l43-repubblica-napolitano-grasso-130602172407_bigAnna Lombroso per il Simplicissimus

Personalmente sono allergica alla rivendicazione di vocazioni e missioni di garanzia da parte di chi collabora allegramente alla cancellazione di diritti, alla attribuzione a sé di tutela di regole e procedure quando ogni giorno vengono prodotte misure che ledono la legittimità e la legalità a cominciare dalla salvaguardia delle più elementari prerogative della cittadinanza, la libera designazione dei propri rappresentanti. Per non parlare del rispetto della Costituzione, reclamato da chi partecipa di un chiaro disegno di espropriazione della sovranità dello Stato e del popolo, retrocessa a arcaico valore populista, ostacolo alla imposizione di una ideologia e una politica di sospensione definitiva della democrazia. Ma la logica del ring, non certo casuale, favorisce, si sa, il tifo per uno dei pugili e chi se ne importa di quello che si trama sullo sfondo, distratti dai cazzotti, dalle sussiegose intimidazioni come dalle aggressive idiozie.

E che confusione quando a volare sono i pugni del “sessismo”: c’eravamo già passati quando la condanna  di un vecchio irriducibile despota, incline a comportamenti e compagnie criminali, impegnato alla privatizzazione tramite acquisizione della politica, del parlamento, dei beni comuni, della Costituzione, sprezzante delle leggi e delle regole, tanto da rivendicarne l’oltraggio in nome della moderna e libera iniziativa,  e da farsene su misura per la difesa dei suoi interessi, era circoscritta ai suoi sbrigliati costumi sessuali, alla mercificazione dei corpi delle donne, che delle vite intere di tutti costituivano certo parte rilevante e significativa, ma non unica. Tanto che gli oggetti delle sue attenzioni erano festosamente assimilate tutte alla condizione di vittime, perché giovani, perché soggiogate, perché condizionate, perché belle ma cretine, belle ma omologate a modelli maschili a loro insaputa, comprese vispe consigliere regionali e improvvide ministre.

Perché il sessismo si sviluppa in vari modi, compresa una irragionevole e complice tolleranza per attitudini e azioni offensive della dignità della donna, e anche dell’uomo, se a esercitarle sono le donne stesse, fino a compiacersi delle lacrime di un killer in tailleur, compiacersi della nomina di ministre, forse anche di un boia con la borsa di Gucci al Fmo, o delle piccole capricciose slealtà delle urì del vecchio pascià. Forse esagero ma a volte penso che la totale autodeterminazione della donne potrebbe passare in tempi di egemonia del più avido profitto anche dalla concessione delle proprie grazie, come si diceva una volta, per soddisfare arrivismo o legittime ambizioni, sdoganata e pienamente legittimata per comunque meno ridicola delle poesie di Bondi, che mai come ora la sola libertà piena, per donne, uomini, sarebbe dall’impero dello sfruttamento.

Invece a fronte di imbecilli inopportuni e autolesionisti, troppo cretini per poter far sospettare un disegno lungimirante di ardita sovversione, il sessismo viene usato come arma impropria che dovrebbe far indignare soprattutto le donne, ancora una volta strumentali, per autorizzare le necessarie manovre autoritarie, tagliole e ghigliottine, renderle ancora più restrittive in ragione della divinità dell’emergenza cui si devono sacrificare critica e verità. Il vecchio irriducibile monarca, le alte cariche, il governo, le inossidabili squinzie del Pd, le stesse che resistono alle unioni omosessuali, che tacciono di fronte ai palesi attentati contro la legge dello Stato che ha reso pubblico il ricorso all’aborto, che sostengono con adesione entusiastica l’atto impuro che renderò il lavoro sempre più sregolato, arbitrario, precario colpendo prima di tutto e discriminando anche le opportunità delle donne, brandiscono la minaccia sessista “anticamera dello stupro e del femminicidio” come lo spadone con cui menar fendenti per accelerare la piena occupazione di quel che resta della democrazia da parte del partito unico, del quale c’è da giurarci, faranno parte anche ragionevoli reprobi, ex veline del vecchio padrone e fan del padroncino, rinominate grazie al remake di una legge elettorale infame e avvelenata, magari annacquata dalle inevitabili quote rosa.

E dire che io pensavo che il sessismo si sviluppasse robusto e imperioso limitando l’accesso all’istruzione pubblica, al lavoro qualificato, a salari pari per uomini e donne. Che si imponesse costringendo le donne a stare a casa, che tanto guadagnano di meno, perché mancano i servizi sociali, in sostituzione di un welfare che abbiamo pagato ma del quale siamo espropriati. Che passasse anche attraverso leggi che condannano le immigrate a essere schiave oltre che della clandestinità, dei magnaccia. Che si affermasse anche in casa quando la crisi rende più amari, il regime dell’austerità impone sacrifici che le donne dovrebbero assumersi come carico e codice genetico. E  sbrigliano gli istinti peggiori quelli sopiti, un razzismo e una violenza nei confronti degli altri, stranieri, omosessuali, donne, vecchi, malati, quelli che rappresentano una “debolezza” sulla quale accanirsi per sentirsi superiori. Se i 5 stelle hanno portato in Parlamento, con esiti scarsi e maldestri, il malessere sociale, hanno certamente fatto entrare anche le sue cattive maniere. Ma non sono certo quelle che hanno stuprato la democrazia.