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Rousseau non abita qui

5cc226b526000034007131dbE’ interessante leggere i commenti dopo le elezioni e in particolar modo quelli dei militanti 5 stelle o comunque simpatizzanti perché esprimono due contrastanti modi di vedere le cose. Non parlo ovviamente dei fan o dei circoli che si stanno scannando su di Maio si o di Maio no, né del verdetto della piattaforma Rousseau – in realtà un semplice sito sul modello intranet aziendale – che probabilmente confermerà l’attuale capo politico, nonostante una batosta epocale. Parlo degli interventi di persone dentro o fuori del movimento che si domandano cosa sia successo e tentano qualche spiegazione. Una parte di queste persone tra le quali è possibile includere Massimo Fini e lo stesso Grillo accusano intanto gli elettori di non aver compreso tutto quello che i Cinque stelle hanno fatto in questo anno di governo nonché la campagna a tappeto contro i pentastellati condotta sia dall’informazione maistream del capitale, sia dal Pd, con il risultato di aver fatto vincere Salvini. Un’ altra parte invece ha il coraggio di mettere il dito nella piaga, mostrando che le riforme attuate dal governo sono appena un fantasma rispetto a quanto promesso e spesso ciò che viene dato ad alcuni è preso ad altri perché la coperta è troppo corta e lo sarà sempre in mancanza di una forte politica europea basata innanzitutto sulla difesa degli interessi italiani, anche a costo di mettere in crisi l’Ue che , tra l’altro nelle sue forme attuali, è destinata a disgregarsi. Ma questi mettono in primo piano il fatto che la sconfitta nasce dalla incapacità di evolvere una struttura territoriale e di reale selezione politica, rimanendo tuttora vittima degli infausti miraggi della democrazia diretta che tra l’altro permettono alla Casaleggio associati di fare ciò che vuole.

In realtà sono proprio questi critici ad essere ottimisti perché sanno che la salvezza dei Cinque stelle non sta nel covare ancor più di prima la sindrome dell’assedio, ma proprio nella capacità di fare autocritica, di cominciare a fare politica pensando un po’ più a Machiavelli che a Savonarola e impegnandosi dentro la società e la sua intelligentia  a costruire un progetto che non sia solo un collage di programmi, ma riesca ad esprimere una speranza collettiva. Come ho detto ieri c’è un enorme serbatoio di voti e di forze elettorali allo stato plasmatico che non cerca altro e che tuttavia continua a sentirsi senza rappresentanza, che ha bisogno di una nuova prospettiva e di un nuovo orizzonte. Insomma i critici dicono che non ci si deve arrendere, che si può lavorare per riconquistare a poco a poco il senso e il consenso. Tuttavia questo passaggio del Mar Rosso  non può avvenire dentro una struttura ambigua e palatina di fatto gestita dalla Casaleggio più ancora che dal megafono Grillo o da questo o quel luogotenente, è più che mai chiaro come occorra superare l’adolescenza per non morire giovani. Insomma bisogna uscire da quella condizione di escatologia politica in cui i Cinque stelle sono vissuti finora e che tra l’altro non poteva che suscitare l’immediata delusione: pensare di essere sempre e comunque nel giusto è la strada migliore per fallire e per mostrarsi talmente preda dell’autismo da ritenere che il proprio messaggio non possa non essere accolto come verità lampante. I veri giusti sono sempre pieni di dubbi.

Già, parlare è facile, ma fare è difficile. Se i Cinque stelle non vogliono arenarsi e scomparire come un fuoco di paglia, cosa che sarebbe un ennesimo dramma per questo Paese, devono cominciare da un punto preciso, ovvero dal liberarsi di quel nodo privatistico che rende la Casaleggio associati, in qualche modo legata alla finanza internazionale come più volte testimoniato da Sassoon, padrona assoluta del movimento: per statuto i Cinque stelle come forza politica sono legati all’Associazione Rousseau, società privata, che a sua volta controlla i dati degli iscritti, le procedure di votazione dei candidati, le proposte da presentare in Parlamento e persino i soldi dei parlamentari e dei donatori. Anche mettendosi una benda sugli occhi e illudersi che tutti agiranno sempre in perfetta buona fede, è una struttura che politicamente non ha senso, anzi che ripropone in maniera evidente tutti quei meccanismi di corto circuito decisionale che il movimento intrinsecamente rifiuta come fonte di corruzione. Un sito come quello di Rousseau e anche migliore, si costruisce con un spesa relativamente esigua e non è tecnicamente diversa dalle decine di migliaia di intranet sparse in tutto il mondo, quindi non sarebbe certo un salto nel buio. Solo con questo passo fondamentale, lasciando freudianamente la casa paterna, si potranno liberare le forze.

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Occupazione stradale proibita, ma non per l’I phone

filaAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è da provare una certa amara stanchezza nel vedere l’affaccendarsi dei professionisti dell’antifascismo di questi giorni, sorpresi dal rinnovarsi inatteso di un incidente della storia  che con tutta evidenza li coglie talmente alla sprovvista da guardare con rimpianto a un’età di Pericle nella quale il tiranno di Atene assunse le fattezze del cavaliere, con tanto di macchie sulla reputazione e pure sulla fedina penale, e con un’unica paura, non della morte ritenendosi immune per censo, ma di scomparire  dalla scena politica con le conseguenze che ne deriverebbero per il suo ego ipertrofico e per i suoi poliedrici interessi.

Il sospetto ( ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/28/fascimo-malattia-senile-del-capitalismo/ ) è che ci troviamo di fronte a una strumentalizzazione dell’antifascismo  da parte dell’establishment come difesa di ultima istanza del proprio potere e dei propri interessi, che sollecita a prendere le difese dello status quo minacciato dagli empi populismi e dall’ancora più degenerato sovranismo. Tempi bui per chi non si arrende all’arruolamento forzato nei due fronti, quello che cerca di coagulare una opposizione di salute pubblica al governo in carica, intorno a un immaginario simbolico che fino a ieri considerava arcaico e superato, l’altro che dietro alle bandiere ripiegate dell’antieuropeismo e della lotta ai privilegi della casta, dimostra l’inettitudine o l’impotenza a rovesciare il tavolo liberista.

A dimostrare che si fa bene a pensar male, basta guardare allo stupefatto sdegno con il quale i riformisti si sono fatti  sorprendere dalle misure del decreto sicurezza la cui paternità attribuiscono al golem crudele cui è stata soffiata la vita per svolgere i lavori sporchi, il cattivo ghignante dei manga e che si dicono impegnati a contrastare con un referendum abrogativo, che in questo caso ci augureremmo abbia più successo di quello con il quale pensavano di cancellare lo spirito costituzionale. Non solo qui e non solo ora, studiosi della materia ma anche semplice gente con gli occhi aperti hanno diagnostica e compreso il nesso sistematico tra la distruzione dello “stato sociale” e il rafforzamento dello “stato penale”, favorito tra l’altro da un razzismo che non è nemmeno quello poi tanto originale. Le varie leggi che apparentemente dovevano regolare il fenomeno migratorio, Bossi-Fini, Maroni, Turco-Napolitano, hanno sancito in via giuridica e amministrativa che gli immigrati poveri debbano “prestarsi” senza alcun diritto e sotto costante ricatto. I fisiologici contrasti fra la forza-lavoro italiana e quella immigrata, la riduzione del costo del lavoro che ne deriva, determina una frattura insanabile che fa perdere di vista perdere di vista il vero nemico di classe.

Eh si, questo risveglio, il sospetto che quello che viene messo in atto per i migranti possa compire anche gli indigeni, è remoto ma comincia a farsi largo, sia pure con la certezza che le misure di repressione siano opportunamente pensate solo per colpire gli indigenti: se ha suscitato preoccupazione la norma che potrebbe proibire gli assembramenti e blocchi stradali,  possiamo star certi che i nostri ragazzi in fola per l’iphone di nuova generazione, le madamine no-no-tav, i caffeinomani di Starbucks potranno continuare a esercitare il loro inviolabile diritto, a differenza dei metalmeccanici che convennero a Roma – Alemanno sindaco – dirottati perché non offendessero decoro e bellezza dei luoghi storici, a differenza dei risparmiatori che protestavano contro il salvataggio di Banca Etruria.

E così via, in virtù di leggi  dello stato e ordinanze sindacali che mettono un’ipoteca sulle libertà di espressione e circolazione, come nel lontano 1956 quando venne arrestato Danilo Dolci alla guida di cittadini che invasero una via, sì, ma per ripararla, o in occasione delle manifestazioni per la celebrazione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, quando decine di manifestanti hanno ricevuto fogli di via preventivi, dal territorio romano, senza nemmeno poter arrivare in città; e sui diritti compreso quello alla difesa sulla base del censo o dell’appartenenza etnica, come  2008, quando per tutti i reati era stata introdotta la circostanza aggravante dell’essere il fatto “commesso da chi si trovava illegalmente sul nostro territorio”.

Tanto per aggiungere qualche dato recente, l’approvazione dei Decreti Legge nn. 13 e 14 dello scorso febbraio, con le firme degli allora ministri Minniti e Orlando, incaricati di dare un senso di “sinistra” alla sicurezza e l’autorizzazione a aver paura dei diversi, dimostravano che la scelta  del “sorvegliare e punire”, addirittura superando e inasprendo il terreno già seminato dal Decreto Sicurezza di Maroni del 2008, altro non è che il concretizzarsi sul terreno securitario dei capisaldi della concezione dello Stato nella trasformazione aberrante del neoliberismo, che si sottrae dall’ottemperare ai suoi compiti nei confronti della “cittadinanza”   per scatenare l’indole più ferina del mercato, affinché sia possibile l’espandersi dei dispositivi penali per gestire le conseguenze sociali generate dalle disuguaglianze. In modo che l’emarginazione e la punizione di poveri corrisponda a un disegno “sanitario”, di difesa dei beni e dei privilegi minacciati dalle vite nude dei falliti, giustamente estromessi dalle magnifiche sorti del mercato, che è meglio vengano sottratti alla vista della gente per bene abilitata a conservare dignità e decenza, eliminandoli dal panorama comune in qualità di  molesti prodotti delle politiche governative, o veritiera  profezia di quello che potrebbe capitare ad ognuno di noi, a causa di quelle stesse politiche, perché non possa venire alla mente di immaginarsi una vera e praticabile alternativa.

Prima di questo decreto sicurezza, i Daspo urbani, le ordinanze dei sindaci, gli interventi del governo Gentiloni per “contrastare l’immigrazione clandestina” con l’azzeramento di tutta una serie di diritti costituzionalmente garantiti, a cominciare dalla giurisdizionalizzazione delle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione e l’abolizione del secondo grado di giudizio, hanno aperto la strada indisturbata a quello che oggi pare una fulminea e inattesa epifania nefasta. Che riguarda tutti i paesi occidentali, le cui leggi ma pure la percezione e perfino l’immaginario sono condizionati dagli Usa, e che hanno scelto la repressione più che la dissuasione anche di comportamenti considerati “offensivi” ma non definiti come reati, o che erano reati in passato ( si pensi alla prostituzione e  alla mendicità) e che lo ridiventano,  grazie al fine desiderato di “ripulire le strade dagli indesiderati” comune agli amministratori del Galles e alle ruspe di Salvini, a quello di contenere inquietanti fenomeni giovanili, ma anche il bighellonaggio comune alla gente de borgata e ai profughi di Padova, limitati da apposito muro.

Si può tranquillamente dire che uno dei valori indiscussi della fortezza europea è mettere al sicuro i primi e rassicurare i penultimi, criminalizzando e penalizzando gli ultimi, come appunto in Spagna, con le  “Ordinanze per il civismo e la convivenza”, in Francia con la criminalizzazione dei “comportamenti incivili” più che mai se e assumerli è gente in gilet, deplorata perfino da Madame Le Pen o in Belgio, dove vige anche là quella combinazione di leggi statali e provvedimenti di autorità locali, che ha ispirato le politiche securitarie italiane in modo da promuovere discrezionalità e arbitrarietà, dispiegate su base “economica”.

A guardare indietro e a guardare l’oggi si capisce che il fascismo abituale declinazione capitalistica, conserva come da tradizione il suo target di propagatori e consumatori ben mimetizzati e integrati nelle file del folclore con cui dividono la riprovazione per chi non si uniforma ai diktat imperiali, per chi non accetta incondizionatamente l’immigrazione così come non aveva appoggiato la partecipazione a necessarie guerre esportatrici di democrazia, per chi non schifa la possibilità che Stato e popolo si esprimano in materia economica.

Da tempo la frase che campeggia sul mio profilo in Twitter è quella di  Enzensberger:  ai tempi del fascismo non sapevo di vivere ai tempi del fascismo. In realtà da anni io lo sapevo e lo so, in molti lo sapevamo e lo sappiamo. Non era difficile a meno che non ci si trovasse bene ai tempi del fascismo, di ieri come di oggi.


Ponzio Pilato for president

Ponzio_PilatoComincio a pensare di averci visto giusto, nonostante il fatto di essere stato praticamente isolato su questo: la melina politica del dopo elezioni pareva decisamente esagerata anche rispetto a un quadro politico complicato dalla vittoria di forze in gran parte estranee all’establishment di comando del Paese, quasi che nessuno volesse davvero prendersi la responsabilità di governare. E infatti adesso si è arrivati alle soglie del famoso governo di garanzia che serve a due cose: a fare una nuova legge elettorale, ma soprattutto ad ubbidire ai pesantissimi diktat di Bruxelles senza che nessuna forza politica si prenda la responsabilità di firmare nuovi massacri sociali e men che meno quella di resistere ai ricatti finanziari che già vengono lanciati. La morale della favola in cui gli italiani si illudevano di cambiare qualcosa è chiarita in modo inequivocabile dal contemporaneo ultimatum di Mattarella che scade domani e dalle parole di Pierre Moscovici, commissario europeo per gli affari economici e monetari il quale ha detto che “gli sforzi strutturali fatti dall’Italia per il 2018 sono pari a zero, questi sono fatti che emergono dalle nostre previsioni e possiamo anche trarne delle conclusioni in termini di sorveglianza dei conti ma non è una lezione da trarre oggi, ne parleremo nel pacchetto di primavera del 23 maggio”. La commissione da parte sua ha aggiunto un avviso di tipo mafioso: “L’incertezza sulle politiche è diventata più pronunciata e, se prolungata, potrebbe rendere i mercati più volatili e intaccare il sentimento economico e i premi di rischio”. Ossia occhio che se pensate di ribellarvi ricomincia il balletto dello spread.

Questo pacchetto di primavera è in realtà un vero pacco che costringerà il Pese a trovare 30 miliardi in due anni per stare dentro le regole europee, il che significa impennate delle accise, crescita della pressione fiscale, tagli selvaggi a scuola, sanità, pensioni  e con tutta probabilità aumento dell’Iva che è già incluso nelle clausole di garanzia imposte dalla Ue: se anche fosse vera la leggenda di una ripresa disperatamente sbandierata in campagna elettorale e che comunque è la più bassa del continente non si sa se in termini reali, o grazie a una minor disponibilità manipolatoria dell’Istat, questi provvedimenti ne sarebbero comunque la tomba e aprirebbero la strada verso una più ripida discesa all’inferno. E’ evidente che a nessuna delle forze in campo conveniva sbattersi per fare che un governo che poi avrebbe dovuto presentarsi agli italiani con questo bel biglietto da visita oppure premere per elezioni anticipate in tempo brevissimo che avrebbero prodotto lo stesso problema: tutti insieme appassionatamente hanno scelto la strada di Ponzio Pilato, ovvero quella di lasciare che fosse un governo di emergenza, di scopo, di garanzia, di tregua o come altrimenti vogliamo chiamarlo a fare il lavoro sporco, per poi ripresentarsi agli elettori o come “responsabili” indignati del fatto che la batosta sia arrivata proprio perché il M5S non ha voluto fare il governo o come opposizione.

Una intervista di Grillo a un giornale francese sembra anticipare tutti su questa strada, visto che dopo tempo immemorabile il leader pentastellato rispolvera il referendum sull’euro totalmente abbandonato da oltre un anno e comunque assente dalla campagna elettorale. Del resto a questo punto per salvare capra e cavoli, basta sacrificare lo scalpo di Maio colpevole di aver messo in crisi il Movimento con l’idea di un’alleanza con il Pd e far ritornare in prima fila i duri e puri, magari rilanciando un Di Battista che si è tenuto sempre nelle retrovie non mancando però di sparare su tutto e tutti.

La verità è che la liberazione dalle oligarchie e dalla dittatura del mercato qui in Italia, come nel resto del continente non sembra più passare attraverso parlamenti asserviti o comunque non in più grado di rappresentare alcunché se non delle logiche autistiche, ma attraverso l’ammutinamento generale o quella che qualcuno comincia a chiamare con qualche esagerazione, ma non senza ragioni, la guerra civile europea. Si affermeranno man mano nuovi paradigmi di lotta e di resistenza ben lontani sia dalle ciaspolate della “sinistra bene” che dall’illusione di poter opporsi solo attraverso strumenti di delega cartacei o digitali che siano, ma senza un’attiva partecipazione personale. In Francia vediamo le prime fiammate, in Italia le ultime disillusioni.


Tizio, caio e Di Maio

Napoli, Miracolo di San Gennaro al DuomoPurtroppo ancora una volta sono stato un facile profeta: negli anni passati avevo più volte espresso l’opinione che il M5S fosse divenuto troppo grande per essere gestito da Grillo e Casaleggio, e non da quella che potremmo chiamare una sorta di segreteria politica, tuttavia quando confusamente e in modo anche turbolento questo processo si è in qualche modo messo in moto sono emersi personaggi , come dire, non appropriati a un movimento inteso a cambiare le cose e men che meno a governare concretamente questo cambiamento. In particolare Di Maio, espressione quasi lombrosiana della democrazia cristiana meridionale, proveniente da un piccolo notabilitato locale ontologicamente privo di progettualità politica, ma propenso unicamente all’eterna mediazione fra interessi spiccioli e in questo senso dotato di una certa plasticità dialettica e ideologica, come se fosse un alter ego di Renzi.  Tanto plastico che nel corso della campagna elettorale si sono via via persi per strada i temi del Movimento, fino all’accettazione praticamente totale delle logiche europee e dunque le ragioni dell’opposizione a  una governance sostanzialmente oligarchica.

Ma la voglia di cambiamento degli italiani, l’urgenza di liberarsi del marcescente milieu politico tradizionale era tale che questi svicolamenti all’inglese non hanno impedito un’epocale vittoria elettorale. Senonché subito dopo le urne ecco che il problema centrale del governo da mettere insieme non è più stato un programma del resto magicamente rimaneggiato all’ultimo momento, non la ricerca di alleanze sulla base di questo e del suo contesto per così dire politico – morale, ovvero lotta alla corruzione, ai privilegi e alla disuguaglianza, ma è diventato la premiership di Di Maio stesso. Così gli interlocutori principali non sono più stati i cittadini ma i vecchi e noti poteri. Dire che sarebbe stato facile stabilire alcuni punti non contrattabili sulla base dei quali raccogliere i deputati necessari al governo, lavorare testardamente su quelli e di fronte all’impossibilità di cambiare le cose favorire un ritorno alle urne o lasciare che gli altri, uniti in una santa alleanza, cercassero di accreditarsi come interlocutori ancora validi e saldi del grande capitale finanziario.

Così non è stato forse perché i padroni del vapore avevano già individuato nel Movimento Cinque stelle un possibile sostituto di un Pd e compagnia cantante ormai logorato dal proprio tradimento, così come anni prima era stato individuato e sostenuto Renzi come protagonista finale di quell’abiura. Fatto sta che in breve tempo il reddito di cittadinanza si è ridotto a un semplice potenziamento del reddito di inclusione, l’abolizione della legge Fornero è scomparsa dai radar così come la cancellazione del Job Act, l’Europa è stata santificata, la Nato riaccolta a braccia aperte come come le tesi neo liberiste,  mentre in contemporanea Marchionne ha detto che non c’è ragione di temere i Cinque stelle, la Confindustria ha rivelato che nel Movimento c’è una possibile opportunità e persino la Conferenza episcopale che campa riccamente dei soldi e dell’opacità dello stato dello stato, trova che c’è bisogno di una soluzione nuova. Insomma in milioni hanno votato per fermare la rapina del Paese e del futuro dei cittadini nelle sue varie forme e adesso quei voti saranno presumibilmente utilizzati contro di loro.

Naturalmente tutto questo per i pasionari dei Cinque stelle più dediti al tifo che alla lucidità, si trasforma in una raffinata manovra che Di Maio sta conducendo per dividere sia il centro destra che il centro sinistra, riducendo tutto il cambiamento atteso ad un ennesimo e manovriero teatrino in cui si parla di tutto salvo che delle cose da fare. Cioè esattamente lo spettacolo che non si voleva vedere. E purtroppo c’è da dire che l’ottuso farfugliare dell’informazione mainstream che conduce la guerriglia anti di Maio sui congiuntivi, sulle gaffes e su sciocchezze simili come se combattesse per un milieu raffinato, di profonda cultura e spessore, tende a nascondere il vero problema piuttosto che a metterlo in rilievo. Del resto lo stesso Grillo proprio ieri intervenendo a difesa di Di Maio parla di vecchi partiti che cercano di riprendersi il potere, assolve il premier in pectore  da ogni sospetto di bramosia di potere, ma lascia completamente scoperto il lato del che fare.

Eppure anche in mezzo al baccano pare che qualcuno cominci a capire che fra tante aperture e chiusure di forni  non salterà fuori nemmeno una pizza quattro stagioni: le elezioni in Molise e Friuli lo dimostrano al di là di qualsiasi ragionevole dubbio. Ora si può pensare che la svolta retrograda impressa da Di Maio fosse già da tempo nelle cose e la si potesse individuare in quell’azienda così “amerikana” come la Casaleggio, oppure che le ultime vicende siano da addebitare solo a inesperienza e a goffaggine o ancora che il Movimento ha drammaticamente e completamente sbagliato cavallo o infine al fatto che il M5S esiti a formare un governo che dovrà immediatamente passare sotto le forche caudine dei conti di Bruxelles e dei massacri sociali richiesti: probabilmente c’è del vero in tutte queste tesi, ma alla fine rimane il fatto che a guardare e sentire di Maio vengono in mente le nozze con i fichi secchi e quell’Italia impolitica e occasionale che fa naufragare ogni ribellione. All’uomo sbagliato nel momento sbagliato.


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