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Le mele avvelenate dei Giardini del re

Giardini-reali-Live-in-Venice-03 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Chi ha qualche decennio di ricordi da ripercorrere sa che una delle mete dei ragazzini veneziani, oltre al campo e alle calli sotto casa, erano i giardinetti Reali di San Marco nei quali si poteva addirittura circolare in bicicletta o coi pattini e dove girava con la sua cassettina appesa al collo Caramel Bepi, che vendeva ben prima delle merendine sotto vuoto del fidanzato delle galline, la sontuosa frutta caramellata che gocciolava il suo oro scuro sulle dita dei golosi.

Per anni il sito venne abbandonato all’incuria e oggi sappiamo perchè, dato che non è mai casuale. Come al solito per combattere una crisi prolungata in corso di diventare emergenza, le autorità si rivolgono a benevoli mecenati che con convenzioni speciali, incarichi straordinari e commissariamento extra legem si fanno generoso carico delle soluzioni.

Anche in questo caso grazie a una convenzione stipulata dal comune il recupero e la valorizzazione del complesso è stata affidata ad apposita Fondazione la Venice Gardens Foundation, alla cui presidenza siede maestosa  la signora Adele Re Rebaudengo, che per una coincidenza reca il cognome del più prestigioso   tra i soci fondatori insieme a meno influenti personalità.

Tra loro, si legge sul sito, c’è  un commercialista, l’indispensabile operatore culturale che adesso si chiama Cultural Manager, una “imprenditrice agricola” e giardiniera che dovrebbe richiamare alla mente l’eroina immaginaria del film sui giardini di Versailles, oltre a un manager nel settore ormai prioritario nel mondo dell’arte, quello  della logistica e conservazione del patrimonio creativo, che immaginiamo molto occupato nel dinamico comparto delle mostre e mostricciattole che animano il panorama culturale globale  con vigorosa e instancabile  circolazione di opere delicate, sensibili e indifese, costrette viaggi intercontinentali anche in forma di spot dei salami del norcino di corte, come successe con due guglie del Duomo. E infatti Sattis Arteria, azienda leader nel mercato del trasporto, imballaggio, movimentazione e installazione di opere d’arte, insieme all’azienda  del più autorevole Re Rebaudengo, quell’Asja che produce energia pulita da fonti rinnovabili contribuendo a ridurre le emissioni dei gas a effetto serra responsabili dei cambiamenti climatico, a una più inoffensiva fondazione musicale e ad una più preoccupante start up di, cito,  professionisti appassionati in grado di fornire soluzioni ad hoc per il settore del Retail e della Grande distribuzione organizzata sono i soci sostenitori dell’alleanza per  ridare quel polmone verde alla città.

Polmone, di proprietà del Demanio,  che sarà inaugurato a novembre in occasione della Festa della Madonna della Salute, quando al completamento della serra, del ripristino del Padiglione Santi, delle balaustre e del pergolato, si aggiungerà quello della parte botanica.

La spesa finale, in parte finanziata dalle Generali col, cito ancora,  propellente dell’Art Bonus,   informa la presidentessa,   “sarà alla fine più importante dei 4 milioni e 700 mila euro inizialmente previsti, ma credo sia normale, con un intervento di questo tipo…..ma  la passione e la voglia di restituire i Giardini ai cittadini e al mondo era tale che ci ha permesso di superare ogni ostacolo”.

E volete che tanta audace e  filantropica solerzia non venga ricompensata? il premio, ci ha informato uno giornalista locale tra i pochi che non si fanno incantare dalle narrazioni di mecenati e protettori di Venezia con cazzuola e piccone, consiste in due costruzioni che orneranno il quadro naturalista della lussureggiante vegetazione  con il valore aggiunto dell’altro inesauribile filone nazionale, che anche la pancia vuole la sua parte, e mica vorrete farci sedi di raccolte museali, memorie della storia del sito, oppure un bel niente in una città dove si dovrebbe usare particolare cautela,  macché,  invece due ristoranti!

Protestano, invano, Italia Nostra, associazioni cittadine come il Gruppo 25 Aprile, saranno invece contenti i fan del sindaco, il popolo degli osti sia pure in concorrenza, la lobby degli affittacamere, tra i quali, abbiamo saputo da Bechis in un brillante resoconto, spicca inattesa la figura del nostro Ministro dei Beni Culturali che ha convertito la magione avita in celebrato B&B (https://www.iltempo.it/home/2019/09/17/gallery/svolta-di-franceschini-addio-al-suo-b-b-1209773/ ).

E che volete farci? sono queste le leggi del mercato, cui pare si debba doverosamente sottostare se abbiamo ingoiato ogni genere di rospi, da Nerone sul Palatino per l’allestimento di un’opera rock, alle mutande in passerella alla Gipsoteca, dalla zumba tra le mummie di Torino alle gare di canottaggio nella Reggia di Caserta, iniziative guardate con benevola soddisfazione da Franceschini tornato a promuovere quella che chiamano valorizzazione:  il saccheggio delle foreste tropicali per farne parquet, l’offerta a prezzo vantaggioso del nostro patrimonio immobiliare altrimenti destinato all’artata decadenza, il ministro della riforma che gli esperti hanno definito “un regolamento illegittimo per la disarticolazione delle istituzioni di tutela”, e si vede, quello dei direttori di museo manager, incaricati di far cassa, quello con un occhio di riguardo per il turismo, magari grazie alla conversione dei territori siciliani in polo del golf. Si, quello oggetto di un formidabile anagramma di Bartezzaghi: “Dario Francheschini / Dir frasi canoniche”, pensato in occasione del lancio dello slogan ministeriale: “La cultura è il nostro petrolio”.

E via a grattare il fondo del barile, a sfruttare fino all’esaurimento delle risorse, a svendere per far su artdollari da accreditare sui conti dei  “mecenati”.

 

 


Italia Ikea

  1. Anna Lombroso per il Simplicissimus

Molti anni fa un piccolo gruppo di miei amici, invece di scegliere mete esotiche, prese in affitto una vecchia casa all’Isola delle Vignole, incantato da quel “romitaggio lagunare , da quel paesaggio rurale in mezzo a un tratto di mare quieto come un lago, dove le verdure a cominciare dalle castraure – quei piccoli carciofi amari dal cuore dolce, pare siano più sapide a gustose per via di un segreto di quei marinai e contadini del luogo:  mettere un po’ sabbia intrisa di acqua marina nei solchi,  una memoria forse di quando gli antichi abitanti sfuggiti alle orde barbariche si rifugiavano in abitazioni come nidi di uccelli acquatici e rubavano un po’ di terra all’Adriatico per coltivarla.

Ci si arrivava alle Vignole e a Sant’Erasmo e a Torcello e a Mazorbo – e ne ricordo il placido suono del motore: popopo, con la grande motonave dotata di un ponte con larghi sedili,  una coperta per avere riparo d’inverno e perfino un piccolo bar che proponeva un caffè mefitico, ma dava l’impressione di dirigersi in chissà che colonie, in chissà che luoghi lontani e forestieri.

Era davvero bellissimo arrivare là, magari al tramonto, sedersi a godere  il silenzio, il film sempre nuovo del sole che affondava in acqua,  la sorpresa inattesa di sapere ancora rallegrarsi della contemplazione. Peccato che dopo una cena e una notte di chiacchiere a guardar le stelle, dovemmo andare al pronto soccorso, per via dell’accanimento vorace di sciami di mussati, micidiali zanzare assatanate che ci misero in fuga  malgrado ci fossimo irrorati di autan e insetticidi, micidiali per noi, ma non per loro.

Per quello in questi giorni una notizia (la pubblicazione del bando d’asta delle proprietà del demanio militare) ha suscitato in me un istinto maligno e vendicativo: la speranza che l’ignavo Brugnaro e i suoi predecessori, non certo molto migliori di lui, non abbia provveduto a contrastare il fenomeno, con efficaci campagne di disinfestazione e che quegli sciami si siano rinnovati in gran numero, pronti a pungere la clientela di èlite che dovrebbe animare quell’eremo recondito e appartato, grazie alla realizzazione di un resort esclusivo.

Perché se c’è una cosa che veneziani, fiorentini, capresi, e tanti tanti altri hanno appreso, è che quel turismo delle catene di alberghi esclusivi, dei villaggi di sceicchi per altri sceicchi, dei campo da golf magari vista templi, così come quell’altro, quello  dei torpedoni che vomitano pellegrini distratti e disfatti da soggiorni in canoniche convertite in hotel, delle grandi navi dalle quali i forzati delle crociere fotografano le formiche residenti, portano troppi pochi benefici rispetto a danni ormai incontrollabili e irreversibili.

Il fatto è che la perdita per i cittadini non è soltanto di beni materiali, non si limita alla compromissione di ambiente e paesaggio, al saccheggio di risorse, alla confisca e svendita di proprietà comuni. E e non si riduce solo all’usura del patrimonio artistico simboleggiata dall’impallidire di tinte di affreschi e dipinti e dall’erosione del frontone di Petra. Riguarda la spoliazione del bene comune “morale” e identitario, l’esproprio di ricchezze collettive che toccano la memoria e la storia, oltre che la “sovranità” sacrificata alla teocrazia del mercato o imposta  o per sedicenti necessità.

A officiare il rito satanico con l’offerta all’asta di una parte significativa dell’isola delle Vignole,  è un trio maledetto: la Pinotti che offre le aree un tempo occupate dai lagunari, “i nostri marines” come li definisce lei che si crede un berretto verde,  Franceschini, forse il peggior ministro che abbia afflitto i nostri giacimenti colturali e il nostro petrolio, come li chiama lui,  drogato dal mito della “valorizzazione, grazie al felice connubio di pubblico e privato”, da quel sistema  truffaldino di denominare così l’alienazione e la svendita, in atto nelle foreste tropicali  per dotare le case occidentali di  parquet ma pure  nella laguna. E infine il sindaco Brugnaro che esulta per la magnificenza del progetto che investirà una porzione  dell’isola, dell’idroscalo e di quel canale attorno al quale sono stati costruiti tutti gli edifici, alloggi, officine, padiglioni e cavana;  197 mila metri quadrati sulla laguna, trenta costruzioni e un canale navigabile di 800 metri di lunghezza e trenta di larghezza (l’idroscalo):  centro di addestramento militare fin dal 1884, base di partenza degli idrovolanti e di Gabriele D’Annunzio per molte delle sue imprese.

Il tutto con la rituale assistenza finanziaria offerta ai “promotori” dalla Cassa Depositi e Prestiti – quindi da noi – incoraggiata dalla prospettiva che una quota – molto abbiente – dei 30 milioni di turisti che invadono Venezia ogni anno, trovi accoglienza in un luogo sicuro, ben collegato e appartato rispetto a quel fiume di plebei molesti e agli ancora più indesiderabili superstiti residenti,  che potranno finalmente  esprimere la loro vocazione in veste di inservienti, camerieri, porta bagagli, lacchè.  E compresa del suo contributo all’azione di  “recupero e «restituzione » al territorio e alle comunità locali () sceicchi, tycoon, mafia russa, star del cinema? di un’area militare di interesse storico-culturale”.

C’è poco da stupirsi della proterva strafottenza che ispira queste iniziative e che gode anche di un trattatello per non dire di una bibbia: un agile volumetto che si intitola appunto “Resort Italia”, recando come sottotitolo Come diventare il villaggio turistico del mondo e uscire dalla crisi, e che predica l’inevitabile e desiderabile passaggio dal “museo deposito” al “modello Ikea”, per coltivare quella dimensione industriale del turismo e della cultura che finora abbiamo ignorato. Indicando come colpe collettive il «non aver fatto Disneyland a Bagnoli, non aver trasformato la Sardegna nei Caraibi d’Europa, non aver costruito sufficienti campi da golf in Sicilia».

So da tempo che la bellezza non ci salverà. E che noi non abbiamo saputo salvare la bellezza, nemmeno noi stessi e neppure la nostra dignità di individui e popolo.

Che direbbe oggi di noi Nietzsche che a proposito dei veneziani scriveva che possedevano “l’aristocratica autosufficienza, la virile disciplina e la certezza che la città ha sempre appartenuto a loro e che è fatta per mostrare a loro il suo meglio”… tanto che “un povero gondoliere è preferibile a un consigliere di Stato di Berlino ed è un uomo migliore”

 


Riprenderci quello che è nostro? Si può fare

Isola di Poveglia

Isola di Poveglia

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se è capitato anche a voi di seguire con apprensione l’iter di approvazione di una delle riforme epocali del governo, di profetizzarne gli effetti disastrosi, di cercare di mettere in guardia le innumerevoli vittime, individui, comunità, lavoro, territorio, salute, diritti, democrazia, partecipazione.

Per poi scoprire, in alcuni casi che non è successo niente. Dico in alcuni perché invece sicuramente il lavoro, conquiste e garanzie, come la partecipazione, recano i segni indelebili del passaggio del piccolo Attila della democrazia. Ma in altri invece,  gli scatoloni di slogan, motti celebri, infamie ripetute come un mantra benefico,  indirizzi pedagogici e intimidazioni, sono ancora là, come succede dopo certi traslochi frettolosi o certe separazioni litigiose. Vuoi perché manca la minacciata pioggia di decreti attuativi,  dopo i pomposi annunci e le liturgiche ostensioni, vuoi perché la religione della semplificazione  produce effetti paradossali di confuso disordine di competenze e ruoli, vuoi perché il tempo, più ragionevole dei ministri,  stende un provvidenziale velo di polvere misericordiosa e di impotenza pietosa su errori, conflitti di interesse, esautorazioni di competenze.

Meglio non andarlo a dire al governo del Fare, meglio lasciare che si accontenti e ingrassi la sua vanità di annunci, tweet simbolici, lucidi col segno Più, giaguari smacchiati e camicie bianche.

E’ il caso di alcuni dei dettami dello Sblocca Italia, un eufemismo clemente per dire Svendi Italia, che fortunatamente per noi, per il territorio, per i beni comuni, sono rimasti là come inquietanti simulacri da adorare e cui offrire sacrifici, ma che hanno la meravigliosa qualità di essere inapplicabili o di essere stati scritti come auspicio, perché  richiedono l’esborso di qualche spicciolo in investimenti, in project financing o di qualche onerosa mancetta da parte di amici, famigli, finanziatori di campagne elettorali, industriali megalomani, aspiranti faraoni, che invece vorrebbero tutto in regalo, come doverosa strenna in cambio dell’appoggio manifestato alla Leopolda.

“Sblocca Italia” col punto esclamativo, come farebbe lo sfasciacarrozze con i bulloni che resistono alla chiave inglese,  non è solo il modo  per  far cassa presto, per pagare debiti inestinguibili e ingiusti, attraverso l’esproprio dei cittadini e svendendo pezzi d’Italia, o per realizzare  una privatizzazione senza regole raccomandata dalla Troika, confondendo iter farraginosi e gravi inadempienze con le necessarie  autorizzazioni e i permessi che garantiscono una corretta gestione di patrimonio immobiliare, terreni agricoli, beni ambientali e archeologici. E’ anche il modo più sbrigativo perché beni demaniali, patrimonio di tutti,  diventino risorse disponibili   a colossi finanziari, cordate speculative e  investitori privati, imprese e  società di gestione risparmio,   con l’esclusione di movimenti, associazioni e comitati che se ne prenderebbero cura senza finalità di profitto.

Per fortuna chi più ha meno vuol spendere, può aspettare pazientemente che il nostro patrimonio vada in rovina grazie a un sapiente abbandono, che diventi un’emergenza oggetto di misure eccezionali e regimi sospensivi di regole e leggi, che trascuratezza e incuria favoriscano concessioni opache, gare truccate, limitazione dell’accesso dei cittadini alle informazioni.

Per fortuna perché gruppi di cittadini impazienti hanno  deciso di tutelare i loro diritti proprietari su un bene che appartiene al loro luogo, alla loro memoria e al futuro dei loro figli. È il caso di un’isola della Lagune di Venezia:  Poveglia, sette ettari all’ altezza di Malamocco, della quale  si ha  notizia fin dall’anno Mille, con un campanile del Cinquecento, numerosi edifici, alcune costruzioni rurali, due ville neogotiche, un patrimonio naturalistico prezioso. Un’isola di fantasmi a dar retta alle leggende, quando divenne lazzaretto per gli appestati e poi manicomio, nel quale i pazzi pare fossero perseguitati dalle voci dei morti della grande pestilenza, ma da oltre 40 anni è invece meta di gite in barchetta  dei veneziani. E che da quando è stata dismessa l’ultima struttura sanitaria, ha suscitato molti appetiti:  dal Touring Club – che voleva farne un villaggio, al Club Mediteranée, fino a Bill Gates che intendeva sponsorizzare proprio là un progetto di turismo giovanile.  Finché il faccendiere di Palazzo Chigi ha preso in mano le redini della situazione, grazie ai suoi vassalli locali, ha indetto un’asta e sorprendentemente a aggiudicarsi Poveglia  per una cifra che suona offensiva – 513 mila euro – è stato l’attuale sindaco. Per il quale il possesso sia pure per 99 anni di un bene pubblico non rappresenta un conflitto d’interessi, che tanto lui, come ha dichiarato, di quelle proprietà, Poveglia, i Pili, la Scuola della Misericordia,  non se ne fa nulla, aspettando che tiri un vento favorevole a qualche speculazione. A quell’asta aveva partecipato un’associazione di cittadini con una somma frutto di sottoscrizione, inferiore a quella offerta dal Brugnaro, ma molto superiore in qualità e valore morale e civile, moneta poco corrente, che però ha avuto l’effetto di creare un movimento di opinione internazionale intorno al caso, che ha indotto l’Agenzia del Demanio a impugnare l’acquisizione e a ritenere incongrua l’offerta.

Così  Poveglia torna di nuovo all’asta, ma a condizioni diverse grazie a un nuovo bando   redatto sulla base di quello appena lanciato per i fari, in modo cioè da favorire iniziative che partono dai cittadini, come la proposta dell’Associazione Poveglia, che ha avanzato una domanda di concessione per un periodo di sei anni durante i quali realizzare un programma di sistemazione delle aree verdi, miglioramento degli approdi, pulizia e manutenzione delle aree scoperte e messa in sicurezza con divieto di accesso delle aree costruite a rischio di crolli, un piano d’azione  serio, nel quale impegnare i fondi raccolti ma soprattutto il lavoro volontario dei moltissimi soci che hanno messo a disposizione le loro competenze, il loro tempo e la loro voglia di riprendersi la città.

Intanto altri cittadini a Torino si sono messi insieme per non permettere l’alienazioen della Cavallerizza Reale, un grande complesso costruito tra Seicento e Ottocento come sede dell’Accademia militare: un complesso che è protetto da un vincolo, e che fa parte del sistema delle residenze reali sabaude dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco. E altre sono le proprietà che cittadini e associazioni si sono impegnati a “riscattare” perché restino di tutti, come successe nel 1980   quando duemila  siciliani hanno occupato il cantiere della litoranea che doveva congiungere San Vito lo Capo e Scopello, per difendere e valorizzare  la Riserva dello Zingaro, che oggi protegge e fa vivere un luogo meraviglioso e sostiene un’economia alternativa a quella fondata sulla speculazione.

Riprenderci questi beni, nostri, è ricordare che in Italia c’è ancora un sovrano, il popolo. E nessuno deve permettersi di usurpare e vendere il suo trono.

 


Sul Mose giocano a morra cinese

Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Se il Mose funziona, lo vendiamo ai cinesi”, è uno degli ambiziosi propositi del candidato sindaco di Venezia per il centro destra, Luigi Brugnaro ex presidente di Confindustria, imprenditore  ma anche  filantropo  per aver contribuito  al sofferente bilancio  della città allora governata dal filosofo Cacciari, con l’acquisizione di un’area, destinata dal Piano regolatore a verde pubblico urbano, parcheggi e infrastrutture di uso collettivo, grazie alla rinuncia del diritto di prelazione esercitato dal comune che non possedeva i fondi necessari alla bonifica del sito nel quale nel  tempo erano  stati scaricati «300.000 metri cubi di gessi e fanghi industriali speciali e tossico nocivi».

Nemmeno il candidato in lizza contro Casson poteva permettersi disinquinamento e valorizzazione, tanto che i veleni sono ancora là: l’operazione di risanamento e rilancio dell’area non ha “funzionato” e quindi i Pili, così si chiama l’area di Marghera a ridosso del Ponte della Libertà, comprata a prezzo stracciato per soli 5 milioni, e le loro puzze, secondo la dizione papale, se li devono tenere i veneziani, invitati a collaborare con le loro tasse all’azione di recupero, in mancanza di provvidenziali investitori cinesi.

Potrebbe aver successo il Brugnaro che vuole la Tav a Mestre, che si propone di trasferire in terraferma il municipio, che non vole lasciare le grandi navi a Trieste,  e che sfida con sfacciata sicumera l’evidente conflitto d’interesse tra le sue proprietà – tra le quali l’80% dell’azionariato della società cui è stata concessa per 42 anni in regime di fidejussione in cambio del restauro, la Scuola Grande della Misericordia, anche quella in stato d’abbandono, perché l’uomo ha la bocca più grande del portafoglio – e  quello generale. È proprio nel solco dell’ideologia di governo del fare. Che lui ha già rassicurato: se verrà eletto in quelle proprietà dopo gli annunci non realizzerà nulla. E che se una realtà è sana e “funziona” la si vende, altrimenti resta sul gobbo dei cittadini.

Magari potessimo fare come loro, vendere l’Italicum all’estero come proclama con orgoglio il premier, meglio ancora, cedere il premier stesso, il candidato sindaco, il ceto politico e imprenditoriale, l’Expo, la buona scuola, la Rai, prodotti che “vanno bene”, fanno una buona riuscita secondo i principi della propaganda che sovrintendono ormai le nostre vite, al servizio di sfruttamento di molti per il  profitto di pochi,

E se vince possiamo immaginare che destino attende il pacchetto dei 48  immobili e aree statali ceduti al Comune di Venezia da parte dell’Agenzia del Demanio:    il molo comunale all’isola del Tronchetto, i Giardini della Marinaressa in Riva dei Sette Martiri, l’ex ridotto vecchio, l’ex caserma della Guardia di Finanza, il Casotto telemetrico e un terreno a Sant’Erasmo, un terreno agli Alberoni e due a Burano, negozi del Lido, l’ex campo dell’aviazione di Campalto, l’ex elioterapico a San Giuliano, una porzione del Poligono di tiro a segno del lido,  un appezzamento di terreno a San Nicolò, l’ex caserma di artiglieria di San Pietro in Volta, una porzione di terreno lungo il Canal Grande a Cannaregio, un fabbricato di pertinenza di Villa Elena a Zelayino. E poi caserme e Batterie,  l’ex piazza d’Armi di Sant’Elena e l’ex Monastero di Sant’Anna a Castello, ma anche il Palasport dell’Arsenale e l’area cantieristica della Giudecca,  l’arenile degli Alberoni, piazzale Ravà e via Klinger, l’ex Luna Park.  Lo stesso toccato a due  edifici a villa della Giudecca  immersi nel verde di un giardino aperto, lo stesso di Ca’ Corner della Regina (Prada), del Fondego dei tedeschi (Benetton), dell’Ospedale al mare del Lido (Cassa Depositi e Prestiti dopo le opache vicende che hanno “scavato” la voragine aperta del Casinò del Lido). E lo stesso dell’Isola di Poveglia, che proprio il Brugnaro si aggiudicò in un’asta contro una cordata di cittadini, per  per 513 mila euro.

Si è facili profeti purtroppo: quello che è accaduto e succederà a Venezia è quello che aspetta le città italiane, strangolate da un patto di stabilità iugulatorio che viene impiegato per rivalersi sui servizi ai cittadini e come alibi per la messa all’incanto dei beni comuni, mentre i conferimenti statali vengono indirizzati sulle grandi opere, catalizzatrici di grande corruzione.  Dubito intendesse questo Marco Polo, quando dice  a Kublai Khan “Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia”, Si adatta meglio forse un’altra sua frase “L’inferno dei viventi, non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme” , l’inferno che viviamo  e  le sue fiamme che bruciano la vita e la giustizia, l’eguaglianza e la libertà, la democrazia e  la cultura, il passato e  il futuro.

 

 

 


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