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Sciogliete il popolo

mario-damelioIl popolo non esiste. Su questa affermazione giurano quelli che dovrebbero essere nemici giurati, ovvero le sinistre di vetusta ortodossia insieme agli ipocriti collateralisti del potere spicciolo che vi si nascondono  e l’ideologia neoliberista perché per i primi ci sono solamente le classi e i modi di produzione mentre per la seconda esistono unicamente individui separati e presunte leggi economiche in una rappresentazione allegorica del caso e la necessità. Entrambe queste due visioni, ancorché opposte convergono nel disprezzo del popolo e degli stati che sono la concretizzazione della partecipazione e dei diritti. Quando due nemici si abbracciano e si alleano contro un terzo avversario vuol solo dire che stanno perdendo di senso, perché il significato profondo del loro antagonismo è cancellato. Quanti nella sinistra mediterranea non sarebbero d’accordo con l’ultimo discorso della Merkel, tenuto alla Konrad Adenauer Stiftung, secondo cui “gli stati nazionali devono oggi essere pronti a rinunciare alla propria sovranità” ? 

 La cancelliera che ha confermato la sua uscita di scena alle prossime elezioni si sente adesso più libera di parlare e ha messo in guardia contro quei politici “che pensano di poter decidere quando gli accordi sovranazionali  non sono più validi perché ‘rappresentano il popolo’”. Applausi da Capalbio e da Napoli, ma basterebbe andare appena avanti nel discorso per comprendere che questa visione nasce dal fatto che “ci  sono individui che vivono in un paese, ma non possono definirsi come popolo (tedesco)”. Discorsi oscuri dai quali non si capirebbe perché questi individui siano stati indotti dalla stessa Merkel e di suoi sicofanti mediatici a credere che gli individui del Sud Europa che non saranno popolo, ma certamente sono canaglia, vogliono spendere e spandere sulle spalle degli individui che vivono in Germania. Concetti oscuri, confusi e al limite del grottesco, ma che spiegano bene l’ideologia del cosmopolitismo neoliberista: se non esistono popoli, se gli interessi sono soltanto individuali non esistono nemmeno interessi e beni comuni e dunque nemmeno gli stati: tutti devono cedere le proprie prerogative  a un nuovo ordine mondiale di sapore totalitario perché azzera le condizioni della rappresentanza, della cittadinanza e della solidarietà sociale per diventare governo  ricchi e degli ottimati. E’ illuminante il fatto che la signora Merkel così come il suo  pupillo Macron e persino l’affarista Draghi abbiano collegato questa visione alla politica dell’accoglienza che nel caso specifico significa “includere altri negli interessi tedeschi” qualunque cosa possa significare visto che in realtà nulla di tutto questo si è realizzato. Se poi questi interessi includono l’impoverimento dell’Europa del Sud e dunque di altri individui che non risiedono su un territorio chiamato tedesco per non si sa quali ragioni, chissenefrega.

In realtà con questi discorsi dell’estremismo neoliberista la Merkel ha semplicemente posto le premesse per la sua elezione a capo della Commissione europea facendo intendere di essere la donna forte che potrà arginare lo sfascio: e lo fa per quella collezione di individui che per caso si chiamano tedeschi, che finora hanno goduto i frutti proibiti della Ue, ma che rischiano di veder vanificati i loro sforzi e per di più con una richiesta di riequilibrio dei conti irricevibile da parte di Berlino. Già così la situazione è pessima visto che c’è stato un arretramento del Pil,  500 miliardi di perdite in borsa, un raffreddamento economico planetario già in atto e con le banche che hanno perso complessivamente il 90 per cento del loro valore rispetto al 2007. Se però andiamo a osservare le cose come stanno vediamo che milioni di tedeschi vivono di mini job dai 450 ai 600 euro al mese, mentre  i profitti dell’unione sono andati ai ricchi. Si vede che i primi non sono stati inclusi bene o meglio che ci sono individui perdenti, quasi tutti, e pochissimi vincenti che non hanno niente da rimproverarsi alla luce dell’ideologia cosmopolita che da questo punto di vista è l’ideale per asserire i diritti esclusivi dell’accumulazione capitalista.  Mai frontiere furono più sorvegliate, anche se sono quelle sociali che non hanno niente a che vedere con quelle territoriali dove si addensano antiche fantasie di riscatto e di rigetto.

Cadere in queste trappole significa non avere le idee chiare, anzi non avere idee al di fuori di quelle che fornisce il mercato perché in questo caso abbiamo un trasferimento di sovranità dagli stati democratici dove esistono gli strumenti della cittadinanza  a una sovranità senza rappresentanza, che una volta si chiamava dittatura.

 

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Crisi Europa: non si salvi chi può

137529-sdTra le cose più imbarazzanti della resa senza condizioni del governo Conte a Bruxelles c’è il fatto che la bandiera bianca è stata sollevata in un momento in cui la Ue è in profondissima crisi e di certo non ha bisogno di altri scossoni, anche se ha ancora la forza di ringhiare: la rivolta francese contro la dottrina dell’austerità  non si arresta, mentre prosegue il disordinato divorzio della Gran Bretagna e la grande stilista dell’europa contemporanea, la signora Merkel, ha già annunciato il suo ritiro e con esso anche quello della classe politica che ha gestito l’unificazione tedesca e la trasformazione del marco in euro. Ma che si fosse messa in moto una faglia continentale lo si poteva avvertire già da qualche tempo e la prima forte scossa si è manifestata nel 2016 prima con il referendum sull’unione in Gran Bretagna e poi con l’elezione di Trump in Usa che hanno messo in crisi le elite anglosassoni che avevano disegnato l’Europa a loro immagine e somiglianza e in vista dei propri interessi.

Questa cosa non sembra ancora abbastanza chiara agli europeisti che non la vogliono vedere dal momento che tale prospettiva contraddirebbe tutto ciò che essi portano all’attivo, ma non di meno essa è reale: l’Europa è stata una costruzione americana e non certo un’ Unione per proteggersi dallo strapotere americano come generalmente è stata interpretata dalla socialdemocrazia occidentale. Sempre nel 2016,  è stato pubblicato “Il minotauro globale” di Yanis Varoufakis che di certo non può essere considerato un anti europeista e in esso si legge:“Agli studenti di integrazione europea viene insegnato che l’Unione europea ha iniziato la propria vita sotto forma di CECA (Comunità del carbone e dell’acciaio ndr.) Quello in cui hanno meno probabilità di imbattersi è il segreto ben custodito che sono stati gli Usa a blandire, spingere, minacciare e dolcemente convogliare gli europei a metterlo insieme … In effetti, è indiscutibile che senza la mano guida degli Stati Uniti la CECA non si sarebbe materializzata “. 

In realtà tutto questo è avvenuto in varie tappe a cominciare dal 1944 dove alla conferenza di Bretton Woods  il dollaro fu elevato al rango di valuta di riserva internazionale e vennero messe le basi per la creazione del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. Proseguì nel 1947 quando l’amministrazione Truman fece approvare il  National Security Act che spostava l’economia degli Stati Uniti verso un peso preponderante dell’industria bellica e varava un vasto apparato di sicurezza e di intelligence.  Si arriva al 1948 quando uno dei mandarini del Dipartimento di Stato, George Kennan, l’uomo incaricato di mettere a punto le politiche di contenimento dell’Unione Sovietica, mise a nudo il senso della politica estera Usa: “Abbiamo circa il 50 per cento della ricchezza mondiale, ma solo il 6,3 per cento della sua popolazione … Il nostro vero compito nel prossimo periodo è di elaborare un modello o relazioni che ci consentano di mantenere questa posizione di disparità. Per fare ciò, dovremo fare a meno di tutto il sentimentalismo e i sogni ad occhi aperti … Dovremo fare i conti direttamente con la concezione della potenza “. Nel 1949, sulla base di queste considerazioni nasce la Nato e nel 1950 prende vita il piano Marshall pensato con l’obiettivo immediato di risollevare l’economia continentale fermando così l’influenza sovietica e quello a più vasto raggio di creare in Europa un mercato per le esportazioni statunitensi. E’ ben noto che un a fetta considerevole di aiuti economici del piano (12 miliardi in totale) furono utilizzati  per finanziare varie operazioni segrete sotto gli auspici della CIA, per penetrare e sovvertire quei governi e partiti politici che dimostravano interesse interesse verso le idee socialiste e comuniste. E da questo punto di vista non è che sia cambiato molto: nella ” The Untold History of the United States” i due autori, Peter Kuznick e Oliver Stone, rivelano che una di quelle operazioni segrete riguardava il sostegno di un esercito di guerriglieri in Ucraina, che era stato creato dalla Wehrmacht nella primavera del 1941 con l’aiuto di Stephan Bandera, Talvolta pare che poca acqua scorra sotto i ponti visto il nefasto ruolo di Washington e dei suoi alleati nel sostenere e favorire In Ucraina la rinascita dell’ultra nazionalismo in forma fascistoide  ai nostri giorni.

Ma i soldi del piano Marshall servirono anche a creare nel 1951 la Ceca, primo nucleo continentale e diretto antenato del Mec, della Cee e poi della Ue . E’ abbastanza naturale in questa prospettiva che l’Europa non si sia mai realmente posta come modello alternativo sia pure all’interno della sistema capitalistico, ma abbia finito per seguire le trasformazioni ideologiche del padre padrone, arrivando persino ad esasperare il neoliberismo dell’altra sponda dell’atlantico. Questo senza tuttavia farsi mancare una guerra sotterranea per l’egemonia a ricordo dei vecchi tempi . E’ abbastanza evidente che con la crisi delle elites che dagli anni ’70 in poi hanno portato alle forme di capitalismo finanziario e totalitario che conosciamo oggi, entrano in crisi anche quelle strutture e strategie che sono state piegate a quegli interessi, a quelle prospettive senza esprimere una loro vera soggettività. Dunque anche l’Europa Thatcher –  Merkel e dell’euro afflitta ormai da una crisi endemica aggravata dai diktat di Bruxelles. Tutto sta cambiando, il pendolo comincia un’altra oscillazione, dimostrata anche dall’annunciato ritiro delle truppe americane in Siria, paradossalmente osteggiato dai guerrafondai democratici, ma si alza lo stesso bandiera bianca. La Dc è stata per quarant’anni l’incarnazione dello spirito del piano Marshall e della dedizione atlantista, i socialisti ( si fa per dire) furono tentati dal miraggio in un autonomismo europeo, mentre precipitavano verso Berlusconi che in suo modo folcloristico ha dato finalmente aria agli spiriti neoliberisti. E non riusciamo a rialzarci.

 

 

 

 

 

 

 


Rendez vous in crisi di nervi

img_817x460$2017_07_07_12_54_34_313192Macron, che ha dovuto prendere un po’ di riposo forzato in compagnia di maman Brigitte per ricariche le batterie delle sue evidenti nevrosi, sarà il 18 a Berlino, incontrerà la preside Merkel e parlerà al Bundestag con l’intento di rafforzare l’ accoppiata franco tedesca, ovvero quell’Europa carolingia che si delinea sempre più non come un polo di aggregazione, bensì come una delle zolle di frantumazione continentale. Ma il vertice rende evidente il tramonto di un’ epoca perché avverrà tra un presidente odiato dal 70% dei francesi, ormai guardato come fosse un Gregor Samsa disegnato da Peynet dal quale ci si aspetta una rinuncia all’Eliseo e una cancelliera in pieno declino, in procinto di dimettersi dalla segreteria del suo partito e dunque di ritirarsi a fine mandato. Questo mentre il pronubo del rendez vous berlinese, Juncker, si è rivelato un imbarazzante alcolista e farmacodipendente che non avrebbe mai potuto accedere a una carica così importante se la sua condizione di confusione e impotenza non avesse fatto gioco  a Berlino.

Insomma ogni tentativo di rilanciare la Ue si scontra inevitabilmente contro la qualità della classe dirigente formatasi nell’ambito di questo paradigma e con la progressiva crisi sia di consenso che di legittimità che la attanaglia: le allegorie non bastano di certo a mantenere in piedi una costruzione fatta con il lego e tenuta insieme a viva forza col filo spinato dell’euro. Così che invece di un rilancio, impossibile alla luce dell’ideologia ordoliberista che attanaglia le istituzioni continentali, ci si trova piuttosto alle prese con una tetragona e cieca imposizione volontà di imposizione. Tutto questo però dovrebbe spingere a  domandarsi quale forza possano davvero esercitare un presidente privo di qualsiasi consenso popolare, erratico e oltretutto piombato nel ridicolo, una signora in via di pensionamento, ma comunque con molti errori sulla coscienza e un ubriacone ostaggio di banchieri e grassatori, avendo egli stesso parte di questa nobile corporazione: è un po’ il ritratto di ciò che rimane dell’Europa, delle sue speranze tradite, ma anche della difficoltà di conservare tutto questo in un mondo in profonda trasformazione rispetto all’epoca della fecondazione in vitro e in moneta di questa Ue.

Del resto se il consiglio d’Europa arriva a dire che le “misure di austerità” (gli eufemismi si sprecano) attuate in Grecia  hanno violato i diritti umani e in particolare il diritto alla salute e all’istruzione sanciti dalla Carta Sociale Europea, significa che ormai il trompe l’oeil dietro il quale è stata nascosta la vera natura assunta dall’Unione si va scrostando e cominciano a comparire pezzi di realtà persino all’interno del meccanismo stesso. Questa constatazione infatti si contrappone in modo totale alle dichiarazioni fatte dalla Commissione Europea nemmeno tre mesi fa e secondo le quali la Grecia sarebbe tornata alla normalità. Con quale faccia si finge di non vedere le conseguenze drammatiche dei tagli selvaggi su posti di lavoro, salari, pensioni, servizi pubblici essenziali ?  Quanto pelo sullo stomaco è necessario per dire che tutto è tornato come prima con una popolazione ridotta per un terzo a uno stato di povertà assoluta? In realtà per i fedeli del neoliberismo non c’è nulla di così scandaloso in tutto questo perché è nell’ordine naturale in un mondo dominato dagli interessi personali, dal profitto senza limiti dove i costi sociali non fanno parte dei libri contabili, da una visione antropologica essenzialmente predatoria e primitiva, anche se rivestita di abiti civili.

Ma non può funzionare così molto a lungo, non in un contesto che va mutando: i personaggi che vediamo agire sono soltanto degli epigoni e di questi hanno sia  la tracotanza che la debolezza: se la prima è lampante, la seconda comincia a trasparire con sempre maggiore chiarezza.

 


Bavarese al veleno per la Merkel

cq5dam.web.738.462Le elezioni in Baviera sono una severa maestra sotto molti punti di vista come è inevitabile visto che si tratta del Land più grande della Germania con un’estensione pari a quella dell’Austria e la seconda come importanza economica  tanto che il suo pil da solo  supera quello di 22 paesi dell’Ue ed è stata inoltre una delle aree a maggiore stabilità politica del continente. Ciò che dunque è accaduto domenica scorsa nelle urne è inevitabilmente un’anticipazione di ciò che sta accadendo in Europa  e allo stesso tempo una radiografia della confusione che regna sovrana, favorita dagli infingimenti del discorso pubblico. Il crollo della Csu il partito  che da tempo immemorabile, salvo una breveparentesi ha goduto della maggioranza assoluta e che a livello nazionale era una delle colonne portanti della Merkel, annuncia il definitivo declino della cancelliera e insieme ad essa anche di quell’idea di Europa oligarchica, ordoliberista, fondata sul marco – euro e sull’egemonia tedesca che si era imposta dopo la caduta del muro.

Alla vertiginosa discesa della Csu si aggiunge l’entrata nel parlamento locale dell’Afd, nemmeno esistente 5 anni fa, e che adesso ha il 10 per cento, il dimezzamento della Spd, la sparizione o quasi della Linke e la crescita inaspettata dei Verdi che tuttavia in Germania hanno posizioni molto più anodine di quelle che avevano in Italia fino a che sono stati in vita. Un risultato che dà perfettamente ragione a Sahra Wagenknecht la leader del movimento Aufstehen, una nuova sinistra vicina in qualche modo a Melenchon, che nasce dal riproporsi della questione sociale figlia della precarietà dilagante e del rallentamento economico. La sinistra tradizionale – sia quella socialdemocratica totalmente succube dei disegni di disuguaglianza e di egemonia continentale, sia quella più radicale, teoricamente antagonista, ma di fatto schierata con gli strumenti del nemico, ossia moneta unica ed Europa dell’oligarchia- non sembra più in grado di affrontare questa sfida senza un rinnovamento dei suoi strumenti di analisi: se si servono due padroni  si è Iago o Arlecchino oppure si esce di scena. Quando Emiliano Brancaccio, persona che peraltro stimo, parla dell’ “orrido sovranismo piccolo borghese” dimostra in corpore vili tutta il dramma di una sinistra che non riesce ad uscire dai propri feticismi: se poi aggiungiamo che il discorso era diretto a dimostrare come il sovranismo rallenti e ostacoli la centralizzazione dei capitali (e dunque la dissolvenza della democrazia) e come la sinistra non capisca un cavolo, abbiamo fatto tombola nel salotto buono.

Insomma è entrato in fibrillazione tutto un sistema o sarebbe meglio dire una stagione storica e si scatena la battaglia tra clan politici per il mantenimento del potere reale. Qualcosa che vediamo sotto forma diversa dovunque e anche in Italia. Sta di fatto che dopo la tremenda mazzata subita la Csu non ha trovato di meglio che dichiarare la propria indisponibilità verso l’Afd, ovvero verso un gruppo dirigente che si propone come concorrente, ma senza alcuna visibile differenza di carattere ideologico o programmatico. Com’è noto la Baviera è il land di gran lunga meno accogliente nei confronti dell’immigrazione che, dopo essere stata santificata dalla Merkel, adesso viene reclusa in campi che se non sono di concentramento poco ci manca. Inoltre l’invitato speciale del tradizionale incontro invernale dei deputati della Csu è stato il leader ungherese Viktor Orban mentre il premier austriaco Sebastien Kurz, è stato a fianco di Markus Söder, il candidato della Csu  alla presidenza del consiglio bavarese, nel comizio conclusivo della campagna elettorale.Senza parlare delle posizioni del ministro dell’interno Horst Seehofer  che proprio sull’immigrazione ha contrastato la cancelliera proprio in vista del risultato elettorale. Quindi, per carità, qui si difende solo il potere e per giunta c’è anche la dimostrazione che il tema dell’ immigrazione il cui inasprimento non ha salvato la Csu dal crollo, è solo uno dei termini dell’equazione, al contrario di quanto dice apertamente o fra le righe l’informazione nostrana e di euro regime.

A questo punto con la secessione bavarese dalla cancelliera, i land orientali sempre più scontenti di una unificazione che non ha mantenuto le sue promesse, la perdita di terreno nello stesso campo di gioco del mercatismo, l’aumento esponenziale del malcontento sociale, entra in crisi l’asse portante dell’Europa liberista, nata con Kohl e con il trattato di Maastricht ma di cui la Merkel è stata l’interprete più  integralista. E si dimostra che è adesso che si deve cominciare a mettere a punto il dopo, invece di cercare di rimandarlo con tetragona ossessione.


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