Fine del finanziamento pubblico dei partiti? Macchè una patacca

toto_truffaDevo cominciare con una premessa: non sono per nulla d’accordo con l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti  per la semplice ragione che questo darebbe ancor più spazio a un lobbismo clientelare che in un’ economia bonsai come la nostra permetterebbe l’acquisto in blocco della politica da parte dei potentati economici che di fatto controllano anche l’informazione. Non che questo già non avvenga, ma almeno un residuo di finanziamento pubblico, ridotto e sostenibile permetterebbe la possibilità di nuove aggregazioni e progetti politici che prescindano da patti e accordi con finanziatori occulti o mascherati. Ci vorrebbe quanto meno una legge sulle lobby che tuttavia rimane ancora in mente dei.

Ma dal momento che sui 91 milioni all’anno del finanziamento si è addensata un’enfasi certamente degna di miglior causa è fin troppo ovvio che c’è una rincorsa ad attribuirsi medaglie di cartone. Così Letta con una sola fava ha pensato di spiazzare il rivale Renzi, lobbista ante litteram, che stava cercando di salire sul carro di questo facile demòs agein  prima ancora di averci rivelato fino in fondo chi ha pagato le sue campagne elettorali e Grillo che infatti sembra aver accusato il colpo, replicando in maniera un po’ scomposta e riuscendo ad accusare il premier di aver annunciato oggi qualcosa che si realizzerà nel 2017.

In realtà ci sarebbe molto di più da dire e cioè che ci si trova di fronte ad un nuovo inganno e a una patacca lucidata: il piano Letta, anche ammesso che giunga a buon fine, non sopprime affatto il finanziamento pubblico, anzi lo ribadisce sfacciatamente pur mettendolo in mano ai singoli. I soldi del “sussidio” ai partiti (regalie mediatiche e immobiliari a parte) verranno infatti sostituiti da una donazione del 2 per mille sulla dichiarazione dei redditi: come per la chiesa si tratta di soldi già dovuti allo Stato e stornati verso altri scopi. La volontarietà della donazione non toglie nulla al fatto che si tratta comunque di denari pubblici, così come sempre di denari pubblici si tratta quando si propongono detrazioni fiscali per le regalie ai partiti. In cambio però vengono aperte le dighe delle regalie private sulle quali peraltro si può giocare come si vuole perché non vengano fuori e che adesso saranno anche messe in un bagno elettrolitico per placcarle di etica pelosa.

In ogni caso è evidente che ormai il raggiro nei confronti dei cittadini è diventata l’unica concreta attività di governo e l’unica nella quale si esprime una certa professionalità cialtrona.

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3 responses to “Fine del finanziamento pubblico dei partiti? Macchè una patacca

  • Roberto Casiraghi

    La prima considerazione che vorrei fare è che se una democrazia ha bisogno di finanziare i suoi partiti “per salvare la democrazia” significa già che non si vive più in un assetto democratico perché, evidentemente, il popolo ha perso completamente la voglia di partecipare alla vita politica e di lottare in prima persona per far vivere la democrazia permeandola dei propri ideali e interessi concreti. Di conseguenza ogni tentativo di insufflare democrazia nel corpo morto di una collettività che è ormai inerte è destinato a creare, se va bene, una democrazia di facciata o, se va male, un regime autoritario conclamato. Ormai nel mondo attuale conosciamo solo queste due ultime varianti, mentre lo spirito democratico vero, la honnè della democrazia, è del tutto evaporato e non si riporta certo in vita dando soldi pubblici a quella brava gente che sono i politici bifronte che abbiamo oggi.
    La seconda considerazione è che dando per buona la possibilità di rivitalizzare la democrazia nei termini in cui l’abbiamo sperimentata nei tempi non bui o come ce la immaginiamo nei momenti di maggiore lucidità e generosità spirituale, non vi è nulla di più dannoso di un doppio estremo che ora descriverò.
    Primo estremo: la democrazia va finanziata con il denaro pubblico. La perversione creata da questo estremo è di duplice natura:
    a) ognuno di noi è in qualche modo obbligato per legge a finanziare con il proprio denaro anche i partiti avversari e/o a dichiarare nella propria dichiarazione dei redditi un dato sensibile come quello della propria appartenenza politica. Di qui a rendere pubblica la propria scheda elettorale il passo non è che sia breve, è che non esiste proprio! (noto en passant che lo stesso discorso vale anche per la quota di reddito assegnabile alle chiese: il dato di appartenenza religiosa, che dovrebbe essere gelosamente privato per definizione, diventa di dominio pubblico con tutte le conseguenze che per ora non si sono manifestate ma che si potrebbero presentare in qualsiasi momento a danno delle confessioni religiose minoritarie).
    b) il finanziamento pubblico dei partiti rende inutile la costruzione di un partito nella modalità classica, che è l’unica sana che la cultura politica abbia saputo inventare nei secoli. Un partito classico è quello in cui esiste un radicamento nel territorio e, attraverso il radicamento, una forte partecipazione di attivisti volontari che nello stesso tempo in cui spendono il proprio tempo, denaro ed energie per il bene del partito in cui credono, lo controllano da vicino e impediscono le derive e i tradimenti che altrimenti sarebbero inevitabili perché le leadership, anche qui per definizione, sono infide, fatte di gente ambiziosa e cronicamente simpatizzanti per la Realpolitik. Togliamo il peso agli attivisti che ci credono e avremo le elezioni primarie à la Renzi e soci dove possono votare anche i berlusconiani.
    Secondo estremo: la democrazia va finanziata con le donazioni di privati e aziende, come negli Stati Uniti. E’ evidente che qui si hanno le conseguenze nefaste che descrive Mr. Simplicissimus nel suo articolo. I partiti vengono trasformati rapidamente in succursali delle multinazionali e delle lobby. Ma volendo scongiurare questa prospettiva la strada non è quella di ritornare al primo estremo, il finanziamento pubblico dei partiti! Anche qui, infatti, la porta è sempre aperta ai contributi illegali e questo per vari motivi tra cui:
    a) di soldi non se ne hanno mai abbastanza, perché denaro è uguale a potere e più denaro si ha e più potere si ha
    b) i soldi del finanziamento pubblico vengono distribuiti di solito tra i leader di partito mentre gli aspiranti leader rimangono a bocca asciutta. Essi sanno però che le loro chances di una carriera o leadership futura dipendono strettamente dall’avere denaro, molto denaro. Questo fatto da solo rimette in pista le grandi aziende, magari quelle che non hanno addentellati con i leader attuali, e sperano di crearne con i leader futuri che aiuteranno a diventare tali. Renzi? Honni soit qui mal y pense.
    Una riflessione finale: la strada maestra, quella che difendo, è il ritorno alle modalità storiche di creazione di un partito attraverso un finanziamento fatto dai soli attivisti e con il divieto del finanziamento pubblico o da parte di imprese. Qualunque proibizione verrà sempre aggirata, questo è chiaro, ma almeno i leader di partito sarebbero sotto un controllo diretto da parte della base e si eviterebbero le inversioni di rotta ideologiche ogni volta che le casse del partito sono vuote.

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  • incandenzanimal

    L’ha ribloggato su umpkkete ha commentato:
    Da quando l’ho sentito ho iniziato ad arrabbiarmi, finendo alle tre di notte in bagno a vomitare.

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