polettiAnna Lombroso per il Simplicissimus

«Esiste un confronto, in Europa esiste il dialogo sociale, da europei dobbiamo sviluppare questo dialogo ma dobbiamo affermare la responsabilità di ognuno nello svolgere la propria funzione» «Io credo che bisogna discutere, ascoltarsi, confrontarsi. Io faccio il ministro del lavoro, quindi con le parti sociali mi incontro tutte le volte che è utile, ma la cosa che deve essere chiara è che quando è l’ora di decidere, io il ministro, e quindi il governo, decide e viene giudicato dai cittadini». «Il cambiamento è un problema che riguarda tutti. Se si vuole stare nella partita bisogna aver voglia di cambiare, ma questo dipende dai sindacati».

Comincio a pensare che esista una voluttà del tradimento, una ebbrezza della slealtà che spinge soggetti che hanno militato in organizzazioni e movimenti che per tradizione e per mandato elettivo, dovrebbero rappresentare interessi e istanze dei più deboli, degli sfruttati, a dimenticarne le ragioni, rimuovere i diritti, esercitare un’oscena prepotenza emulando i peggiori e più spietati esponenti padronali. A parlare così infatti, con gli stessi accenti e perfino le stesse parole della non dimenticata Fornero è il  ministro del Lavoro Giuliano Poletti, credo l’unico esponente del Governo Renzi che abbia “militato” nelle file del Pci, proveniente da una brillante carriera nelle Coop, che ciononostante non è stato rottamato, anzi, ben collocato nel ruolo di solerte kapò, come lo sanno fare appunto quelli che non solo hanno scoperto l’abiura, ma se ne fanno un vanto. Quelli che come insegna la letteratura, da Giuda a Bruto e via via, come in un mirabile gioco di simmetrie incrociano l’asse “essere eroe” e “apparire traditore”, convinti di essere chiamati, per motivi drammatici e scelte tragiche, a “salvarci” nostro malgrado, perfino bollati, ma il cui operato alla lunga si rivelerà un estremo rimedio.

Se lo aspettava infatti la Fornero, che aveva anticipato il suo duol con le pubbliche lacrime, incompresa ancora prima di agire. Se ne sorprenderà la palpitante Madia, colta dalla nomina mentre guardava i cartoni animati, anche lei animata da una dinamica smania accentratrice.

Il Poletti, più virilmente, da emiliano sanguigno, combatte per le sue idee, persuaso di muoversi nell’interesse comune, come se la sua lunga e collaudata esperienza lo abbiano reso edotto di quale sia e ora la sua missione sia farcene partecipi, che in fondo le Coop sei tu, chi può darti di più. Non sappiamo cosa pensi di darci, ma adesso sappiamo cosa voglia toglierci. In primo luogo anche quello straccio di rappresentanza rimasta dopo il volontario olocausto di sindacati sempre più esangui, sempre più assimilabili a ceti separati e attivi soprattutto nella difesa della proprio sopravvivenza: “Sindacati e associazioni di impresa, dice, devono interrogarsi se le loro modalità siano ancora quelle più congrue, più adatte alla situazione attuale”, promettendo la prossima produzione di una legge in materia e dando ragione a Rosa Luxemburg, dietro ogni dogma c’è un affare da difendere.

Non gli basta aver adottato il ricatto come sistema di governo: o la borsa o la vita, o la salute o il posto, o il salario o le garanzie, o quattro soldi o il contratto, o l’ubbidienza o la rimozione. No, proprio come insegna l’Europa alla quale bisogna dire sempre si – e Poletti lo ricorda: “Esiste un confronto, in Europa esiste il dialogo sociale, da europei dobbiamo sviluppare questo dialogo ma dobbiamo affermare la responsabilità di ognuno nello svolgere la propria funzione” – è meglio confezionare una legge che sigilli soprusi, sopraffazione, libero sfruttamento senza regole.  Perché serve anche a avvalorare l’egemonia dispotica dei nuovi sacerdoti della giurisprudenza, quel ceto costituito da giuristi e avvocati, dai grandi studi internazionali che predispongono principi, valori e regole del diritto globale su incarico delle multinazionali, in grado di trasformare una mediazione tecnica in una procedura sacralizzata, inviolabile.  Così la teocrazia del mercato officiata dal potere politico può dare forma definitiva  a quella mercantilizzazione del diritto e della giustizia che apre la strada alla mercificazione delle vite, delle convinzioni, delle scelte e dei diritti fondamentali. Che se poi un tribunale cerca di sottrarsi, di usare i dogmi come un contesto di scelte le più opportune e non come teoremi aritmetici, basta non applicare le sentenze, isolare i ribelli, trattarli da disfattisti, da elementi pericolosi che minano l’interesse comune.

Mica è il socialista Sacconi lui, quel calabraghe: non gli si addicono i pistolotti sullo stare tutti nella stessa barca. Preferisce avvertirci che o si fa come dicono loro o ci buttano a mare anche grazie a leggi che stravolgano l’imperio morale, quello della civiltà e della democrazia, secondo le regole di quella economia informale che si dà disposizioni così flessibili da togliere ogni certezza, ogni garanzia, ogni diritto che non sia quello a esercitare liberamente autoritarismo, dispotismo, sopraffazione, che non sia quello di ridurre definitivamente i lavoratori merce da spostare, su cui esercitare potere assoluto ed esclusivo, come fossimo tutti prodotti su uno scaffale, due, tre, mille al prezzo di uno.