2008, dall’austerità, ci dicono che alternativa non c’è.

Sono proibite l’utopia ma ancora più la possibilità di qualcosa di “altro”  soprattutto ora che la scelta sarebbe tra la borsa e la sopravvivenza, tra la salute e il minimo garantito, sicché si pecca di allucinazioni visionarie se si pensa che debba essere garantito un reddito di emergenza insindacabile per tutti, si viene tacciati di irrealismo  proprio come allora quando si costrinse la Grecia a piegarsi sotto il tallone dispotico, di pericoloso avventurismo secessionista o peggio di sovranismo se si obietta che non si sarebbe dovuto sottostare all’espropriazione, firmata Draghi, di poteri e competenze in materia economica e che è sempre tempo di riprendersele per il bene comune, visto che minacce e ritorsioni non sono mai state testate e che il dominio esterno si è fondato sull’intimidazione, accolta con sottomissione correo da un ceto politico scelto per le sue doti di obbedienza cieca.

E dire  l’alternativa ci sarebbe anche rispetto alla cambiale in bianco data alla comunità scientifica, cui è stato attribuito potere insindacabile e autorità, da esercitare  in video, carta stampata, tv, rete, ma non negli appositi laboratori dove si sarebbero dovute testare sperimentazioni avviate in tutto il mondo, per selezionare quelle degne di applicazione, sottovalutate invece, taciute, tacciate di stregoneria per non possedere i requisiti di mercato, in attesa dell’ipotetico elisir di Dulcamara, il vaccino salvatutti.

Anche questa è censura, come d’altra parte lo è comunque l’ipotesi di una app, diventata l’unico intervento individuato dai prestigiosi organi di consulenza:   non ne conosciamo l’efficacia “sanitaria”, malgrado lo spendersi di altro organo ufficiale del “progressismo” ondivago, MicroMega che si spende con valutazioni tecniche opinabili,  ma possiamo immaginare la valenza di controllo sociale, se chi non si presterà alla sua applicazione sarà catalogato nella banca dati virtuale ma non poi tanto delle autorità eccezionali, come renitente alla responsabilità civile e alla solidarietà.

Povero Paese, poveri noi, ridotti “volontariamente” come Candide a dover credere al miglior governo possibile nel migliore dei mondi possibili, che intanto rotola rovinosamente verso altre più tremende catastrofi.

 

 

 


I Tuttobenisti

ragg Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è film in concorso a Berlino, a Venezia, a Cannes, a Ouagadougou, non c’è serie di Netflix o della Rai, nella quale il nostro eroe o la nostra eroina, stringendo a sé una vittima di tsunami, violenza, bombardamento, terremoto, incidente ferroviario, non pronunci la formula magica: va tutto bene. Estesa opportunamente a altro orizzonte temporale in qualità di slogan della pandemia: andrà tutto bene, come leggo in forma di ossimoro su un lenzuolo appeso nel cantiere dei lavori della metro C o come si è visto inalberato sul Campidoglio.

Ragione vorrebbe che se è stata fatto tutto male, il seguito non possa che essere peggio ancora, quando i decessi (conta poco sapere se sono superiori o inferiori a quelli stagionali degli anni scorsi) sono effetto del concorso di tagli alla spesa sanitaria, intesa come strutture, infrastrutture, risorse umane, dispositivi di cura, della demolizione del sistema di assistenza, diagnosi, prevenzione, della gestione criminale dei luoghi adibiti all’accoglienza dei soggetti più vulnerabili e esposti, quando si intraprende la strada del bioterrorismo instaurando un regime inteso a colpevolizzare individui e collettività, divisa in chi deve stare a casa per tutelare è e gli altri e chi invece deve affrontare il rischio, con scarse tutele, elargite discrezionalmente in via volontaria dai datori di lavoro.

Ragione vorrebbe, invece in un contesto politico caratterizzato dall’abituale inclinazione alle scaramucce perlopiù finte come nel teatro dei pupi con le sciabole di legno, che tanto esiste una intesa di fondo a sostegno dell’orrendo status quo, che si vuol perpetuare o cambiare in forma peggiorativa, non c’è voce dell’establishment che non si esprima per riproporre lo stesso format e la stessa commedia  magari solo con un avvicendamento delle parti in commedia e degli attori: li prendi dal Fmi e li metti alla Bei, li prendi alla Bei e li fai premier.

Proprio ieri due bei tomi, due De Rege  dell’ingegneria prestata all’economia e viceversa, immemori di essere un po’ avanti con gli anni e oggetto possibile delle inquietanti attenzioni delle task force che li vorrebbe recludere in casa chissà fino a quando (Colao aspira a restrizioni anche per i sessantenni che la Fornero considererebbe forza lavoro al top delle prestazioni e del rendimento), si sono espressi sul futuro con la loro ricetta che non può che confermarci nell’idea che confinarli davanti alla tv a guardare i telefilm sarebbe salutare per loro e per noi.

Proprio come un Bauman qualunque il tandem pensa che la soluzione sia “liquida”: eh si, “serve liquidità”, dicono,  “per evitare che le aziende falliscano; per far fronte alla straordinaria pressione sul sistema sanitario, che ha dimostrato di avere medici e infermieri eroici, ma gravi carenze strutturali”.

Ma dove trovarla? Non certo tassando, non sia mai che patrimoniali o altre imposizioni fiscali penalizzino economia.

Macché, invece ci vuole il Mes, il vero vaccino contro ogni choc,  i quattrini che mette generosamente a disposizione per aiutare le imprese in affanno, affinché “la decisione su quando ripartire la prendano medici e virologi, magari con l’aiuto di qualche economista”, insomma i target in prima fila nello sfacelo, tra chi ha scelto coscientemente la strada dell’austerità, del lavoro ai fianchi delle democrazie per esautorare i parlamenti e i governi della sovranità economica, e tra i tecnici retrocessi a santoni e opinionisti, che da mesi ci somministrano diagnosi farlocche, statistiche manipolate, allarmi apocalittici, elisir virtuali, uniti nella funzione di servitori  del regime d’eccezione instauratosi grazie al Coronovirus.

Nessuno pensa seriamente che il Dottor No, che un Victor Frankenstein abbiano liberato il virus, che Madame Lagarde con l’aiuto di una marmittona nostrana abbia confezionato il micidiale filtro ammazzavecchi, per esonerare i bilanci pubblici dall’onere di mantenere segmenti di popolazione parassitaria.

Insomma, non sarà stata ordita una macchinazione per accelerare il configurarsi definitivo dell’egemonia del totalitarismo  economico- finanziario grazie alla felice combinazione di gestione autoritaria e repressiva dell’ordine mondiale e di dispotismo sanitario, ma senza essere complottisti è legittimo sospettare che siamo vittime di una vera e propria cospirazione. Ci vuol poco, anche senza essere stati vomitati dalla fucine bocconiane, per sapere che il ricorso al Mes non è solo a titolo oneroso ma ha come effetto  l’erogazione di crediti che vengono contabilizzati nel debito pubblico die Paesi che li ricevono,  e che, di conseguenza, l’enorme mobilitazione di risorse a sostegno delle imprese e le misure rivendicate dal Governo che sommate tra loro arrivano a circa 750 miliardi di euro (il 40% del PIL italiano),   saranno a nostro carico, non oggi, magari non domani, ma certamente nelle successive misure di rientro del debito, che l’impianto europeo prevede.

Proprio come succede nel laboratorio sperimentale di casa nostra, quando la restituzione del  generoso prestito erogato dalle banche a imprese e partite Iva sofferenti sarà reclamata, senza indulgenza, benevolenza, compassione.

La necessaria disubbidienza civile che questi giorni richiedono sarà opportuno che cominci tirando via i cartelli e gli striscioni dell’andrà tutto bene.

Di modo che non possa prendere piede l’inganno del Draghi salvifico, cui dobbiamo il fiscal compact e che promette di replicare l’horror greco di cui ha scritto la sceneggiatura, dalla quale aveva attinto spunti per la famosa letterina in cui intimava al governo italiano di allora, di adottare come disposizioni necessarie e fatali  per ripristinare la fiducia degli investitori,  la profonda revisione della pubblica amministrazione, privatizzazioni su larga scala, compresa quella dei servizi pubblici locali,  la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, anche attraverso la riduzione dei salari; la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale;   criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità,  nel quadro di riforme costituzionali anche mirate a  inasprire le regole fiscali, e dulcis in fundo interventi drastici sul sistema sanitario pubblico.

Tiriamoli via quei manifesti, in modo da non farci incantare dalle ripartenze di Bonaccini, della De Micheli, di Sala, di Corrado Alberto, quello delle Madamine che spara a piena pagina dalla Stampa: “la Ripartenza sia all’insegna dello “spirito SI-TAV”, col fritto misto di Grandi Opere, Grandi Olimpiadi, Grandi Stadi, Grandi Corruzioni e Grande Malaffare, nel quadro di una ricostruzione post bellica che annovera come caso di successo il nosocomio d’eccezione in Fiera.

Non è ottimismo quello dell’Andrà tutto bene, si tratta invece di quell’uso della menzogna a fin di bene, quella incoraggiante per nascondere  il veleno delle disuguaglianze più inique, della carestia alla quale sono condannati anche quelli che si rassegnano a stare a casa, pensando di rinviare responsabilità e angoscia e incertezza, della psiche e dell’aspettativa segnate di bambini e anziani, di libertà ridotte in nome dei prodigi della scienza e della tecnica che vengono proposti e imposti col ricatto e l’intimidazione.

Proprio Arcuri ha fatto chiarezza sull’app di rintracciamento, comunicando che no, non è obbligatoria, ma se non entra in funzione sarà ineluttabile non alleggerire le misure di contenimento e confinamento.

Si tratta dell’aggiornamento, causa virus, della scelta del male minore, la patologia contagiosa e letale che colpisce chi si dimentica che si tratta di un male e non vuol guarire, perché preferisce la fatica di essere schiavo a quella del pensiero libero.

 

 


Cigni neri e brutti anatroccoli

cinnAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ogni tanto opinionisti e osservatori scoprono nelle pieghe dei testi sacri una formula che li aiuta a dare autorevolezza ai loro stentati pensierini da somministrare alla plebe. Quella cui si ricorre di più in questi giorni è la teoria del “cigno nero” una specie di “algoritmo” furbo che a suo tempo era piaciuto ai tanti che sostenevano che la crisi del 2008 fosse un incidente della storia, imprevedibile e probabilmente incontrastabile come certi eventi catastrofici, anche grazie al fatto che le regole di mercato erano state promosse a leggi naturali incontrovertibili.

E infatti con “cigno nero” ci si riferisce a una metafora di Nassim Nicholas Taleb, matematico e filosofo libanese, non a caso specializzatosi in interpretazioni economiche basate sulla probabilità e sulla casualità, e che in sostanza  intende definire accadimenti gravidi di effetti sociali , psicologici e morali, difficili da prevedere e molto rari, che esulano da ciò che normalmente ci si attenderebbe in campo storico, finanziario e tecnologico, cercando di consolidare in questo modo la convinzione che sia impossibile calcolare con un approccio “scientifico” l’eventualità che si presentino nel corso della storia e le loro conseguenze.

Se la situazione come al solito non fosse grave ma non seria, verrebbe da sorridere, perché nel caso del coronavirus come in altri che si sono succeduti nel tempo, quelli che sarebbero professionalmente incaricati di osservare, informare e interpretare la realtà, ogni volta si fanno sorprendere appunto da un cigno nero, che fisiologicamente impone misure straordinarie e eccezionali, austere e repressive, limitative di circolazione della gente e delle merci – ma non di capitali –  riduttive  di libertà, intese a contrastare eventi in realtà intuibili, scontati, pronosticabili: esodi provocati dall’ imperialismo, atti di terrorismo di origine opaca ma comunque riconducibili a guerre di conquista e sopraffazione, imprese belliche finanziarie sotto forma di   bolle, cataclismi e crolli di borsa che comportano l’immaginabile e  drastica riduzione di investimenti sociali, legittimata da voragini nei bilanci pubblici, imputate a costumi dissipati della popolazione.

Figuriamoci dunque se davvero giunge inattesa la pandemia, annunciata da istituzioni internazionali in vena di realistiche previsioni più che di profezie, compresa la Banca Mondiale che si prepara emettendo un bond Pandemia, ipotizzata da chi ha indagato sull’effetto dell’Antropocene  sugli ecosistemi planetari, con una pressione che oltre che danneggiare la Terra, finisce per ledere l’esistenza della comunità umana. Per non dire dell’Unep (United Nations Environment Programme) che ha scritto chiaramente nel rapporto “Frontiers 2016” che le zoonosi (malattie trasmesse dagli animali all’uomo) «sono in aumento, mentre le attività antropiche continuano a innescare distruzioni inedite degli habitat selvatici (…) e minacciando lo sviluppo economico, il benessere animale e umano e l’integrità degli ecosistemi ».

A conferma che  non è un caso che i focolai epidemici abbiano trovato terreno fertile in zone molto inquinate, come la provincia di Hubei o la Pianura Padana, è la semplice constatazione che nella fase di espansione umana denominata  The Great Acceleration, alcune condizioni hanno contribuito alla trasformazione delle infezioni un tempo circoscritte in epidemie e pandemie, per via  del sovrappopolamento urbano nelle metropoli, della deforestazione, della grande intensificazione degli allevamenti intensivi, della modifica dell’uso del suolo, del commercio illegale della fauna selvatica che hanno favorito la contaminazione di habitat umani con microrganismi sconosciuti.

Altro che cigno nero dunque!

Qualcuno potrebbe ancora sostenere che non fosse ipotizzabile che una influenza che produce effetti particolari sull’apparato respiratorio, in zone fortemente industrializzate e inquinate, avesse effetti letali su una popolazione anziana, che da anni non gode del diritto alla salute, cancellato dai tagli alla sanità, dallo smantellamento di strutture ospedaliere, dai costi di materiali, dispositivi, diagnostica diventati terreni di scorreria da parte di predoni che appartengono alle cerchie di quelli che rivendicano maggiore autonomia decisionale, in modo da rendere ancora più arbitrari appalti, aggiudicazioni e costi dei materiali grazie a un soggetto di gestione degli acquisti centralizzati  in odor di corruzione e malaffare?

Qualcuno potrebbe ancora ritenere che  non fosse pronosticabile che il servizio sanitario statale  si sarebbe rivelato inadeguato ad affrontare una qualsiasi situazione emergenziale per numero di posti letto (nel 2017, 3.2 ogni mille abitanti), per qualità e quantità di reparti specialistici, per standard di igiene (7000 morti per infezioni ospedaliere ogni anno), che questa crisi altro non sia che un effetto delle politiche di austerità da un lato e della corsa alle privatizzazioni dall’altro, che se ha impoverito di risorse il sistema pubblico, ha invece promosso quello privato con una politica di aiuti e anche con una pressione sociale e culturale, che ha alimentato la sfiducia, ridotto l’accesso alla prevenzione e cura, nutrito forme di copertura assicurativa e assistenza alternativa, perfino grazie ai buoni uffici dei sindacati che concorrono al brand del Welfare aziendale?

Qualcuno potrebbe ancora pensare che non sia calcolabile e fisiologico che una classe politica inadeguata, impreparata e impotente grazie alla comoda accettazione di comandi esterni che hanno sottratto sovranità e capacità di decisione allo Stato e al Parlamento, fosse in grado di  reagire senza ricorrere allo stato di eccezione che viene adottato come inevitabile, sicché l’emergenza elevata a sistema di governo fa diventare politicamente  plausibile ciò che è socialmente inaccettabile?  E così misure di contenimento del contagio rese obbligatorie anche se rivelano un punto di attrito  tra le libertà democratiche e il governo della “salute pubblica e individuale”  sono diventate imperative, tanto da censurare chi ne denuncia  il vulnus giuridico?

Qualcuno ancora potrebbe stupirsi del ricorso non solo al sistema della delazione, ma alla richiesta diffusa e scontata di muscolarità, autorità, repressione e persuasione alla virtù con l’uso della forza manu militari, perfino grazie all’occupazione semantica e retorica sui mezzi di informazione da parte del linguaggio bellico con la  guerra al contagio, l’esercito degli eroi in trincea, la mobilitazione del personale sanitario, l’arruolamento di dottori in pensione?

E chi non avrebbe predetto che questo accidente straordinario incrementasse l’ordinarietà delle disuguaglianze?  quindi delle discriminazioni più inique, tra ceti, generazioni, lavori, cittadini, sicchè quelli che fino a due mesi fa erano parassiti, indolenti profittatori che meritavano spostamenti, licenziamenti, delocalizzazioni, diventassero provvisoriamente ufficiali di stato civile, indispensabili servitori della collettività, eroi dediti al sacrificio, costretti perfino a subire l’oltraggio del protocollo d’intesa sottoscritto da  Confindustria, Confapi, Confartigianato, Cgil,Cisl e Uil, Presidente del Consiglio dei ministri, dal Ministro dell’economia, dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali, dal Ministro dello sviluppo economico e dal Ministro della salute, che in considerazione della sua natura di documento di convergenza degli interessi delle parti e non di trattato vincolante permette al padronato di venire meno alle condizioni previste e stipulate, oggi e domani.

In un solo caso forse potremmo parlare di cigno nero, a proposito di qualcosa che peraltro era chiaro e calcolabile per le menti più avvedute che non si sono fatte possedere dalla teocrazia europeista. Quelli che hanno sperato che l’apocalisse del 2020 sancisse la vittoria di quello che trova nel molto citato in questi giorni, Carl Schmitt, il rappresentante più emblematico, quello Ius publicum Europaeum, un ordine del mondo eurocentrico, baluardo e confine tra la civiltà e il resto del mondo colonizzato dall’Occidente,  nato dalla morte dello Stato per dare forma e autorità egemonica e sovrastante a un Grande Spazio superiore, sono stati colti contro ogni ragionevolezza dal disfacimento della fortezza, dalla defezione centrifuga delle cancellerie.

Pare che solo i caporali non reagiscano alla schiaffo del soldato, dove perdono sempre,  anche se quello che tira il ceffone è un fantasma.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Il debito come peccato

colpaSe volessimo leggere il padre nostro nel gotico del IV secolo dopo cristo che del resto è una delle pochissime testimonianze scritte di questa lingua, ci troveremmo d fronte a questi due versetti: jah aflet uns þatei skulans sijaima, swaswe jah weis afletam þaim skulam unsaraim,  ovvero rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. La parola debito. in questo caso opportunamente declinata, è skula o skulō del protogermanico usata anche nel significato di colpa, testimonia del perché in Toscana la malasorte si dica sculo e nel dialetto romanesco, poi diffusosi in tutta l’area di lingua italiana, avere culo significhi invece avere fortuna, cosa che non c’entra assolutamente nulla col lato b. La cosa più interessante è però che dall’antico lemma discende  l’attuale parola tedesca Schuld che significa sia colpa che debito, cosa che peraltro accade in tutte le lingue sassoni compreso l’inglese sia pure per ramificazioni più complesse: debt è il latinismo che deriva dal francese di Guglielmo il conquistatore e tuttavia in questa lingua colpa si dice guilt  con derivazione da gieldan, ossia debito e ancor prima dal protogermanico gulthan, ovvero oro il che lega indissolubilmente le due cose.

In latino e nelle lingue moderne derivate da esso, il debitus  è de – habere, ossia è una constatazione di fatto che magari implica un’ obbligazione morale o materiale, ma che non contiene assolutamente il concetto di colpa e di peccato. Se queste cose le avessero sapute quelli che ci hanno trascinato nell’euro, anche a costo di un patto segreto con J.P. Morgan per far apparire il debito pubblico inferiore, forse ci avrebbero pensato più di una volta nel mandare avanti un progetto di moneta unica assurdo in sé, reazionario negli strumenti, ma anche percepito in maniera profondamente diversa nella cultura profonda delle varie aree europee che sono territorialmente contigue, ma distantissime quanto a mentalità: l’austerità, le rigidissime regole  sul bilancio, le ricette sul rapporto debito – pil  al 60% basate sul nulla, se non hanno alcuna ragione economica, nel profondo sono moralmente orientate. E’ per questo che riesce facile il gioco di dipingere come cicale i Paesi del Sud Europa e dunque come portatori di una colpa originale, proprio nel momento in cui si è costruito un meccanismo fondato sulla moneta unica che ha reso la Germania e i Paesi ad essi collegati una macchina da export.

Ed è sempre questo sentimento di base che pur non avendo alcun fondamento economico reale, si è sparso anche altrove non tanto come mentalità, ma attraverso ricette pseudo economiche e politicamente reazionarie secondo le quali  il denaro lo si può ricavare solo con il ricorso al mercato finanziario, mentre tutta la ricostruzione europea del dopoguerra e il successivo boom economico, compreso quello italiano, è stato realizzato con il denaro creato dalla banche centrali acquistando i buoni del Tesoro, senza interessi. Come mai poi la Bce abbia creato trilioni di euro per il suo quantitative easing, tutto denaro finito poi al mercato finanziario e non alle persone o alle famiglie, è un mistero doloroso che svela tutta l’inconsistenza delle teorie neoliberiste le quali non sono altro che un teorema politico in favore dell’oligarchia. Il risultato  lo abbiamo sotto  gli occhi con l’Europa che dopo l’euro e l’instaurarsi di questi diktat, è cresciuta molto meno del resto del mondo, addirittura un decimo per alcuni economisti. E adesso la stessa Germania sta comprendendo di essersi adagiata sui suoi stessi criteri di austerità che peraltro hanno creato un enorme divario di reddito interno e fatto calare la domanda aggregata, mentre è stato trascurato l’aggiornamento delle infrastrutture, l’aggancio alle nuove tecnologie e alla rivoluzione digitale, oltre a indurre catastrofici errori nel calcolare i tempi di emersione della Cina.

Alcuni pensano (fonte Bloomberg)  che la dottrina dell’austerità che popone la bizzarra e assurda equazione disoccupazione uguale ad alta inflazione, che non trova riscontro nel mondo reale nel quale semmai accade proprio il contrario, derivi dalla confusione che esisterebbe in Germania  tra l’iperinflazione degli anni successivi al primo conflitto mondiale e l’ondata di disoccupazione avutasi dopo la crisi di Wall Street che poi portò al potere Hitler. Dubito fortemente di questa spiegazione diciamo così un po’ raffazzonata e buona per le persone di facile contentatura. Probabilmente invece l’ossessione del debito, naturalmente favorevole a un progetto politico di evidente distruzione di welfare e di diritti, ha le sue radici in visioni del mondo inconsce che si rivelano nella lingua e che rendono possibile il consenso al proprio impoverimento. Del resto anche in ambito anglosassone, come si è visto il parallelismo debito – colpa rende possibile la sottomissione politica dei “perdenti”, continuamente e compulsivamente spinti a consumare con il credito facile, ma che oscuramente si sentono in colpa, responsabili, portatori di un peccato che devono in qualche modo espiare, senza avere il coraggio di mettere in questione le tavole della legge economica.


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