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Non pane, ma Ponte

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Ci voleva una guerra, una resistenza sui sofà, una liberazione con gita ai Castelli, infine la Ricostruzione per realizzare quell’unità nazionale tanto propagandata con inni in poggiolo, editoriali in punta di penna, doverosa sospensione di ogni critica, in segno di devozione e lutto.

Oggi possiamo celebrarne l’allegoria con l’immagine simbolica di una formidabile opera ingegneristica che potrebbe fare concorrenza all’ Akashi Bridge di Kobe e al Tsing Ma Bridge di Hong Kong, quel Ponte sullo Stretto dei record: 3.300 metri lunghezza della campata centrale, 3.666 metri lunghezza complessiva con campate laterali, 60,4 metri larghezza dell’impalcato, 399 metri  di altezza delle torri, 2 coppie di cavi per il sistema di sospensione, 5.320 metri di lunghezza complessiva dei cavi, 1,26 metri di diametro dei cavi di sospensione, 44.323 fili d’acciaio per ogni cavo di sospensione, 70/65 metri di altezza di canale navigabile centrale per il transito di grandi navi, 533.000 metricubi di volume dei blocchi d’ancoraggio (17% visibile fuori terra), con 6 corsie stradali, 3 per ciascun senso di marcia (veloce, normale, emergenza),  2 corsie stradali di servizio e due binari, per 6mila veicoli/ora,  e 200 treni/giorno.

Sono d’accordo tutti sulla esemplare obbligatorietà di mettere mano al progetto: la stampa fiancheggiatrice della Santelli giura sulla data della posa in opera della prima pietra: il 31 giugno, Renzi si compiace, da premier si era battuto per la concretizzazione dell’utopia costruttivista del Cavaliere, Franceschini – che ci fa ogni giorno rimpiangere il breve passato senza di lui, Bonisoli e perfino Toninelli – ne parla come inevitabile completamento dell’alta velocità estesa al Sud,  pena l’isolamento della Sicilia destinata a diventare il polo del golf mondiale, i cantieristi del Pd, quelli che ancora con la mascherina davanti allo schermo, la De Micheli e i presidenti di regione, hanno messo in cima alle priorità le grandi opere come motore di sviluppo e volano occupazionale, Conte, ultimo posseduto dal demone del cemento, che valuterà “senza pregiudizi”, l’ipotesi “irresistibile” nata in pieno craxismo e poi formulata compiutamente nel ventennio di Berlusconi che è già costata alle nostre casse oltre 350 milioni.

E non è difficile immaginare come cadranno le deboli resistenze dei 5 stelle, soliti cedere alle minacce di sanzioni e di multe, e alle intimidazioni dei profeti dei “costi del Non Fare” che sarebbero superiori alle spese per oliare e mantenere attiva la macchina dello spreco, dell’impatto ambientale e della corruzione.

Ci sono alcuni laboratori sperimentali dell’oltraggio che si è già consumato nelle Regioni del Nord, sempre a causa degli appetiti insaziabili della proprietà, della rendita,  della speculazione, dello sfruttamenti del suolo e delle persone, perfino di quelle malate che diventano profittevoli per la sanità privata da vivi e per l’Inps se si tolgono di torno.

Si tratta delle città sottoposte al ricambio coatto, via i residenti e dentro il terziario, le multinazionali del turismo  e immobiliari, le banche, le catene dello shopping, ma anche le isole oggetto di programmi di cessione ai nuovi latifondisti, degli emiri che le vogliono convertire in resort diffusi per non dire sei signori della guerra che ne vogliono fare ampi poligoni di tiro e aree attrezzate per i loro test: in Sardegna è partita l’offensiva  per demolire l’impianti delle leggi per la tutela delle coste grazie a un ddl  che “snatura” il Piano paesaggistico regionale (Ppr) del 2004, ultimo baluardo contro la cementificazione e la svendita del bene comune.

Ogni volta che qualche prestigiatore da fiera di paese tira fuori la magia taroccata del ponte che finalmente unirebbe un Paese troppo lungo e inquieto, che darebbe tanto lavoro a laureati sulle impalcature e immigrati senza protezione, che restituirebbe reputazione e onore a un paese pasticcione, indolente, in cima alle graduatorie perfino per i contagi e i morti di influenze e infezioni ospedaliere, tocca sorbirsi tutte le balle indecenti dei benefici dell’intervento futuristico, gli stessi poi della Tav, lavoro per tutti, incremento dell’attrattività commerciale dell’Italia e dell’orgoglio patrio davanti alla nuova Meraviglia del Mondo, ottava, nona? dopo o più del Mose? Meno o oltre il Colosso di Rodi?

Mentre si dovrebbero porre gli stessi interrogativi posti per la Tav: un simile intervento vale la spesa? quando i bilanci pubblici sono al fallimento, quando non si spende per la manutenzione del territorio, non ci sono i treni per i pendolari, se si investe per i servizi con i soldi prestati dall’Ue, per ripagarli si dovranno tagliare i servizi e soprattutto quando ci sarebbe da riflettere su fatto che una ferrovia, un’autostrada, un ponte servono se ci si passa, se ci si fanno correre tanti passeggeri e tante merci.

Al contrario il parere degli esperti consultati pubblicamente solo quando sono  a libro paga dei regimi indica come i dati sul traffico di mezzi e persone e quelli sui trasporti di prodotti dimostrino che per quanto riguarda gli spostamenti delle persone l’aereo low cost è vincente come alternativa tanto in termini di tempi quanto in termini di costi, rispetto a auto o treni, mentre per quanto riguarda la rete di trasporti e distribuzione commerciale, il ponte avrebbe una collocazione a nord che costringerebbe a un tortuoso saliscendi, così soprattutto  per la lunga distanza si dimostrerebbero più convenienti le navi.

Meno che mai avremo proiezioni attendibili sui volumi di traffico in presenza di una crisi che si ripercuote sui prodotti e sull’import-export e che ha dimostrato da anni la sopravvalutazione dell’estensione di una rete pensata nel momento di massima espansione del Made in Italy nel contesto drogato della globalizzazione, e quando mancano tutte le opere strutturali e infrastrutturali di accompagnamento, sostegno e collegamento alla “cattedrale nel mare”.

Ora, in pieno dopoguerra, quando l’alternativa per troppi è stata o la borsa o la vita, non si va troppo per il sottile, quindi i media imboniti dalla Grande Illusione evitano di parlare  dell’impatto ambientale, argomento tabù  a Chiatamone, in Laguna, a Taranto, a Casale Monferrato, per non ostacolare i fasti della libera iniziativa: eppure si tratterebbe del ponte sospeso più lungo del mondo, con pilastri alti 300 metri, come la Tour Eiffel che hanno delle dimensioni enormi, mai sperimentate, con effetti endotermici imprevedibili, in una zona altamente sismica.

Il fatto è che un ceto dirigente assoggettato all’imperio padronale, quello delle costruzioni, delle cordate del cemento, della speculazione che ha scoperto da anni il brand più profittevole, quello della corruzione e del malaffare, della bulimia edificatoria, che prosperano non solo col “fare” ma soprattutto con il “non fare” a suon di cambiamenti progettuali, di multe e sanzioni, di ritardi e penali remunerati a peso d’oro, è anche affetto da megalomania, patologia presente da Nord a Sud, dalla ossessione di lasciare una impronta come faraoni di provincia, più incisiva della ricostruzione nei crateri del sisma, della messa in sicurezza del Lambro, Seveso, Olona, della restituzione alla vita di città martiri dell’industrializzazione criminale.

Pensate che slogan pubblicitario può essere la dichiarazione di De Luca, Sindaco di Messina:  «Il ponte sullo Stretto è la soluzione logica, ecologica, sociale, produttiva e occupazionale per la Sicilia, della quale Messina, la gloriosa Messina, tornerà a essere porta e capitale. Il no-pontismo è il simbolo dell’idiozia suicida che ha determinato il crollo demografico della città…»che non a caso enumera i promoter che si sono succeduti: Commissione Europea, attraverso i Piani Operativi e Programmazione 2007-2013 e 2014-2020; Legge Monti-Genovese; Delibere CIPE di programmazione dei fondi FSC ed ex FAS; ENAC; AssoAeroporti;   Caronte&Tourist; Def 2014 e 2017; Rapporto Svimez.

A leggere le fonti immaginando che la gestione e sorveglianza possa essere affidata a un soggetto tecnico competente: Atlantia, si capisce subito che questo ponte non s’ha da fare, a cominciare dai costi “previsti”, un budget di 3.9 miliardi comprensivo dei raccordi stradali e ferroviari in Sicilia e in Calabria, una parte (la variante di Cannitello) è già stata realizzata, pensando alla mostruosa capacità dei soggetti realizzatori, dei proponenti, di quelli di vigilanza, dei progettisti, e riferendoci a esperienze collaudate: Mose, Tav, BreBeMi.,  raddoppio Firenze –Bologna, le metropolitane di Roma, Milano e Catania, solo per fare de esempi, proprio quando il Paese vive un crisi strutturale, dovrà affrontare gli effetti di un indebitamento gonfiato per imporre il definitivo tramonto della democrazia, nelle relazioni industriali, nelle scelte economiche, nelle politiche sociali.

Quella democrazia compromessa dalla strategia della menzogna, che sempre di più viene adottata come sistema di governo e che promette come fondamento del New Deal post-virus le grandi opere: durante la realizzazione del ponte, si racconta,  l’occupazione sarà pari a 47.500 anni/uomo, pari a 7.000 addetti diretti ogni anno, senza dire che si tratta dell’esaltazione della precarietà, a chiusura dei cantieri si prevede che serviranno 200 addetti alla sorveglianza a manutenzione, selezionati con quella oculata attenzione al rapporto qualità/costi che ha consolidato la reputazione dei Benetton, mentre gli operai più o meno qualificati e mobili impegnati alla realizzazione saranno a spasso, nemmeno sotto il ponte, come sono già le partite Iva, i part time, i contratti anomali decimati dal lockdown.

Bugie su bugie si accumulano come una nebbia opaca anche in merito alle fonti cui attingere le risorse:  fondi nazionali FSC (Fondo di Sviluppo e Coesione, ex FAS), i  SIE (Fondi Strutturali Europei) e PON- FSR, sui quali è vincolante il parere dei cravattari europei, quelli della Cassa Depositi e Prestiti (94 miliardi, 30 dei quali già spesi per la Tav), cui si aggiungerebbero i quattrini degli investitori in regime di project financing, un minestrone avvelenato di promesse, di debiti da rimborsare con interessi e con l’aggiunta di altri tagli alla spesa pubblica, di promesse mai mantenute, per via della legge scritta della cultura di impresa: capitalizzare i profitti e socializzare le perdite.

E su tutto pesano già le richieste esose presentate dagli esattori dei “danneggiati”, prima tra tutti la società statunitense Parsons, Project Management Consultant del Ponte, che esige come indennizzo, “a definitiva e completa tacitazione di ogni diritto e pretesa”, oltre al valore delle prestazioni progettuali contrattualmente previste e direttamente eseguite, una percentuale del 10% dei 3.879.599.733 euro (costo dell’intervento), oltre a una pletora di altri questuanti, la stessa compagnia di giro che entra e esce dalle porte girevoli dei tribunali addetti a trattare le vertenze del malaffare, e che fanno temere – come per la Tav, che prevalga l’accettazione dei diktat del racket sul buonsenso e la ragione che imporrebbero semplicemente di dire No, di non sborsare un quattrino come si dovrebbe fare davanti alle pistole puntate dai malfattori.

Che anche in questo caso hanno santi in paradiso che li proteggono con il loro benevolo sguardo dal Ponte.

 

 

 

 

 


Vizi Capitali

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se ricordate quando a proposito di Panorama e Espresso si diceva: “un settimanale al prezzo di due”, per indicare testate che,  sia pure su fronti solo apparentemente avversi, erano indistinguibili per preferire lo scandalo e l’intrattenimento all’informazione, per i titoli sferzanti in memoria degli slogan della belle époque del Mondo e dei marpioni di Via Veneto.  Non è cambiato molto, anche se adesso la “critica” anticonformista piazza in copertina al posto di immagini femminili scollacciate a corredo dei test sotto l’ombrellone, dallo scambio di coppie al voto di scambio, la faccia della sindaca di Roma in veste di virago, di strega cattiva, imbruttita dagli effetti speciali, gli stessi che invece ingentilivano la squinzia delle banche.

Vanto un lungo curriculum di critica a Virginia Raggi sindaca ma certo viene voglia di difendere perfino lei e la sua amministrazione a vedere la qualità dei suoi detrattori e dei contenuti – dal programma di Giachetti in poi – esibiti  dall’opposizione.

L’accanimento strabordante nei confronti della prima cittadina della Capitale non può nascondere che il Pd, capofila dello schieramento del partito dei sindaci, non voleva più esprimere un suo candidato per una città fallita e talmente oltraggiata da non saper più rialzare la testa, tanto è vero che il suo uomo di punta era impresentabile non per magagne morali, ma per una serie di vizi che erano poi quelli dell’organizzazione di appartenenza, incompetenza, inaffidabilità, incoerenza, inadeguatezza rappresentati in maniera paradigmatica da un compitino elettorale che esibiva come uniche credenziali due grandi interventi: nostalgia di olimpiadi e pervicace sostegno allo Stadio.

La morte lenta di Roma, di Venezia, di Firenze, di città d’arte e non, che poi ogni nostro borgo ne ha il carattere, della stessa Capitale Morale:  indagini giudiziarie, appalti opachi, pogrom non solo amministrativi contro gli immigrati, cacciata dei residenti dal centro storico per far posto alla residenzialità delle multinazionali del turismo e della finanza immobiliare e bancaria, buche,  appalti opachi, svendita a emirati e chi più ne ha più ne metta, è la medesima storia di devastazioni fisiche e morali del territorio, di un declino che ha segnato il passaggio da città pubbliche a città privatizzate, avvenuto di pari passo con la cancellazione delle regole dell’urbanistica e della pianificazione.

E dire che siamo il Paese che ha dato forma a un principio formidabile e imitato anche altrove, quello degli standard edilizi, che assegnavano non solo virtualmente a ogni cittadino una superficie minima di suolo su cui realizzare i servizi di cittadinanza: istruzione, verde, cura, per garantire elementari diritti personali e collettivi. Ma siamo anche nel Paese dove chi ha cercato di praticare questo principio, Olivetti, La Pira, Petroselli, è entrato nel Pantheon sfoggiato in campagna elettorale proprio da chi ci ha espropriato dei diritti fondamentali: scuola, cultura, casa, lavoro, dai “riformisti” che hanno approfittato del doppio nodo che stringe alla gola le nostre città, la pressione della finanza speculativa e  la mancanza di risorse, per legittimare i condoni (il primo è di Craxi nel 1985 cui seguono i 2 di Berlusconi, prima dell’avvento dell’era delle deroghe urbanistiche prodrome dell’urbanistica contrattata avviata dalla legge Tognoli che inventa i Consorzi di imprese addetti alla divisione degli appalti pubblici). E poi per deviare gli oneri urbanistici che dovrebbero servire a realizzare opere di interesse generale verso la gestione delle spese correnti, per imporre quelle leggi di rapina che danno priorità strategica ai centri commerciali, avvilendo le piccole imprese commerciali e artigianali, o alle grandi opere, indirizzando a obiettivi megalomani forieri di malaffare e corruzione i fondi da impiegare per la tutela e il contrasto al dissesto idrogeologico,  alimentando la rendita fondiaria, l’urbanizzazione cioè dei terreni agricoli in non singolare coincidenza con le varie bolle immobiliari, fino all’innominabile Sblocca Italia (quello che stanziava 112 milioni di euro per combattere i mali del territorio e  4 miliardi per le Grandi Opere), oggi adottato nella sostanza dal decreto Sblocca Cantieri, o ai Piani Casa regionali che prevedono deroghe anche ai criteri di salvaguardia del paesaggio, consentendo ai privati di ridisegnare il volto delle città per rispondere a esigenze incompatibili con l’interesse generale.

Pare che il passaggio da metropoli a necropoli vada di concerto con la conversione delle utopie in distopie, delle mani per la città che avevano firmato le riforme urbanistiche di realizzazione di alloggi pubbliche, o quella sanitaria e scolastica, e le prime nazionalizzazioni dei primi governi di centro sinistra, diventate presto le mani sulla città infiltrate e occupate dalla combinazione in una sola cupola delle mafie esplicitamente criminali e di quelle neoliberiste, concordi nella pretesa di costruire per massimizzare i profitti mentre non si investe più nulla per assicurare il normale funzionamento di servizi, trasporti, manutenzione.

I sindaci di Roma, sostanzialmente fallita nel mese di aprile di 5 anni fa, hanno di volta in volta contribuito al suo  dissesto e all’accumulazione, calcolata in quella data, un lustro fa, di 22 miliardi di debito. Ma mica era il solo comune in bancarotta: in quello stesso anno erano già 180 e gli ultimi dati parlano di più di trecento, uno su dieci in Sicilia, Campania, e Calabria, la maggioranza delle città italiane è indebitata, compresi i centri colpiti dai terremoti, così nessuna amministrazione è in grado di investire per rispondere ai bisogni della comunità, nessuna programma più opere pubbliche, parchi, linee di trasporto, mentre paradossalmente si concorre, a Milano come a Roma, alla realizzazione di infrastrutture “di servizio” e collegamento per interventi privati promossi a azioni di interesse generale, come dimostra il caso degli stadi di Roma e Firenze.

Le due “capitali” sono caratterizzate da una quantità di stabili e vani per uffici vuoti: a Milano la costruzione dei nuovi grattacieli in zona Porta Garibaldi promossa dal fondo sovrano del Qatar con un immenso flusso finanziario ha innalzato il valore degli alloggi, costringendo migliaia di famiglie a trasferirsi nell’hinterland.  A Roma dove sono ben più di 100 gli stabili occupati da senzatetto  e dove il fabbisogno di alloggi stimato è intorno ai 10 mila,  dove, tanto per dirne una,  per realizzare la Nuvola si sono spesi 400 milioni cedendo il patrimonio immobiliare collettivo dell’Eur mentre le torri del Ministero delle Finanze e il velodromo olimpico venivano demoliti per far posto a iniziative azzardate e scriteriate, dalle gare di Formula 1 a quartieri di prestigiosi uffici. Così ora la Cristoforo Colombo è ora un lungo itinerario di stabili vuoti in attesa dei fasti promessi da imprese immobiliari che ne dovevano farne la Wall Street de noantri.  Ma non stanno meglio le aree dove sono stati costruiti alloggi, come a Terrazze del Presidente a Acilia,  come a Tor di Quinto, a Borghetto lungo la Cassia, l’ex Centro Direzionale Alitalia della Magliana,  come a Monte Stallonara alla Pisana, o Castel Verde sulla Prenestina dove insediamenti e  quartieri vivono “fuori” dalla civiltà, con strade mai finite, illuminazione pubblica carente o assente, allagamenti e disagi.

Se in tre anni avevamo diritto a risposte  dalla sindaca di Roma, avevamo però diritto anche a domande dall’opposizione, che non vuole darne perché significa mettere in discussione un modello di città che copia quello adottato per le banche criminali e le imprese speculatrici, che, quando falliscono, creano una bad company  messa in mano a gente fidata su cui far confluire i debiti, come è successo con Patto per Milano per il flop dell’Expo, o con l’invenzione di Roma Capitale cui è succeduto il piano di rientro di Marino, costati a noi cittadini un aumento delle tasse e il taglio di una grossa fetta di spese sociali,  e come sta accadendo e succederà in gran parte delle città “sofferenti”.

Lo Stato, le imprese pubbliche, le amministrazioni minate dalla corruzione, dall’incapacità, dalla speculazione, dal voto di scambio vengono ridotti in miseria passando dalla crisi all’opportuna emergenza, per essere intimoriti, minacciati, commissariati e ricattati fino allo sfinimento in modo da consegnarsi ragionevolmente alla cupola privata, siano sceicchi o emiri, siano prestanome oscuri o nomi altisonanti (anche Soros ha espresso interesse con un suo Fondo per il nostro patrimonio immobiliare pubblico), siano le solite cordate di costruttori e immobiliaristi esperti in appalti opachi, che entrano e escono dalla porte girevoli dei tribunali, siano imprenditori molto indebitati esperti in castelletti e giravolte che si trascinano nel brand le banche cravattare,  tutti uniti per spolpare l’osso, quello che rimane dopo le alluvioni, quelle vere e quelle di cemento, dopo le frane, quelle vere e quelle dell’impalcatura dei diritti di cittadinanza.


Notre Dame, miliardari generosi con i soldi di tutti

imagesDue anni fa, secondo l’ultima anamnesi conosciuta,  Notre Dame, cadeva a pezzi,  decine di doccioni ottocenteschi si erano sfaldati o erano caduti in mille pezzi che venivano gelosamente conservati in vista di un futuro migliore, molte balconate erano sostenute da improvvisati accrocchi di legno, la guglia divorata dalle fiamme una settimana fa era stata dichiarata pericolante, ma non si trovavano i soldi per restaurare la cattedrale e tanto meno per dotarla di sistemi di sicurezza che avrebbero potuto evitare il rogo. Era ed è la medesima situazione di almeno un’altra decina di chiese parigine, così come di centinaia di beni culturali francesi che sono vittime,  al pari di quelli di tutto il continente, delle regole di bilancio europee che non permettono sforamenti, ma ancor più della mentalità degli squali neo liberisti secondo cui il patrimonio artistico e ambientale, non è che un bene economico, al quale devono badare i privati con le sponsorizzazioni, le donazioni in conto pubblicitario, insomma il business.

Però dopo l’incendio i miliardari francesi, i Bettencourt, gli Arnault, i Pinault, la Total che ha già in mano il Louvre, più altri minori e una banca come il Credit Agricole, hanno improvvisamente aperto le borse e promesso di offrire qualcosa come più di ottocento milioni di euro per rimettere a nuovo Notre Dame. Cosa è accaduto in 24 mesi per passare dal nulla a cifre stratosferiche? Tre cose: la prima è che il clima nel Paese è cambiato come dimostrano i gilet gialli e i grandi ricchi hanno tutto l’interesse a travestirsi da squali in amabili e nobili delfini che accorrono in aiuto dei simboli nazionali; la seconda è che l’incendio in diretta mondiale costituisce un boccone pubblicitario e promozionale molto più ghiotto di prima, che promette grandi ritorni di immagine e di affari; la terza è la speranza o per meglio dire il ricatto o la tracotante richiesta che le detrazioni fiscali per le cifre donate arrivino al 90%, cosa che Macron ha già adombrato di voler fare. In questo modo l’apparente donazione si riduce di molto, se proprio non si risolve in un vero e proprio guadagno immediato grazie a qualche artificio di bilancio. Già oggi con sconti fiscali per le “donazioni liberali” in Francia vanno dal 60 al 66 per cento, a seconda che si tratti di aziende o di privati:  le donazioni costituiscono senz’altro un ottimo affare, tanto che se fanno in Francia per un miliardo l’anno che di fatto si traducono in almeno 630 milioni di pura elusione benefica, senza nemmeno ipotizzare altre operazioni e ovviamente senza considerare i vantaggi di immagine e di legittimità sociale che tali donazioni comportano, compresa in sostanza una privatizzazione del patrimonio comune.

Ora qualcuno dirà, va bene, questi trovano il loro tornaconto nelle donazioni per il salvataggio del patrimonio artistico e simbolico, ma almeno si raccolgono i soldi necessari. Ed è qui l’errore che si è portati a fare dopo decenni di condizionamenti ideologici che hanno portato al gretinismo generale: poiché il sacrificio di Notre Dame dimostra che le donazioni ci sono solo grazie ad enormi sconti fiscali e occasioni promozionali di particolare interesse, in pratica è sempre lo stato che paga, ovvero i comuni cittadini che sgranano gli occhi di fronte a tanta generosità, senza accorgersi che i grandi ricchi stanno mettendo le mani nelle loro tasche lucrandoci pure. Insomma ci troviamo  di fronte a un grottesco circolo vizioso nel quale le regole di bilancio e più ancora lo spirito stesso dei trattati europei impediscono di fatto grandi interventi della mano pubblica stato e suggeriscono la via privata per il salvataggio dei patrimoni culturali e ambientali, ma la strada del privato è percorribile solo se a quest’ultimo  vengono concessi fortissimi sconti fiscali oltre ai benefici promozionali. Dunque è sempre la collettività che ci mette il grosso, come del resto e accaduto e accade nel multiforme mondo delle deregolamentazioni e privatizzazioni in generale. Ma il tutto è nascosto da un falso ideologico: l’eredità culturale, estetica, spirituale viene pagata in sostanza da tutti, ma via via diventa di fatto privata e con investimenti reali minimi rispetto ai valori in campo e alle potenzialità di sfruttamento.

Non bisogna dimenticare che multinazionali e grandi ricchi oltretutto sfruttano a fondo le sponsorizzazioni per portare avanti i loro business: per esempio la Total che di fatto è padrona del Louvre, organizza mostre e manifestazioni a seconda degli affari che ha per mano in un  determinato momento, come è accaduto per gli Inca e le prospezioni nei Paesi andini e la stessa cosa fa la BP con il British Museum, sponsorizzando mostre che le servono, come ad esempio quando ha favorito l’acquisizione di opere di aborigeni australiani, con relativa mostra, proprio quando era al centro di un acceso dibattito sulla opportunità di prospezioni petrolifere nel continente – isola, oppure come quando ha organizzato in pompa magna una prestigiosa mostra sull’Egitto, quando si trattava di ottenere via libera per succhiare oro nero nel Paese delle Piramidi. E si potrebbe proseguire all’infinito. I grandi musei spergiurano sul fatto che loro mostre e iniziative non sono dettate dai loro sponsor, si riempiono di “carte etiche” il cui valore concreto non sembra essere distante dai rotoloni regina. Tuttavia su tutto questo non esiste alcun dibattito: dopo lo scandalo Ahae (qui per i curiosi) che ha coinvolto il Louvre e altre prestigiose istituzioni museali di Francia, il presidente del Palazzo di Versailles, Catherine Pégard, che viene dai giornali di proprietà del miliardario Pinault, dunque informata in corpore vili dei fatti, non trovò altro da dire se non “Non siamo qui per sospettare di persone benestanti”.

Per carità i ricchi non si colpiscono nemmeno con un fiore. Soprattutto con i fiori comprati con i sacrifici dei poveracci.


C’era un europeo in coma

solar_farm_floating_china_power_plant_sungrow_10I nodi vengono al pettine e per quanto riguarda la fragile e insieme tracotante Europa proprio in queste settimane le oligarchie al potere dovranno decidere quali rapporti avere con la Cina: se obbedire agli ordini di Washington e ai suoi diktat o sviluppare i rapporti con Pechino che già oggi in via formale arrivano al 15% dell’interscambio diretto del continente, dunque superiore ormai a quello  con gli Usa, ma in termini reali, cioè attraverso altri Paesi, è parecchio più alto.  Domani arriva in Italia il presidente cinese Xi Jinping che poi andrà anche in Francia, oggi si è aperto il Consiglio Europeo dedicato alla questione cinese e il 9 aprile ci sarà il vertice annuale Cina-UE che si terrà a Bruxelles il 9 aprile, co-presieduto dal premier cinese Li Keqiang. Insomma molta carne al fuoco mentre a Washington  “invita” e  minaccia, vuole le barricate contro la Huawei e contro l’ingresso cinese nelle vere grandi opere strategiche. Tutto sotto il capitolo di una “minaccia cinese” agitata proprio da chi per tre quarti di secolo ha ricattato, spiato, rubato all’Europa tutto ciò che poteva servire a fare l’America grande e a conservarne il dominio planetario.

Non so cosa succederà, cosa decideranno Berlino e Parigi (quest’ultima con un interscambio industriale globale ancora inferiore a quello italiano, però noi lasciamo che sia Macron a decidere per nostro conto), ma una cosa è evidente, con la controprova del vertice di Hanoi fra Trump e Kim Jong: il sistema sanzionatorio di Washington non ha letteralmente alcun senso se non quello di impedire finché è possibile il ritorno alla multipolarità. Tuttavia a questo proposito mi piace riallacciarmi a uno degli slogan dei gilet gialli  che sberleffa l’ecologismo “gretino”, salottiero oltreché politicamente corretto quanto ipocrita o ottuso: “Fin du monde, fin du mois : même combat ! ” che vuol dire fine del mondo, fine del mese (inteso come capacità di acquisto del salario ndr) sono la medesima lotta, come comprende benissimo chi non si ferma ai fondotinta retorici del neoliberismo.  Ma qui ritorniamo all’inizio del discorso, perché nonostante i luoghi comuni diffusi a piene mani dai media occidentali, la Cina è divenuta anche un modello per l’ambientalismo possibile.

In meno di mezzo secolo il Paese è stato attraversato da un gigantesco sviluppo industriale che lo ha trasformato nella fabbrica del mondo mentre i capitalismi occidentali senza fiato si sono costantemente trasferiti nell’ex celeste impero per ottenere maggiori profitti e creare una disoccupazione strutturale nei Paesi di origine. Questo trasferimento di capitali ha permesso alla Cina di ridurre in maniera drastica la povertà nella stragrande maggioranza della proprio popolazione , ma non è “l’apertura al mercato” di per sé che ha permesso questo, poiché molti paesi a “basso salario” hanno attirato investimenti senza alcun risultato sociale. In ogni caso la rapidità di questa crescita ha ovviamente causato giganteschi problemi ambientali non fosse altro che per lo spostamento di centinaia di milioni persone dalle campagne alla città, dall’interno verso le zone costiere: possiamo immaginare l’esplosione dei problemi per il cibo, l’energia, l’acqua, per il trattamento  dei rifiuti, per l’inquinamento industriale a cui si aggiunge il passaggio all’agricoltura intensiva con il suo sfruttamento e ammorbamento di terreni. Insomma quattro secoli di storia europea e anche più, accelerati 8 volte. 

Con tutto questo la Cina è diventata notoriamente il leader assoluto nello sviluppo delle energie rinnovabili: vento , solare, idroelettrico e in una prima fase anche nucleare, anche se basato sulla tecnologia più pulita del torio e non dell’uranio: oggi produce il 31% dell’eolico dell’intero pianeta, il 71% di solare, il 28,9 per centro di energia idroelettrica e queste cifre vanno rapidamente crescendo mentre intere città, più grandi delle capitali europee, ancorché sconosciute, stanno lavorando oggi per ridurre le emissioni di carbonio e ripristinare la biodiversità: le “città-foresta” di Liuzhu e Shijiakhuang ( che hanno molto di italiano nei progetti) o l’ultra-moderna “città solare” di Dezhou nel Chandong) con la sua centrale solare galleggiante sono la vetrina di questo gigantesco sforzo. Incredibili anche i progressi nell’agricoltura biologica soprattutto nella produzione di riso e cereali per non parlare della grande muraglia verde  il più grande piano di riforestazione della storia, voluta per impedire l’estendersi del deserto del Gobi, le sui sabbie arrivano regolarmente a Pechino: un’area grande come il Regno Unito  o se vogliamo i tre quarti dell’Italia, completamente verde  che assorbe il 2,5 per cento della CO2 mondiale.  Lo stesso progresso si è avuto sull’inquinamento industriale a partire dal 2003 quando Jiang Zemin ha inserito la sicurezza ambientale  negli obiettivi strategici della Cina, non a causa dell’impegno “morale” e soggettivo, ma perché le risorse ambientali della Cina sono tanto vitali quanto la loro sostenibilità e perché non si può immaginare un miglioramento nella vita delle persone in un ambiente diventato invivibile. Il Ministero dell’Ambiente, creato nel 2008 conta oggi oltre 3000 organizzazioni locali e 130.000 dipendenti mentre due anni fa il Partito comunista Cinese ha ufficialmente intrapreso una battaglia totale contro l’inquinamento con tassazione delle industrie “sporche”, nazionali e straniere, interdizione assoluta per alcune società recalcitranti, ampio piano per la trasformazione del settore auto in elettrico, valutazione di tutti i funzionari e dirigenti locali o nazionali anche in base al rispetto per l’ambiente  e i risultati raggiunti.

Guarda caso l’ostilità aperta alla Cina comincia proprio in questo periodo in cui si iniziano a imporre vincoli ambientali alle imprese straniere sulla base di tre principi che sono esattamente il contrario delle dottrine occidentali:  1) che tutte le risorse naturali appartengono allo Stato; 2) che lo Stato rappresenta interessi nazionali superiori agli interessi privati; 3) che opera a lungo termine, non può essere sottomesso “al feticismo del tasso di crescita” ed è dunque l’unica entità che può portare a un riequilibro ambientale che richiede tempi medio lunghi. Ed ecco le ragioni per cui le elite atlantiche si limitano a fare ambientalismo -spettacolo e nutrono sospetti sulla Cina: non è la protezione dell’ambiente che li spaventa, ma l’evidenza che essa non può essere efficacemente realizzata in un contesto esclusivamente privatistico che ha al proprio centro il profitto. Ecco cos’è davvero la “minaccia cinese”. Si alla fine i nodi vengono pettine e la soluzione occidentale non è quella di sciogliere i nodi, ma di eliminare i pettini.


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