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Questioni di Pil…u

Romagna al cinema con Albanese. U pilu traina l'economiaE’ davvero straordinaria la capacità del sistema post democratico e della politica spettacolo che le è propria, di trarre vantaggio proprio dalle falle strutturali delle teorie neoliberiste e dalle bugie sparse a piene mani per nasconderle. Ultimamente al bar Italia è tutto un accapigliarsi sulla diminuzione del Pil nel terzo e quarto trimestre di uno 0,3 per cento complessivo: l’opposizione dice che è colpa del governo dimenticando che sotto Monti il prodotto interno lordo diminuì dell’ 1 per cento, mentre l’esecutivo risponde che si tratta solo di un calo temporaneo della durata di sei mesi. Inutile dire che entrambe le tesi sono letteralmente prive di senso perché tutta l’Europa è colpita dal rallentamento dell’economia mondiale, tanto che la Germania che funge da maestra per questi alunni somari ha dati peggiori di quelli italiani che sono culminati con un – 4,5% di produzione industriale.

In realtà poiché il pil è una misura statistica dove oltretutto parecchie voci contengono stime puramente ipotetiche, le piccole variazioni sono facilmente giostrabili per ottenere un qualche effetto ad hoc e che in ogni caso nella flessione italiana ha giocato soprattutto il meno 20% delle residue produzioni Fiat in via di definitivo smantellamento, ma siccome in questo caso la tendenza riguarda tutta la Ue che nel 2018 ha fatto registrare un aumento molto inferiore a quello propagandato e vicino a un misero 1,7% , per di più dovuto praticamente tutto dovuto ai Paesi extra euro, non c’è alcun dubbio che la canea confindustriale la quale gode di soci che sono tra i più taccagni investitori del pianeta o le opposizioni di cappa e mazzetta che vorrebbero tenere in vita il Pil con le opere inutili o lo stesso governo che si mette su questo piano, sono proprio fuori di capoccia. Siamo di fronte a un evidente rallentamento dell’economia mondiale e continentale alla quale un Paese forzosamente devastato nella sua struttura produttiva dalla moneta unica fa fatica a reggere mentre l’impossibilità di investimenti significativi e rivolti alla domanda, impostaci dal leviatano europeo completa l’opera di distruzione. Questo non toglie che si sia costretti a sentire le sciocchezze di Draghi sul fatto che tutto ciò sarebbe dovuto ad un allentamento dell’austerità: qui delle due l’una o siamo di fronte a mentitori seriali che cantano la stessa canzone da 11 anni senza cambiarla di una virgola, oppure a cretini. La prima tesi è senz’altro vera, la seconda non è da escludere perché la natura delle menzogne ossessive risiede proprio nell’incomprensione delle cose.

Ma insomma visto che il pil cade e non solo da noi non si può certo dire che sia colpa dell’austerità imposta dalla Germania attraverso i trattati e ancor meno di può accusare il ciclo economico capitalistico, scacciandolo dall’altare delle adorazioni: così è più facile accusare governi non completamente allineati o forze politiche di opposizione che chiedono l’aumento della spesa pubblica e dunque pretendono di vivere al di sopra delle proprie possibilità e insomma tutte le fesserie di questo genere che ormai da mezzo secolo sono entrate nelle giaculatorie del rito neoliberista. Il fatto è che non ci si accorge di essere in mezzo a insuperabili contraddizioni, come quella di dover fare investimenti per sostenere il pil, ma non di non poterne fare a causa dei trattati europei, dei ricatti con cui vengono fatti rispettare e della debolezza di chi alla fine li accetta senza fare nulla per diminuirne la pericolosità.  Fino a che si accetterà questo Comma 22  non ci sarà verso di uscirne, non prima comunque di aver interamente dilapidato l’economia di un Paese per compiacere la barbarie dal volto europeo: allora si che potremo occuparci a tempo pieno di u pilu al posto del pil.

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Cottarelli di magro

contabileAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’era voluto il ’68, c’era voluto Giulio A. Maccacaro per fare del sospetto che la scienza non sia neutrale, un’opinione diffusa, anche se per quanto riguarda la statistica ci aveva già pensato Trilussa, per quanto riguarda la medicina bastava la contabilità dei morti e degli esentati da pestilenze e pure da esposizione a veleni nei luoghi di lavoro sulla base del censo e dell’appartenenza a ceti padronali. E per quanto poi riguarda la matematica ci pensano da sempre gli economisti a dimostrare che perfino la matematica non è una scienza esatta.

Ma siccome ormai siamo in fase regressiva, si assiste a un recupero della figura professorale e dei soggetti incaricati di funzioni pedagogiche fino a pochi mesi fa osteggiati e ridicolizzati, fossero i molesti costituzionalisti, cui preferire fascinose sciacquette, o i sussiegosi storici dell’arte, cui preferire  i rivelatori a orologeria di affreschi leonardeschi in fase preelettorale, o fossero gli urbanisti o gli esperti di pianificazione territoriale, cui preferire archistar e ingegneria visionaria da arruolare nella fabbrica delle Grandi Opere. O fossero predicatori, in loden e forbici, dell’austerità, messi provvisoriamente e necessariamente ai margini,   oggi  tornati sugli scudi, vezzeggiati, blanditi, osannati quali testimonial del sapere e officianti della competenza,  sacerdoti del progresso scesi in campo con le loro virtù contro pressapochismo, ignoranza,  oscurantismo, vizi ormai conclamati della scrematura distopica di una marmaglia che ha vissuto sopra le sue possibilità, dissipatrice e ingrata.

Proprio due giorni fa Cottarelli, il globe trotter della severità, ubiquo in talkshow, convegni, seminari e prime pagine della carta stampata, è stato per l’ennesima volta insignito di un premio prestigioso, il Guidarello ad honorem assegnatogli per aver “onorato l’Italia in tutti gli incarichi che ha ricoperto”:  direttore esecutivo al Fondo Monetario Internazionale, Commissario straordinario della revisione della spesa pubblica e mancato premier.  Per carità non è il Nobel, è un premio di provincia (d’altra parte anche quello di Stoccolma per l’economia è un bel po’ sui generis), ma la dice lunga sul fatto che hanno ragione di considerare il nostra Paese tutto una “provincia”, che hanno lavorato bene per ridurci ancora una volta una mera espressione geografica, che l’Italia fucina di ingegni cerativi e fior di studiosi deve essere stata delocalizzata come le sue fabbriche e i suoi brevetti, se gode di tale reputazione un guru di quella austerità che ha dimostrato di aver fallito sempre dalla Grande Crisi a quelle attuali che si ripetono e che lui, a proposito di scienza opinabile, ha subito e ci descrive come eventi imprevedibili, incontrastabili, governabili, dopo, solo con stenti, privazioni, abiure, rinunce del popolo bue che si è esposto al rischio per insipienza e che adesso deve pagare.

Non ditemi che sono posseduta dal celebre avo, ma ci sono facce, che sembrano scavate nella materia  dura come le statue lignee di quei santi intransigenti pronti a prendere a  mazzate demoni e reprobi, e che trasmettono messaggi ispirati a rigore,  inflessibilità, inclemenza, valori preclari e distintivi di chi è chiamato da quella provvidenza che ha dichiarato forfait e non intende più spargere qualche briciola del benessere di chi ha su chi non ha più niente – e di ciò è colpevole – a impartirci lezioni di vita e sottomissione.

Quella di Cottarelli è una di quelle facce, da tecnico, da contabile peggio di Monti e dei suoi algoritmi in forza a dicasteri che solo di nome dovevano muoversi nei terreni arcaici e dismessi del lavoro, della salute,  della cultura, sottoposti a necessaria rottamazione come i frequentatori superstiti, operai, insegnanti, medici, artigiani che si vorrebbero ridotti all’invisibilità o adibiti a mansioni precarie di magazzinieri, locandieri, autisti per Uber. Promosso ad Angela della divulgazione delle perversioni del capitalismo è grazie a Fazio, il nuovo uomo dei pacchi  che infatti ce li tira con il remoto  distacco di chi sente il dovere di contenere, reprimere e controllare con mano ferma le masse, educarle con scrupolo, col bastone e con qualche rara carota, quella concessa dalla sua spending review  che avrebbe dovuto dare ossigeno alla competitività delle imprese e  ridurre magicamente la pressione fiscale, magari grazie all’aumento del biglietto dei tram.

Perfino Renzi si preoccupò per la immeritata popolarità dell’uomo dei tagli, dopo aver fatto credere potesse essere un salvavita di coalizioni agonizzanti grazie a prudenti forbiciate a auto blu e scorte, insomma agli sprechi, vedi mai che potesse fare una concorrenza sleale alle sue variazioni sul tema della semplificazione, dello snellimento, dell’efficientamento, disinvolte paraculaggini semantiche per definire altrimenti l’aggiramento delle regole, la discrezionalità e l’arbitrio e per sancire il primato del privato e del profitto contro Stato, istituzioni, cittadini, leggi, visti come sgraditi ostacoli ai fasti del progresso e al dominio del mercato. Chissà come c’ha “sformato” quando Mattarella gli ha conferito un incarico perlustrativo, per giunta dopo che era stato elogiato a un tempo da Berlusconi e Di Maio, a dimostrazione del suo oggettivo potenziale di uomo per tutte le stagioni e per tutte le ragioni.

Ma adesso eccolo tornato in auge, il predicatore della ragionevole abiura ai desideri e ai diritti, l’economista riformista,  che parla l’idioma dell’impero e ne ha interpretato i comandi nell’organismo che ha il compito di indirizzare i cannoni contro le democrazie straccione, che mostra la sua superiorità accademica  con la secrezione quotidiana della necessaria priorità da dare ai parametri di bilancio, alla computisteria, alla ragioneria, all’equilibrio dei conti, alla strumentazione mai anodina grazie alla quale si conferma quella condizione di emergenza a bassa intensità e di sovrana necessità che rende impossibile sottrarsi al sistema e immaginare un’alternativa ai diktat e alle estorsioni.

Da tempo dovremmo aver capito che quando si parla di misure impopolari non ci si riferisce ad azioni coraggiose e quindi scomode, ma semplicemente a qualcosa che viene mosso contro il popolo. Vale anche quando si parla di misure antieconomiche, se a preoccupare non è il loro costo o le loro ricadute sociali, ma l’eventualità che contraddicano la contabilità dei ragionieri. Ma si sa, ormai a non essere popolari sono il popolo e pure la ragione.

 


Un gratta e vinci in cambio del Si

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

E dunque il Si sarebbe condizione necessaria per il contrasto al terrorismo, per riparare le falle del bilancio statale, grazie a formidabili risparmi di spesa, per assicurare la governabilità, sostituendo ad un organismo di eletti, una selezione di nominati scelti tra i più zelanti, per semplificare il processo decisionale – poco ci vuole con un uomo solo al comando – in modo da rastrellare e comporre i bisogni con mance, elargizioni, concessioni,  simboliche visto che sempre di annunci si tratta, perché non ci sono le risorse per finanziarle e perché devono restare inevase, virtualmente negoziabili, segni occasionali e arbitrari di una generica volontà di fare: Casa Italia per la prevenzione anti-sismica, Ponte sullo Stretto per l’occupazione, Alta velocità per stare al passo e essere competitivi, e poi elemosine discrezionali, 500 € per i giovani maggiorenni nel 2016 (ma sono ancora nella mente di Giove bugiardo), 40 € ai pensionati al minimo, sconti per l’anticipo pensionistico ai disoccupati,  scouting per 500 “talenti” nei licei, che tanto se il Fare non si farà sarà colpa dell’ostinata pervicacia per l’austerità, di quella carogna della Merkel, del pareggio di bilancio “subito” e colpa evidente da attribuire a quelli prima di loro.

Non so se mi sia sfuggito l’accreditamento del Si come soluzione demiurgica nella lotta alla povertà. Ma è probabile invece che sia sfuggita al fronte “riformatore” l’opportunità di valersi di quell’arma di propaganda, a conferma di quanto poco successo incontri, di critica e di pubblico, il tema, delegato ormai interamente alla Chiesa, come d’altro canto quello dell’immigrazione, in considerazione della desiderabile eclissi perfino del termine “solidarietà”, oscurato dalle parole del capitalismo compassionevole, prima, impegnato in pensose fondazioni, argomentanti think tank, ora definitivamente cancellato in favore della cristiano pietas. O meglio ancora Caritas, se guardiamo alla copertura mediatica data al rapporto 2016 sulla povertà e sull’esclusione sociale, diffuso in occasione della quasi clandestina giornata mondiale, come molte altre giornate, diventata una mesta e nostalgica liturgia alla memoria della buona volontà, della generosità, dell’ancora più obsoleta responsabilità, che la condivisione è confinata inesorabilmente su Facebook.

Così incalzando i dati dell’Istat, che pure aveva denunciato come nel nostro Paese il numero degli indigenti continui a crescere e non sia mai stato così alto dal 2005 a oggi, è stata la Caritas a farci sapere  come le persone in povertà assoluta, senza cioè le risorse economiche necessarie per conseguire uno standard di vita ‘minimamente accettabile’ siano prmai 4,6 milioni, il 7,6% dell’intera popolazione. Come in questi anni di crisi la povertà assoluta non solo si sia  ulteriormente radicata laddove in passato era già più presente – il Sud, gli anziani, le famiglie con almeno tre figli e i disoccupati – ma abbia allargato la propria forbice, arrivando a colpire anche i segmenti un tempo ritenuti meno vulnerabili. Come non ci siano più categorie o luoghi più svantaggiati di altri, poiché  i confini dell’indigenza si sono allargati trasversalmente a tutte le aree geografiche, a tutte le tipologie familiari, a tutte le nazionalità, e anche agli occupati,  a tutte le generazioni, colpendo in particolare giovani e minori.

Occasione persa dunque per i molto osannati comunicatori del governo per fare un po’ di lobby in favore di quella convinzione emblematicamente espressa dal titolo di una bibbietta: Più ai figli, meno ai padri, di Nicola Rossi, che accredita la tesi del conflitto generazionale per legittimare e quindi autorizzare  l’inevitabile «riforma» del sistema pensionistico, in modo da ridurre le prestazioni previdenziali pubbliche (a parità di contributi versati), giustificandola con l’ormai molesto allungamento dell’età media, con l’esuberanza di «pensionati-baby», con la pretesa «insostenibilità» delle pensioni pubbliche, ma anche l’obbligo di riavviare la crescita, contribuendo utilmente con i fondi pensione privati, da investire poi in aziende italiane quotate in borsa. In modo da avvalorare la tesi che l’«eccesso» di garanzie di cui godono le persone di una certa età rappresenti la causa delle insufficienti protezioni sociali dei giovani, dispiegando quell’istinto padronale belluino di nutrire risentimento, inimicizia, ostilità. Quando il conflitto c’è ma altro non è che il solito ancora più potente conflitto di classe  alimentato da un lato, da un carico fiscale iniquo nei confronti dei lavoratori dipendenti, tale per cui i loro contributi previdenziali servono a pagare non soltanto le pensioni, ma anche l’assistenza fornita dallo Stato a chi non ha mai versato,   dall’altro, dalla mostruosa evasione previdenziale da parte dei datori di lavoro che assumono lavoratori «in nero», ora particolarmente favoriti dalle “riforme” del governo. Occasione persa dunque per dar la colpa ai vecchi, risoluti sia pure tra molte difficoltà a non togliersi di torno, se nel mondo 500 milioni di ragazzi e giovani vivono, si fa per dire, con meno di 2 dollari al giorno.

Solo a esperti previsionali del livello del Mago Otelma, a economisti del valore dei santoni esoterici che danno i numeri del lotto in tv poteva sfuggire che la forma aberrante assunta dal capitalismo avrebbe reso futili produzioni e lavoro, che valanghe  di denaro pubblico vengono sottratti alla società per destinarli a imprese che producono quantità crescenti di beni per i quali la domanda è calante, che una quota sempre più ampia  del reddito mondiale finisce così al di fuori dell’economia reale, facendo irruzione  nel teatro della speculazione finanziaria o della tesaurizzazione  e che quella che stiamo vivendo non è una vera crisi, ma la strategia di permanenza in vita delle élite economiche mondiali. E che questa fase ha prodotto  una forte polarizzazione delle due estremità dello spettro sociale in modo che i ricchi siano sempre meno e sempre più ricchi e i poveri sempre di più e sempre più poveri.

Ma non sono solo le regole del gioco capitalistico, non è solo l’istinto di sopravvivenza a  ispirare le azioni dei ceti predatori che governano il mondo. C’è anche l’odio di classe verso i poveri, che appaga l’aspirazione ad essere superiori rispetto a chi sta sotto, che asseconda un’indole punitiva che attribuisce merito a chi assoggetta, sfrutta, opprime chi è destinato a subire, per via di carenze intellettuali, indolenza, pochezza, secondo una pratica che si replica a tutte le latitudini e in tutti i contesti, se quello che è stato definito il capitalismo estrattivo ha indotto l’espulsione delle persone dai luoghi dove sono nati  allo scopo di soddisfare     l’accesso delle multinazionali alle risorse naturali e se in una paese considerato feudo, dominato e colonizzato per via della sua subalternità economica e politica, si perpetua la condanna del suo Sud a terzo mondo interno, come pena giustamente comminata per via di vizi antropologici inguaribili.

Però dovrebbero stare attenti, il rancore proprietario prima o poi si rivolgerà contro di loro, la povertà è un rischio certo per chi ne è affetto. Ma lo può diventare anche per chi se ne giova.

 

 


Non solo Afd, anche la Linke schiaffeggia Merkel

Le elezioni a Berlino, certo di gran lunga più importanti rispetto a quelle del Land rurale di Meclemburgo, lanciano segnali ulteriori e mostrano un panorama più complesso rispetto a quello semplicistico e grossolano che attribuisce il declino della Merkel e l’ascesa di Afd al problema immigrazione. In questo caso la Cdu è crollata al 17,6% perdendo quasi 6 punti, i socialdemocratici hanno subito una durissima batosta prendendo appena il 21,6% con un quasi -7, mentre l’Afd che si presentava per la prima volta è arrivata al 14% . Però sorpresa: i Verdi hanno tenuto e la Linke, ovvero il partito più a sinistra ha avuto una crescita del 4% e con il 15,6 ha quasi appaiato il partito della Merkel le cui perdite sono riferibili direttamente alla crescita del 6% dei liberali ovvero l’unico dato sul quale probabilmente ha influito in via diretta  la questione migratoria. Certo di questa vittoria a sinistra non se ne parlerà nei grandi giornali e nelle paludate televisioni delle mezzecalzette messe a fare i talk. Le primissime analisi dei flussi ci dicono che l’Afd ha pescato pochissimo tra i partiti più grossi, ma ha praticamente sbancato i Pirati che hanno perso il 7,2 per cento e le liste civiche minori anch’esse in calo. Il resto è del tutto marginale.

Dunque la situazione è molto più complessa, la vicenda dei rifugiati, ampiamente sfruttata con vicende ancora enigmatiche come la famosa notte di Colonia, ha fatto da detonatore a un malumore elettorale molto più generale che si esprime chiaramente nello strabismo di un voto che va sia verso posizioni di sinistra, peraltro molto critiche sulla moneta unica, vedi Lafontaine,  che  verso quelle accreditate di xenofobia e di aperto antieurismo. Non a caso la conferma del declino della Merkel, ma soprattutto della Cdu, fra i principali autori, oltre ai socialdemocratici, di questa triste Europa, trova anche da noi un coro di stizzosi imbecilli, vedi Giovanardi, punta di diamante del quoziente zero, che annunciano la fine del mondo e la guerra se per caso la cancelliera dovesse cadere. Perché è chiaro, al di là della pugnalata inferta al guappo e alle sue illusioni di flessibilità,  che questo sarebbe un colpo formidabile a un intero progetto politico, quello della crescita oligarchica e riduzione di democrazia tramite euro ed austerità, due inseparabili facce della stessa moneta.

La complessità della situazione è denunciata visivamente dalla cartina del voto nei singoli quartieri :

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Come si può vedere la Cdu (in nero) prevale nelle estreme periferie residenziali con laghetti e ville, della vecchia Berlino Ovest, i socialdemocratici (in rosso) vincono nella semiperiferia, i verdi (in verde ovviamente) nel centro storico, mentre la Linke (amaranto)  e l’Afd (azzurro) sono concentrati nella parte est della città ovvero quella ex comunista e pescano in un elettorato  abbastanza omogeneo, anche se Alternativa per la Germania prevale fra le nuove rarefatte lottizzazioni più popolari all’estremo limite di questa città stato dalla superficie enorme (il comune copre un ‘area 9 volte quella di Parigi).  Certo se al di là del muro, dopo quasi vent’anni si vota ancora a sinistra significa non ce l’hanno raccontata proprio giusta, ma insomma tornando all’oggi è evidente che le aree di sofferenza e insofferenza verso la situazione attuale si esprimono ancora in maniera politicamente liquida, come se non riuscissero a trovare un chiaro polo di aggregazione e costituissero un rovesciamento dialettico ponendosi come sintesi che produce una tesi e un’antitesi.

Ma comunque è qualcosa su cui riflettere anche in Italia e  dovunque in un Europa sottoposta a una matrioska di poteri che passa dalla finanza dittatoriale, al mercatismo tedesco per finire last but not least, alla Nato e agli Usa.  Non è mai troppo tardi.

 


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