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L’Italia si mise a Letta e non si alzò più

Berlino, Angela Merkel incontra Enrico LettaQuando ci attacca al tram si può anche gioire perché dopotutto il masochismo non è reato. Ma quando si annuncia gioiosamente di  essere riusciti ad ottenere la carrozza quando invece si prosegue a piedi e senza scarpe, non è altro che un inganno. E davvero non si capisce di cosa abbia da rallegrarsi Letta che annuncia urbi et orbi la buona novella: “Il governo italiano raccoglie con grande soddisfazione un risultato importante, forse il più importante di tutti nel rapporto con le Istituzioni europee”.

Ma di che sta parlando? Innanzitutto del fatto che l’Europa ha bocciato senza appello la proposta italiana di poter estrapolare dal bilancio gli investimenti produttivi, non ha applicato all’Italia l’elasticità mostrata per Spagna e Francia sul deficit: il grande risultato sarebbe che si potrebbero forse consentire alcuni investimenti episodici, sempre comunque “sorvegliati” da Bruxelles. Come dice Barroso, “deviazioni temporanee del deficit strutturale dal suo percorso verso l’obiettivo di medio termine (pareggio strutturale nel 2014-2015) fissato delle raccomandazioni specifiche per il Paese”.

Quindi robetta per un Italia che è ormai con l’acqua alla gola e in piena deindustrializzazione. Anzi praticamente nulla, perché subito dopo questa caramella stantia, è intervenuto Olli Rehn a spiegare che comunque non si potrà superare il 3% del rapporto deficit- Pil. E allora? Allora sono semplicemente chiacchiere che un pretonzolo come Letta cerca di vendere come grande successo, memore forse di Monti e di quella splendida serie di vittorie in sede europea di cui vaneggiava e di cui faceva vaneggiare i giornaloni, prima di diventare il più precoce fantasma della politica italiana. Perché in realtà questa concessione, così flebile da parere solo un’elemosina alla tenuta politica del governo, conferma che il tentativo di escludere gli investimenti dal bilancio come misura strutturale è stato definitivamente bocciato. Anzi dalla diversità di tono tra Barroso e Rehn si scorge la verità sostanziale di un’Europa divisa e di un governo che in mancanza di misure sostanziali, chiede l’elemosina di parole fumose che sia possibile spacciare per un successo.

E dall’anno prossimo saranno, come si dice, cazzi amari  visto che dovremo cominciare a pagare i 50 miliardi l’anno per il fiscal compact partendo da un Pil ancora più basso e un debito ancora più alto. Ma ormai la tecnica dell’annuncio, del rinvio, della bugia sostanziale è così  connaturata al nostro sistema politico che i suoi uomini  vanno in brodo di giuggiole quando possono far passare per un ricco timballo una minestra di rape invece del piatto completamente vuoto.

Del resto l’esultanza del premier è stata preventivamente affossata dal ministro Zanonato che parla di un Paese “arrivato al punto di non ritorno” e per il quale i pannicelli caldi servono a ben poco. La cosa patetica, quella che svela fino all’osso la pochezza del ceto politico è che adesso Pd e Pdl, per bocca della Carfagna e di Lupi,  si contendono la paternità di questo straordinario successo che è solo sulla carta delle invenzioni. In realtà si alimentano false speranze o si scambiano candele votive per fari abbaglianti, allo scopo di nascondere lo scavo destinato a far crollare il patto sociale: mentre si alzano le tasse per rimandare altre tasse che poi si aggiungeranno, vengono persino negati i farmaci anticancro: solo chi se lo può permettere ( e sono molte migliaia di euro al mese) potrà comprarli, il servizio sanitario nazionale non li passa. Ma come dice il premier accogliamo con grande soddisfazione l’ inconsistente elemosina europea. Ma si con viva e vibrante soddisfazione.

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