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Primo Maggio

unoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma quanto tempo è passato, che cosa è successo, da quando eravamo una delle “gemme” dell’Occidente, quando il “sistema Paese” poteva esibire le sue credenziali di potenza industriale, di “culla della civiltà” ricca di memorie, opere d’arte, monumenti e paesaggi che popolavano l’immaginario del mondo, quando c’erano ingegni e talenti creativi che ci invidiavano e che avevano costruito il mito del Made in Italy?

Sarà stato vero, o adesso ci tocca fare i complottisti a posteriori? e scoprire che quella era solo l’apparenza, una narrazione raccontata per farci sentire al sicuro nel migliore dei mondi possibili, dove bastava uniformarsi ai format esistenziali degli “arrivati” per raggiungere successo, bellezza, quattrini, notorietà, dove chi produceva si meritava di guadagnare, pretendere e spendere. Che se poi non ci riuscivi, voleva dire che era colpa tua, che non possedevi le qualità necessarie per sollevarti dalla condizione di sfigato.

Vuoi vedere che non ce ne siamo accorti? cullati dal mantra recitato dal Progresso con le sue promesse di onnipotenza: salute, scoperte spaziali, fine della fatica grazie ai robot, viaggi, parlarsi e vedersi con gente che sta agli antipodi, e addormentati dalla ninnananna della realtà parallela dello spettacolo: processi svolti in studi televisivi, simulazioni della vita e delle relazioni in case di cartapesta, gare, giudizi e voti virtuali, confessioni, lacrime, ricongiungimenti e anatemi letti sul gobbo, ostensione di dolore, nascite e morti in modo da separarci dalla vita esiliandoci nella finzione.

Ma intanto si preparava la resa dei conti: la  punizione per aver voluto troppo, le rimostranze e le pene per il reato di dissipazione di risorse e ricchezze, così avida e dissoluta da farci meritare il rancore delle generazioni a venire cui non abbiamo garantito il nostro “stile di vita”, il fantasma di disuguaglianze sempre più feroci, che da remote, si fanno sempre più vicine e presenti come una minaccia incombente che non vogliamo riconoscere sperando che così evapori.

Quel fantasma si è fatto via via sempre più materiale e concreto, e adesso scopriamo che la nuda vita, la sopravvivenza valgono più di tutte, di libertà, dignità, autodeterminazione, legittimando i sacrifici “morali” nostri, se apparteniamo alla cerchia di chi si difende stando a casa, rinunciando a spostamenti, affetti, istruzione, piaceri, e autorizzando perfino quello della vita degli altri se è vero che il pericolo è mortale e qualcuno, più essenziale, deve esporsi per assicurarci merci, prodotti, la corrente per il Pc, l’acqua, il gas per cuocere i rigatoni di cui abbiamo fatto incetta, per produrre le mascherine che non servono a niente se non come brand per speculatori eccellenti e come divisa unificante per il popolo della ricostruzione.

Così ci è stato rivelato che cosa è diventato il lavoro nel Paese che ha dato alla storia navigatori e poeti e quali sono le attività così essenziali da poter diventare fatali, più del solito se pensiamo al prima , al mese di gennaio nel quale sono state registrate le morti   di 52 persone in incidenti sul lavoro, otto in più rispetto alle 44 registrate nel primo mese del 2019, se la sua fine con la demolizione dell’edificio di conquiste e garanzie, dalla cancellazione dell’Articolo 18 alla Legge Fornero e al Jobs Act, imposti con la correità delle rappresentanze sindacali, ha ridotto questa giornata alla celebrazione della sua memoria officiata virtualmente sulle rovine.

In attesa che metro, bus, treni vengano dotati dell’apposita segnaletica relativa al distanziamento, che diventi obbligatoria la bardatura di maschere, guanti, separé, finora affidata all’arbitrarietà bonaria dei datori di lavoro grazie a un protocollo scellerato che concedeva alle imprese totale e volontaria discrezionalità, mentre si proibivano gli scioperi e le rivendicazioni di sicurezza e tutele, si è sancito che le mansioni e gli impieghi fondamentali e indispensabili per la tenuta del Paese, ex grande potenza industrializzata, sono i pony, i camionisti, i facchini, i magazzinieri, gli “scaffalisti” e le cassiere dei supermercati, e poi gli operai che ci avevano detto non esistessero più, retrocessi da aristocrazia del lavoro a pretenziosi parassiti che perdevano al concorrenza con omologhi e speculari in posti dove era favorevole la delocalizzazione, e oggi promossi a martiri.

E poi qualche elettricista dell’Enel, qualche  tecnico di Tim o della Vodafone sempre nel cuore del commissario così straordinario da poter dirigere la ripartenza da Londra per non perdere tempo con la nostra raffazzonata quarantena, i dipendenti delle aziende che producono armamenti, che finché c’è guerra c’è speranza, qualche bancario a rotazione impegnato nell’elargizione della carità pelosa sostitutiva del reddito di emergenza passato da 3 miliardi a due e poi a meno di uno, in qualità di piazzisti per prestiti a pronta restituzione.

L’impostura narrata di un futuro esente dalla fatica manuale grazie all’automazione si è concretizzato in forma distopica mettendo insegnanti, professionisti, consulenti all’opera davanti al pc, soli, disuniti, isolati, senza riconoscimento di classe, senza possibilità di rappresentanza e coscienza dei propri diritti. E spesso senza rete, sa la banda larga è tema caro all’immaginario dei clan della Leopolda o dei Casaleggio mentre invece in intere aree del paese la rete è inaccessibile o soggetta alle bizze delle divinità digitali.

E siccome la libertà è diventata un accessorio cui in presenza di situazioni di emergenza e stati di eccezione,  così come i diritti e lo stato di diritto, si rivedono i criteri che attribuiscono carattere di “indispensabilità” a certi mestieri, per autorizzare l’oltraggio e le violazioni legalizzate.

Così se servono braccianti per sostituire gli immigrati nel lavoro die campi, con la benedizione della ministra, del presidente di regione progressista e della sua coraggiosa vicepresidente, con il sostegno di buona parte dell’opinione pubblica più benpensante si propone il caporalato di Stato, proponendo che vengano impiegati  gli indegni beneficiari del reddito di cittadinanza   in modo  che così restituiscano  “un po’ quello che prendono” (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/04/19/lex-compagno-malaccini/ ) in attesa probabilmente della coscrizione obbligata, degli assoldamenti dei giovani poveri come ai tempi delle navi della marina inglese, una botta in testa e a bordo, in modo da non dover sottostare ai lacci e laccioli dei contratti, delle giuste remunerazioni, degli orari rispettosi di salute e sicurezza.

E d’altra parte anche prima della “guerra” dichiarata, pare, anche per garantire che la ricostruzione riconfermi la bontà delle disuguaglianze, il primato di avidità e accumulazione per pochi e delle rinunce doverose per tanti, si era già ripristinato il cottimo.

e infatti altro non è che cottimo, quello dei “lavoretti” ormai diffusamente definiti “alla spina”, quelli che si crede di scegliere in forma estemporanea e provvisoria e che garantirebbero una certa libertà, perché il padrone non si vede, si ha licenza di determinarsi orari e percorsi della distribuzione delle pizze, della produzione della ricerca commissionata 5 euro a pagina, della consegna dei pacchi in bici, della conversione delle due camere dei fratelli sposati e di casa dei nonni al paesello in B&B, da mesi vuoto senza speranza, del pilotaggio di droni, del part time delle casalinghe che scoprono sui sociale come di può diventare ricche da casa, né più né meno come le guantaie campane, le magliaie venete, che fecero la fortuna dei distretti. Tutte quelle attività insomma che nutrono l’illusione di una indipendenza che è solo un altro modo per chiamare la precarietà più crudele, il nuovo eufemismo per definire la servitù.

Ci sono produzioni, mansioni, vocazioni, talenti, professioni che verranno spazzate via non dall’epidemia ma dalla sua gestione insensata e illogica, che farebbe preferire fosse dettata da un disegno cospirativo del quale potremmo chiedere ragione, perché supera addirittura la smaniosa volontà speculativa e smodata del “mondo di impresa”, senza un piano di investimenti, reso impossibile dall’accettazione delle parole d’ordine imperiali: maggiore liquidità, maggiore indebitamento, egemonia bancaria, a fronte dell’impotenza a agire e spendere, agitata da governo come alibi per l’incapacità e l’indole alla soggezione a chi comanda davvero.

Ma il fucile spianato perché si scelga tra sopravvivenza  e vita, tra salute e salario, pare abbia vinto, c’è poco da sperare nel riscatto davanti alle serrande dei forni. Anche se sempre di più per mantenersi sani, come per accedere a diritti sempre più rarefatti, serviranno quattrini per pagarsi l’affiliazione alla sanità dei fondi, delle assicurazioni, delle polizze consigliate dai patronati, delle cliniche e dei luminari in prestito dai talk show.

Attenti a dire buon primo maggio, se fino a poco tempo fa era un vecchiume retorico, adesso è una bestemmia.

 

 


L’eterna giovinezza dei soldi

elsa Anna Lombroso per il Simplicissimus

Si sa che un certo pugile ha smesso di essere un negro quando è diventato Cassius Clay, l’invincibile.

Si sa che giovinetti efebici e sensibili diventati il bersaglio di lazzi e sberleffi sono passati dal dileggio all’adorazione all’atto di assunzione nell’empireo del fashion. E che uomini repellenti, sgraziati e rozzi hanno potuto intraprendere una carriera di sciupafemmine, appena con la pinguedine si è ingrassato anche il loro portafogli di titoli.

E infatti Berlusconi non sarà mai un vecchio da confinare nell’ospizio dove ha svolto il suo servizio sociale obbligatorio, non per gli effetti demiurgici di lifting, parrucchini e stimolanti delle funzioni vitali di organi di cui probabilmente non ricorda più la funzione, bensì per la sovrannaturale potenza di denaro e del potere che ne consegue.

Più o meno allo stesso modo accade che delle stupide mettano a frutto quell’istinto gregario che viene attribuito al loro sesso per farne una referenza indispensabile per un prestigioso curriculum, in qualità di zelanti esecutrici di disposizioni inique e criminali. Ne ho in mente proprio una che malgrado sia stata la kapò incaricata delle operazioni di macelleria, o forse proprio a motivo di ciò, viene interpellata e ha diritto di parola davanti a uditori estatici e ammirativi dell’audacia della sua faccia come il culo, per rivendicare l’opportunità, anzi la doverosa necessità delle azioni criminogene che ha condotto.

Non mi piace l’esercizio della pubblica umiliazione, spesso esercitata nei confronti di difetti fisici, di questi tempi esplosa per l’ignoranza riferita solo alla parte avversa di chi ha prodotto guasti irreparabili all’istruzione, o per non aver conseguito prestigiosi titoli di studio, dei quali altri “arrivati” in favore dell’establishment pare non abbiano bisogno grazie alla frequenza nell’università dell’ubbidienza al miglior offerente.

Però mi verrebbe voglia di incidere la colonna infame delle donne che hanno esultato per certe quote rosa governative,  di esporre al pubblico ludibrio il compiacimento per la promozione a importante dicastero di una ministra che pare abbia mostrato la determinazione nella difesa dal delitto di lesa maestà, soltanto di un brutto vestito, avendo dimenticato il mandato conferitole dalle lavoratrici della terra.

E ho la tentazione spesso di andare a disseppellire da Google, l’emozionato consenso  offerto alle lacrime di quella madonna del pianto. Quelle ostentate in mondovisione all’atto della condanna di un folto target di lavoratori a concludere la loro esistenza terrena in un limbo senza redenzione, né lavoratori né pensionati né cassintegrati  né assistiti, e tutti quanti  indifferenziatamente all’inferno della negazione dei loro contributi, delle loro quote di remunerazione accantonate, di quei diritti maturati da esigere, come è giusto, una volta raggiunta l’età nella quale si potrebbe meritare il riposo, il godersi piaceri rinviati, hobby, letture, passeggiate, bocce e perfino lo stare a consigliare e criticare gli stradini che fanno i lavori di manutenzione, attività  concessa solo a statisti irriducibili, presidenti emeriti che  si intromettono a tutela degli sciagurati e delle sciagurate iniziative che hanno promosso in piena vigenza.

Perché, per tornare a quanto detto,  c’è una bella differenza tra essere anziani e essere venerabili maestri,  tra essere rottami o invece vegliardi  dispensatori di saggezze mai sperimentate, ma suffragate da carriere immeritate, tanto che viene offerta una tribuna a Cincinnati mai arresi, a prescritti senza vergogna, a testimonial di accertati fallimenti personali e pubblici, redenti per le tempie candide, fatti salvi il ritinto Cacciari e la calvizie di Cirino Pomicino.

Infatti in questi giorni nessuno ha palpitato per i “vecchi” morti non per l’ultima pestilenza, ma per patologie suppostamente sottovalutate, trascurate o oltrepassate con la fretta e l’indifferenza riservate a chi non serve più, non fa profitto e può essere conferito senza rimpianti né rimorsi, a conferma che quelle del mercato sono state promosse a leggi naturali incontrastabili e incontrovertibili, e che la sanità pubblica non dà garanzie e dunque è preferibile, finchè si può, pagare per approvvigionarsi dei servizi privati.

Eh sì, quelli erano solo dei vecchi, mica Camilleri, Kirk Douglas e nemmeno la Lachrimosa di cui sopra, che pur appartenendo ormai a un pubblico a rischio, ne nega l’affiliazione, credendosi non a torto, come succede alle quote del privilegio ereditato, pagato o conquistato a forza di dire si,  esente e con tutta probabilità immortale.

E infatti proprio a lei, Elsa Fornero, in perfetta consonanza con un’altra esponente dei quel genere che sarebbe dotato di superiore e specifica indole all’accoglienza, alla cura, alla sensibile solidarietà femminea,  Madame Lagarde, dobbiamo la pensosa constatazione che gli anziani sono un peso troppo gravoso per i bilanci pubblici, per la società tutta e in particolare per i giovani, compresi quelli i cui Erasmus sono pagati da nonni, o i mantenuti da mamme e da babbi non inquisiti o sotto osservazione per reati bancari.

D’altra parte le due gemelle siamesi di pensiero separate alla nascita grazie, c’è da ritenere alla riuscita asportazione di cervello e cuore, sono le portavoce di una ideologia che ha favorito la rottura dei patti generazionali, incolpando chi ci ha preceduto di approfittare di “leggi e privilegi che si scaricano sulle giovani leve”, di avere goduto dissipatamente di un benessere immeritato, di aver scialacquato beni e risorse, anche quelle ambientali – colpa questa dalla quale, anche grazie a fanciulline più o meno innocenti e inconsapevoli,  sono esentate industrie e governi, di aver vissuto al di sopra delle possibilità. Dimenticando che si deve a loro, alle loro tasse, ai loro contributi che ci siano musei e scuole, la cui distruzione viene alimentata proprio per far scordare che si tratta di “roba nostra”,  che si devono a loro la Resistenza, e poi il boom, lo Statuto dei Lavoratori, l’articolo 18, il diritto di sciopero, quello alla scuola obbligatori, a quelle conquiste che grazie a chi è venuto prima e le aveva in prestito, sembravano inalienabili, mentre siamo noi, noi generazioni correnti che ce le siamo fatte scippare in cambio   di qualche illusione in prestito.

Tutto congiura, Renzi che a  40 anni suonato o Di Maio a 33, età in cui mio papà era comandante partigiano, Pertini al confino e Gramsci morto, sono promettenti ragazzini, mentre un operaio dell’Ilva  o dipendente dell’Alitalia è un rottame obsoleto, immeritevole di essere “salvato” per la sua indolenza che non gli fa comprendere le magnifiche sorti e progressive della dinamica precarietà, della generosa mobilità.

E se Isabelle Huppert o Fanny Ardant si lagnano perché gli sceneggiatori non premiano la loro esperienza con parti adatte alla loro bellezza matura, ci sono centinaia di commesse espulse perché la perdita dell’avvenenza combinata con la presa di coscienza le rende incompatibili alle vendite, e centinaia di   uomini che in assenza di investimenti in formazione sono messi alla porta perché non si adattano alla grande occasione offerta dallo  storm work, magari in assenza di fibra e banda larga, come succede in quasi tutto il Mezzogiorno.

Per amor di verità ci sarebbe da essere grati al Grande Sternuto, che pone fine al ricorso all’eufemismo del politicamente corretto, quello degli audiolesi al posto di sordi,  del non vedente al posto di cieco, di esuberante al posto di licenziato.

Adesso vecchio non è una parola pericolosa o riprovevole. Per le merci usurate e da buttar via non occorre cercare perifrasi pietose, anzi pare sia venuto il tempo, grazie ai buoni uffici dei comandi sovranazionali, già sperimentati presso i nostri vicini e che invece dovrebbero funzionare da test e trailer, di accogliere con sollievo una selezione “naturale” un po’ più accelerata,

 

 

 


Joker. I poveri sono matti

Joker.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per via di una antica idiosincrasia nei confronti dei fenomeni di moda, con l’aggiunta di un certo pregiudizio snobistico e radical chic che nutro verso i fumetti normali o supereroici, solo ieri mi sono inflitta la visione collettiva con la redazione di questo blog di Joker.

Neppure perdo tempo ad osservare che non esiste prodotto hollywoodiano che riesca a liberarsi dal peso dei complessi maturati nell’infanzia, che motivano e giustificano innocenze perdute, compresi i bombardamenti in varie geografie del mondo, nemmeno mi soffermo sul talento delle major di trasformare in merce patinata le valanghe di immondizia reale e virtuale che popolano le Gotham City occidentali di ieri e di oggi, dalle quali inizialmente veniva rimosso qualsiasi sprazzo di rosso che avrebbe potuto evocare pericolosamente il comunismo.

Cerco invece di spiegarmi il successo nostrano del povero pagliaccio  promosso a incarnazione di una   ribellione che esplode dopo una incubazione di anni e anni, frutto di umiliazioni, emarginazione, dileggio. Non deve stupire, autori e interpreti americani sanno il fatto loro e è per quello che si capisce da subito che l’unica forme di rivolta e ammutinamento all’ordine costituito è quella concessa ai matti, poveri ovviamente e quindi presto o tardi privati di quella alta forma di controllo sociale rappresentata dall’assunzione di grandi quantitativi di psicofarmaci, meglio se spostati anche per appartenenza dinastica a ceppi di bipolari mitomani, meglio ancora se ingannati da narrazioni riguardanti prestigiosi lignaggi che potrebbero restituirli al consorzio civile e, ovviamente, sano di mente.

Insomma la ribellione è sdoganata e autorizzata seppure solo in forma virtuale, epica o letteraria, unicamente se viene esercitata nelle sue forme eversive e violente dai residenti delle corti dei miracoli contemporanee, pazzi, nani, schizofreniche, magari usando le forme eufemistiche imposte dall’ideologia politicamente corretta: disturbati, diversamente alti, fan depresse di Virginia Woolf.

E difatti sia pure presa dalle atmosfere del film, dopo un po’ ho immaginato che si trattasse di un lungo e sapiente spot elettorale in favore delle Sardine con la maiuscola come scrive ormai la stampa ufficiale, inteso a mostrare in una profetica ostensione i rischi e i danni dell’osceno manifestarsi della rabbia degli ultimi, della violenza degli emarginati, della collera irrazionale degli ignoranti. E per rappresentare invece la bellezza del conformismo piccolo borghese, capace di elevarsi fino a far diventare i suoi eroi positivi sindaci e consiglieri regionali, della sua potenza trascinante in grado di coagulare masse e portarle in gita, ai corsi Erasmus, in master per acchiappacitrulli, in scampagnate con il valore aggiunto di raccogliere bottigliette di plastica, possibilmente cantando Bella Ciao il cui abuso ha ormai ha una forza simbolica di gran lunga inferiore  a Azzurro per non parlare del Ragazzo della Via Gluck che è troppo pure per Greta.

Ben contenti di non aver prodotto giù per li rami degli insani disadattati pronti  a andare a manifestare per la nazionalizzazione dell’Ilva, contro la Tav o il Mose o le Grandi Navi, contro la Nato e la sua occupazione militare del suolo italico, contro l’acquisto scapestrato degli F35, quella sì una forma evidente di follia irrazionale e suicida, proprio ieri due dignitari a vario titolo dell’impero hanno reso omaggio alla “contestazione” calda comoda e convenzionale, all’attivismo passivo e benpensante del movimento più fermo che si sia mai visto.

Così Concita De Gregorio ha sfoderato la faccia di tolla dei suoi insuccessi ai danni del giornale fondato da quel Gramsci, che l’Europarlamento depennerebbe dai testi di storia, per celebrare il valore più forte che ispira e intride la specie ittica più presente e festeggiata negli acquari di regime, quel chiamarsi fuori da ogni processo di pensiero e decisionale, per affidarsi in regime di totale delega ai “competenti”, facendo rimpiangere a tutti quelli che la domenica mattina andavano casa per casa a fare proselitismo per la lotta contro lo sfruttamento con l’Unità in mano, che non abbia fatto lo stesso, consegnando la direzione del giornale a qualcuno appena appena più capace di lei, e ci voleva poco.

Subito dopo, peggio mi sento, è sceso in campo – anzi sarebbe pronto a scendere in piazza –  Mario Monti cui il sindaco Wayne spiccia casa pensando a misure inique, sopraffazione sobria ma feroce, subalternità ottusa alle divinità di Gotham:  “Le guardo con molto interesse, queste sardine. – ha dichiarato in un talk show Rai – Mi sembra che stiano dando gambe e voce ad esigenze molto elementaridi una società che però nella politica italiana sono state abbastanza dimenticate, cioè che si ragioni e si parli delle cose in modo pacato, che chi governa se possibile non sia totalmente privo di competenze“. E ancora:  “Sono punti un po’ dimenticati, è un po’ paradossale che occorra andare nelle piazze per farli valere“.

Mi viene proprio da dargli ragione pensando a che lavoro straordinario hanno fatto lui, la sua cerchia, i suoi padroni e i suoi successori, se le piazze non si sono riempite in occasione della cessione di sovranità economica imposta dai cravattari, del salvataggio di banche criminali e dei loro managemet, della famigerata Legge Fornero, del Jobs Act, della Buona Scuola, della partecipazione a missioni “umanitarie” armate fino ai denti, delle misure di rifiuto e discriminazione degli ultimi, stranieri e non, tutte ancora implacabilmente in vigore malgrado l’auto defenestrazione del ministro che incarnerebbe il male oscuro della società.

I poveri sono matti, si diceva. Da quel brutto film si potrebbe allora tirar fuori la minaccia che spaventa di più Monte, De Gregorio, Salvini, Conte, Renzi, Zingaretti, le sardine arriviste e la “buona politica” del bon ton cui aspirano, Boschi e Bellanova, Meloni e Di Maio, quella che i poveri matti che sono sempre di più occupino le piazze, le strade e i palazzi di Gotham City che poi è la loro città.

 

 


Istinto arrendista

bb

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nei secoli i poteri imperiali,  economici o militari o religiosi, si sono guadagnati un successo collaterale utile a coagulare consenso intorno alle loro opere e ai loro misfatti. Comportamenti illegittimi e immorali si sono magicamente trasformati in arti, quella della guerra che ha avuto maestri e sacerdoti da Machiavelli al generale Sun Tzu, quella del persuadere variamente interpretata da Blaise Pascal a Prezzolini fino a Piattelli Palmarini, quella di vendere e di vendersi, tradotta in manuali per piazzisti di merci e di sè stessi, che va d’accordo  con quella del compromesso, a indispensabile e doveroso corredo della politica, in modo da convertirla nel più pratico e disincantato esercizio della realpolitik.

Via via però abbiamo compreso che mentre un tempo venerabili maestri e astuti consiglieri indottrinavano i principi in procinto di salire al trono, spietati generali si chinavano sulle mappe insieme a ufficiali ambiziosi per studiare strategie e tattiche e smaliziati mentori addestravano ambasciatori e diplomatici per istruirli a condurre delicate trattative e faticose transazioni senza che le parti in causa fossero autorizzate a reazioni esuberanti e irragionevoli, oggi i nuovi arrivati che fanno irruzione sulla scena dell’esercizio della cosa pubblica arrivano già imparati, legittimati alla spregiudicatezza, alla prepotenza o,  peggio ancora, alla rinuncia anche vergognosa di convinzioni, all’abiura di fede e patti sottoscritti, fino al tradimento e alla resa. Giustificata per sedicenti fini nobili, in nome dell’interesse generale, se  il compromesso significa l’assoggettamento a chi viene riconosciuto come il più forte: un atteggiamento che ha caratterizzato la sinistra che ha deposto da tempo le armi contro il nemico di classe nella confortevole e conveniente persuasione che fosse possibile anche solo immaginare una alternativa allo status quo.

Oggi assistiamo ad una esemplare esercitazione dell’arte del compromesso come virtù e prodotto della ragionevolezza, del buonsenso e dell’attenzione al bene del popolo peraltro irriconoscente tanto che a gran voce chiede il rispetto di antiche promesse, decantata come necessaria, imprescindibile e fatale da chi ha raggiunto obiettivi importanti personali o di gruppo proprio grazie alla critica feroce  ai sistemi e alle cattive abitudini della cerchia dei “politicanti”  delle sue prassi illegittime in nome del numero di voti conquistati e di maggioranze legali ma spesso “illegittime”.

Non si capisce cosa vi sia di sensato nel consegnarsi, grazie alle mosse e alla furbizie di un mediatore che ha già dimostrato una certa navigata spregiudicatezza di montare  su un carro per assicurarsi il passaggio, a un avversario con l’aspettativa di farne un alleato meno ombroso, meno ingovernabile, meno prepotente di quello precedente,  che è riuscito a rivelare la fragile costituzione fisica e programmatica  dell’alleato, costretto via via alla capitolazione.

Non si capisce come potranno essere conciliabili i “punti fermi” del movimento, già soggetti a ripensamenti e cedimenti con le referenze del futuro compagno di strada che vanta tutta la serie di “risultati” oggetto della ferma opposizione del passato, così tenace allora da aver prodotto consenso e esiti elettorali grazie alla condanna di misure antipopolari: dal Jobs Act, alla Buona Scuola, dalla legge  Fornero alle disposizioni in materia di tutela del territorio che avevano ridotto la partecipazione di cittadini alle scelte e premiato l’avidità dei privati, oggi in attesa di ulteriori regali grazie alla secessione delle regioni ricche.

Non si capisce come, diminuita la potenza elettorale, il movimento 5Stelle possa sentirsi in grado di resistere alla pressione di un soggetto che, proprio grazie alla protervia brutale di Salvini e alla arrendevolezza del partner d governo, si è ritagliato una credibilità umanitaria, a suon di tweet, visite sul red carpet di imbarcazioni solidali, contraddetta in realtà dai suoi precedenti rappresentati dalla strategia del ministro Minniti in materia di controllo dell’immigrazione, di accordi con entità fantoccio in Nord Africa, di ordine pubblico inteso come persecuzione degli ultimi per rassicurare i penultimi.

O come potrà contrastare la tenacia di chi Tav, trivelle, militarizzazione delle isole, grandi opere e piccola salvaguardia a posteriori, non li ha subiti di buon grado, ma fortemente voluti e promossi nel quadro del definitivamente assoggettamento al disegno di riduzione della sovranità, dell’autodeterminazione,  pronto per questo a intervenire vigorosamente sulla Costituzione per vendicarsi dell’affronto subito in via referendaria e per portare i frutti delle sue rapine di democrazia  da mettere sotto i denti dei vampiri imperiali.


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