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Cervelli sottovuoto

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sono passati più di 60 anni dalla pubblicazione dei Persuasori occulti di Vance Packard, testo ormai leggendario che aveva rivelato al pubblico la minaccia alla libertà di opinione e di scelta, rappresentata dalla tecniche mutuate dalla cosiddetta psicologia del profondo  messe in campo per orientare  e influenzare i comportamenti individuali e collettivi non solo nei consumi ma anche in politica e nelle relazioni industriali.

I manipolatori di simbologie stavano imparando allora a solleticare il subconscio per autorizzarci ad esprimere desideri occulti che eravamo stati abituati a reprimere,  aspirazioni e velleità più segrete delle quali addirittura non saremmo consapevoli.

Naturalmente l’assunto è quello di avere a che fare con una massa di utenti, compratori e cittadini privi di coscienza critica, autodeterminazione e facoltà di scelta autonoma e responsabile, che diventano vittime e dipendenti da messaggi e consigli per gli acquisti di prodotti e leader, che possono  appagare alcuni bisogni segreti di rassicurazione emotiva, di  consenso, considerazione e di appartenenza a un ceto e una cerchia, a partire da quella familiare, di affermazione del proprio “talento” e della propria personalità, fino a quello di “immortalità” che, secondo Packard, si esprime allegoricamente con la sottoscrizione di assicurazioni e polizze vita, a garanzia del perpetuarsi della propria “presenza”, anche dopo il decesso.

Sono passati tanti anni durante i quali il libro è stato un vangelo a un tempo irritante e stimolante, saccheggiato e abusato, entrato, e malinteso, nell’immaginario collettivo.

Ma adesso vale la pena di interrogarsi sulla sua attualità, adesso che il susseguirsi di crisi hanno sempre più concentrato il potere d’acquisto nelle mani di pochi e limitato i consumi dei molti,  proprio quelli, molti, che prima erano stati sottoposti alla conversione da cittadini a utenti e compratori di merci, ideali, valori e pure dei loro produttori e impresari di sentimenti e  convinzioni, che via via hanno perso la loro carica di “ottimismo” progressista, entusiasmo dinamico, immaginazione fattiva.

Tanto che già da anni siamo stati incitati a fare shopping compulsivo di paura, diffidenza, sospetto, grazie a una propaganda che offriva,  come i buoni fedeltà all’affezionata clientela, un modello di ordine costituito che promuove discriminazione dei soggetti pericolosi, incrementa la militarizzazione urbana recintando le aree del privilegio e confinando ai margini, nelle geografie del brutto, i nuovi cattivi, che, in sostanza, accontenta i primi e rassicura i penultimi, criminalizzando gli ultimi.

Sono così cambiati anche i veicoli e i modi della pubblicità, si può risparmiare sugli investimenti in persuasione e convincimenti, a conferma che il capitalismo nella sua attuale declinazione riesce a trasformare in ideologia e a imporre come stile di vita  i capisaldi che lo tengono in vita.

L’austerità ha messo in moto un meccanismo autopunitivo che ci ha indotti a ritenere la rinuncia a beni, diritti e libertà come il doveroso sacrificio se non addirittura il castigo per aver vissuto al  di sopra delle possibilità, sottoposti a un trattamento che alterna il bastone delle restrizioni economiche, della precarietà, dell’abiura della dignità e dell’abdicazione doverosa delle prerogative della democrazia, con la carota delle elargizioni arbitrarie, delle concessioni discrezionali anche sotto forma di ammissioni e riconoscimenti sostitutivi di diritti fondamentali che credevamo inalienabili.

L’integrazione del marketing  per promuovere mercificazione e commercializzazione di ogni prodotto, degli individui, del loro lavoro, della creatività, nell’offerta e nel consumo politico, informativo, culturale ha contribuito a convertire la persuasione da occulta a esplicita, evidente, palese.

Ci siamo arresi a pagare un sovrapprezzo per ogni acquisto che facciamo per procurarci la blandizia, l’incoraggiamento di un spot che ci ritrae, di un messaggio indirizzato proprio a noi, di una promessa elettorale che sappiamo non verrà mantenuta alla stregua del detersivo che lava più bianco nel rispetto dell’ambiente, della merendina senza olio di colza che ci esonerano da sensi di colpa ecologici,  sicché acquistando, spendendo, possiamo compiacerci di compiere anche un atto “democratico” e responsabile.

Poi ci sono imposizioni che conservano carattere coercitivo, quelle necessarie a garantire l’appartenenza a un ceto sociale, a una categoria che così può rivendicare superiorità sociale e quindi morale, si parla dell’imperativo consumo di prodotti informativi e culturali, “turistici”, estetici, degli status symbol che consolidano processi identitari e dei quali non si può fare a meno pena l’emarginazione che colpisce anche i bambini.

E soprattutto quelle oggetto della sorveglianza di comportamenti e abitudini, apparentemente meno cruentemente repressiva, ma che applica sistemi di intrusione nelle esistenze cui è impossibile sottrarsi a meno di non condannarsi alla marginalità con la profilazione e la targhettizzazione  degli utenti, per controllare scelte, aspirazioni, oltre che spese e movimenti, che impone la carte di plastica, l’accesso informatico ai servizi, in una sorta di “reperibilità” totale e perenne del cittadino, il conto corrente per la pensione del novantenne,  che rende gradita la rintracciabilità di ogni movimento in modo da contrastare la delinquenza del ladruncolo favorendo quella della banca, e che oggi è raggiunge il suo acme con lo smartworking straccione e la Dad dilettantistica che mostra la volontà di attuare la distopia padronale dello sfruttamento da remoto h24.

 Il potere è feroce, ma noi ci siamo fatti occupare e possedere senza resistenza. Ogni fenomeno, ogni incidente dalla storia anche quelli prevedibili ci coglie impreparati a resistere alla pressione concreta e virtuale, come se fosse segnato ormai il nostro destino all’obbedienza senza alternativa.

Così la repressione, le multe le sanzioni le intimidazioni hanno ancora ampio spazio di manovra, ma anche e soprattutto in casi eccezionali è la moral suasion, ultimamente di carattere profilattico e sanitario,  a permettere a governi e regimi di esercitare il suo  potere intrinseco,  inducendo i soggetti vigilati a assumere un comportamento eticamente e socialmente corretto, non ricorrendo direttamente alle potestà che la legge mette loro a disposizione, ma basandosi sull’autorevolezza del proprio status.

Tanto che si fa ricorso a questa forma di pressione quando l’autorità vuole conseguire il raggiungimento di obiettivi non sempre compatibili con le carte costituzionali o quando non possiede la competenza o la funzione regolamentare per adottare i provvedimenti del caso e agisce, appellandosi a personalità, dottrine, pareri scientifici e tecnici,  tramite un consiglio autorevole anziché tramite un comando a carattere imperativo. E lo sappiamo bene per aver visto un Presidente del Consiglio “raccomandare” attitudini e atteggiamenti consoni al momento grave, sia pure per Dpcm.

Tanto  che l’app Immuni è stata vivamente consigliata e non resa obbligatoria, in modo tra l’altro da attribuirne il fallimento agli intemperanti sciagurati che non l’hanno scaricata, proponendola come un atto di civiltà e solidarietà, indifferenti agli effetti che l’uso maldestro avrebbero avuto sui malcapitati viaggiatori per lavoro su una metropolitana e su un bus affollato, sulla evidente impossibilità di effettuare un tracciamento efficace, condannando lavoratori in attesa del tampone peraltro inattendibile,  a quarantene e sospensioni contrattuali.

Tanto che adesso c’è un fervore nel dichiarare che il vaccino verrà somministrato su base unicamente volontaria, come è d’obbligo in un paese democratico dove vige lo stato di diritto. Salvo renderlo di fatto obbligatorio, inevitabile, ineludibile infliggendo l’ostracismo a chi non vi si sottopone, instaurando un regime di certificazione tramite patentino che condanna a discriminazione chi, compreso Crisanti? conserva dubbi sulla effettiva efficacia.

E non basta, vengono fatti entrare in gioco testimonial e ripetitori del messaggio di doverosa coscienziosità che reclamano penalizzazioni acconce e castighi esemplari per i trasgressori e invece una forma di tesseramento per i militanti dell’immunoprofilassi che permetta solo a loro la frequentazione esclusiva, parola di Alessandro Gassman,  di “ristoranti, bar, cinema, teatri, stadio, negozi, autobus, taxi, treni, e poi vedi che tutti lo fanno».

Beati i tempi in cui certi cretini si potevano liquidare chiedendosi chi li avesse pagati per proferire baggianate degne del Mago Otelma, di Vanna Marchi, di sindacalisti di polizia che vendono amuleti, del microfascismo che vige in Italia trasferito dai  bar e dagli scompartimenti ferroviari ai social. Macché, è peggio di così, l’adesione alla retorica delle delega in bianco ai poteri, politici, tecnici, scientifici, dell’obbedienza e del conformismo che sortiscono anche l’effetto non secondario di regalare venti secondi di visibilità, la possibilità di rivendicare una superiorità morale a poco prezzo, valgono il cachet di un spot, di una soap in Rai o Mediaset, che tanto è lo stesso.


Eurinomani in vacanza a Rimini

E’ stato avvistato nella celebre città balneare romagnola, patria di Fellini e delle discoteche ormai diroccate, il Pedro Escobar della euromania, ossia il celebrato Mario Draghi che nella sua vita non ha perso alcuna occasione di svendere parti del Paese e ora si appresta a governarlo per poterlo mettere all’incanto tutto intero e definitivamente. Ma a sentirlo parlare dalla tribuna del meeting che da 40 anni a questa parte è la stata la migliore palestra di ipocrisia in un Paese che eccelle in questa disciplina, sembra che si sia pentito di ciò che ha fatto e adesso ha persino a cuore i giovani “ senza futuro” a cui è stato proprio lui a togliere futuro con le politiche di austerità voluta dalle oligarchie di comando, di precarizzazione forzata, di caduta dei salari reali che hanno finito per distruggere le prospettive di almeno due generazioni. Proprio la riduzione di salari e stipendi e una più ampia ondata di precarizzazione è stato il tema del messaggio messaggio mandato al governo con la famosa lettera di Draghi e Trichet nel 2011. Adesso che si tratta di convincere le sue vittime alcune delle quali già in età matura a dargli il voto e il consenso nel prossimo futuro, si pente o meglio fa finta di non aver avuto alcun ruolo in un processo di declino di cui è stato invece uno dei protagonisti. Un vero campione di faccia tosta che sembra essere stato perfettamente dipinto a suo tempo dal presidente Cossiga: “un vile affarista. Il liquidatore dell’industria pubblica italiana”. Che vale anche per l’adorante stampa di regime.

Ma una frase mi ha colpito del discorso draghesco che è davvero il culmine dell’ambiguità e della doppiezza: «una forma di egoismo collettivo ha indotto i governi a distrarre capacità umane e altre risorse in favore di obiettivi con più certo e immediato ritorno politico». Poffarbacco questa icona locale del neoliberismo deve aver vissuto fino a ieri su Marte o su qualche esopianeta dove nevica metano, perché l’egoismo è appunto il fondamento antropologico del capitalismo secondo cui solo se ognuno fa esclusivamente i propri interessi, segue come un’ombra il proprio egoismo la società sarà prospera e libera. Sono oltre due secoli e mezzo che le società occidentali si debbono confrontare con questa visione palesemente semplicistica se non assurda e negli ultimi 40 anni si sono trovate a sperimentare la forma esasperata e talebana di questa visione espressa dal neoliberismo. Eppure Draghi sembra accorgersi solo ora che è sceso dalla stanza dei bottoni, dell’egoismo collettivo che nasce dall’isolamento e atomizzazione dei singoli che ha contribuito a fregare i giovani. Si sarebbe tentati dire che dopotutto non è mai troppo tardi. Ma in realtà questa è ancora una trappola che il buon cacciatore di diritti e di tutele di cui ha pieno il carniere, mette lungo la via di Palazzo Chigi perché le prede meno attrezzate ci caschino: la sua non è altro che una versione più raffinata del famoso scontro generazionale di cui ormai da dieci anni ci si serve per tagliare le pensioni, allungare oltre ogni ragionevolezza l’età in cui vengono percepite, renderle misere grazie a miserabili discorsi della serva e tendenzialmente eliminarle del tutto. Questo è davvero un cruccio per la razza padrona planetaria, tanto che l’Fmi ci colpevolizza di vivere troppo a lungo, che siamo fastidiosi e indiscreti nel voler vivere quanto i ricchi.

Alla fine il discorso non esprime un pentimento sia pure fasullo e strumentale, bensì un perseverare nel peccato sia pure messo sotto la tura mimetica della retorica e così anche il sentore di inattesa polemica contro il tipo di governance che l’Europa ha messo in campo e di cui proprio lui è stato uno dei perni, si sfalda come neve al sole di fronte alla banale prospettiva di recuperare un po’ di austerità attraverso il taglio delle pensioni. Come al solito: chi ha rubato il futuro fa solo finta di volerlo restitu


Santo subito!

santoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri ho commesso, oltraggiosamente, reato plurimo di lesa maestà. Mi sono permessa  intanto  di criticare un piccolo convivio virtuale di intellettuali, (qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/05/02/manifesta-malafede/,  firmatari di un appello inteso a dare appoggio ufficiale al Governo, oggetto di una campagna di delegittimazione da parte, a loro dire, non solo della destra che vuole accedere alle leve del comando, ma anche di altra comunità di pensatori critici, che, noi che che non siamo niente potremmo sbrigativamente definire gli eterni malcontenti, quelli che non sanno proporre  e si accontentano di ricorrere a arcaiche ideologie per giustificare la loro inazione imbelle, autori di “ strumentali e ipocriti appelli alla difesa dei diritti”.

Tra le firme in calce ci sono alcune di quelle che un tempo non mancavano mai, quelle che in qualità di parrucconi vivevano una temporanea eclissi,  e pure quelle di altri “parrucconi”, così li definivano i rappresentanti dei partiti della maggioranza,  che avevamo intravisto all’atto di dire No al referendum del 2016, per i suoi espliciti intenti autoritari di rafforzamento dell’Esecutivo.

E che oggi appoggiano entusiasticamente la scomparsa del Parlamento dalla gestione della crisi, le misure straordinarie  messe in atto, la istituzione di organismi e figure commissariali speciali con poteri eccezionali,    riappropriatisi finalmente della  piena autorevolezza in quanto “esclusi” da talkshow e paginate di giornali, effetto “virtuoso”, pare,  che solo ai più maligni come me  istilla il sospetto che vogliano ritrovare una prova dell’esistenza in vita in qualità di opinionisti e pensatori.

Non a caso  lo spazio offerto per la loro accorata ma appassionata lettera aperta è il quotidiano che possiamo ormai definire “diversamente Repubblica”, diretto da una “diversamente Conchita”, che assolve all’incarico di organo ufficiale del progressismo neo liberista, talmente colpito che si sia materializzato un “cigno nero”, un fenomeno inatteso e imprevedibile a onta della privatizzazione del nostro Welfare, della demolizione di sanità, cura, assistenza e ricerca, da intraprendere un cammino caritatevole offrendo ai lettori di leggersi il giornale online gratis.

In una volta sola  ho dunque avuto la sfrontatezza di combinare il vilipendo ai danni di questi due soggetti intoccabili, al delitto di violazione dell’autorità del governo e di Conte che, paradossalmente, vista la sua proverbiale mancanza di carisma, è oggetto di un vero e proprio culto della personalità.

Incarna infatti agli occhi dei suoi numerosissimi fan e supporter una leadership che si è irrobustita grazie a un uragano che avrebbe suscitato valori e qualità nascoste, rivelando uno spirito di servizio e un’indole al sacrificio inediti e che parla  a nome di una ritrovata unità nazionale, malgrado, sarebbe onesto ricordarlo, abbia messo in atto la più feroce delle divisioni tra una parte del suo popolo, che viene esentata dal rischio di un morbo incontrastabile e crudele stando a casa e isolandosi, e una parte del suo popolo condannata a sfidarlo senza quei dispositivi e quelle misure di sicurezza- peraltro contraddittorie e indecifrabili, che entrano in vigore da domani: mascherine (anche nella loro veste di brand redditizio del Made in Italy), disegnini per terra nei treni, bus  e metro per limitare i contatti, severo controllo sulla qualità e tenuta delle relazioni sentimentali.

Sarà perché è un sentimentalone, preda di uno Sturm und Drang emotivo che gli fa implorare “più amore” da parte delle  banche cui ha affidato la completa gestione dei quattro soldi destinati a alleviare le pene dei sommersi (erano 4 miliardi, diventai de infine, forse, uno solo), tanto che invece di vergognarsi dello stato di impotenza derivante dall’accettazione di comandi iniqui e della pressione del tallone straniero, ne fa un confuso alibi per l’inazione, comportamento ormai abituale nel succedersi di governi, dediti in forma indifferenziata all’atto di fede nei confronti dell’Europa, tra un si e un no, una pretesa burbanzosa quando è in suolo patrio e una delicata arrendevolezza in missione a Bruxelles. Insomma  sarà per questa ammissione di umana debolezza condita di qualche lacrima virile, certo è che all’avvocato Conte è riservata una comprensione affettuosa, come fosse un vaso di coccio tra regioni prepotenti e riottose malgrado le indecenti performance, tra l’Ue, i partner poco solidali, Madame Lagarde, poco benevola, Draghi che sta a aspettare sulla riva del fiume malgrado le limitazioni al consumo di spazi aperti.

A stupire  è che invece di dargli la umana compassione per questa sua incresciosa condizione, è tutto  un tributargli onori di statista, giustificare e legittimare misure strabordanti a fronte della evidente riluttanza a mettere a punto una strategia per il governo della crisi sanitaria e di quella economica che ne deriva.

E capirai,  mica si può redigere un piano, una strategia così all’impronta, e nemmeno, pare, in due mesi. Mica poteva stare solo al comando. Mica si può dire di no al sogno di Ventotene. Mica si può cavare sangue da una rapa, un bilancio fallimentare per colpa dei dissipati atteggiamenti e dagli stili di vita dissennanti degli italiani ragazzini, che è meglio educare e reprimere con leggi marziali, proibizioni, occhiuta sorveglianza sui rapporti e contenimento di quelli deplorevoli.

Ormai il Presidente Conte emerito in piena vigenza, santo subito, è destinatario di un remissivo ma entusiastico consenso,  comprensivo del plauso  dedicato all’affidamento a soggetti  scelti nella crème de crème dei gruppi di pressione finanziari e del management delle multinazionali,  senza controllo parlamentare, incaricati della messa a punto di azioni e interventi per l’ora e il dopo, in aperto conflitto di interesse, se sappiamo che Colao, l’ex ragazzo d’oro della telefonia mobile si occupa del nostro tracciamento, insieme a Arcuri, tuttora Ad di Invitalia, che ieri con inaudita faccia di tolla presenta con gran spolvero il suo  progetto – si chiama “Costruisco” – concepito “per utilizzare al meglio, e in forma integrata, fondi comunitari, nazionali e risorse filantropiche di origine privata con “l’ambizione  di costituirsi come uno degli strumenti più innovativi a sostegno della crescita delle iniziative economico-solidali, attraverso l’offerta di un mix integrato di agevolazioni reali e finanziarie“.

Come a dire che se noi non sappiamo che fine faremo “dopo”, la ricostruzione, loro, il dopoguerra insomma,  se lo stanno confezionando a loro immagine e somiglianza, insieme a Confindustria, la cui influenza è stata confermata da un protocollo unilaterale a carattere volontario perché non si storcesse da munire i lavoratori del minimo sindacale dei salvaguardia e sicurezza, Ance, Bill Gates, i giganti dell’informatica.

E  senza nemmeno aver bisogno di un programma, che non interessa a quelli che pensano di riuscire a conservare i superstiti privilegi e le superstiti sicurezze, e dal quale saranno comunque tagliati fuori quelli che già non sanno come arrivare a fine mese, quelli spazzati via dall’emergenza, precari, partite Iva, osti, negozianti, affittuari, part time, badanti, che ormai i mestieri del futuro sono pony, magazziniere, cassiera, manovale sulle impalcature delle Grandi opere di De Micheli, Bonaccini, del Mose e della Tav pronti a ripartire già da domani.

Guai a dirlo, però, pena l’anatema per eresia, l’immediato arruolamento forzato nelle compagini dell’estrema destra che non vuol farci cantare Bella Ciao dal davanzale.

Che questo governo e i suoi supporter applichino una censura antidemocratica è ormai evidente. E non solo  perché hanno ormai un seguito che zittisce con sicumera le voci critiche, o perché lo stato di eccezione ha messo il sigillo definitivo sull’indole alla delega che fa parte della nostra autobiografia nazionale.

Ma perché è sancita la rinuncia a quelle elementare forma di esercizio della partecipazione che si attua attraverso il controllo, l’accesso alle informazioni su quel che riguarda il processo decisionale, l’espressione di dissenso, proibita perfino in occasione degli scioperi e delle manifestazioni dei lavoratori che chiedevano sicurezza e tutele all’inizio della  apocalittica emergenza. Perché si rimprovera ai dissenzienti, alcuni dei quali immediatamente arruolati tra gli anarcoinsurrezionalisti, alla pari con runner e gente che passeggia senza cane o precari immigrati al Nord che cercano di tornare a casa per non pagare mesi di affitto e vitto senza salario, di esercitare sterili polemiche senza offrire soluzioni, quando da anni, dalla Thatcher in poi, dal 2008, dall’austerità, ci dicono che alternativa non c’è.

Sono proibite l’utopia ma ancora più la possibilità di qualcosa di “altro”  soprattutto ora che la scelta sarebbe tra la borsa e la sopravvivenza, tra la salute e il minimo garantito, sicché si pecca di allucinazioni visionarie se si pensa che debba essere garantito un reddito di emergenza insindacabile per tutti, si viene tacciati di irrealismo  proprio come allora quando si costrinse la Grecia a piegarsi sotto il tallone dispotico, di pericoloso avventurismo secessionista o peggio di sovranismo se si obietta che non si sarebbe dovuto sottostare all’espropriazione, firmata Draghi, di poteri e competenze in materia economica e che è sempre tempo di riprendersele per il bene comune, visto che minacce e ritorsioni non sono mai state testate e che il dominio esterno si è fondato sull’intimidazione, accolta con sottomissione correo da un ceto politico scelto per le sue doti di obbedienza cieca.

E dire  l’alternativa ci sarebbe anche rispetto alla cambiale in bianco data alla comunità scientifica, cui è stato attribuito potere insindacabile e autorità, da esercitare  in video, carta stampata, tv, rete, ma non negli appositi laboratori dove si sarebbero dovute testare sperimentazioni avviate in tutto il mondo, per selezionare quelle degne di applicazione, sottovalutate invece, taciute, tacciate di stregoneria per non possedere i requisiti di mercato, in attesa dell’ipotetico elisir di Dulcamara, il vaccino salvatutti.

Anche questa è censura, come d’altra parte lo è comunque l’ipotesi di una app, diventata l’unico intervento individuato dai prestigiosi organi di consulenza:   non ne conosciamo l’efficacia “sanitaria”, malgrado lo spendersi di altro organo ufficiale del “progressismo” ondivago, MicroMega che si spende con valutazioni tecniche opinabili,  ma possiamo immaginare la valenza di controllo sociale, se chi non si presterà alla sua applicazione sarà catalogato nella banca dati virtuale ma non poi tanto delle autorità eccezionali, come renitente alla responsabilità civile e alla solidarietà.

Povero Paese, poveri noi, ridotti “volontariamente” come Candide a dover credere al miglior governo possibile nel migliore dei mondi possibili, che intanto rotola rovinosamente verso altre più tremende catastrofi.

 

 

 


I Tuttobenisti

ragg Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non c’è film in concorso a Berlino, a Venezia, a Cannes, a Ouagadougou, non c’è serie di Netflix o della Rai, nella quale il nostro eroe o la nostra eroina, stringendo a sé una vittima di tsunami, violenza, bombardamento, terremoto, incidente ferroviario, non pronunci la formula magica: va tutto bene. Estesa opportunamente a altro orizzonte temporale in qualità di slogan della pandemia: andrà tutto bene, come leggo in forma di ossimoro su un lenzuolo appeso nel cantiere dei lavori della metro C o come si è visto inalberato sul Campidoglio.

Ragione vorrebbe che se è stata fatto tutto male, il seguito non possa che essere peggio ancora, quando i decessi (conta poco sapere se sono superiori o inferiori a quelli stagionali degli anni scorsi) sono effetto del concorso di tagli alla spesa sanitaria, intesa come strutture, infrastrutture, risorse umane, dispositivi di cura, della demolizione del sistema di assistenza, diagnosi, prevenzione, della gestione criminale dei luoghi adibiti all’accoglienza dei soggetti più vulnerabili e esposti, quando si intraprende la strada del bioterrorismo instaurando un regime inteso a colpevolizzare individui e collettività, divisa in chi deve stare a casa per tutelare è e gli altri e chi invece deve affrontare il rischio, con scarse tutele, elargite discrezionalmente in via volontaria dai datori di lavoro.

Ragione vorrebbe, invece in un contesto politico caratterizzato dall’abituale inclinazione alle scaramucce perlopiù finte come nel teatro dei pupi con le sciabole di legno, che tanto esiste una intesa di fondo a sostegno dell’orrendo status quo, che si vuol perpetuare o cambiare in forma peggiorativa, non c’è voce dell’establishment che non si esprima per riproporre lo stesso format e la stessa commedia  magari solo con un avvicendamento delle parti in commedia e degli attori: li prendi dal Fmi e li metti alla Bei, li prendi alla Bei e li fai premier.

Proprio ieri due bei tomi, due De Rege  dell’ingegneria prestata all’economia e viceversa, immemori di essere un po’ avanti con gli anni e oggetto possibile delle inquietanti attenzioni delle task force che li vorrebbe recludere in casa chissà fino a quando (Colao aspira a restrizioni anche per i sessantenni che la Fornero considererebbe forza lavoro al top delle prestazioni e del rendimento), si sono espressi sul futuro con la loro ricetta che non può che confermarci nell’idea che confinarli davanti alla tv a guardare i telefilm sarebbe salutare per loro e per noi.

Proprio come un Bauman qualunque il tandem pensa che la soluzione sia “liquida”: eh si, “serve liquidità”, dicono,  “per evitare che le aziende falliscano; per far fronte alla straordinaria pressione sul sistema sanitario, che ha dimostrato di avere medici e infermieri eroici, ma gravi carenze strutturali”.

Ma dove trovarla? Non certo tassando, non sia mai che patrimoniali o altre imposizioni fiscali penalizzino economia.

Macché, invece ci vuole il Mes, il vero vaccino contro ogni choc,  i quattrini che mette generosamente a disposizione per aiutare le imprese in affanno, affinché “la decisione su quando ripartire la prendano medici e virologi, magari con l’aiuto di qualche economista”, insomma i target in prima fila nello sfacelo, tra chi ha scelto coscientemente la strada dell’austerità, del lavoro ai fianchi delle democrazie per esautorare i parlamenti e i governi della sovranità economica, e tra i tecnici retrocessi a santoni e opinionisti, che da mesi ci somministrano diagnosi farlocche, statistiche manipolate, allarmi apocalittici, elisir virtuali, uniti nella funzione di servitori  del regime d’eccezione instauratosi grazie al Coronovirus.

Nessuno pensa seriamente che il Dottor No, che un Victor Frankenstein abbiano liberato il virus, che Madame Lagarde con l’aiuto di una marmittona nostrana abbia confezionato il micidiale filtro ammazzavecchi, per esonerare i bilanci pubblici dall’onere di mantenere segmenti di popolazione parassitaria.

Insomma, non sarà stata ordita una macchinazione per accelerare il configurarsi definitivo dell’egemonia del totalitarismo  economico- finanziario grazie alla felice combinazione di gestione autoritaria e repressiva dell’ordine mondiale e di dispotismo sanitario, ma senza essere complottisti è legittimo sospettare che siamo vittime di una vera e propria cospirazione. Ci vuol poco, anche senza essere stati vomitati dalla fucine bocconiane, per sapere che il ricorso al Mes non è solo a titolo oneroso ma ha come effetto  l’erogazione di crediti che vengono contabilizzati nel debito pubblico die Paesi che li ricevono,  e che, di conseguenza, l’enorme mobilitazione di risorse a sostegno delle imprese e le misure rivendicate dal Governo che sommate tra loro arrivano a circa 750 miliardi di euro (il 40% del PIL italiano),   saranno a nostro carico, non oggi, magari non domani, ma certamente nelle successive misure di rientro del debito, che l’impianto europeo prevede.

Proprio come succede nel laboratorio sperimentale di casa nostra, quando la restituzione del  generoso prestito erogato dalle banche a imprese e partite Iva sofferenti sarà reclamata, senza indulgenza, benevolenza, compassione.

La necessaria disubbidienza civile che questi giorni richiedono sarà opportuno che cominci tirando via i cartelli e gli striscioni dell’andrà tutto bene.

Di modo che non possa prendere piede l’inganno del Draghi salvifico, cui dobbiamo il fiscal compact e che promette di replicare l’horror greco di cui ha scritto la sceneggiatura, dalla quale aveva attinto spunti per la famosa letterina in cui intimava al governo italiano di allora, di adottare come disposizioni necessarie e fatali  per ripristinare la fiducia degli investitori,  la profonda revisione della pubblica amministrazione, privatizzazioni su larga scala, compresa quella dei servizi pubblici locali,  la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, anche attraverso la riduzione dei salari; la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale;   criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità,  nel quadro di riforme costituzionali anche mirate a  inasprire le regole fiscali, e dulcis in fundo interventi drastici sul sistema sanitario pubblico.

Tiriamoli via quei manifesti, in modo da non farci incantare dalle ripartenze di Bonaccini, della De Micheli, di Sala, di Corrado Alberto, quello delle Madamine che spara a piena pagina dalla Stampa: “la Ripartenza sia all’insegna dello “spirito SI-TAV”, col fritto misto di Grandi Opere, Grandi Olimpiadi, Grandi Stadi, Grandi Corruzioni e Grande Malaffare, nel quadro di una ricostruzione post bellica che annovera come caso di successo il nosocomio d’eccezione in Fiera.

Non è ottimismo quello dell’Andrà tutto bene, si tratta invece di quell’uso della menzogna a fin di bene, quella incoraggiante per nascondere  il veleno delle disuguaglianze più inique, della carestia alla quale sono condannati anche quelli che si rassegnano a stare a casa, pensando di rinviare responsabilità e angoscia e incertezza, della psiche e dell’aspettativa segnate di bambini e anziani, di libertà ridotte in nome dei prodigi della scienza e della tecnica che vengono proposti e imposti col ricatto e l’intimidazione.

Proprio Arcuri ha fatto chiarezza sull’app di rintracciamento, comunicando che no, non è obbligatoria, ma se non entra in funzione sarà ineluttabile non alleggerire le misure di contenimento e confinamento.

Si tratta dell’aggiornamento, causa virus, della scelta del male minore, la patologia contagiosa e letale che colpisce chi si dimentica che si tratta di un male e non vuol guarire, perché preferisce la fatica di essere schiavo a quella del pensiero libero.

 

 


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