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I 199 tiranni

Statue-of-Liberty-SEATED-Larado-Taft-IMG_1234-700x467Gli eventi degli ultimi vent’anni possono davvero sconcertare perché se per ognuno di essi si può vedere benissimo l’intreccio di interessi che li ha innescati anche attraverso la nebbia dei pretesti e dei depistaggi mediatici, nel complesso appaiono come insensati e alla fine anche controproducenti per il potere che li ha creati. Tuttavia i cambiamenti di regime in Iraq, Ucraina e Libia, la guerra in Siria, la crisi del Venezuela, le sanzioni a Cuba, Iran, Russia e Corea del Nord, il tentativo di riconquista yankee del continente sudamericano sono il riflesso di un nuovo tipo di imperialismo globale a sostegno di investimenti non più possibili in un una situazione “normale”.

Il nuovo ordine mondiale è diventato un impero totalitario di disuguaglianza e di repressione perché il problema del capitalismo finanziario è che esistono più capitali  che opportunità di investimento e mi verrebbe da dire ricchezza reale, un bel guaio dentro un sistema che può esistere solo a patto di una continua crescita. E’ come per certi squali che possono respirare solo se si muovono mentre qualsiasi fermata significa  depressione, fallimenti bancari, crolli valutari, disoccupazione di massa e pericolo di rivolta e di rovesciamento dello status quo: le élite del potere sono dunque intrappolate in una logica di crescita forzata che richiede disperatamente la formazione di nuove opportunità di investimento di capitale. Questa espansione forzata diventa un destino manifesto in tutto il mondo e il dominio totale del capitale in tutte le regioni della terra. E’ uno sforzo destinato ovviamente ad esaurirsi per molte ragioni, sia perché impoverisce una umanità trasformata in idrovora di consumi provocando la caduta del tasso di profitto, sia perché le risorse planetarie sono finite e anzi in molti casi cominciano ad esaurirsi, ma le classi al potere cercano di raschiare il fondo del barile e di tenersi tutto finché si può, cercano di garantirsi un domani agendo come se non ci fosse un domani.

Tutto questo si salda con il fenomeno previsto e prevedibile della progressiva concentrazione del denaro e del potere: gran parte della ricchezza monetizzabile è in mano a 2400 miliardari e 36 milioni di milionari, un un mondo nel quale l’80% delle persone vive con 10 dollari al giorno. Per di più la gran parte di questi denari viene  controllato da un piccolo gruppo società di investimento tipo BlackRock e JP Morgan Chase: le prime 17 per importanza gestiscono circa 50 mila miliardi di dollari, 80 mila miliardi se si aggiungono le più piccole, 14.500 dollari per ogni abitante della terra. Per di più queste società sono strettamente intrecciate fra di loro sia per vincoli azionari che reciproci investimenti che per uomini: alla fine si arriva a 199 persone – il 60% è di nazionalità americana – che decidono come e dove investire il capitale globale. Questi 199 tiranni partecipano attivamente a gruppi di pressione politica o sono nei governi direttamente o tramite prestanome, sono consulenti del Fondo monetario internazionale, dell’Organizzazione mondiale del commercio, della Banca mondiale, della Banca internazionale degli insediamenti, del Federal Reserve Board, del G-7 e del G-20. La maggior parte partecipa al World Economic Forum oltre ad impegnarsi in consigli politici internazionali privati ​​come il Consiglio dei Trenta, la Commissione Trilaterale e il Consiglio Atlantico. Il loro principale problema è come detto trovare nuove fonti di investimento  e proteggere gli investimenti di capitale, assicurando la riscossione dei debiti ed evitando per quanto possibile che stati e cittadini abbiano una qualche autonomia rispetto a questi obiettivi. Dunque impadronirsi di risorse con la guerra che è a sua volta un ottimo investimento, è la ricetta principe per dare i maggiori profitti all’enorme quantità di denaro che hanno alle spalle. 

L’idea di stati-nazione indipendenti e dotata di strumenti per una più o meno ampia ed efficace partecipazione dei cittadini è stata a lungo ritenuta positiva nelle tradizionali economie capitaliste liberali, anche perché utile come argine contro le richieste  popolari, ma la concentrazione della ricchezza ha richiesto di abbandonare questa visione in favore dei meccanismi globali necessari per sostenere la continua crescita del capitale, ovvero governance di ispirazione economico – commerciale spesso accompagnate da giochi di simulazione democratica e protette dal meccanismo militare Usa/Nato. Per esempio i tentativi di golpe in Venezuela mostrano l’allineamento degli stati che sostengono il capitale transnazionale nel dare un’investitura ufficiale agli oppositori della presidenza socialista di Maduro che essi pretendono sia prevalente rispetto ai risultati elettorali. E tutto questo lo si vorrebbe far passare come atto di democrazia: ma la sovranità del Venezuela è apertamente minata dall’ordine mondiale del capitale che cerca non solo il controllo del petrolio venezuelano, ma anche una piena opportunità di investimenti attraverso un nuovo regime.

Di certo difficilmente questo potrebbe essere colto appieno dall’uomo della strada, educato alla morbida rimozione o soppressione del futuro sociale e imbarbarito dai media che sono posseduti e controllati dagli ideologi dell’élite mondiale al potere. Il loro obiettivo principale è la promozione di prodotti e la propaganda filocapitalista attraverso il controllo psicologico dei desideri, delle emozioni, delle credenze, delle paure e dei valori umani. I media dei 199 tiranni lo fanno manipolando sentimenti e cognizioni degli esseri umani in tutto il mondo e promuovendo l’intrattenimento nella sua forma più infantile come distrazione dalla disuguaglianza globale.

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Questioni di Pil…u

Romagna al cinema con Albanese. U pilu traina l'economiaE’ davvero straordinaria la capacità del sistema post democratico e della politica spettacolo che le è propria, di trarre vantaggio proprio dalle falle strutturali delle teorie neoliberiste e dalle bugie sparse a piene mani per nasconderle. Ultimamente al bar Italia è tutto un accapigliarsi sulla diminuzione del Pil nel terzo e quarto trimestre di uno 0,3 per cento complessivo: l’opposizione dice che è colpa del governo dimenticando che sotto Monti il prodotto interno lordo diminuì dell’ 1 per cento, mentre l’esecutivo risponde che si tratta solo di un calo temporaneo della durata di sei mesi. Inutile dire che entrambe le tesi sono letteralmente prive di senso perché tutta l’Europa è colpita dal rallentamento dell’economia mondiale, tanto che la Germania che funge da maestra per questi alunni somari ha dati peggiori di quelli italiani che sono culminati con un – 4,5% di produzione industriale.

In realtà poiché il pil è una misura statistica dove oltretutto parecchie voci contengono stime puramente ipotetiche, le piccole variazioni sono facilmente giostrabili per ottenere un qualche effetto ad hoc e che in ogni caso nella flessione italiana ha giocato soprattutto il meno 20% delle residue produzioni Fiat in via di definitivo smantellamento, ma siccome in questo caso la tendenza riguarda tutta la Ue che nel 2018 ha fatto registrare un aumento molto inferiore a quello propagandato e vicino a un misero 1,7% , per di più dovuto praticamente tutto dovuto ai Paesi extra euro, non c’è alcun dubbio che la canea confindustriale la quale gode di soci che sono tra i più taccagni investitori del pianeta o le opposizioni di cappa e mazzetta che vorrebbero tenere in vita il Pil con le opere inutili o lo stesso governo che si mette su questo piano, sono proprio fuori di capoccia. Siamo di fronte a un evidente rallentamento dell’economia mondiale e continentale alla quale un Paese forzosamente devastato nella sua struttura produttiva dalla moneta unica fa fatica a reggere mentre l’impossibilità di investimenti significativi e rivolti alla domanda, impostaci dal leviatano europeo completa l’opera di distruzione. Questo non toglie che si sia costretti a sentire le sciocchezze di Draghi sul fatto che tutto ciò sarebbe dovuto ad un allentamento dell’austerità: qui delle due l’una o siamo di fronte a mentitori seriali che cantano la stessa canzone da 11 anni senza cambiarla di una virgola, oppure a cretini. La prima tesi è senz’altro vera, la seconda non è da escludere perché la natura delle menzogne ossessive risiede proprio nell’incomprensione delle cose.

Ma insomma visto che il pil cade e non solo da noi non si può certo dire che sia colpa dell’austerità imposta dalla Germania attraverso i trattati e ancor meno di può accusare il ciclo economico capitalistico, scacciandolo dall’altare delle adorazioni: così è più facile accusare governi non completamente allineati o forze politiche di opposizione che chiedono l’aumento della spesa pubblica e dunque pretendono di vivere al di sopra delle proprie possibilità e insomma tutte le fesserie di questo genere che ormai da mezzo secolo sono entrate nelle giaculatorie del rito neoliberista. Il fatto è che non ci si accorge di essere in mezzo a insuperabili contraddizioni, come quella di dover fare investimenti per sostenere il pil, ma non di non poterne fare a causa dei trattati europei, dei ricatti con cui vengono fatti rispettare e della debolezza di chi alla fine li accetta senza fare nulla per diminuirne la pericolosità.  Fino a che si accetterà questo Comma 22  non ci sarà verso di uscirne, non prima comunque di aver interamente dilapidato l’economia di un Paese per compiacere la barbarie dal volto europeo: allora si che potremo occuparci a tempo pieno di u pilu al posto del pil.


Pozzi senza fondo

petrolio_trivelle Anna Lombroso per il Simplicissimus

Penso sia lecito dire che il socio di minoranza – per quanto riguarda visibilità e potenza comunicativa – si sta conquistando il favore di chi conta e perfino della stampa fino ad oggi ostile, tanto che si è pensato che il consenso popolare dipendesse anche dall’evidente avversione di establishment e informazione, insomma delle cerchie di potere che alcuni dei suoi esponenti, che grazie a questa efficace definizione hanno fatto fortuna, hanno chiamato caste.

Il fatto è che i 5stelle con tutti i Si che stanno pronunciando non solo dimostrano continuità con il passato, cui dovrebbero grata riconoscenza perché ha sparso il concime per far crescere il loro successo, fotocopiando scrupolosamente misure e atteggiamenti dei governi che li hanno preceduti e che ora si chiamano fuori come se l’assoggettamento ai diktat dell’impero dipendesse da una mutazione perversa e aberrante della democrazia che ha permesso a degli sciagurati incompetenti di amministrare il Paese, dando spazio al poliziotto cattivo che aiuta ad assolvere cattive coscienze e sensi di colpa coloniali ma contestandolo nella divisa di quello buono o con la fascia di sindaco, confermando nei fatti con l’impossibilità di spezzare le catene e perfino di immaginare qualcosa d’altro da quello che viene imposto sotto ricatto, di essere approdati al porto sicuro della realpolitik.  E cominciano a piacere anche alla stampa quando sembrano bersi tutte le menzogne e omissioni che l’informazione mainstream produce e diffonde.

A cominciare dai dati sull’esodo e sulle invasioni, che soffrono di una sconcertante intermittenza più adatta alle lucette di Natale: e quando sono milioni e quando sono migliaia, e quando vogliono arrivare e stare o transitare verso terre più sicure, e quando fuggono dalle guerre e quando invece sono posseduti dal demone, che loro non spetterebbe, del consumismo. Per non dire di quelli sull’occupazione e sulle nuove e antiche povertà, tema questo vergognose che ci mette in cattiva luce sul palcoscenico internazionale, tanto che è preferibile consolidare la cattiva fama di popolaccio pigro, indolente e parassitario in attesa di mance e redditi assistenziali.

Ma uno dei contesti nei quali la fantasia di chi scrive sotto dettatura è più sbrigliata e è quello delle grandi opere, degli interventi che insistono su un territorio malato di tutte le patologie possibili frutto di trascuratezza e speculazione. Quasi ogni giorno i quotidiani ci somministrano le rilevazioni catastrofiste e rovinologiche di quanto pagheremmo noi cittadini, le imprese, le amministrazioni pubbliche se avesse il sopravvento un malinteso ambientalismo regressivo e uno scellerato luddismo, messo a fare da ostacolo propagandistico alla libera iniziativa, allo sviluppo e alla competitività internazionale.

E quelli ci credono, quando, se c’è un dato sicuro, è che non ci sono dati, che le cifre e le proiezioni non sono taroccate, semplicemente sono messe là a casaccio, perché non abbiamo mai saputo quanto costano davvero la Tav, il Mose, il gasdotto, meno che mai il Ponte sullo Stretto, in modo da non farci sapere quanto paghiamo noi e quanto ci guadagnano le cordate che dovrebbero contribuire invece grazie a demiurgico sistema del general contract, perché non abbiamo mai saputo e non sapremo mai quale sia il rapporto costi/benefici, perché non abbiamo quindi mai saputo né sapremo mai quanto davvero peserebbe sul bilancio dello Stato e nelle nostre tasche interrompere le più sciagurate dei quelle iniziative a fronte di benefici inesplorati e mai davvero ravvisati, come quando, casualmente e in regime di semiclandestinità qualcuno ha avuto modo e ardire di leggere e rendere noto un samizdat, il documento  di “Verifica del modello di esercizio per la tratta nazionale lato Italia – Fase 1 – 2030”   prodotto dall’Osservatorio Torino – Lione  su incarico e  trasmesso alla Presidenza del Consiglio, Gentiloni vigente, che recita tra l’altro come non ci sia dubbio “che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buona fede, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, siano state smentite dai fatti” che l’opera sarebbe stata giustificata da aumenti spropositati di traffico che non si sono affatto verificati e che non potranno comunque verificarsi, che per questo il partner interessato si è tirato indietro. E che altrettanto dovremmo fare noi.

Macché. Proprio mentre il Vice presidente e titolare del Mise in visita pastorale in Basilicata dichiarava che il futuro energetico del Paese dovrà essere “rinnovabile”, ecco che da un altro Bollettino poco diffuso, chissà perché, quello  ufficiale degli idrocarburi (Buig), pubblicato a fine 2018, si apprende che con decreto del 7 dicembre scorso, il ministero dello Sviluppo economico, ha infatti conferito tre permessi, della durata di sei anni, alla società Global Med, a trivellare i fondali di Basilicata, Calabria e Puglia con la tecnica dell’air gun   in un area complessiva di 2.200 chilometri quadrati.  Sempre dalla stessa fonte si viene aggiornati sulla concessione di coltivazione denominata Bagnacavallo alla Aleanna Italia Srl, accordata per la durata di vent’anni e situata nel territorio della provincia di Ravenna che prevede la realizzazione e la messa in produzione di cinque pozzi, due esistenti e tre nuovi. Ed anche della proroga conferita per altri 15 anni alla Società Padana Energia Spa sempre in provincia di Ravenna per la coltivazione «San Potito» che metterà in produzione cinque pozzi, suddivisi in tre aree. Ma non basta, viene accordato il permesso  per l’esecuzione di studi geologici e geochimici, il rilievo sismico per circa 20 chilometri e quello  magnotellurico,  oltre che per perforazioni ed esplorazioni, della profondità di circa 7mila metri nella località «Masseria La Rocca», nel  territorio di Brindisi di Montagna, in provincia di Potenza.

A leggere l’elenco salta agli occhi che non si tratta dell’ennesima doverosa conferma di quanto già stabilito, sopportata obtorto collo: dai Bollettini ufficiali degli idrocarburi pubblicati in questi otto mesi non c’è un solo atto di rigetto delle richieste, formalità della quale è necessario dare pubblica informazione. Ciò significa che tacitamente le istanze sono state accolte senza opposizione e i permessi rinnovati, responsabilità che, in dichiarazioni di questi giorni, verrebbero attribuite alle burocrazie ministeriali, tanto che Di Maio si è detto contento che si sia formato un fronte di oppositori pronti a rivolgersi al Tar, con la speranza che sia il tribunale a togliergli le castagne dal fuoco permettendogli di mettere in scena una pantomima che ha avuto centinaia di repliche nel passato: politico contro cavilloso apparatchik 1 a 0. E comunque soluzioni giuridiche e amministrative per introdurre moratorie e per sospendere il regime vigente sono state indicate, cominciando dall’ abrogazione dell’art. 38 della empia legge Sblocca Italia, voluta da Renzi, che consente di unificare l’autorizzazione di ricerca con la concessione ad estrarre idrocarburi,  individuando liberatorie che non comportino oneri eccessivi  e pesanti sanzioni, comunque meno gravose dei costi sociali oltre che economici di interventi dannosi per l’ambiente e il bilancio dello Stato.

Ma ci vorrebbero la volontà e una capacità e iniziativa decisionale che non fanno parte più dell’attrezzatura del politico retrocesso a inserviente zelante che dice si al Terzo Valico, alle Grandi Navi, al tunnel del Brennero, alla Tap e alle Triv. Dando ragione ai giornaloni che si preoccupano di accreditare la imperiosa necessità di andare avanti con le grandi opere, di non fermare il grande sistema di corruzione e speculazione. Senza quelle, lo scrive il Corriere con tanto di schemi e diagrammi, le grandi imprese del Paese, quelle che si sono costitute in cordate mangiasoldi pubblici, i cui manager entrano – e escono subito-  dalle porte girevoli dei tribunali,   che hanno ricevuto e ricevono assistenza e prebende di Stato che investono in  “giochi di società” nella grande roulette finanziaria,  sono destinate a fallire. Confermando che la ragion d’essere di interventi megalomani è lo sviluppo, si, ma non del Paese, bensì di una cricca di aziende. Senza quelle migliaia di lavoratori se ne andranno a casa. Confermando che le sole prospettive occupazionali  sono quelle del lavoro manuale e precario, che dura quanto dura tirar su un grattacielo, perforare un fondale e che non è ipotizzabile trasformarlo in attività di difesa, salvaguardia e risanamento del territorio, ricostruzione e costruzioni antisismiche, sulla quale indirizzare quegli investimenti del Fondi Strutturali, del Fondo di Sviluppo e Coesione,  del Fondo investimenti e Sviluppo infrastrutturale cui contribuiamo e che sono stati ridotti a arma di intimidazione e estorsione.

Ogni tanto dovremmo chiederci cosa succederebbe a dire di no ai padroni, in fondo ci sono stati tempi nei quali è successo che dimostrano che ne valeva la pena.


Per Natale voglio una moneta da 12 euro

1667807_euro4Visto che proprio è impossibile sfuggire quel sinistro Babbo Natale che abbiamo eletto quale demone maggiore del consumo, (vedi Trilogia di Babbo Natale /1 Le origini, ) tanto vale chiedere un dono. Io chiedo la moneta da 12 euro o biglietti da 60 e persino 120.  Sto dando i numeri? Niente affatto si potrebbe fare benissimo, anzi i tedeschi  lo hanno già fatto coniando una moneta da 5 euro che ha corso legale solo in Germania e non nel resto dell’euro zona. I trattati non lo impediscono perché nulla è scritto circa la possibilità di creare moneta che non ha corso legale nell’eurozona, tuttavia all’interno di un Paese che li emette esse possono essere scambiate tranquillamente con monete e banconote autorizzate dalla Bce a pari valore,  con l’effetto di creare nuovo denaro per gli investimenti. Inconsapevolmente o meno i trattati di Maastricht e di Lisbona prevedono una vita di fuga nascosta tra i cespugli e di fatto Berlino la sta già mettendo a punto a scanso di equivoci. Ma anche Parigi lo fa seppure in maniera diversa, stampando euro francese per sei terre d’oltremare mentre per per 14 Paesi africani ex colonie produce il franco Cfa (Comunità finanziaria africana) garantendone un certo rapporto con l’euro in cambio di garanzie che valgono circa un miliardo l’anno, il che in pratica significa battere moneta per proprio conto. Nemmeno i virtuosissimi Paesi Bassi sono alieni da questo tipo di pratiche visto che la banca centrale nazionale controlla e produce la divisa usata nelle Antille Olandesi e agganciata al dollaro.

Possibile che dobbiamo proprio essere gli unici che non fanno nulla se non lamentarsi e sventolare bandiera bianca? Oppure è quel capitalismo di relazione e di corruzione che avvolge dentro le sue spire tutto lo Stivale, che lo impedisce perché contrario alle prospettive di un un mercato del lavoro senza diritti e a livelli di fame e alle merende? O è l’istinto di mettere la testa sotto la sabbia e perdere tutto pur di tentare di non perdere nulla? Qualunque proposta come quella della moneta fiscale diventa solo discussione da bar e nemmeno si mettono in piedi i trucchetti usati dagli altri che formalmente non vanno a intaccare i trattati. Anzi ci sono anche degli ottusi a tutta prova i quali sostengono che le monete da 5 euro emesse in Germania sono destinate soltanto al collezionismo, ma visto che in meno di sei mesi ne sono state coniate 2 milioni e 250 mila la cosa prende un aspetto diverso dai conii similari che anche l’Italia ha fatto in diverse occasioni e con valori anche di 50 euro che tuttavia nell’insieme ammontano a poche decine di migliaia di esemplari e sono davvero destinate esclusivamente al mercato numismatico. Il fatto fondamentale è che i cinque euro tedeschi hanno valore legale in Germania, ci si può fare la spesa e comprare le sigarette se si vuole, costituiscono chiaramente una prova d’orchestra: all’occorrenza in pochi giorni si potrebbero emettere centinaia di milioni di queste come di altre monete e biglietti di banca con valori sfalsati rispetto all’euro, ma validi all’interno del Paese e con valore di scambio alla pari con la moneta ufficiale della Bce. nulla potrebbe impedirlo.  Insomma volendo si può fare e anzi potrebbe essere una delle tattiche di uscita morbida dalla moneta unica che al limite rimarrebbe solo di riferimento bancario il cui valore potrebbe essere la media dei vari euro.

D’altro canto di questa natura partecipano anche divise più immateriali come le criptovalute  che hanno già una loro esistenza o vari tipi di monete fiduciarie senza corso legale, ma che potrebbero essere usate per pagare le tasse, oppure monete di prestito e via dicendo. Il fatto è che solo attraverso le monetine titolate in un euro, ma valide solo all’interno del territorio italiano, potremmo immettere risorse fino al 3% del pil che già permetterebbe di ridare lavoro a centinaia di migliaia di persone. Certo il coraggio se non lo si ha non ce lo si può dare, ma andando avanti così alla fine bisognerà ricorrere a quello più assurdo, al coraggio della disperazione.


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