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Archivi tag: Matteo Renzi

Popcorn per il Giocondo

vitruvAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte l’ho immaginato picconare gli affreschi cinquecenteschi che impreziosivano la Sala Civica del palazzo comunale,   per portare alla luce un misterioso quanto improbabile capolavoro leonardesco, a suo dire coperto dal Vasari per via di  invidie e dispetti da comari. Si era scelto una task force di consiglieri selezionati tra gufi e professoroni ravveduti pronti a giurare sul complotto che aveva seppellito la Battaglia di Anghiari  “per fare un favore a Michelangelo” cancellandola dalla memoria e dalla gloria, proprio come in un colossal tratto da Dan Brown, persuasi come lui che  quella epifania avrebbe contribuito alla sua saga personale e alla propagazione del mito di quel neo rinascimento sul quale si fonda l’industria culturale di questi anni, al servizio di sponsor, pizzicagnoli, ciabattini.

Non gli andò bene: il suo proposito visionario si scontrò con la realtà, come è successo a quelli che raccolsero firme e fondi per trovare le ossa della Gioconda o per riportarne l’effige  in Italia per una di quelle esposizioni mordi e fuggi che fanno la fortuna delle multinazionali dei grandi eventi. E come è successo a chi ha cancellato quell’altro grande affresco, dei valori del lavoro, dell’istruzione pubblica, della cura, dell’accoglienza e  voleva stravolgere una Costituzione che nel parlare del nostro “patrimonio” non intendeva un petrolio da sfruttare a fini commerciali ma di un’eredità morale ricevuta da chi ci ha preceduti e che dovremmo lasciare intatta o addirittura esaltato a chi verrà dopo di noi.

Ma non è andata bene nemmeno a noi che speravamo di non sentir più parlare di Matteo Renzi e che invece lo vediamo rispuntare ogni giorno nelle vesti di vendicativo sequel, di sfrontato oppositore, di instancabile commentatore sui social e ora di divulgatore televisivo in una felice sintesi di Daverio e Angela jr. con un docufilm che illustrerà tramite le bellezze di Firenze la sua weltanschauung. “ne verrà fuori una grande battaglia contro la demagogia, il qualunquismo e la paura — ha confidato alla stampa nei giorni scorsi.  — Bellezza contro odio, apertura contro protezionismo, Rinascimento contro oscurantismo”. Il prezioso  materiale e il suo messaggio “culturale e politico” prodotto da Lucio Presta che, citiamo sempre la stampa nazionale,  “ conta di far leva su due «atout»: la notorietà di Renzi (già invitato più volte all’estero per conferenze) e il fascino, molto apprezzato sia in America che in Asia, di una città carica di storia”,  rischia di restare come un pesante fardello nelle mani del manager dello spettacolo, imprenditore e ballerino: dopo il no della Rai, anche Mediaset ha declinato l’offerta e le puntate dello show  saranno proposte  solo sulle piattaforme internet a livello internazionale.

Meglio così,  avrà dunque circolazione limitata il vergognoso paradosso di veder magnificare una città da chi in varie vesti, presidente della provincia, sindaco e padrino di un successore fotocopia, presidente del consiglio, leader “antipopulista”  ne ha decretato il declino e che perfino con questa sua nuova performance riconferma l’ideologia che lo ispira, la consegna del bene comune alla speculazione e alla rendita privata, l’affidamento al mercato di leggi, scelte e azioni politiche. E infatti già dal 21 in festosa continuità con la sua gestione di amministratore cittadino che ha concesso a pochi euro luoghi, spazi, monumenti  per la “valorizzazione” tramite convention, cene, sfilate di protettori, finanziatori, amici della Leopolda, alcuni siti cittadini verranno chiusi al pubblico per permettere lo svolgimento delle riprese a cominciare dalle prime scene nel palazzo della Provincia dove l’ometto della provvidenza mosse i primi passi, un simbolo e un auspicio, e poi Piazza del Duomo, il Campanile di Giotto e altri luoghi topici, salvo, pare gli Uffizi, che per una volta si sono sottratti all’impegno di farsi macchina da soldi, o juke box, come si augurava l’allora primo cittadino.

D’altra parte è questa la sua idea di città: offrire uno scenario di lusso ai pochi grandi viziati,  attraverso la sottomissione dei grandi simboli dell’umanità a interessi commerciali con la sostituzione delle botteghe artigianali e del piccolo commercio di prossimità con catene commerciali internazionali, con la progressiva ed inesorabile espulsione delle famiglie residenti nel centro storico  mediante la trasformazione degli immobili in residenze temporanee (spesso al nero), la cancellazione dei servizi rivolti ai cittadini, la conversione di un tessuto urbano vivo in un parco tematico, se anche la realizzazione di mostre in luoghi chiave del Centro storico in cui può esporre chi paga, senza nessuna Commissione di valutazione sul valore delle opere è una scorciatoia per chi ha i denari (collezionista/produttore) per alterare le quotazioni del mercato dell’arte utilizzando uno scenario unico al mondo.

Che poi è anche la sua idea di democrazia: basti pensare che i suoi sodali promotori dell’irragionevole ampliamento dell’aeroporto propongono quando  propone  un referendum sull’opera, dopo che Enac, Toscana Aeroporti e Regione Toscana hanno negato pervicacemente il dibattito pubblico, prescritto per legge. E la sua idea di legalità: se proprio a Firenze sta per essere inclusa una variante che  introdurrà nel Regolamento Urbanistico fiorentino una pratica di intervento finora impedita dalla cultura del restauro e dal sistema di tutela nazionale e che permetterà di  scavare case e palazzi, mantenendone le facciate ma inserendo al loro interno nuove strutture e nuove funzioni. E anche la sua idea di salvaguardia del territorio: ogni temporale nel capoluogo toscano diventa una piccola apocalisse a conferma che è lo storno di risorse economiche dal pubblico al privato che pregiudica la sicurezza del Centro storico. Come nel caso della voragine di Lungarno Torrigiani, crollo dovuto alla mancata manutenzione dell’acquedotto  dimostrando che gli utili netti di Publiacqua spa non erano state destinate alla manutenzione ma distribuite come dividendi degli azionisti.   E che dire dell’escavazione di 21 parcheggi sotterranei in area urbana, di cui ben 6 in zona Unesco, tra cui il parcheggio sotterraneo di Piazza Brunelleschi e la previsione di parcheggi sotterranei nell’area di Via Tornabuoni, in particolare sotto il giardino di Palazzo Antinori, a ridosso della Prima e della Seconda cinta muraria.

Storia e Gloria della Città del Fiore, pare si chiamerà il programma. Beh, non ci resta che sperare che coi popcorn davanti allo schermo ci sia solo lui.

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I babbi so’ piezzi ‘e core


 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Per un momento ho pensato fosse un facke, per un momento ho pensato che Gramellini si fosse prestato a interpretare il ruolo del Ghostwriter per riscattare un crudele mariolo rovina famiglie rivelando il suo volto umano. Invece pare sia proprio farina del suo sacco  la letterina  inviata da Matteo Renzi a Grillo reo di aver toccato con parole lorde di veleno i sentimenti più sacri, l’amor filiale e. a un tempo, l’elevato senso di rispetto per le istituzioni.

Il comico prestato alla politica ha detto qualcosa che abbiamo pensato tutti, quando l’ex premier nel corso di una trasmissione da sempre a suo irriducibile uso provato ha proclamato che se suo padre fosse colpevole dovrebbe pagare il fio doppiamente, proprio in quanto “babbo” di un uomo pubblico, a conferma che la giustizia viene interpretata come terreno nel quale sono autorizzate scorrerie, pressioni, impieghi  e interpretazioni arbitrarie da parte della politica, perfino nel caso che le leggi ormai diffusamente ad personam puniscano di più chi è più in vista, per scopi esplicitamente propagandistici e pubblicitari, che tanto poi arrivano salvifiche prescrizioni.

A fronte della scriteriata e dissennata difesa del compagnuccio di merende Lotti, l’esternazione sul padre è suonata, a chiunque abbia avuto la ventura di sentirla o leggerne,   come una necessaria condanna in nome della superiore e obbligatoria esigenza di sacrificare un capro peraltro  non innocente per il bene sovrastante dell’azienda, anzi della Famiglia in quell’accezione che evoca interessi opachi, patti inquietanti, interessi loschi.

Pensando realisticamente, quindi male secondo il trend attuale che preferisce aeree menzogne e un favoleggiare consolatorio alla dura realtà, avevamo sottovalutato che la narrazione dell’ex  ha preso un’altra piega più lirica, che è iniziata la fase del delicato sentimentalismo proteso a mostrarci l’uomo, anzi l’eterno boy scout, la sua innocenza, la sua trepida affettività che era stato costretto a celare sotto i panni dovuti e imperativi dello statista. Qualche avvisaglia l’avevamo già avuta quando con la stessa commozione di era messo nelle vesti femminee di un’altra amorevole figlia sotto attacco, prodigandosi per salvare un altro padre, bancario, e con lui altri criminali dotati di affettuosa prole  e non, incaricati di seminare morte e distruzione in famiglie meno in vista e meno protette.

È nel segno di questa delicata svolta passionale che l’inguaribile giovanotto ricostruisce con toni densi di flautata commozione le tappe dello straordinario rapporto che ha unito un padre speciale e un figlio più speciale ancora. E racconta: è un uomo vulcanico, pieno di vita e di idee (anche troppe talvolta). Per me però è semplicemente mio padre, mio babbo. Mi ha tolto le rotelline dalla bicicletta, mi ha iscritto agli scout, mi ha accompagnato trepidante a fare l’arbitro di calcio, mi ha educato alla passione per la politica nel nome di Zaccagnini, mi ha riportato a casa qualche sabato sera dalla città, mi ha insegnato l’amore per i cinque pastori tedeschi che abbiamo avuto, mi ha abbracciato quando con Agnese gli abbiamo detto che sarebbe stato di nuovo nonno, mi ha pianto sulla spalla quando insieme abbiamo accompagnato le ultime ore di vita di nonno Adone, mi ha invitato a restare fedele ai miei ideali quando la vita mi ha chiamato a responsabilità pubbliche.

È un peccato che da Enrico e il suo papà secondo De Amicis, si scivoli irresistibilmente verso altri celebrati padri e figli letterari, quelli di Turghenev che descrive perfettamente il Renzi jr, ma anche quello senior quando parla di un uomo “che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato”. Ma senza la grandezza epica delle famiglie tossiche di  Dostoevskij, che qui siamo semmai al cospetto di un babbo gogoliano che si prodiga in traffici e intrallazzi pro domo sua, per il riscatto ambizioso e arrivista della prole da una mediocrità affrancata grazie all’intrigo spregiudicato e disinvolto. Certo è che i lombi diventano sacri e inviolabili grazie  all’appartenenza a un ceto di intoccabili, per il quale le colpe non ricadono né di padre in figlio né di figlio in padre, e blasonate carriere interrotte da inopportuni rolex vedono subitanee rimonte, e dinastie monarchiche e imprenditoriali ree di ogni genere di misfatto restano sempre in auge e in libertà.

Già stamattina circolavano sui social network i copia-incolla della toccante esternazione, che per una volta ha superato e di molto le 140 battute degli annunci governativi. Non c’è da stupirsi se c’è gente che ha dato credito alle lacrime della Fornero, all’occupazione secondo il Jobs Act, ai disuguali diritti dei gay secondo  Scalfarotto, alla preparazione al lavoro e alla vita dei nostri figli secondo la Buona Scuola: si tratta di affini, si tratta di affiliati, si tratta di coloro che sono persuasi che sentimenti, felicità, sicurezza, garanzie, siano un loro appannaggio esclusivo. E che per difendere questo bene riservato e elitario sia lecito anzi obbligatorio alienare i nostri, toglierci certezze, speranze, aspettative, vocazioni, rompere patti millenari di affetto e solidarietà, suscitare conflitto e inimicizia, alimentare l’odio e il sospetto.

Se quelli sono i partiti dell’Amore, come quando c’era lui, se quelli sono i loro leader e militanti, allora sarà bene organizzare quello della giusta collera e della sacra indignazione, e metterci Franti segretario.

 

 

 

 

 


Venezia, l’isola rubata

Isola di PovegliaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma quanto piace la società civile, tutti a riempirsene la bocca, tutti a rivendicare un rapporto privilegiato, tutti a fregiarsi di stare a sentirla e rappresentarla. Poi appena una fettina di popolo cerca di sottrarsi all’umiliante condizione di acquiescenza, servitù, ricatto per riacquistare dignità e facoltà di scelta e di governo delle prorpie esistenze tutti a menar fendenti e mettere mano al portafogli, peraltro pieno di soldi nostri, per riconfermare chi è che comanda.

Dopo decenni di abbandono e svariati tentativi di “trasformazione e sviluppo con finalità turistico-culturali” andati a cattivo fine, l’Agenzia del demanio ha repentinamente deciso di svendere il complesso immobiliare di Poveglia, un’isola della Laguna di Venezia, tramite un’asta telematica al miglior offerente. Tecnicamente si sarebbe trattato di una concessione per 99 anni, per un’aggiudicazione che presentava modalità a dir poco disinvolte: nessun limite minimo, né massimo, non era necessario presentare alcun progetto, né piani tecnico-finanziari, neppure garanzie. Bastava versare una cauzione di 20.000 euro.

Una partita a carte coperte che ha subito richiamato intorno al tavolo da pocker i soliti sospetti: broker in nome di anonimi, compagnie alberghiere, società di pianificazione. Ma a vincere la partita truccata è stato Luigi Brugnaro, poliedrico imprenditorie, patron della Reyer di Basket, presidente di una Holind che fa “caporalato” sempre più legale grazia al jobs act, che ha chiamato sfrontatamente Umana. E infatti fa venire in mente il Fantozzi che dice al mega capo “ma come è umano lei”, mentre quello commette i più infami soprusi, perché il Brugnaro appartiene proprio a quella categoria di padroni delle ferriere che si sentono sulla stessa barca con gli operai, che ha scelto la sopraffazione bonaria col panettone a Natale, che definisce gli imprenditori degli “eroi” perché “rischiano”, “scommettono”, aggirano ostacoli burocraticie eamministrativi nell’interesse della collettività. Ecco. E infatti una volta scippata Poveglia con la modesta cifra di 513 mila euro, pochi spiccioli in più dei 416 mila euro messi sul tappeto verde dalla cordata di cittadini, ci ha tenuto a fare sapere che l’ha fatto per Venezia, incrocio di culture che non si merita arabi o cinesi e invece si merita lui che è di Spinea, ma che adesso ci vuole la collaborazione di tutti, che tutti i veneziani devono partecipare a fare più bella e profittevole la “sua” isola contribuendo la budget necessario di 20 milioni di euro. Per farne cosa non si sa: nega di volerci collocare un albergo –“ce ne sono già troppi”, dice. Ma tutti sospettano che l’umana aspirazione del manager sia di allestire un’enclave per ricchi, un insediamento turistico esclusivo, come sognarono quelli di Albarella che non avevano fatto i conti con la caligine, le zanzare, la malinconia del Delta del Po così ben descritta da Antonioni. Ma in questo caso comunque redditizia se a metterci i soldi dovrebbero essere i veneziani, dei quali il comitato che ha raccolto i fondi per l’offerta alternativa “ha aperto il cuore”. E lui dopo il cuore vuole aprire i portafogli, ma per dare lavoro, è ovvio. Di quell’occupazione che piace a lui, mansioni gregarie e servili, precarie e ricattabili, quegli incarichi cui deve piegarsi una forza lavoro globalizzata, immigrati o potenziali emigranti, indigeni o stranieri, laureati o analfabeti, diventati esercito mobile senza diritti e garanzie. E come se non bastasse c’è un precedente anche un precedente: la Scuola grande della misericordia era stata data in concessione per la sua “valorizzazione” tramite un contratto sottoscritto nel 2009 dal Comune di Venezia e da un partner privato, guarda un po’, proprio l’Umana s.p.a, dello stesso Luigi Brugnaro, che si era impegnato a realizzare opere di ristrutturazione per circa 8 milioni di euro. Solo che anche lì, per ammissione dell’assessore ai lavori pubblici del Comune, non è stato avviato nessun intervento.

 

Adesso l’ultima parola spetta alla Commissione di Congruità del demanio che dovrà verificare se la somma proposta, 513 mila euro, corrisponda all’effettivo valore dell’isola. E il Sindaco Orsoni, ora, fa sapere che o il Demanio riterrà congruo il prezzo di 513 mila euro o annullerà l’asta. “Nel primo caso, proclama, il Comune eserciterà il diritto di prelazione: i soldi li troveremo di sicuro, è certo. Se, invece, il Demanio preferirà annullare l’asta, abbiamo formalizzato al ministero la richiesta di trasferimento gratuito al Comune dell’isola nell’ambito del federalismo demaniale, anche se stante le molte difficoltà che il direttore regionale Soragni ci sta facendo per il trasferimento degli altri beni, la soluzione migliore è la prelazione».

Ma per riprendersela quell’isola, ricorda, bisogna fare i conti con il nodo scorsoio del patto di stabilità: per comprare Poveglia, è necessario tagliare 513 mila euro altrove. E questo richiamo alla ragionevolezza la dice lunga, cosa c’è da tagliare e dove se uno sparuto gruppo di volontari ha messo insieme una cifra poco lontana da questa?

È che proprio il partito dei sindaci pare avere tra i suoi principi una spiccata simpatia per i privati, non solo perché è tra i capisaldi dell’ideologia imperante, ma anche perché leva pensieri, permette alle amministrazioni piccole di non impegnarsi, consente di non stornare finanziamenti destinati a partite di giro che devono appunto essere indirizzari a appagare smanie di grandezza proprio di quelle imprese sempre le stesse, di quelle cordate, tristemente note che agognano a tirar su ponti, far circolare treni veloci, scavare canali. Come è stato dimostrato proprio a Venezia con la cessione avvelenata di intere porzioni dell’Arsenale al Consorzio Venezia Nuova, al suo management pluri inquisito, alla sua occupazione della città.

E poi queste concessioni, brevi o lunghe che siano, rappresentano l’humus per nutrire e consolidare la rete dei rapporti politici ed economici del ceto dirigente delle nostre città d’arte: ci fa sapere il Fatto che qualche sera fa il Cappellone degli Spagnoli, sala capitolare trecentesca di Santa Maria Novella a Firenze, è stato offerto come location alla banca d’affari newyorchese Morgan Stanley per una cena esclusiva di magnati della grande finanza contigui al presidente del Consiglio, comportando la temporanea chiusura della chiesa di Santa Maria Novella e la collocazione delle cucine nel chiosco trecentesco. Ma si dirà che è un sacrificio modesto rispetto ai proventi dell’operazione destinati a opere di restauro. Peccato che si tratti di miserabili 20 mila euro dei quali si perderà la rintracciabilità come avvenne per l’affittodi Ponte Vecchio ad altri compagnucci di merende.

Insomma sembra impossibile cacciare i mercanti dal tempio. Ma per quella società civile il modo ci sarebbe per rialzare la testa: ribellarsi imponendo legittimità laddove una legalità ad uso di pochi ha preso piede. A Venezia ci prova la cordata che dice no alle Grandi Navi: con una lettera firmata da Ambiente Venezia, No Navi e Laguna Bene Comune, annunciano di essere pronti, nel caso in cui il governo decida di scavare nuovi canali in laguna per le crociere, di chiedere l’avvio della procedura di infrazione alla Commissione Europea per violazione della Direttiva Acque. Facciamo come loro ogni volta che ci portano via qualcosa di nostro.


Balla coi pupi

2518691-matteo_r33Ha ragione Renzi : è finita l’epoca degli inciuci. Il plebiscito ricevuto ai gazebo da parte del popolo del Pd (ammesso che sia stato solo quello ad accorrere alle primarie) rende del tutto superflua la necessità di cercare alleanze con il centro destra: Renzi infatti è il centro destra. Sono ormai anni che si accredita come leader succedaneo di un Berlusconi decadente e decaduto, con un progetto di tipo neo-democristiano.

Questo ritorno al passato, in diretto contrasto con l’anagrafe del  primo cittadino di Firenze, potrebbe sembrare patetico e completamente avulso proprio da quelle istanze di rinnovamento, interpretate del sindaco con maglioncino.  Ma la sua incoronazione è una delle più inquietanti dimostrazioni non solo del disorientamento di un intero elettorato che pare galleggiare come un osso di seppia sulle molte derive del Paese, ma anche della facilità con la quale i poteri forti possono riuscire a distruggere la cultura di un partito, imponendo un personaggio mediatico, costruito a tavolino e sovvenzionato sotto il tavolino.

Nella realtà mentre tutti fingono di parlare in nome di una proposta politica di Renzi, è facile accorgersi che si tratta solo di un insieme di titoli, di frasi fatte e di invocazioni rituali al rinnovamento, dietro alle quali esiste solo un palinsesto, una regia e una sceneggiatura da reality. Lo scopo finale è quello di sottrarre l’Italia a qualunque tentazione socialdemocratica che possa mettere in crisi la cortina di ferro ideologica che ormai divide l’Europa in una periferia di rango ormai coloniale e i Paesi forti , sinergicamente alleati ai poteri finanziari.

La candidatura di Renzi alle primarie precedenti, quelle perse contro Bersani, fu tenuta a battesimo da Blair, la ministra tedesca del Lavoro, e dagli alti papaveri della Morgan Stanley, e in queste dalla stessa Merkel:  fin dall’inizio perciò erano influenti quelle forze che adesso si attendono una doverosa gratitudine in termini di politica interna ed esterna.

La pretesa di Renzi, espressa nel Discorsi della Corona, di aver solo messo fuori gioco un vecchio  ceto politico di sinistra, ma non la sinistra stessa, non ha alcuna consistenza e nessuna credibilità alla luce degli innumerevoli endorsement del nuovo segretario nei confronti del massacro del lavoro e delle benedizioni ricevute allo scoccare della mezzanotte, compresa quella del patron Berlusconi, giunta nell’ora fatidica in cui, al contrario delle favole, le zucche si trasformano in carrozze.

Non ci vorrà molto tempo per far capire al popolo dei gazebo che il rinnovamento auspicato da Renzi e le riforme cui fa riferimento sono diretti anche contro di loro e che la mitridatizzazione somministrata con una serie di dosi sempre più massicce di rinuncia agli ideali, comporterà una drammatica difficoltà di interpretare la tragedia del Paese.

L’irruzione dei forconi che ha guastato la festa è solo il primo sintomo di un distacco e dell’incapacità di riconoscere la geografia del Paese reale, non le sue patologie perché di queste fa parte proprio questo scollamento fra il terreno, autoreferenziale al limite dell’autismo, in cui si muove la politica e una società sempre meno civile.

 

 


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