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Archivi tag: Grillo

I nuovi mostri, il sequel

imagesForse domani mi sveglio e capisco che è stato tutto un sogno: che non si deve fare il governo Conte, tra manovre di corridoio e di Palazzo, ma quello Fanfani, che 40 e passa anni sono passati invano. Esiste in Italia una concrezione di potere grigio che attraversa ceti, istituzioni, corporazioni, clan e che è impossibile da scalfire, che resiste impavida guerre, cadute di regimi, crisi economiche, evoluzioni culturali, ma che alla fine rimane renitente a qualsiasi cambiamento o quanto meno ai cambiamenti che non le convengono. Cioè a tutti i cambiamenti che non sono soltanto formali o retorici. Lo si capisce anche in questa occasione dalla pervicacia con cui Grillo benedice l’alleanza del suo movimento col Pd che un po’ come se fra Dolcino si inchinasse all’inquisitore.

Si nota fra le righe il sospiro di sollievo del vecchio vaffanculista per la piega presa delle vicende politiche e per non dover più temere, adesso che ci pensano Renzi e Zingaretti, che i suoi gli combinino lo scherzo peggiore, ossia finiscano per cambiare davvero qualcosa, magari anche senza volere. Lui da buon genovese della piccola borghesia ha rappresentato la psicologia del mugugno per esprimere il quale i camalli erano persino disposti ad accettare un piccolo decurtamento della paga ( cosa che gli è in qualche modo davvero successa) ma proprio per questo socialmente innocua. In fondo è anche la psicologia della democrazia al tempo della peste neoliberista: essere una tribuna di dissenso, purché questo non abbia alcuna efficacia sulle decisioni delle elite e delle oligarchie. Si è allarmato quando i suoi hanno vinto le elezioni e da allora non è stato che tirare il culo indietro.

Se così non fosse e vista la situazione tra il drammatico e il farsesco che si è creata, ovvero l’alleanza forzosa con l’arcinemico di sempre, avrebbe almeno taciuto, lasciando alla base del movimento se non altro l’illusione che il fondatore subisse la situazione. Invece tra una visione Dio, appelli escatologici per giustificare l’alleanza con Renzi, perché nella sostanza è questo ciò di cui si tratta, e inni al cambiamento, mai cosi solenni proprio nel momento in cui lo si prende a calci, è evidente il sollievo di ritornare nei ranghi del conformismo elitario. Non è certo il solo caso di ravvedimento o di rientro nei ranghi per senso di alienazione, altri ne ho visti e subiti , ma di certo in questo caso a parte i parlamentari incollati con il mastice molecolare alle poltrone, non pochi dentro i meccanismi del movimento non vedono l’ora di barattare la presunta diversità con un felice ritorno alla banalità politica per poter godere le gioie del conformismo. Finalmente liberati dal peso gravoso della battagli e pronti ad aprire tavoli e confronti. Tutti capitan Fracassa che appena odorano la polvere da sparo si sentono a disagio e hanno l’istinto di scappare. Davvero un peccato che queste maschere della commedia dell’arte non abbiano più registi e attori in grado di interpretarne le gesta, magari in una terza edizione dei nuovi mostri.

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Da Grillo alla crisi italiana

http___media.polisblog.it_d_d87_di-maio-grillo-ilvaCome immaginavo il post di ieri I sogni muoiono all’alba  ha succitato perplessità e reazioni che si possono benissimo comprendere, ma che non tolgono nulla all’analisi di una situazione e anche il riferimento a una forza politica incompiuta, mai davvero uscita dal guado tra il grido di dolore di un’Italia derubata, assassinata dai giornali e dal cemento come dice un celebre e ormai antico brano di De Gregori e l’elaborazione politico – sociale che ne sarebbe dovuto derivare. Insomma dopo Grillo c’è stata solo l’ambiguità digital escatologica di Casaleggio mentre tutto è rimasto interrotto dal successo elettorale inatteso nelle sue dimensioni e dal gruppo parlamentare che ne è scaturito. In un certo senso i caratteri originari e atavici del movimento, mai venuti meno, sono rintracciabili in una sera di 33 anni fa, quando Grillo per così dire diede inizio, inconsapevolmente, alla sua carriera, prima di comico con temi di impegno politico e poi di politico con venature spettacolari.

Per carità non voglio in nessun modo battere sullo squallido cliché maistream del giullare che vuole farsi re, perché piaccia o meno Grillo è una persona acuta e intelligente, ma a suo modo socialmente ingenua e affetta da una naiveté piccolo borghese che si è trasferita nel calderone umorale dei Cinque stelle. Dunque 33 anni fa, nel 1986, il comico genovese acquistò immediata e universale notorietà con la sua battuta: “se tutti i cinesi sono socialisti allora a chi rubano?” Non si trattava di una battuta folgorante, perché sotto varie forme girava dovunque, ma colpì molto perché infranse un tabù e venne pronunciata in una prima serata Rai, addirittura alla presenza del gran ciambellano di regime Pippo Baudo che subito prese le distanze da tanta sfrontata iconoclastia. Ma cosa c’entravano i cinesi? Bisogna sapere che in quei giorni il Paese era attraversato da ciò che si considerava uno scandalo: ovvero il fatto che Craxi,  presidente del consiglio e il suo ministro degli esteri Andreotti si fossero recati in Cina portandosi dietro una sessantina di persone, ovvero ministri, direttori di ministero, banchieri come Nesi  e uomini di affari. Insomma si era nell’assoluta normalità anzi alla fine era anche una delegazione piuttosto striminzita visto che il presidente francese non si portava appresso mai meno di 120 persone e quello americano mai meno di 200 disposte su vari velivoli: tuttavia l’atmosfera stava diventando esplosiva in un’Italia che cominciava a perdere colpi e dove le ruberie vere o immaginarie  risultavano molto più odiose di prima, quando l’avvenire pareva sicuro e quando non c’era ancora il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia, che aveva fatto  esplodere il debito pubblico a danno non certo dei ricchi, ma dei poveracci e dei lavoratori. In realtà fu Andreotti a creare il presunto scandalo quando scendendo dall’aereo a Pechino disse al cronista dell’Ansa Pio Mastrobuoni, che in seguito diventò suo portavoce  : “Eh, siamo qui con Craxi e i suoi cari” dando l’impressione di una sorta di viaggio vacanze. In realtà di elementi spuri in quella delegazioni ce n’erano solo due:  la consorte  di Craxi e quella di Carlo Ripa di Meana, che era allora commissario europeo e dunque era pienamente legittimato ad essere presente.

Il ritorno fu più travagliato perché Bettino pensò bene di allungare il percorso con un areo più piccolo per fare visita in India al fratello, seguace di Sai Baba. Ma insomma robetta, rispetto anche alle tante cose che accadevano in Italia,  che però  fu enfatizzata all’estremo dalla stampa di rito liberal democristiano e atlantica (non dimentichiamo che l’anno precedente c’era stata la crisi di Sigonella e che gli americani erano assetati di vendetta) senza alcuna pezza d’appoggio, anzi avendo sotto mano l’elenco dei sessanta partecipanti. Cosa stava accadendo? Accadeva che il malumore degli italiani stava talmente crescendo che si cominciavano a gettare bambini assieme all’acqua sporca:  con quel viaggio si erano create relazioni stabili con un Paese destinato a diventare la fabbrica del mondo, fatto che, oltretutto, impedì la recessione del Paese nella serie B del G7. Ma gli italiani nemmeno lo sospettavano e credevano che i cinesi fossero solo tanti, ma probabilmente impegnati a fabbricare vasi di porcellana dell’era Ming, convinzione che sussiste in qualche modo anche oggi e che costituisce uno dei più fulgidi esempi di straniamento dalla realtà.

Quando Grillo si accodò alla canea dell’informazione proprio su uno dei rari episodi che non entrava a far parte integrante dell’arroganza del potere, dimostrò di essere sensibile al tema del Palazzo e delle sue nequizie, ma senza una visione prospettica, vanamente e rapsodicamente inseguita poi con le presunte meraviglie del web o della tecnologia informatica che poi lo spinse nelle braccia dolcemente tentacolari della Casaleggio Associati. Ne possono essere testimonianza anche le molte e coraggiose denunce da parte di Grillo delle nefandezze delle multinazionali, ma senza consapevolezza che esse agivano nella logica stessa del sistema, non erano schegge impazzite che gli utenti potevano riportare nell’ovile della correttezza semplicemente scegliendo di non starci. Di questo sono bene informato perché tra la fine degli anni ’90 e i primi del 2000 ho frequentato anche per lavoro diverse persone che facevano parte della squadra che preparava i materiali per gli spettacoli dello show man. In un certo senso questa capacità prospettica è mancata in qualche modo anche ai Cinque stelle o comunque è molto meno evidente della capacità di indignazione e se adesso siamo al matrimonio col Pd che in fondo è l’erede invecchiato e senza illusioni dell’era craxiana, lo si deve principalmente alla carenza prospettica.

Questo post non vuole essere che una semplice nota a margine, alla ricerca degli indizi, come dire, preistorici della crisi che sta attraversando il movimento e di conseguenza anche quella parte del Paese interessata a un cambiamento, ma non vuole esprimere verità assolute. Cerca modestamente indizi nelle radici di una crisi, di cui Grillo è solo un esempio, ma che riguarda per intero la capacità di pensiero lungo dei cittadini di questo disgraziato Paese che finiscono sempre per tornare sul luogo del delitto.

 


Rousseau non abita qui

5cc226b526000034007131dbE’ interessante leggere i commenti dopo le elezioni e in particolar modo quelli dei militanti 5 stelle o comunque simpatizzanti perché esprimono due contrastanti modi di vedere le cose. Non parlo ovviamente dei fan o dei circoli che si stanno scannando su di Maio si o di Maio no, né del verdetto della piattaforma Rousseau – in realtà un semplice sito sul modello intranet aziendale – che probabilmente confermerà l’attuale capo politico, nonostante una batosta epocale. Parlo degli interventi di persone dentro o fuori del movimento che si domandano cosa sia successo e tentano qualche spiegazione. Una parte di queste persone tra le quali è possibile includere Massimo Fini e lo stesso Grillo accusano intanto gli elettori di non aver compreso tutto quello che i Cinque stelle hanno fatto in questo anno di governo nonché la campagna a tappeto contro i pentastellati condotta sia dall’informazione maistream del capitale, sia dal Pd, con il risultato di aver fatto vincere Salvini. Un’ altra parte invece ha il coraggio di mettere il dito nella piaga, mostrando che le riforme attuate dal governo sono appena un fantasma rispetto a quanto promesso e spesso ciò che viene dato ad alcuni è preso ad altri perché la coperta è troppo corta e lo sarà sempre in mancanza di una forte politica europea basata innanzitutto sulla difesa degli interessi italiani, anche a costo di mettere in crisi l’Ue che , tra l’altro nelle sue forme attuali, è destinata a disgregarsi. Ma questi mettono in primo piano il fatto che la sconfitta nasce dalla incapacità di evolvere una struttura territoriale e di reale selezione politica, rimanendo tuttora vittima degli infausti miraggi della democrazia diretta che tra l’altro permettono alla Casaleggio associati di fare ciò che vuole.

In realtà sono proprio questi critici ad essere ottimisti perché sanno che la salvezza dei Cinque stelle non sta nel covare ancor più di prima la sindrome dell’assedio, ma proprio nella capacità di fare autocritica, di cominciare a fare politica pensando un po’ più a Machiavelli che a Savonarola e impegnandosi dentro la società e la sua intelligentia  a costruire un progetto che non sia solo un collage di programmi, ma riesca ad esprimere una speranza collettiva. Come ho detto ieri c’è un enorme serbatoio di voti e di forze elettorali allo stato plasmatico che non cerca altro e che tuttavia continua a sentirsi senza rappresentanza, che ha bisogno di una nuova prospettiva e di un nuovo orizzonte. Insomma i critici dicono che non ci si deve arrendere, che si può lavorare per riconquistare a poco a poco il senso e il consenso. Tuttavia questo passaggio del Mar Rosso  non può avvenire dentro una struttura ambigua e palatina di fatto gestita dalla Casaleggio più ancora che dal megafono Grillo o da questo o quel luogotenente, è più che mai chiaro come occorra superare l’adolescenza per non morire giovani. Insomma bisogna uscire da quella condizione di escatologia politica in cui i Cinque stelle sono vissuti finora e che tra l’altro non poteva che suscitare l’immediata delusione: pensare di essere sempre e comunque nel giusto è la strada migliore per fallire e per mostrarsi talmente preda dell’autismo da ritenere che il proprio messaggio non possa non essere accolto come verità lampante. I veri giusti sono sempre pieni di dubbi.

Già, parlare è facile, ma fare è difficile. Se i Cinque stelle non vogliono arenarsi e scomparire come un fuoco di paglia, cosa che sarebbe un ennesimo dramma per questo Paese, devono cominciare da un punto preciso, ovvero dal liberarsi di quel nodo privatistico che rende la Casaleggio associati, in qualche modo legata alla finanza internazionale come più volte testimoniato da Sassoon, padrona assoluta del movimento: per statuto i Cinque stelle come forza politica sono legati all’Associazione Rousseau, società privata, che a sua volta controlla i dati degli iscritti, le procedure di votazione dei candidati, le proposte da presentare in Parlamento e persino i soldi dei parlamentari e dei donatori. Anche mettendosi una benda sugli occhi e illudersi che tutti agiranno sempre in perfetta buona fede, è una struttura che politicamente non ha senso, anzi che ripropone in maniera evidente tutti quei meccanismi di corto circuito decisionale che il movimento intrinsecamente rifiuta come fonte di corruzione. Un sito come quello di Rousseau e anche migliore, si costruisce con un spesa relativamente esigua e non è tecnicamente diversa dalle decine di migliaia di intranet sparse in tutto il mondo, quindi non sarebbe certo un salto nel buio. Solo con questo passo fondamentale, lasciando freudianamente la casa paterna, si potranno liberare le forze.


Occupazione stradale proibita, ma non per l’I phone

filaAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è da provare una certa amara stanchezza nel vedere l’affaccendarsi dei professionisti dell’antifascismo di questi giorni, sorpresi dal rinnovarsi inatteso di un incidente della storia  che con tutta evidenza li coglie talmente alla sprovvista da guardare con rimpianto a un’età di Pericle nella quale il tiranno di Atene assunse le fattezze del cavaliere, con tanto di macchie sulla reputazione e pure sulla fedina penale, e con un’unica paura, non della morte ritenendosi immune per censo, ma di scomparire  dalla scena politica con le conseguenze che ne deriverebbero per il suo ego ipertrofico e per i suoi poliedrici interessi.

Il sospetto ( ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/09/28/fascimo-malattia-senile-del-capitalismo/ ) è che ci troviamo di fronte a una strumentalizzazione dell’antifascismo  da parte dell’establishment come difesa di ultima istanza del proprio potere e dei propri interessi, che sollecita a prendere le difese dello status quo minacciato dagli empi populismi e dall’ancora più degenerato sovranismo. Tempi bui per chi non si arrende all’arruolamento forzato nei due fronti, quello che cerca di coagulare una opposizione di salute pubblica al governo in carica, intorno a un immaginario simbolico che fino a ieri considerava arcaico e superato, l’altro che dietro alle bandiere ripiegate dell’antieuropeismo e della lotta ai privilegi della casta, dimostra l’inettitudine o l’impotenza a rovesciare il tavolo liberista.

A dimostrare che si fa bene a pensar male, basta guardare allo stupefatto sdegno con il quale i riformisti si sono fatti  sorprendere dalle misure del decreto sicurezza la cui paternità attribuiscono al golem crudele cui è stata soffiata la vita per svolgere i lavori sporchi, il cattivo ghignante dei manga e che si dicono impegnati a contrastare con un referendum abrogativo, che in questo caso ci augureremmo abbia più successo di quello con il quale pensavano di cancellare lo spirito costituzionale. Non solo qui e non solo ora, studiosi della materia ma anche semplice gente con gli occhi aperti hanno diagnostica e compreso il nesso sistematico tra la distruzione dello “stato sociale” e il rafforzamento dello “stato penale”, favorito tra l’altro da un razzismo che non è nemmeno quello poi tanto originale. Le varie leggi che apparentemente dovevano regolare il fenomeno migratorio, Bossi-Fini, Maroni, Turco-Napolitano, hanno sancito in via giuridica e amministrativa che gli immigrati poveri debbano “prestarsi” senza alcun diritto e sotto costante ricatto. I fisiologici contrasti fra la forza-lavoro italiana e quella immigrata, la riduzione del costo del lavoro che ne deriva, determina una frattura insanabile che fa perdere di vista perdere di vista il vero nemico di classe.

Eh si, questo risveglio, il sospetto che quello che viene messo in atto per i migranti possa compire anche gli indigeni, è remoto ma comincia a farsi largo, sia pure con la certezza che le misure di repressione siano opportunamente pensate solo per colpire gli indigenti: se ha suscitato preoccupazione la norma che potrebbe proibire gli assembramenti e blocchi stradali,  possiamo star certi che i nostri ragazzi in fola per l’iphone di nuova generazione, le madamine no-no-tav, i caffeinomani di Starbucks potranno continuare a esercitare il loro inviolabile diritto, a differenza dei metalmeccanici che convennero a Roma – Alemanno sindaco – dirottati perché non offendessero decoro e bellezza dei luoghi storici, a differenza dei risparmiatori che protestavano contro il salvataggio di Banca Etruria.

E così via, in virtù di leggi  dello stato e ordinanze sindacali che mettono un’ipoteca sulle libertà di espressione e circolazione, come nel lontano 1956 quando venne arrestato Danilo Dolci alla guida di cittadini che invasero una via, sì, ma per ripararla, o in occasione delle manifestazioni per la celebrazione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, quando decine di manifestanti hanno ricevuto fogli di via preventivi, dal territorio romano, senza nemmeno poter arrivare in città; e sui diritti compreso quello alla difesa sulla base del censo o dell’appartenenza etnica, come  2008, quando per tutti i reati era stata introdotta la circostanza aggravante dell’essere il fatto “commesso da chi si trovava illegalmente sul nostro territorio”.

Tanto per aggiungere qualche dato recente, l’approvazione dei Decreti Legge nn. 13 e 14 dello scorso febbraio, con le firme degli allora ministri Minniti e Orlando, incaricati di dare un senso di “sinistra” alla sicurezza e l’autorizzazione a aver paura dei diversi, dimostravano che la scelta  del “sorvegliare e punire”, addirittura superando e inasprendo il terreno già seminato dal Decreto Sicurezza di Maroni del 2008, altro non è che il concretizzarsi sul terreno securitario dei capisaldi della concezione dello Stato nella trasformazione aberrante del neoliberismo, che si sottrae dall’ottemperare ai suoi compiti nei confronti della “cittadinanza”   per scatenare l’indole più ferina del mercato, affinché sia possibile l’espandersi dei dispositivi penali per gestire le conseguenze sociali generate dalle disuguaglianze. In modo che l’emarginazione e la punizione di poveri corrisponda a un disegno “sanitario”, di difesa dei beni e dei privilegi minacciati dalle vite nude dei falliti, giustamente estromessi dalle magnifiche sorti del mercato, che è meglio vengano sottratti alla vista della gente per bene abilitata a conservare dignità e decenza, eliminandoli dal panorama comune in qualità di  molesti prodotti delle politiche governative, o veritiera  profezia di quello che potrebbe capitare ad ognuno di noi, a causa di quelle stesse politiche, perché non possa venire alla mente di immaginarsi una vera e praticabile alternativa.

Prima di questo decreto sicurezza, i Daspo urbani, le ordinanze dei sindaci, gli interventi del governo Gentiloni per “contrastare l’immigrazione clandestina” con l’azzeramento di tutta una serie di diritti costituzionalmente garantiti, a cominciare dalla giurisdizionalizzazione delle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione e l’abolizione del secondo grado di giudizio, hanno aperto la strada indisturbata a quello che oggi pare una fulminea e inattesa epifania nefasta. Che riguarda tutti i paesi occidentali, le cui leggi ma pure la percezione e perfino l’immaginario sono condizionati dagli Usa, e che hanno scelto la repressione più che la dissuasione anche di comportamenti considerati “offensivi” ma non definiti come reati, o che erano reati in passato ( si pensi alla prostituzione e  alla mendicità) e che lo ridiventano,  grazie al fine desiderato di “ripulire le strade dagli indesiderati” comune agli amministratori del Galles e alle ruspe di Salvini, a quello di contenere inquietanti fenomeni giovanili, ma anche il bighellonaggio comune alla gente de borgata e ai profughi di Padova, limitati da apposito muro.

Si può tranquillamente dire che uno dei valori indiscussi della fortezza europea è mettere al sicuro i primi e rassicurare i penultimi, criminalizzando e penalizzando gli ultimi, come appunto in Spagna, con le  “Ordinanze per il civismo e la convivenza”, in Francia con la criminalizzazione dei “comportamenti incivili” più che mai se e assumerli è gente in gilet, deplorata perfino da Madame Le Pen o in Belgio, dove vige anche là quella combinazione di leggi statali e provvedimenti di autorità locali, che ha ispirato le politiche securitarie italiane in modo da promuovere discrezionalità e arbitrarietà, dispiegate su base “economica”.

A guardare indietro e a guardare l’oggi si capisce che il fascismo abituale declinazione capitalistica, conserva come da tradizione il suo target di propagatori e consumatori ben mimetizzati e integrati nelle file del folclore con cui dividono la riprovazione per chi non si uniforma ai diktat imperiali, per chi non accetta incondizionatamente l’immigrazione così come non aveva appoggiato la partecipazione a necessarie guerre esportatrici di democrazia, per chi non schifa la possibilità che Stato e popolo si esprimano in materia economica.

Da tempo la frase che campeggia sul mio profilo in Twitter è quella di  Enzensberger:  ai tempi del fascismo non sapevo di vivere ai tempi del fascismo. In realtà da anni io lo sapevo e lo so, in molti lo sapevamo e lo sappiamo. Non era difficile a meno che non ci si trovasse bene ai tempi del fascismo, di ieri come di oggi.


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