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Il debito come peccato

colpaSe volessimo leggere il padre nostro nel gotico del IV secolo dopo cristo che del resto è una delle pochissime testimonianze scritte di questa lingua, ci troveremmo d fronte a questi due versetti: jah aflet uns þatei skulans sijaima, swaswe jah weis afletam þaim skulam unsaraim,  ovvero rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. La parola debito. in questo caso opportunamente declinata, è skula o skulō del protogermanico usata anche nel significato di colpa, testimonia del perché in Toscana la malasorte si dica sculo e nel dialetto romanesco, poi diffusosi in tutta l’area di lingua italiana, avere culo significhi invece avere fortuna, cosa che non c’entra assolutamente nulla col lato b. La cosa più interessante è però che dall’antico lemma discende  l’attuale parola tedesca Schuld che significa sia colpa che debito, cosa che peraltro accade in tutte le lingue sassoni compreso l’inglese sia pure per ramificazioni più complesse: debt è il latinismo che deriva dal francese di Guglielmo il conquistatore e tuttavia in questa lingua colpa si dice guilt  con derivazione da gieldan, ossia debito e ancor prima dal protogermanico gulthan, ovvero oro il che lega indissolubilmente le due cose.

In latino e nelle lingue moderne derivate da esso, il debitus  è de – habere, ossia è una constatazione di fatto che magari implica un’ obbligazione morale o materiale, ma che non contiene assolutamente il concetto di colpa e di peccato. Se queste cose le avessero sapute quelli che ci hanno trascinato nell’euro, anche a costo di un patto segreto con J.P. Morgan per far apparire il debito pubblico inferiore, forse ci avrebbero pensato più di una volta nel mandare avanti un progetto di moneta unica assurdo in sé, reazionario negli strumenti, ma anche percepito in maniera profondamente diversa nella cultura profonda delle varie aree europee che sono territorialmente contigue, ma distantissime quanto a mentalità: l’austerità, le rigidissime regole  sul bilancio, le ricette sul rapporto debito – pil  al 60% basate sul nulla, se non hanno alcuna ragione economica, nel profondo sono moralmente orientate. E’ per questo che riesce facile il gioco di dipingere come cicale i Paesi del Sud Europa e dunque come portatori di una colpa originale, proprio nel momento in cui si è costruito un meccanismo fondato sulla moneta unica che ha reso la Germania e i Paesi ad essi collegati una macchina da export.

Ed è sempre questo sentimento di base che pur non avendo alcun fondamento economico reale, si è sparso anche altrove non tanto come mentalità, ma attraverso ricette pseudo economiche e politicamente reazionarie secondo le quali  il denaro lo si può ricavare solo con il ricorso al mercato finanziario, mentre tutta la ricostruzione europea del dopoguerra e il successivo boom economico, compreso quello italiano, è stato realizzato con il denaro creato dalla banche centrali acquistando i buoni del Tesoro, senza interessi. Come mai poi la Bce abbia creato trilioni di euro per il suo quantitative easing, tutto denaro finito poi al mercato finanziario e non alle persone o alle famiglie, è un mistero doloroso che svela tutta l’inconsistenza delle teorie neoliberiste le quali non sono altro che un teorema politico in favore dell’oligarchia. Il risultato  lo abbiamo sotto  gli occhi con l’Europa che dopo l’euro e l’instaurarsi di questi diktat, è cresciuta molto meno del resto del mondo, addirittura un decimo per alcuni economisti. E adesso la stessa Germania sta comprendendo di essersi adagiata sui suoi stessi criteri di austerità che peraltro hanno creato un enorme divario di reddito interno e fatto calare la domanda aggregata, mentre è stato trascurato l’aggiornamento delle infrastrutture, l’aggancio alle nuove tecnologie e alla rivoluzione digitale, oltre a indurre catastrofici errori nel calcolare i tempi di emersione della Cina.

Alcuni pensano (fonte Bloomberg)  che la dottrina dell’austerità che popone la bizzarra e assurda equazione disoccupazione uguale ad alta inflazione, che non trova riscontro nel mondo reale nel quale semmai accade proprio il contrario, derivi dalla confusione che esisterebbe in Germania  tra l’iperinflazione degli anni successivi al primo conflitto mondiale e l’ondata di disoccupazione avutasi dopo la crisi di Wall Street che poi portò al potere Hitler. Dubito fortemente di questa spiegazione diciamo così un po’ raffazzonata e buona per le persone di facile contentatura. Probabilmente invece l’ossessione del debito, naturalmente favorevole a un progetto politico di evidente distruzione di welfare e di diritti, ha le sue radici in visioni del mondo inconsce che si rivelano nella lingua e che rendono possibile il consenso al proprio impoverimento. Del resto anche in ambito anglosassone, come si è visto il parallelismo debito – colpa rende possibile la sottomissione politica dei “perdenti”, continuamente e compulsivamente spinti a consumare con il credito facile, ma che oscuramente si sentono in colpa, responsabili, portatori di un peccato che devono in qualche modo espiare, senza avere il coraggio di mettere in questione le tavole della legge economica.

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Donne-killer

combo Ursula von der Leyen  - Christine Lagarde Anna Lombroso per il Simplicissimus

A leggere certi titoli: Due donne alla guida dell’Europa, vengono in mente le freddure di una volta: perchè Golda Meir non porta la mini? perchè si vedrebbero gli attributi, o le battute del Cavaliere sulle donne in carriera escluse le igieniste dentali, baffute, bruttone in sostanza non scopabili. perchè certi entusiasmi e certi sessismi sono proprio le facce speculari del pregiudizio più estemporaneo e ignorante.

Eh si, da una parte quelli sulle donne bbone ma oche, quelle desiderabili in cucina, a letto e in salotti: che la piasa, la tasa e la staga in casa, dall’altra la soddisfazione perchè le braghe calate in Europa davanti al duetto carolingio Merkel e Macron, vengono compensate dal civettuolo frullar di gonnelline  di Christine Lagarde e della signora Von Der Leyen, Come dire che dobbiamo essere contenti di essercela presa in saccoccia, così ci sarà qualcosa, prima che la vendicatrice delle donne al Fmi, dopo la caduta dello sporcaccione che stava dando una svolta alla politica di repressione economica e finanziaria dell’organizzazione, ce le svuoti del tutto nel suo nuovo incarico.

Ci risiamo, basta una concessione alle vergognose quote rosa, che subito dobbiamo ingoiarci tutti i rospi e pure i principi della ferocia, monetaria e non solo, degli oligarchi, i cui esponenti più risoluti e cinicamente spavaldi sono appunto donne:  Merkel che ci impartisce lezioni di aiuto umanitario dopo aver pagato la lauta mancia al tiranno perchè si tenesse i siriani e rispedisse i migranti in Grecia – o in Italia –  preferibilmente sedati e ammanettati, e che sacrifica Timmermans, che ha il difetto di essere socialista sia pure all’acqua di rose come si usa adesso, lasciando al suo abatino francese l’incarico di candidare le due erinni. E appunto le due nominate con giubilo.

Di Von Der Leyen conosciamo la fermezza di acciaio inossidabile e il suo pugno di ferro senza guanto di velluto quando ebbe la mansione di “trattare” col nemico, la Grecia in crisi, ruolo assolto con scrupolo teutonico nel culto dell’Austerità che ha sostituito quello della Famiglia, officiato da ministra impegnata sulla politica di asili nido per le native in modo che possano lavorare per la grandezza della Germania, e rimpolpato quello della Patria nelle vesti – prima nella storia – di titolare del Ministero della Difesa da dove invia truppe e droni in Ucraina nel quadro dell’impegno Nato nell’area.

Di Christine Lagarde sappiamo appunto che è stata scelta dopo la detronizzazione del, lasciatemelo dire, mai abbastanza rimpianto Strauss Khan per impuri commerci carnali probabilmente presenti come vizio congenito nella sua indole ma abbondantemente architettati e orchestrati per far fuori a un tempo un autorevole candidato all’Eliseo e un direttore generale in carica, intento a rivedere le ricette perverse del Fondo.

Sospettiamo quindi che ci farà rimpiangere anche Draghi che al suo confronto sembrerà un mite agnellino, visto che è stata nominata esplicitamente per dare nuovo vigore all’austerità mossa contro i paesi straccioni del Sud, con qualche concessione alla Spagna, la indegna sepoltura della Grecia e la messa definitiva in castigo dell’Italia che ha ceduto su tutto accontentandosi del grigio Sassoli, che parrà l’effigie in cartone di Mattarella all’Europarlamento, contando peraltro meno di zero, e dimostrando che la resa del governo in carica è ormai compiuta.

Per carità perfino in lei abbiamo riscontrato gentili tratti femminei: non quando postulava la bontà della morte stabilita per legge economica e comminata come pena necessaria a tutti gli ultra sessantenni che gravano sui bilanci pubblici con la loro superflua e onerosa sopravvivenza in vita, Ma invece quando ha confessato la sua abitudine di mantenere ben tonici i suoi glutei che pare segnino il successo del suo matrimonio, esercitandoli anche durante le riunioni del Fmi.

Come non gioire dunque di questa nota delicata e leggiadra di muliebre civetteria che porterà una brezza gentile in quelle sale tristi e austere, soffiando il venticello affabile e innovatore delle qualità di genere che in ogni contesto sanno integrare caratteri di umanità. sensibilità, inclinazione alla cura e alla solidarietà.

Ecco così saranno tutti contenti i cacciatori di icone rosa che identificano la rivoluzione son qualsiasi forma di contestazione all’autoritarismo patriarcale compiuto da soggetti di sesso femminile per caso. Ancora di più le obbedienti all’ordine secondo il mercato che concede la libertà di esprimere il proprio talento e di arrivare in alto a chi ne accetta entusiasticamente regole e comportamenti. E di più ancora quelle che si offendono se le chiamo progressiste neo-liberiste e le annovero tra le professioniste del femminismo, che si sono convinte che il riscatto della metà del cielo all’inferno significhi la sostituzione meccanica di donne al posto di uomini nei posti di comando, o, peggio mi sento, la parità salariale sì, ma in occupazioni precarie, avvilenti, mortificanti che non prevedono tutele e garanzie, in modo che le differenze restino sempre le stesse in aggiunta di quelle “naturali”, ricchi in alto poveri in basso.

E tra i maschi anche loro neoliberisti progressisti si registrerà il compiacimento perchè ai danni dell’eclissi dell’economia produttiva in favore della egemonia finanziaria, allo smantellamento dello stato sociale, alla cancellazione di conquiste, valori e  prerogative del lavoro, adesso possono aggiungere la beffa morale che etichetta come arretrati, misoneisti, retrogradi e ignoranti quelli che non si accontentano dei minimi sindacali elargiti al posto dei diritti e il cui accesso è limitato a ceti privilegiati, grazie alla selezione di dinastia, rendita o fidelizzazione.

 


Questioni di Pil…u

Romagna al cinema con Albanese. U pilu traina l'economiaE’ davvero straordinaria la capacità del sistema post democratico e della politica spettacolo che le è propria, di trarre vantaggio proprio dalle falle strutturali delle teorie neoliberiste e dalle bugie sparse a piene mani per nasconderle. Ultimamente al bar Italia è tutto un accapigliarsi sulla diminuzione del Pil nel terzo e quarto trimestre di uno 0,3 per cento complessivo: l’opposizione dice che è colpa del governo dimenticando che sotto Monti il prodotto interno lordo diminuì dell’ 1 per cento, mentre l’esecutivo risponde che si tratta solo di un calo temporaneo della durata di sei mesi. Inutile dire che entrambe le tesi sono letteralmente prive di senso perché tutta l’Europa è colpita dal rallentamento dell’economia mondiale, tanto che la Germania che funge da maestra per questi alunni somari ha dati peggiori di quelli italiani che sono culminati con un – 4,5% di produzione industriale.

In realtà poiché il pil è una misura statistica dove oltretutto parecchie voci contengono stime puramente ipotetiche, le piccole variazioni sono facilmente giostrabili per ottenere un qualche effetto ad hoc e che in ogni caso nella flessione italiana ha giocato soprattutto il meno 20% delle residue produzioni Fiat in via di definitivo smantellamento, ma siccome in questo caso la tendenza riguarda tutta la Ue che nel 2018 ha fatto registrare un aumento molto inferiore a quello propagandato e vicino a un misero 1,7% , per di più dovuto praticamente tutto dovuto ai Paesi extra euro, non c’è alcun dubbio che la canea confindustriale la quale gode di soci che sono tra i più taccagni investitori del pianeta o le opposizioni di cappa e mazzetta che vorrebbero tenere in vita il Pil con le opere inutili o lo stesso governo che si mette su questo piano, sono proprio fuori di capoccia. Siamo di fronte a un evidente rallentamento dell’economia mondiale e continentale alla quale un Paese forzosamente devastato nella sua struttura produttiva dalla moneta unica fa fatica a reggere mentre l’impossibilità di investimenti significativi e rivolti alla domanda, impostaci dal leviatano europeo completa l’opera di distruzione. Questo non toglie che si sia costretti a sentire le sciocchezze di Draghi sul fatto che tutto ciò sarebbe dovuto ad un allentamento dell’austerità: qui delle due l’una o siamo di fronte a mentitori seriali che cantano la stessa canzone da 11 anni senza cambiarla di una virgola, oppure a cretini. La prima tesi è senz’altro vera, la seconda non è da escludere perché la natura delle menzogne ossessive risiede proprio nell’incomprensione delle cose.

Ma insomma visto che il pil cade e non solo da noi non si può certo dire che sia colpa dell’austerità imposta dalla Germania attraverso i trattati e ancor meno di può accusare il ciclo economico capitalistico, scacciandolo dall’altare delle adorazioni: così è più facile accusare governi non completamente allineati o forze politiche di opposizione che chiedono l’aumento della spesa pubblica e dunque pretendono di vivere al di sopra delle proprie possibilità e insomma tutte le fesserie di questo genere che ormai da mezzo secolo sono entrate nelle giaculatorie del rito neoliberista. Il fatto è che non ci si accorge di essere in mezzo a insuperabili contraddizioni, come quella di dover fare investimenti per sostenere il pil, ma non di non poterne fare a causa dei trattati europei, dei ricatti con cui vengono fatti rispettare e della debolezza di chi alla fine li accetta senza fare nulla per diminuirne la pericolosità.  Fino a che si accetterà questo Comma 22  non ci sarà verso di uscirne, non prima comunque di aver interamente dilapidato l’economia di un Paese per compiacere la barbarie dal volto europeo: allora si che potremo occuparci a tempo pieno di u pilu al posto del pil.


Cottarelli di magro

contabileAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’era voluto il ’68, c’era voluto Giulio A. Maccacaro per fare del sospetto che la scienza non sia neutrale, un’opinione diffusa, anche se per quanto riguarda la statistica ci aveva già pensato Trilussa, per quanto riguarda la medicina bastava la contabilità dei morti e degli esentati da pestilenze e pure da esposizione a veleni nei luoghi di lavoro sulla base del censo e dell’appartenenza a ceti padronali. E per quanto poi riguarda la matematica ci pensano da sempre gli economisti a dimostrare che perfino la matematica non è una scienza esatta.

Ma siccome ormai siamo in fase regressiva, si assiste a un recupero della figura professorale e dei soggetti incaricati di funzioni pedagogiche fino a pochi mesi fa osteggiati e ridicolizzati, fossero i molesti costituzionalisti, cui preferire fascinose sciacquette, o i sussiegosi storici dell’arte, cui preferire  i rivelatori a orologeria di affreschi leonardeschi in fase preelettorale, o fossero gli urbanisti o gli esperti di pianificazione territoriale, cui preferire archistar e ingegneria visionaria da arruolare nella fabbrica delle Grandi Opere. O fossero predicatori, in loden e forbici, dell’austerità, messi provvisoriamente e necessariamente ai margini,   oggi  tornati sugli scudi, vezzeggiati, blanditi, osannati quali testimonial del sapere e officianti della competenza,  sacerdoti del progresso scesi in campo con le loro virtù contro pressapochismo, ignoranza,  oscurantismo, vizi ormai conclamati della scrematura distopica di una marmaglia che ha vissuto sopra le sue possibilità, dissipatrice e ingrata.

Proprio due giorni fa Cottarelli, il globe trotter della severità, ubiquo in talkshow, convegni, seminari e prime pagine della carta stampata, è stato per l’ennesima volta insignito di un premio prestigioso, il Guidarello ad honorem assegnatogli per aver “onorato l’Italia in tutti gli incarichi che ha ricoperto”:  direttore esecutivo al Fondo Monetario Internazionale, Commissario straordinario della revisione della spesa pubblica e mancato premier.  Per carità non è il Nobel, è un premio di provincia (d’altra parte anche quello di Stoccolma per l’economia è un bel po’ sui generis), ma la dice lunga sul fatto che hanno ragione di considerare il nostra Paese tutto una “provincia”, che hanno lavorato bene per ridurci ancora una volta una mera espressione geografica, che l’Italia fucina di ingegni cerativi e fior di studiosi deve essere stata delocalizzata come le sue fabbriche e i suoi brevetti, se gode di tale reputazione un guru di quella austerità che ha dimostrato di aver fallito sempre dalla Grande Crisi a quelle attuali che si ripetono e che lui, a proposito di scienza opinabile, ha subito e ci descrive come eventi imprevedibili, incontrastabili, governabili, dopo, solo con stenti, privazioni, abiure, rinunce del popolo bue che si è esposto al rischio per insipienza e che adesso deve pagare.

Non ditemi che sono posseduta dal celebre avo, ma ci sono facce, che sembrano scavate nella materia  dura come le statue lignee di quei santi intransigenti pronti a prendere a  mazzate demoni e reprobi, e che trasmettono messaggi ispirati a rigore,  inflessibilità, inclemenza, valori preclari e distintivi di chi è chiamato da quella provvidenza che ha dichiarato forfait e non intende più spargere qualche briciola del benessere di chi ha su chi non ha più niente – e di ciò è colpevole – a impartirci lezioni di vita e sottomissione.

Quella di Cottarelli è una di quelle facce, da tecnico, da contabile peggio di Monti e dei suoi algoritmi in forza a dicasteri che solo di nome dovevano muoversi nei terreni arcaici e dismessi del lavoro, della salute,  della cultura, sottoposti a necessaria rottamazione come i frequentatori superstiti, operai, insegnanti, medici, artigiani che si vorrebbero ridotti all’invisibilità o adibiti a mansioni precarie di magazzinieri, locandieri, autisti per Uber. Promosso ad Angela della divulgazione delle perversioni del capitalismo è grazie a Fazio, il nuovo uomo dei pacchi  che infatti ce li tira con il remoto  distacco di chi sente il dovere di contenere, reprimere e controllare con mano ferma le masse, educarle con scrupolo, col bastone e con qualche rara carota, quella concessa dalla sua spending review  che avrebbe dovuto dare ossigeno alla competitività delle imprese e  ridurre magicamente la pressione fiscale, magari grazie all’aumento del biglietto dei tram.

Perfino Renzi si preoccupò per la immeritata popolarità dell’uomo dei tagli, dopo aver fatto credere potesse essere un salvavita di coalizioni agonizzanti grazie a prudenti forbiciate a auto blu e scorte, insomma agli sprechi, vedi mai che potesse fare una concorrenza sleale alle sue variazioni sul tema della semplificazione, dello snellimento, dell’efficientamento, disinvolte paraculaggini semantiche per definire altrimenti l’aggiramento delle regole, la discrezionalità e l’arbitrio e per sancire il primato del privato e del profitto contro Stato, istituzioni, cittadini, leggi, visti come sgraditi ostacoli ai fasti del progresso e al dominio del mercato. Chissà come c’ha “sformato” quando Mattarella gli ha conferito un incarico perlustrativo, per giunta dopo che era stato elogiato a un tempo da Berlusconi e Di Maio, a dimostrazione del suo oggettivo potenziale di uomo per tutte le stagioni e per tutte le ragioni.

Ma adesso eccolo tornato in auge, il predicatore della ragionevole abiura ai desideri e ai diritti, l’economista riformista,  che parla l’idioma dell’impero e ne ha interpretato i comandi nell’organismo che ha il compito di indirizzare i cannoni contro le democrazie straccione, che mostra la sua superiorità accademica  con la secrezione quotidiana della necessaria priorità da dare ai parametri di bilancio, alla computisteria, alla ragioneria, all’equilibrio dei conti, alla strumentazione mai anodina grazie alla quale si conferma quella condizione di emergenza a bassa intensità e di sovrana necessità che rende impossibile sottrarsi al sistema e immaginare un’alternativa ai diktat e alle estorsioni.

Da tempo dovremmo aver capito che quando si parla di misure impopolari non ci si riferisce ad azioni coraggiose e quindi scomode, ma semplicemente a qualcosa che viene mosso contro il popolo. Vale anche quando si parla di misure antieconomiche, se a preoccupare non è il loro costo o le loro ricadute sociali, ma l’eventualità che contraddicano la contabilità dei ragionieri. Ma si sa, ormai a non essere popolari sono il popolo e pure la ragione.

 


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