Isola di PovegliaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma quanto piace la società civile, tutti a riempirsene la bocca, tutti a rivendicare un rapporto privilegiato, tutti a fregiarsi di stare a sentirla e rappresentarla. Poi appena una fettina di popolo cerca di sottrarsi all’umiliante condizione di acquiescenza, servitù, ricatto per riacquistare dignità e facoltà di scelta e di governo delle prorpie esistenze tutti a menar fendenti e mettere mano al portafogli, peraltro pieno di soldi nostri, per riconfermare chi è che comanda.

Dopo decenni di abbandono e svariati tentativi di “trasformazione e sviluppo con finalità turistico-culturali” andati a cattivo fine, l’Agenzia del demanio ha repentinamente deciso di svendere il complesso immobiliare di Poveglia, un’isola della Laguna di Venezia, tramite un’asta telematica al miglior offerente. Tecnicamente si sarebbe trattato di una concessione per 99 anni, per un’aggiudicazione che presentava modalità a dir poco disinvolte: nessun limite minimo, né massimo, non era necessario presentare alcun progetto, né piani tecnico-finanziari, neppure garanzie. Bastava versare una cauzione di 20.000 euro.

Una partita a carte coperte che ha subito richiamato intorno al tavolo da pocker i soliti sospetti: broker in nome di anonimi, compagnie alberghiere, società di pianificazione. Ma a vincere la partita truccata è stato Luigi Brugnaro, poliedrico imprenditorie, patron della Reyer di Basket, presidente di una Holind che fa “caporalato” sempre più legale grazia al jobs act, che ha chiamato sfrontatamente Umana. E infatti fa venire in mente il Fantozzi che dice al mega capo “ma come è umano lei”, mentre quello commette i più infami soprusi, perché il Brugnaro appartiene proprio a quella categoria di padroni delle ferriere che si sentono sulla stessa barca con gli operai, che ha scelto la sopraffazione bonaria col panettone a Natale, che definisce gli imprenditori degli “eroi” perché “rischiano”, “scommettono”, aggirano ostacoli burocraticie eamministrativi nell’interesse della collettività. Ecco. E infatti una volta scippata Poveglia con la modesta cifra di 513 mila euro, pochi spiccioli in più dei 416 mila euro messi sul tappeto verde dalla cordata di cittadini, ci ha tenuto a fare sapere che l’ha fatto per Venezia, incrocio di culture che non si merita arabi o cinesi e invece si merita lui che è di Spinea, ma che adesso ci vuole la collaborazione di tutti, che tutti i veneziani devono partecipare a fare più bella e profittevole la “sua” isola contribuendo la budget necessario di 20 milioni di euro. Per farne cosa non si sa: nega di volerci collocare un albergo –“ce ne sono già troppi”, dice. Ma tutti sospettano che l’umana aspirazione del manager sia di allestire un’enclave per ricchi, un insediamento turistico esclusivo, come sognarono quelli di Albarella che non avevano fatto i conti con la caligine, le zanzare, la malinconia del Delta del Po così ben descritta da Antonioni. Ma in questo caso comunque redditizia se a metterci i soldi dovrebbero essere i veneziani, dei quali il comitato che ha raccolto i fondi per l’offerta alternativa “ha aperto il cuore”. E lui dopo il cuore vuole aprire i portafogli, ma per dare lavoro, è ovvio. Di quell’occupazione che piace a lui, mansioni gregarie e servili, precarie e ricattabili, quegli incarichi cui deve piegarsi una forza lavoro globalizzata, immigrati o potenziali emigranti, indigeni o stranieri, laureati o analfabeti, diventati esercito mobile senza diritti e garanzie. E come se non bastasse c’è un precedente anche un precedente: la Scuola grande della misericordia era stata data in concessione per la sua “valorizzazione” tramite un contratto sottoscritto nel 2009 dal Comune di Venezia e da un partner privato, guarda un po’, proprio l’Umana s.p.a, dello stesso Luigi Brugnaro, che si era impegnato a realizzare opere di ristrutturazione per circa 8 milioni di euro. Solo che anche lì, per ammissione dell’assessore ai lavori pubblici del Comune, non è stato avviato nessun intervento.

 

Adesso l’ultima parola spetta alla Commissione di Congruità del demanio che dovrà verificare se la somma proposta, 513 mila euro, corrisponda all’effettivo valore dell’isola. E il Sindaco Orsoni, ora, fa sapere che o il Demanio riterrà congruo il prezzo di 513 mila euro o annullerà l’asta. “Nel primo caso, proclama, il Comune eserciterà il diritto di prelazione: i soldi li troveremo di sicuro, è certo. Se, invece, il Demanio preferirà annullare l’asta, abbiamo formalizzato al ministero la richiesta di trasferimento gratuito al Comune dell’isola nell’ambito del federalismo demaniale, anche se stante le molte difficoltà che il direttore regionale Soragni ci sta facendo per il trasferimento degli altri beni, la soluzione migliore è la prelazione».

Ma per riprendersela quell’isola, ricorda, bisogna fare i conti con il nodo scorsoio del patto di stabilità: per comprare Poveglia, è necessario tagliare 513 mila euro altrove. E questo richiamo alla ragionevolezza la dice lunga, cosa c’è da tagliare e dove se uno sparuto gruppo di volontari ha messo insieme una cifra poco lontana da questa?

È che proprio il partito dei sindaci pare avere tra i suoi principi una spiccata simpatia per i privati, non solo perché è tra i capisaldi dell’ideologia imperante, ma anche perché leva pensieri, permette alle amministrazioni piccole di non impegnarsi, consente di non stornare finanziamenti destinati a partite di giro che devono appunto essere indirizzari a appagare smanie di grandezza proprio di quelle imprese sempre le stesse, di quelle cordate, tristemente note che agognano a tirar su ponti, far circolare treni veloci, scavare canali. Come è stato dimostrato proprio a Venezia con la cessione avvelenata di intere porzioni dell’Arsenale al Consorzio Venezia Nuova, al suo management pluri inquisito, alla sua occupazione della città.

E poi queste concessioni, brevi o lunghe che siano, rappresentano l’humus per nutrire e consolidare la rete dei rapporti politici ed economici del ceto dirigente delle nostre città d’arte: ci fa sapere il Fatto che qualche sera fa il Cappellone degli Spagnoli, sala capitolare trecentesca di Santa Maria Novella a Firenze, è stato offerto come location alla banca d’affari newyorchese Morgan Stanley per una cena esclusiva di magnati della grande finanza contigui al presidente del Consiglio, comportando la temporanea chiusura della chiesa di Santa Maria Novella e la collocazione delle cucine nel chiosco trecentesco. Ma si dirà che è un sacrificio modesto rispetto ai proventi dell’operazione destinati a opere di restauro. Peccato che si tratti di miserabili 20 mila euro dei quali si perderà la rintracciabilità come avvenne per l’affittodi Ponte Vecchio ad altri compagnucci di merende.

Insomma sembra impossibile cacciare i mercanti dal tempio. Ma per quella società civile il modo ci sarebbe per rialzare la testa: ribellarsi imponendo legittimità laddove una legalità ad uso di pochi ha preso piede. A Venezia ci prova la cordata che dice no alle Grandi Navi: con una lettera firmata da Ambiente Venezia, No Navi e Laguna Bene Comune, annunciano di essere pronti, nel caso in cui il governo decida di scavare nuovi canali in laguna per le crociere, di chiedere l’avvio della procedura di infrazione alla Commissione Europea per violazione della Direttiva Acque. Facciamo come loro ogni volta che ci portano via qualcosa di nostro.