Bandiera Rossa sul Kirye EleisonAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non era mica questo che volevano. Non era mica per questo che hanno patito torture, galera, fame e sete, paura, una paura rabbiosa, umiliante ed amara, alla quale si ribellavano facendosi ribelli.

Non era mica soltanto per riscattare il “suolo patrio” che sono morti, come invece dicono con vibranti parole di circostanza quelli che allora stavano in case comode e calde, quelli che non erano nati ma pensano di aver ricevuto diritti e libertà come un dono o una prerogativa in lungo comodato che si può cedere, commerciare, togliere.

Non era mica per questo che sono morti, perché il loro ricordo diventasse una doverosa celebrazione, una liturgia officiata per addomesticare la memoria della loro lotta e delle loro speranze, quelle della liberazione dallo sfruttamento, dall’egemonia del profitto, dalle disuguaglianze e dalle sopraffazioni di padroni su lavoratori, istruiti su ignoranti, uomini su donne, bianchi su neri, uguali su diversi, perché chi ha da che mondo è mondo la vince su chi non ha ed era infine ora di rovesciare questa regola, che non è di natura, non è ineluttabile, non è invincibile.

Ancora ieri sono stati traditi, quando nello stesso giorno è stato approvato in un’aula della quale si è stabilita l’illegittimità e che si vuol rimuovere nella sua funzione di rappresentanza, per farne un organismo privato al servizio di nuovi regimi, un provvedimento che consolida lo sfruttamento annientando, con il lavoro, i suoi valori, le conquiste, per consolidare precarietà e ricatto, in modo da lasciare un solo diritto, quello a mantenersi la fatica.

Quando nello stesso giorno un’alta Corte ha voluto confermare a modo suo che tutti sono sulla stessa barca, padroni e operai, così che se i dirigenti della Thyssen sono stati approssimativi nelle misure di sicurezza a tutela dei lavoratori, anche “facendo affidamento sulla capacità dei lavoratori di bloccare gli incendi che quasi quotidianamente si verificavano in azienda”, i dipendenti hanno di conseguenza peccato di leggerezza, giustificando un alleggerimento della pena per un assassinio di sette uomini, una strage soltanto “colposa”.

Quando nello stesso giorno una televisione mantenuta a spese dei cittadini, compresi quelli che si guardano bene dal vederla, ha dato la parola come a un ospite d’onore a un condannato che ha disonorato il ruolo di rappresentanza che ricopriva, che si è macchiato di delitti contro la collettività e non solo, e che ha usato il mezzo televisivo pubblico per dimostrare che conta ancora e quanto, che detta ancora le sue leggi, dopo averle scritte per vent’anni, forte di elezioni vinte con l’inganno e la manipolazione attribuibile al suo ruolo di magnate dell’informazione, di tycoon in grado di comprare consenso fuori e dentro al Parlamento.

Quando nello stesso giorno, lui, più avveduto e più ricco può permettersi di minacciare il Governo, con l’intimidazione e l’avvertimento mafioso di rompere il patto scellerato stipulato per abbattere a vario titolo l’edificio della rappresentanza, per riproporre quell’impalcatura di regole che ha fatto del Parlamento un’azienda di nominati, a dimostrazione che il marmocchio è stato messo là insieme agli altri pupazzi, per ripetere le frasi suggerite dai ventriloqui e che deve aver paura, anche se fa il burbanzoso spaccone, che tanto non comanda lui.

Quando nello stesso giorno un presidente fattosi re, per l’ennesima volta firma meccanicamente ogni misura infame e repressiva di diritti e dignità, rivendicando, senza averne titolo, di saldare il debito con la Resistenza, dichiarando senza averne prestigio morale, di tutelare una Costituzione, per la cui distruzione sta manovrando nell’ombra, contribuendo così a un disegno autoritario e accentratore voluto altrove e più in alto, là dove è stato avviato quel processo di distruzione delle economie e della sovranità degli Stati e, in sostanza, delle loro democrazie. Perché l’idea d’uno Stato dove i poteri legislativo, esecutivo, giudiziario appartengano a organi diversi e dove dovremmo essere tutti eguali davanti alla legge è malvista dalla parte dominante nel Ventunesimo secolo, così come sono malviste le Costituzioni nate dalla Resistenza. Perché devono valere di più degli articoli della Carta, le linee di indirizzo dei potentati finanziari, come esplicitamente scrive uno di loro, molto vicino al Presidente del Consiglio: “i problemi economici dell’Europa sono dovuti al fatto che i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo”.

C’è da temere che le banche d’affari possano stare tranquille, ben poco è rimasto delle idee socialiste e delle idee in generale, scagliate via per far posto al dinamismo, al pragmatismo, al “fare”, preliminare al togliere, al cancellare, all’annientare perché resti solo l’immateriale potenza del profitto. Certo i tedeschi di oggi non sono quelli di ieri, nemmeno il fascismo di oggi sembra essere quello di ieri, così moderno, così asettico, che invece di fucilare fa morire gli “altri” annegandoli in un braccio di mare, che promulga leggi razziali “per il bene” di chi non può aspettarsi accoglienza, ma che comunque soffoca libertà e autodeterminazione, riduce alla fame, che è poi l’arma di persuasione alla resa e all’obbedienza più affilata, si accanisce sui deboli, odia la cultura e chi la coltiva, alza archi di trionfo e scava gallerie oltraggiando natura e storia, vende e compra per deporre i frutti del saccheggio in poche mani, sempre le stesse, che sono poi quelle che armano guerre, anche quelle sempre orrendamente uguali e alle quali anche l’Italia che sulla Carta le ha ripudiate, è stata e sarà chiamata a partecipare.

No, non è per questo che il 25 aprile si poteva festeggiare una memorabile coscienza, il diritto meritato a cantare Bella Ciao, la facoltà conquistata di chiamarsi ribelli.