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Mose, la Grande Impepata

vera

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mia nonna era una gran schizzinosa e considerava la venezianità un codice genetico di aristocratica e selettiva eleganza, tanto che quando una cugina andò a vivere in terraferma obiettò che si vedeva da come si vestiva e parlava che ormai “stava in campagna”, Padova per l’esattezza. Verrebbe da dire che abbiano ragione quelli “di campagna” a vendicarsi dell’iniquo trattamento, umiliando l’antica superpotenza ridotta a ostello a cielo aperto, percorsa da scorrerie dei corsari delle crociere e dalle interminabili carovane di pellegrini distratti, spopolata dei boriosi residenti, compresi quelli che si sono prestati in qualità di tassisti esosi, camerieri, osti che tutte le mattina tornano in patria da esuli prestati al servaggio turistico.

E si vede a leggere lo scatto di dignità del sindaco Brugnaro orgoglioso nativo di Mirano ( dire che era una città dal fiero passato antifascista), che invitato a conferire dal Ministro sui problemi di Venezia risponde: che el vegna lu’ qua, assimilando Roma, Stato e governo a quella congerie di arroganti, supponenti e arbitrari mercanti  di favori e privilegi da trattare con sdegno punitivo così come sta facendo con la ex Serenissima. Basta pensare che un Comune ormai proverbialmente inerte e svogliato che ha lasciato il campo alla gestione politica e amministrativa del Consorzio Venezia Nuova, dell’Autorità Portuale, dell’Ance e di Confindustria, ha mostrato un paio di mesi fa un inatteso dinamismo approvando l’avvio di un ricorso al Tar contro i provvedimenti di tutela di Venezia adottati dal Ministero dei Beni Culturali,

Dovrebbero essere invece i veneziani a invitare il Ministro Toninelli a risiedere qualche giorno a Venezia, senza le tutele e le facilitazioni di chi è in visita di Stato, ma come un cittadino qualunque o magari anche come uno di quei turisti che non frequentano i resort appartati delle catene del lusso, costretto a stare in un B&B dalla gestione sbrigativa o “casereccia”, come a suo tempo ha definito la gestione degli appalti del Mose il Commissario Fiengo, parlando di lavoretti, appalti e manutenzione a carattere familiare, trasandata e approssimativa come l’ospitalità che viene offerta ai viandanti delle comitive.

Così forse tornerebbe in sé in merito a quella ipotesi, in virtù della quale ci toccherebbe perfino dar ragione alle non nobili motivazioni del governatore Zaia in procinto di vincere la sua battaglia di un federalismo dei ricchi,  di far pagare le spese di manutenzione del Mose (100 milioni l’anno) alle amministrazioni locali (quindi ai cittadini)e introducendo una tassa di scopo che “andrebbe a gravare sui turisti, anche giornalieri, quali beneficiari ultimi del servizio di difesa della laguna”.

Come si dice a Roma, facessero pace col cervello: se Venezia è un patrimonio collettivo, un tesoro mondiale, qualità che giustificherebbe il fatto che sia invasa da gente che vanta un diritto di proprietà sporcandola, riempiendola di immondizia, facendo pipì nei canali, tuffandosi dal Ponte di Rialto, graffitando le colonne di San Marco e pittando i leoni dell’omonima piazzetta, allora si dovrebbe inventare una tassa planetaria per provvedere alla sua salvaguardia, compromessa tra l’altro dal cambiamento climatico che pare non sia un monopolio italiano né cittadino, per tutelare le sue opere d’arte, per difendere i suoi cittadini dalla pressione speculativa e la sua identità, in modo che non venga retrocessa a museo o luna park.

Parlo di quei pochi abitanti superstiti cioè già espropriati  dei fondi della Legge Speciale destinati a finanziare i lavori di ristrutturazione residenziali fino a coprire  il 50% delle spese e da 20 anni anche quelli indirizzati a coprire le falle dell’opera più corrotta l’Europa. Quei pochi abitanti superstiti che pagano una tassa per lo smaltimento dei rifiuti prodotti anche dai turisti, che si sobbarcano i costi del trasferimento di servizi essenziali in terraferma e che in non singolare coincidenza assistono al taglio delle prestazioni dell’ospedale Civile, che – altro che prima gli italiani – vengono cacciati dalle loro abitazioni destinate a diventare B&B, case vacanza, residence.

Quei pochi abitanti superstiti che mantengono una ironia sufficiente per sorridere dell’ipotesi non fantasiosa di usare il Mose per una finalità non prevista come struttura per l’allevamento di cozze, che hanno già mostrato di gradirne collocazione e materiali tanto che sono una delle svariate calamità abbattutesi sulla grandiosa creazione ingegneristica dovute a trascuratezza, indebiti risparmi su appalti opachi al ribasso, attrezzature di cattiva qualità, rivelatesi sotto forma di cerniere corrose, detriti accumulati, cedimenti del fondale, paratoie che si abbassano e non si rialzano, per un’opera che è costata quasi 6 miliardi, il 40 % in più di quello che poteva esserne l’ammontare senza ruberie, fatture false, tangenti e soprattutto sprechi.

Forse se non serve a fare una impepata planetaria, sarebbe opportuno pensare a fermarla questa macchina della dissipazione, della megalomania e della corruzione su cui le banche, che hanno già finanziato le imprese sulla base di cambiali in bianco e sulla fiducia concessa a cordate in odor di protezioni altolocate, non vogliono più scommettere, che oltre ai 100 milioni annui di gestione, già ora impone l’investimento di altri 100 per fronteggiare le criticità, e che a fronte di uno scenario di riscaldamento globale con l’innalzamento dei livelli marini in Adriatico in base alle previsioni del 4° Rapporto IPCC presentato alla Conferenza sui cambiamenti climatici di Parigi del 1° dicembre 2015, si rivela inefficace.

Ormai ci siamo abituati a un governo che denuncia le voragini malaffaristiche del passato per poi cascarci dentro come se fosse un destino segnato e inesorabile, cui non ci si può sottrarre pena sanzioni, ammende, penali, e una perdita di reputazione agli occhi del mondo, che, c’è da sperare, riterrebbe più disdicevole scaricare altri quattrini in una macchina usata che non ha mai funzionato se non per ladri, malversatori, amministratori infedeli, imprese criminali.

Siamo proprio sicuri che costa meno economicamente, socialmente e moralmente andare avanti con un’opera che forse non sarà mai davvero finita e che prosciugherà risorse come un mostruoso e avido moto perpetuo, che si sa già che non raggiungerà gli obiettivi per cui è stata concepita e che comporterà formidabili oneri di manutenzione e gestione nei prossimi 100 anni (tanto è il tempo di vita previsto dell’opera) che graveranno su tutti noi, affidati a nuove figure commissariali e autorità e poteri speciali, in nome di un’emergenza continua e mai motivata se non dalla smnia ingorda dei promotori e interessati ?

Siamo sicuri che non sia arrivato il momento di fermarsi, chiudere i cordoni della borsa, pensare a ipotesi progettuali alternative che ci sono e c’erano, con la rivincita di competenze tecniche e scientifiche  messe a tacere per favorire una soluzione arruffona e arraffona, applicata grazie a un mostro giuridico che ha inaugurato la combinazione della corruzione delle leggi con la corruzione in nome della legge.

 

 

 

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Obiettivo 2030, più che Mose, Matusalemme

lasvegas.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Adesso non potrete più darmi della disfattista brontolona e malmostosa, buona solo a criticare e denunciare senza mai fornire soluzioni concrete.

Stavolta ho pensato a una modesta proposta per Venezia, che comprenda anche il superamento dell’annosa questione del Mose, del quale abbiamo appreso che non potrà essere completato e operativo per salvare la città dalla furia del mare, se tutto va bene,  prima del 2030. E come non ricordare che ci sono voluti 5 anni -tra il 1995 e il 2000 – a danesi e svedesi per costruire il Ponte di Oresund, 16 k, 4 di tunnel sottomarino, 3 miliardi complessivi di investimento, che la diga che Impregilo-Salini (uscita a suo tempo dall’eterna ammuina veneziana) sta costruendo in Etiopia sul Nilo Azzurro, la più grande dell’Africa e l’ottavo impianto idroelettrico del mondo, costerà in tutti poco meno di 4 miliardi o che Moro inaugurò l’autostrada del Sole nel 1964: 755 km a quattro corsie per la quale ci vollero 8 anni con una spesa in euro attuali di 3, 8 miliardi,  ambedue  con un costo di meno della metà dei quattrini investiti  nel Mose.

Suggerisco quindi di mettere a frutto il sentimento comune  che percepisce Venezia come un patrimonio unico e insostituibile dell’umanità, un bene comune di cui il mondo deve farsi carico, per replicare l’esperienza di successo messa in atto quando la costruzione della diga di Assuan in Egitto  mise a rischio di sommersione  il sito archeologico di Abu Simbel e molti altri templi della Nubia. Fu allora che l’Unesco  lanciò una grandiosa campagna di cooperazione internazionale: i monumenti in pericolo furono “spostati” grazie a un formidabile intervento avveniristico in posti più sicuri. Qualcuno venne  anche donato ai paesi che contribuirono a questa opera di salvataggio: il Tempio di Ellesia   al Museo Egizio  di Torino,  altri a Madrid, Berlino, New York .

Propongo quindi di identificare un sito congruo in  una di quelle  “geografie dell’anima” del Sindaco di Venezia che da sempre vorrebbe promuovere a meta turistica non tradizionale, quindi sollevare con lo stesso piglio ingegneristico che ha accompagnato l’utopia del Mose  -che lo stesso Brugnaro vorrebbe affibbiare ai cinesi come Totò con Fontana di Trevi –  i complessi monumentali, i palazzi e le chiese, e scaricarli  in terraferma. E per ricostruire l’atmosfera di quel prodigio costruito sul fango e sulla laguna,  attribuire l’incarico al consorzio Venezia Nuova, come è nella sua mission,  di scavare una rete di vie acquee artificiali a imitazione dei canali, compreso el Canalasso, belli profondi che ci passino anche le navi da crociera, e possibilmente vicino ai caselli autostradali, per compensare la dinastia Benetton del disturbo di  trovare nuova collocazione per le sue iniziative. E poi dare in comodato, senza spese di trasporto, la chiesa dei Miracoli  a Dubai, o San Zaccaria al Qatar che li ambientino tra i loro grattacieli a ornamento di prestigiosi centri commerciali, o  l’isola di San Giorgio alla Cina che completi la prevista riproduzione della serenissima o gli Armeni a Las Vegas come estensione verista del Venetian Resort.

L’operazione si può fare in quattro e quattr’otto e senza grandi ostacoli da parte dei rari residenti superstiti: i giovani espulsi, sfrattati, epurati se ne sono andati,  gli anziani coerentemente con gli auspici di Madame Lagarde, vengono fatti togliere di torno anche grazie all’energica azione del governatore Zaia  che ha pensato bene di promuovere un’operazione di restringimento draconiano del nosocomio veneziano, già destinazione molto frequentata di drappelli di visitatori in fila con  brachette e berrettino,   destinando le risorse umane ed economiche all’Angelo, al servizio di una popolazione più giovane, più numerosa e quindi più profittevole elettoralmente.

Quanto ai turisti saranno contenti delle nuovo comodità e opportunità offerte dalla conversione della serenissima in parco tematico, in Eurovenice, dove verrà finalmente applicato il desiderato ticket di ingresso, dove la bella gioventù possa trovare sempre nuove e gratificanti occasioni  occupazionali in veste di camerieri, animatori, facchini, guide mentre l’hinterland finalmente liberato di quella palla al piede, di quel vetusto ostacolo alla modernità,  godrà dei benefici indiretti, trasformandosi in albergo diffuso al servizio del romantico acquapark.

Sono sicura che la mia suggestione troverà ampio consenso nella cerchia dei decisori:   soprattutto tra quelli che si sono persuasi che è finita la pacchia, che non c’è più molto da mungere dalla vacca ormai magra della salvezza di Venezia. Perché a disposizione ci sono è vero altri 900 milioni, svincolati  dai  provvedimenti sblocca cantieri, ma come hanno dovuto constatare  i membri  della commissione Ambiente della Camera, in sopralluogo a Venezia pare che si dovranno davvero spendere per tappare buchi, sistemare le falle, contrastare le cozze, riparare la corrosione sicché la grande opera ingegneristica che il mondo ci invidia non rende, ha finito di essere quella mangiatoia che ha soddisfatto gli appetiti dei soliti noti. E scema l’entusiasmo dei partner rimasti nelle cordate operose della magistrale invenzione ingegneristica, che già quelli più proattivi si sono indirizzati altrove verso altri scavi e altre iniziative cementifere, oppure grazie proprio al modello monopolistico adottato con l’istituzione del  Consorzio, si preparano a scavare o riempire altri canali, bonificare dove sporcano, progettare e realizzare cpntro ogni principio di legalità, controllare e controllarsi, consultare e consigliare. Perché quello è un format che ha fatto e farà ancora scuola malgrado le molto indagini giudiziarie: si tratta infatti  del più moderno e realizzato sistema di malaffare che ha combinato la arcaica e consolidata forma di corruzione  con quella più sofisticata quando nessuna legge viene violata perché sono le leggi stesse a essere state  scritte e approvate per il tornaconto di privati contro l’interesse della stato e dei cittadini.

Il fatto è che Venezia sta morendo di fuoco amico, con governi che la considerano una zavorra molesta e costosa come i vecchi resi fragili dall’età cui malvolentieri si dovrebbe mostrare rispetto ma che sarebbe preferibile confinare in ospizio accelerando tramite abbandono e malinconia una fine silenziosa e discreta, con una regione che vede l’autonomia come la scorciatoia desiderabile  per foraggiare sistemi clientelari tramite la  privatizzazione di sanità, scuola, tutela dei beni culturali,  università,  sistema bancario e creditizio che agli investimenti preferisce il gioco d’azzardo del casinò finanziario, mondo di impresa ridotto a esangui azionariati, un comune (è l’ultima in ordine di tempo) spregiudicato e ignorante che ricorre al Tar  contro il Mibac,  che ha istituito il vincolo di tutela dei beni culturali ai sensi dell’ art. 12, D. Lgs. 42/2004 del Canal Grande, del Bacino e Canale di San Marco e del Canale della Giudecca, riconoscendo per la prima volta in Italia l’interesse storico-artistico delle vie d’acqua urbane, provvedimento inteso ad impedire il transito delle grandi navi non solo nel Bacino di San Marco,  ma in tutta la Laguna di Venezia. E figuriamoci se il patto scellerato dei poteri forti: compagnie di navigazione e turistiche,  Autorità Portuale, amministrazione locale non si ribellavano a misure che potrebbero ridurre l’affarismo basato sullo sfruttamento dissennato della bellezza e sulla speculazione con fango e sul fango, facendo risalire le navi da crociera lungo i canali industriali dalla bocca di Malamocco per approdare al Porto di Marghera o proseguire per raggiungere la Marittima attraverso il canale Vittorio Emanuele implicando imponenti scavi e determinando stravolgenti trasformazioni.

Ma forse dovremmo prendere su di peso tutto lo stivale, ma per trasferirlo dove e lontano da dove se ormai la bellezza, la storia, il genio, l’intelligenza e la ragione sono condannate e non possono più salvarci?

 

 


Venezia. Gabelle medievali, svendite moderne

Carnevale Cannaregio Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il Consiglio comunale di Venezia ha approvato nei giorni scorsi il Regolamento di applicazione del “contributo di accesso” al centro storico, la cosiddetta tassa di sbarco introdotta per la città lagunare dall’ultima legge di bilancio. Sono previste ben 22 tipologie di esenzione dal tributo: da quella per i nativi che abitano altrove a quella per tifosi, curve e hooligans compresi, in trasferta a Venezia per seguire gli eventi sportivi. Il  sindaco Luigi Brugnaro esprime compiacimento: «È un regolamento unico al mondo ed è la prima volta che qualcuno osa fare qualcosa di così impattante rispetto all’utilizzo di una città”.

Fatta la legge trovato l’inganno, recitava il vecchio proverbio. E adesso possiamo contare su Floris che alle istruzioni per aggirare le regole e gabbare lo stato sul reddito di cittadinanza, erudisca torme di garrule monache, scolaresche di adolescenti che trascinano i piedi sui masegni, galli in canottiera traforata e brachette, sassoni sudati che emanano afrori endogeni misti a filtri solari, pantere grigie col parroco in testa, bagnanti che giungono da Jesolo in pareo e calzoncini, trattati come numeri dalle agenzie, uniformati da berrettini (non a caso al terminologia che li riguarda è in gran parte militare: invasione, avanguardie, colonne prese d’assalto, concentramenti), e tutti parimenti adirati, su come evitare l’ingiusto obolo. Perché su questo hanno ragione, si tratta di un’imposizione ingiusta frutto dell’ideologia della disuguaglianza per censo, che sostituisce in questo caso una limitazione necessaria per stabilire e rispettare la capacità di carico della città, con una misura basata sulla capacità di spesa.

Quindi possiamo aspettarci che la creatività di tour operator, affittacamere, albergatori, osti e ciceroni si dimostri con espedienti immaginifici come è giusto avvenga in una città d’arte, in modo da aggirare le incresciose regole tramite autocertificazione di requisiti che potrebbero sconfinare nell’ambito dei diritti fondamentali e inalienabili: quello a presenziare a una gara agonistica su che fa la pipì più lontano in Canalazzo, o l’adesione a un safari di pantegane, quello a effettuare un sopralluogo, su mandato di influencer gastronomici, sul saor e l’efficacia nel tempo della suddetta forma di marinatura testata nel passato per conservare un alto prelato di Torcello la cui salma non poteva essere tumulata a Venezia  per via delle avverse condizioni meteorologiche, o anche la partecipazione a eventi a alto contenuto sociale, come il bacio collettivo qualche anno fa celebrato in Piazza, o anche  l’appartenenza con regolare esibizione dei requisiti e degli attestati a una qualche cerchia di meritevoli che un amico intelligente ha voluto giorni fa identificare in “amici di Costa Crociere”, o meglio aspirante speculatore edilizio a Marghera che il sindaco Brugnaro vuole promuovere a Serenissima 2 a vocazione turistica con tanto di frontline come Dubai e hotel come a Las Vegas e così via.

D’altra parte Venezia è abituata a leggi che non solo possono essere aggirate per motivi di interesse, per corrompere e ridurre tutto a merce, ma che proprio  nascono corrotte come nel caso del suo Mose, affidato a un’aberrazione giuridica.

Figuriamoci se si stupisce di un provvedimento che parte da un principio insano, per non dire suicida: per tutto il mondo andare a Venezia non deve essere un piacere ma un obbligo, un dovere morale e sociale per centomila crocieristi, centomila dipendenti della Toshiba, centomila scolari di college, centomila monache, centomila pensionati con centomila curati sollecitati a convergere tra le Mercerie e la Torre dell’Orologio, tra la Stazione e Campo Santi Apostoli. E’ diventato un impegno, un imperativo categorico che da oggi però, anche se si limita a un soggiorno breve, conquistato con mezzi di fortuna, un mordi e fuggi effimero, una tappa di crociera o una deviazione in vista della costa romagnola, grazie al pagamento di un modesto tributo si converte per  chi l’ha sborsato in diritto a calpestare i sacri mosaici con gli zoccoletti, a intavolare un picnic di cibi estratti dallo zaino all’ombra delle Procuratie,  abbandonando poi le bottigliette e i sacchetti in bella mostra, a tuffarsi dal Ponte di Rialto, a cavalcare i leoni dell’omonima Piazzetta, a trascinare trolley e perfino biciclette “su e zo per i ponti”, salvo magari quello di Calatrava dove sarebbe consigliabile non avventurarsi.

Eh sì perché la misura di commercializzazione della città sia pure a prezzi scontati già praticata con l’alienazione del patrimonio comune di palazzi, siti, immobili di pregio, permette a chi paga di acquisire un diritto di proprietà, o, più modestamente, di libero oltraggio. Anche perché l’ingresso in quello che la giunta veneziana ha dichiarato non più città, ma museo a cielo aperto realizzando la distopia imperiale che vuole l’Italia un grande parco tematico coi cittadini ridotti in servitù, camerieri, facchini, pony, baristi, tassisti, infine mica costa come un ingresso allo stadio, mica come una sera in discoteca, mica come un menu degustazione del locale della star di masterchef, ma molto meno, molto meno, così poco che non può essere interpretato come un dissuasivo disincentivo e non giustifica il provvedimento se non con motivazioni ideologiche. Quelle del pensiero debolissimo di un ceto dirigente consegnato al dio mercato che ha fatto della città, delle città, un prodotto da svendere, affittare, dissipare, svuotare di chi ci vive e lavora, per sostituirli con più desiderabili avventori e consumatori.

Ormai è fatta, non serve nemmeno ricordare che ben altro si sarebbe dovuto fare per difendere almeno la città se non i suoi residenti dall’affronto quotidiano (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/01/02/gabellieri-in-gondoleta/ ): controllo e razionalizzazione preventiva dei flussi, numero chiuso, certamente, ma soprattutto un nuovo pensare a Venezia come a una città e non come a un albergo diffuso, o peggio, a un “museo a cielo aperto”, e ai suoi residenti come a cittadini da rispettare e non da espellere, a meno che non si prestino a mansioni precarie e dequalificate. Ma questo significherebbe contrastare l’avidità irriducibile dei nuovi speculatori globali, l’egemonia delle rendite monopolistiche, il suolo urbano come terreno di estrazione, la città come brand da dissanguare. Significherebbe  abbattere  il nuovo “ordine urbano”, la  monocoltura turistica, che provoca l’espulsione e il pendolarismo di lavoratori e abitanti nel parco a tema, che induce la trasformazione del territorio, del paesaggio e dei monumenti da bene comune a merce.

Così  si deve fare i conti con una verità brutale e rimossa dalla nostra ammortizzata società: viaggi sempre più facili su aerei e navi sempre più grandi, su pullman multipiano, su treni sempre più lunghi e inutilmente veloci, su auto sempre più velenosamente efficienti mettono sempre più in circolazione masse di turisti “poveri” per i quali si possono moltiplicare i cestini con pizza e cocacola, le lattine di birra e gli hotdog, ma non Venezia, Taormina, Capri, Firenze, Pisa, luoghi unici e non replicabili neppure a Las Vegas destinati a diventare, pena la distruzione totale, destinazioni e privilegi per minoranze.

E se non è giusto che si voglia essere tutti nello stesso posto e nello stesso tempo, se non è giusto che luoghi eccezionali per essere goduti da tutti prevedano di non essere goduti da chi ci vive e ha contribuito nei secoli a farne il prodigio che sono, è altrettanto ingiusto che sia necessario via via impedire che in mezzo alla calca sudata e spesso ignorante e distratta, che si dà gomitate per farsi un selfie davanti al Ponte dei Sospiri, tra gli scimmieschi analfabeti e annoiati  che si trascinano stancamente in Fondamenta dei Vetrai per acquisire un animaletto made in Taiwan, qualcuno, un illuminato per caso, scopra la bellezza, venga fulminato dalla Madonna dell’Arancio, dai Mori che stanno a guardia dell’appartato campiello, che qualcuno, sia pure tirato su a spot, a scenari di cartapesta, a manga e percorsi virtuali,  senta come un alito, un sussurro, una luce di perfezione, non gretta, non commerciale, non cruda, una grazia insomma, la benedizione laica della bellezza.  In fondo è per loro che il Consiglio dei Dieci si sarebbe impegnato a trovare una soluzione, è per loro che, cogitabondi, hanno meditato di diritti e  morale, doveri e responsabilità collettive, Lutero, Kant,  Schopenhauer e Marx.

E cosa pretendevamo da Brugnaro?


L’aspirante sceicco di Marghera

forte_marghera1Anna Lombroso per il Simplicissimus

Sembra impossibile che, a dieci anni da quando è crollato il pilastro su cui si reggono la teoria neoclassica e l’ideologia liberista, secondo il quale i mercati sono razionali e si autoregolano, e  molti di più da quando i due grandi malfattori scatenarono la belva  della liberazione del movimento dei capitali,  determinando il capovolgimento   dei rapporti di forza tra capitale e lavoro e tra capitalismo e democrazia e facendoci capire  che a regnare non erano la ragione e l’avvedutezza ma l’avidità e lo sfruttamento,  ecco, sembra impossibile che ci sia ancora qualcuno che vuol farci credere che potremo godere anche noi della polverina d’oro che sparge la mano invisibile secondo Adam Smith, quell’aggiornamento della divina provvidenza  grazie al quale la ricerca egoistica dell’interesse privato e personale gioverebbe all’interesse dell’intera società.

Invece c’è qualcuno che pensa, come la Thatcher allora, che non  esiste la società, esistono gli uomini, e quindi che non esistono le città, esistono le case, che non esiste l’urbanistica, esiste il cemento. E figuriamoci allora se esistono i beni comuni, se esiste il paesaggio, se esistono le opere d’arte. Semmai deve esistere solo la rendita che può derivarne comprandoli e vendendoli. In modo che la parola patrimonio non si riferisca a valori collettivi, a legami e responsabilità sociali che tengono insieme un comune “capitale” di memoria e sapere, ma soltanto alla proprietà giuridica, che di questi tempi, visto lo stato di necessità, è consigliabile alienare per offrirla a chi saprà spolparla. E metterla a frutto a beneficio di chi ne promuove la commercializzazione, per ricavarne benefici, protezione, sostegno elettorale.

Quella concezione del patrimonio come bene e investimento pubblico finora ci aveva salvato, sì, dai grattacieli a Venezia, da un centro commerciale a Piazza del Miracoli, dal crollo della torre pendente. Ma per poco, se sotto le piazze e le vie di Firenze sta per passare un’alta velocità, se si sbancano montagne per costruire villette a schiera nel paesaggio di Guidoriccio, se Venezia, attraversata da condomini dei corsari delle crociere, potrà vantare un moderno skyline alle sue spalle, incastonato sullo sfondo delle Dolomiti come fossimo a Dubai.

Ci voleva proprio il più improbabile servitore della manina invisibile, l’umorista demenziale di Ca’ Farsetti che vorrebbe rivendere ai cinesi la patacca del Mose, quello per il quale il futuro di Venezia è Mestre, per concepire gli oltraggi definitivi e irreversibili alla Serenissima non abbastanza decaduta prima di lui.

Dobbiamo a lui quel piano degli interventi , che possiamo definire Piano de- regolatore, un vero laboratorio sperimentale di urbanistica contrattata, un complesso di deroghe  in contrasto con norme e vincoli,  grazie al quale sono stati selezionati 110 progetti prioritari di “interesse  pubblico” oggetto di accordi tra amministrazione e privati  e che prevedono la demolizione e riqualificazione in terreni marginali (prevalentemente a Porto Marghera) mediante la realizzazione di edifici-torre dalla “forte valenza iconica … e con punti di vista o di belvedere sulla più bella città del mondo”.  E non basta, con il solito sistema valido da Trieste in giù, come dice la canzone, Brugnaro si compiace di un’ulteriore bella pensata: «Il Comune si fa dare i beni demaniali a titolo gratuito e ne ha la proprietà. Poi li affida ai privati per rivitalizzarli, ma con determinate garanzie. Così la proprietà resta nostra e recuperiamo un bene senza spendere soldi che non abbiamo».

Così con  l’operazione di passaggio di proprietà al Comune di molti beni del Demanio, in base alla legge sul federalismo demaniale che permette di avere in proprietà «a titolo non oneroso» beni in gran parte utilizzati a fini militari e oggi dismessi, vengono “offerti” all’incanto, dalle  ex caserme della Finanza e della Cavalleria a San Nicolò di Lido, oquella Miraglia alle Vignole e a Sant’Andrea, all’arenile degli Alberoni e l’ex Forte Barbarigo a Ca’Roman, alla Batteria Rocchetta e all’ex Batteria Emo sempre al Lido, ed anche edifici e fabbricati in alcuni casi di discreto pregio, ed anche le storiche batterie difensive ottocentesche.

Pronto a sedersi sul trono di Attila che gli spetta in quel di Torcello, il primo cittadino di Venezia ha già provveduto a cacciare via la molesta presenza di una istituzione di prestigio, il Marco Polo System, partner del  GEIE (Gruppo Europeo d’Interesse Economico), e della quale il Comune è socio. Lo sgombero,  atto preliminare a una chiusura malgrado si tratti di  una società attiva e in forze, che dà lavoro e ne crea, tanto che altri Enti Pubblici hanno espresso chiara volontà di entrare nella compagine sociale, è un chiaro atto intimidatorio che prelude alla chiusura di un organismo che  da anni produce progetti   e  iniziative in materia di cultura, turismo culturale, sviluppo territoriale, gestione del patrimonio culturale e comunicazione. E che proprio a Forte Marghera ha la sua sede, che ha sottratto al disfacimento,  per contribuire al recupero e alla valorizzazione del sistema dei forti veneziani. Tanto che  gli è stato attribuito di ruolo di gestione e coordinamento delle azioni previste dalla Carta di Corfù, ispirata dal proposito di dare una dimensione “sconfinata” alle azioni di tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio fortificato, in modo che ogni territorio che ospiti architetture militari come fortezze, rocche, torri, bastioni diventi parte di una comunità, invece pacifica e concorde, estesa  in tutto il bacino euro-mediterraneo e attraversa i secoli, trovando in tale patrimonio un potente elemento di unione.

Sarà che l’unica fortezza che piace a chi vuole che la cultura e l’arte stiano tra due fette di pane sul banco del supermercato globale, è quella europea, che i muri li tira su per respingere, sfruttare, speculare, disunire, seminare ingiustizia e guerra, comunque un Brugnaro particolarmente pugnace ho ordinato lo sgombero, già iniziato,  affinchéil Comune di Venezia possa rientrare in possesso di un bene pubblico attualmente occupato da un ente senza alcun titolo”. In questi giorni è in corso un presidio di cittadini che pensano che valga più di qualsiasi titolo quel lungo percorso fatto di progetti di recupero, per i quali il network europeo ha mobilitato  investimenti di alcuni milioni di euro, di trasformazione da area quasi abbandonata in un luogo tra i più frequentati, dinamici e inclusivi del territorio  e che proprio in questi mesi ha avviato un programma di  formazione per  il rilancio del mestiere tradizionale dei maestri d’ascia con il coinvolgimento dei giovani e delle scuole.

Quello che sta succedendo a Venezia è l’allegoria distopica del processo di dissoluzione della forma della città e dei suoi stili di vita, della riduzione degli spazi nati e creati per le relazioni e il dialogo a palcoscenico turistico, dove viene cancellato il diritto di cittadinanza per promuovere il privilegio di rubarla ai suoi abitanti, sfruttarla, consumarla finché non rimanga più nemmeno la  sua orgogliosa memoria che potrebbe risvegliare dignità e riscatto.

 

 

 


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