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Archivi tag: Merkel

Rendez vous in crisi di nervi

img_817x460$2017_07_07_12_54_34_313192Macron, che ha dovuto prendere un po’ di riposo forzato in compagnia di maman Brigitte per ricariche le batterie delle sue evidenti nevrosi, sarà il 18 a Berlino, incontrerà la preside Merkel e parlerà al Bundestag con l’intento di rafforzare l’ accoppiata franco tedesca, ovvero quell’Europa carolingia che si delinea sempre più non come un polo di aggregazione, bensì come una delle zolle di frantumazione continentale. Ma il vertice rende evidente il tramonto di un’ epoca perché avverrà tra un presidente odiato dal 70% dei francesi, ormai guardato come fosse un Gregor Samsa disegnato da Peynet dal quale ci si aspetta una rinuncia all’Eliseo e una cancelliera in pieno declino, in procinto di dimettersi dalla segreteria del suo partito e dunque di ritirarsi a fine mandato. Questo mentre il pronubo del rendez vous berlinese, Juncker, si è rivelato un imbarazzante alcolista e farmacodipendente che non avrebbe mai potuto accedere a una carica così importante se la sua condizione di confusione e impotenza non avesse fatto gioco  a Berlino.

Insomma ogni tentativo di rilanciare la Ue si scontra inevitabilmente contro la qualità della classe dirigente formatasi nell’ambito di questo paradigma e con la progressiva crisi sia di consenso che di legittimità che la attanaglia: le allegorie non bastano di certo a mantenere in piedi una costruzione fatta con il lego e tenuta insieme a viva forza col filo spinato dell’euro. Così che invece di un rilancio, impossibile alla luce dell’ideologia ordoliberista che attanaglia le istituzioni continentali, ci si trova piuttosto alle prese con una tetragona e cieca imposizione volontà di imposizione. Tutto questo però dovrebbe spingere a  domandarsi quale forza possano davvero esercitare un presidente privo di qualsiasi consenso popolare, erratico e oltretutto piombato nel ridicolo, una signora in via di pensionamento, ma comunque con molti errori sulla coscienza e un ubriacone ostaggio di banchieri e grassatori, avendo egli stesso parte di questa nobile corporazione: è un po’ il ritratto di ciò che rimane dell’Europa, delle sue speranze tradite, ma anche della difficoltà di conservare tutto questo in un mondo in profonda trasformazione rispetto all’epoca della fecondazione in vitro e in moneta di questa Ue.

Del resto se il consiglio d’Europa arriva a dire che le “misure di austerità” (gli eufemismi si sprecano) attuate in Grecia  hanno violato i diritti umani e in particolare il diritto alla salute e all’istruzione sanciti dalla Carta Sociale Europea, significa che ormai il trompe l’oeil dietro il quale è stata nascosta la vera natura assunta dall’Unione si va scrostando e cominciano a comparire pezzi di realtà persino all’interno del meccanismo stesso. Questa constatazione infatti si contrappone in modo totale alle dichiarazioni fatte dalla Commissione Europea nemmeno tre mesi fa e secondo le quali la Grecia sarebbe tornata alla normalità. Con quale faccia si finge di non vedere le conseguenze drammatiche dei tagli selvaggi su posti di lavoro, salari, pensioni, servizi pubblici essenziali ?  Quanto pelo sullo stomaco è necessario per dire che tutto è tornato come prima con una popolazione ridotta per un terzo a uno stato di povertà assoluta? In realtà per i fedeli del neoliberismo non c’è nulla di così scandaloso in tutto questo perché è nell’ordine naturale in un mondo dominato dagli interessi personali, dal profitto senza limiti dove i costi sociali non fanno parte dei libri contabili, da una visione antropologica essenzialmente predatoria e primitiva, anche se rivestita di abiti civili.

Ma non può funzionare così molto a lungo, non in un contesto che va mutando: i personaggi che vediamo agire sono soltanto degli epigoni e di questi hanno sia  la tracotanza che la debolezza: se la prima è lampante, la seconda comincia a trasparire con sempre maggiore chiarezza.

 

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Bavarese al veleno per la Merkel

cq5dam.web.738.462Le elezioni in Baviera sono una severa maestra sotto molti punti di vista come è inevitabile visto che si tratta del Land più grande della Germania con un’estensione pari a quella dell’Austria e la seconda come importanza economica  tanto che il suo pil da solo  supera quello di 22 paesi dell’Ue ed è stata inoltre una delle aree a maggiore stabilità politica del continente. Ciò che dunque è accaduto domenica scorsa nelle urne è inevitabilmente un’anticipazione di ciò che sta accadendo in Europa  e allo stesso tempo una radiografia della confusione che regna sovrana, favorita dagli infingimenti del discorso pubblico. Il crollo della Csu il partito  che da tempo immemorabile, salvo una breveparentesi ha goduto della maggioranza assoluta e che a livello nazionale era una delle colonne portanti della Merkel, annuncia il definitivo declino della cancelliera e insieme ad essa anche di quell’idea di Europa oligarchica, ordoliberista, fondata sul marco – euro e sull’egemonia tedesca che si era imposta dopo la caduta del muro.

Alla vertiginosa discesa della Csu si aggiunge l’entrata nel parlamento locale dell’Afd, nemmeno esistente 5 anni fa, e che adesso ha il 10 per cento, il dimezzamento della Spd, la sparizione o quasi della Linke e la crescita inaspettata dei Verdi che tuttavia in Germania hanno posizioni molto più anodine di quelle che avevano in Italia fino a che sono stati in vita. Un risultato che dà perfettamente ragione a Sahra Wagenknecht la leader del movimento Aufstehen, una nuova sinistra vicina in qualche modo a Melenchon, che nasce dal riproporsi della questione sociale figlia della precarietà dilagante e del rallentamento economico. La sinistra tradizionale – sia quella socialdemocratica totalmente succube dei disegni di disuguaglianza e di egemonia continentale, sia quella più radicale, teoricamente antagonista, ma di fatto schierata con gli strumenti del nemico, ossia moneta unica ed Europa dell’oligarchia- non sembra più in grado di affrontare questa sfida senza un rinnovamento dei suoi strumenti di analisi: se si servono due padroni  si è Iago o Arlecchino oppure si esce di scena. Quando Emiliano Brancaccio, persona che peraltro stimo, parla dell’ “orrido sovranismo piccolo borghese” dimostra in corpore vili tutta il dramma di una sinistra che non riesce ad uscire dai propri feticismi: se poi aggiungiamo che il discorso era diretto a dimostrare come il sovranismo rallenti e ostacoli la centralizzazione dei capitali (e dunque la dissolvenza della democrazia) e come la sinistra non capisca un cavolo, abbiamo fatto tombola nel salotto buono.

Insomma è entrato in fibrillazione tutto un sistema o sarebbe meglio dire una stagione storica e si scatena la battaglia tra clan politici per il mantenimento del potere reale. Qualcosa che vediamo sotto forma diversa dovunque e anche in Italia. Sta di fatto che dopo la tremenda mazzata subita la Csu non ha trovato di meglio che dichiarare la propria indisponibilità verso l’Afd, ovvero verso un gruppo dirigente che si propone come concorrente, ma senza alcuna visibile differenza di carattere ideologico o programmatico. Com’è noto la Baviera è il land di gran lunga meno accogliente nei confronti dell’immigrazione che, dopo essere stata santificata dalla Merkel, adesso viene reclusa in campi che se non sono di concentramento poco ci manca. Inoltre l’invitato speciale del tradizionale incontro invernale dei deputati della Csu è stato il leader ungherese Viktor Orban mentre il premier austriaco Sebastien Kurz, è stato a fianco di Markus Söder, il candidato della Csu  alla presidenza del consiglio bavarese, nel comizio conclusivo della campagna elettorale.Senza parlare delle posizioni del ministro dell’interno Horst Seehofer  che proprio sull’immigrazione ha contrastato la cancelliera proprio in vista del risultato elettorale. Quindi, per carità, qui si difende solo il potere e per giunta c’è anche la dimostrazione che il tema dell’ immigrazione il cui inasprimento non ha salvato la Csu dal crollo, è solo uno dei termini dell’equazione, al contrario di quanto dice apertamente o fra le righe l’informazione nostrana e di euro regime.

A questo punto con la secessione bavarese dalla cancelliera, i land orientali sempre più scontenti di una unificazione che non ha mantenuto le sue promesse, la perdita di terreno nello stesso campo di gioco del mercatismo, l’aumento esponenziale del malcontento sociale, entra in crisi l’asse portante dell’Europa liberista, nata con Kohl e con il trattato di Maastricht ma di cui la Merkel è stata l’interprete più  integralista. E si dimostra che è adesso che si deve cominciare a mettere a punto il dopo, invece di cercare di rimandarlo con tetragona ossessione.


Aufstehen: la nuova sinistra tedesca si risveglia

AufstehenOrmai è ufficiale: la Linke il partito più a sinistra del panorama politico tedesco è in via di probabile scissione con nascita del movimento Aufstehen (alzarsi o svegliarsi) guidato da Sarah Wagenknecht con caratteri molto diversi da quelli del tradizionale compromesso a sinistra e molto vicini invece a quelli di France Insoumise di Melenchon. Si comincia con la denuncia dell’insostenibilità di una immigrazione indiscriminata alla luce degli obiettivi che la nuova formazione si pone, ossia “promuovere i valori di uno stato più sociale, salari più elevati e più giusti, una politica estera europea autonoma che veda il disarmo come un valore fondante”. Più in generale Aufstehen si prefigge di dare battaglia per uno “ uno stato che difenda la gente dal capitalismo sfrenato, da una mondializzazione pilotata dalle multinazionali a da una concorrenza acuita dal dumping sociale: vogliamo uno stato che porti avanti una politica più attiva per la parte più svantaggiata della popolazione”,  un’  Europa ” che  riunisca democrazie sovrane” e che si appresti alla crisi dell’euro ordoliberista con ” un nuovo sistema  che permetta una svalutazione delle monete per offrire una maggiore flessibilità”.

La figura stessa di Sarah Wagenknecht è in qualche modo di rottura con l’establishment politico tradizionale: di padre iraniano, compagna di Oskat Lafontaine da tempo in posizione critica nella Linke, una laurea in filosofia con una tesi sull’interpretazione di Hegel da parte di Marx, aliena dalle più viete narrazioni occidentali sulla Ddr, autrice di diversi saggi sulle decisioni politiche e sui bisogni (ricordo in particolare “La libertà invece del capitalismo: gli ideali dimenticati, la crisi dell’euro e il nostro futuro”)  è stata l’unico parlamentare capace di tenere testa alla Merkel tanto da riuscire a zittirla in diverse occasioni. Il 4 agosto ha deciso di passare il Rubicone e di guidare una sinistra ormai dedita alla commemorazione di se stessa e alla recita di breviari per sottrarla al certo destino di  scomparire dalle urne elettorali, puntando appunto sui bisogni. E sembra che il nuovo movimento stia già attirando diverse personalità di spicco dall’ecologista Antje Vollmer, ex vicepresidente del Bundestag, all’economista Streeck al regista Stegemann. Per non parlare del fatto che in cinque giorni ha superato i 50 mila aderenti.

Per ora nella Linke si abbozza e si fa finta che Aufstehen sia un’iniziativa diretta all’elettorato di altri partiti e che anzi come ha dichiarato Dominik Bartsch,  copresidente del gruppo parlamentare della Linke “è possibile che rappresenti una possibilità per rafforzare la sinistra politica nel suo insieme e di ritrovare delle maggioranze parlamentari”.  Ma è fin troppo evidente che due visoni o ancor meglio due prassi così diverse non potranno coesistere a lungo e che alla fine o si arriverà a una scissione oppure Aufstehen finirà col prevalere anche in considerazione del disastro elettorale dell’anno scorso e di un panorama elettorale in totale fratturazione e ridislocazione.

Non sto a sottolineare l’importanza e il peso che due formazioni come France Insoumise e adesso Aufstehen  potrebbero avere sulla sinistra europea e sulla sua capacità di tornare a essere protagonista per il futuro, senza  prima lasciare campo totalmente libero alla destra e non riuscire a fare altro che esprimere astio e disappunto per le primogeniture perse. Di certo si può sperare che questa nuova sinistra dia un deciso contributo all’uscita dalla notte hegeliana di movimenti come Podemos e anche di Potere al Popolo che rischia di avvitarsi ancora una volta sulla formula del contenitore, tanto più che i tempi stringono, le costruzioni fondate sulla sabbia cominciano vistosamente a vacillare e chi vi si è incistato contestandole, ma in realtà collaborando a tenerle assieme, ha gli anni contati.

 


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