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Referendum sulla scuola: a Bologna muore il centrosinistra

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Oggi si vota a Bologna al referendum indetto per stabilire se è giusto che il milione e 200 mila euro di soli contributi comunali che vanno alle 27 scuole private della città debbano invece essere utilizzati per sostenere le scuole pubbliche che, come si sa, hanno visto un drammatico taglio di finanziamenti sul piano nazionale: 8 miliardi e mezzo in tre anni. Questo non solo per obbedire all’articolo 33 della Costituzione, ma per evitare che man mano la scuola da gratuita e aperta a tutti come dovrebbe essere, si trasformi in un servizio a pagamento e dunque destinato ai più abbienti. Per questo si tratta di un referendum che va al cuore della politica nonostante sia soltanto consultivo. L’ultima disillusione è vedere Pdl e Pd appassionatamente insieme, con la benedizione della Curia e persino di Prodi per difendere il privato, che fra l’altro – se fosse efficiente come si vaneggia – non avrebbe certo difficoltà a cavarsela da solo, come confermano i dati.   La cartina di tornasole di una consociazione politica di fatto risalta a tutto tondo proprio su uno dei temi sui cui la diversità fra destra e centrosinistra sembrava più netta e diventa persino sfacciata nei contorcimenti del sindaco Merola, nella parte di ‘o malamente, per affossare il referendum. Evidentemente era solo un miraggio che si stempera nella banalità e ritualità degli argomenti usati dagli antireferendari: una miscela di logori ideologismi e di  dati artefatti per sostenere una lucrosa attività economica in barba alla Costituzione, all’equità e anche al buon senso. Per questo ripubblico un post uscito qualche giorno fa.

La santa alleanza che abbiamo al governo, in totale spregio dell’elettorato, si riproduce anche a Bologna e su un argomento che fino a pochi mesi fa segnava – a parole -la distanza tra il centrosinistra e la destra o il cosiddetto centro cattolico: ma i nodi vengono al pettine e l’opposizione a parole  è stata smascherata dalla consociazione concreta e tombale . E’ bastato che a Bologna venisse lanciato un referendum contro il finanziamento pubblico delle scuole private, anche alla luce dei tagli drammatici all’istruzione pubblica, per mettere in luce le alleanze reali, al di là della commedia politicante, che partiti e centri di potere hanno creato: Curia, Fism (la federazione delle scuole materne cattoliche), Pd, Pdl e Lega nord si sono ritrovati in profonda sintonia contro la Costituzione, contro l’equità e contro la realtà stessa per difendere ad oltranza la scuola privata, le sue rendite di posizione e i suoi affari.

Così vediamo prelati e funzionari, intellettuali e politicanti dozzinali andare a braccetto per evitare ad ogni costo che vinca il referendum. Le loro armi sono ovviamente le bugie da bar che ci hanno rifilato da più di un quindicennio, tutte le loro squallide favole che nascondono il colore dei soldi dietro le parole del lessico civile come libertà. E forse è bene partire dall’Articolo 33 della Costituzione e dalla sua chiarezza senza scampo per gli ipocriti. Tanto che  14 anni fa Buttiglione tentò di modificarlo proprio per evitare che i lucrosi pascoli delle scuole private potessero in futuro venire messi in crisi da un’ eventuale  fine della consociazione. A quanto sembra però erano timori infondati: l’articolo non venne cambiato, ma semplicemente ignorato. Eccolo:

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.

La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale.

Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

Senza oneri per lo stato, proprio l’espressione che Buttiglione voleva cassare. Ma se la legge fondamentale della Repubblica si opporrebbe alle contribuzioni gli anti referendari si appellano a una presunta realtà, cioè al fatto che scuola pubblica e privata costituiscono ormai un sistema “integrato”. Semmai fosse vero tale integrazione deriverebbe per l’appunto dalla generosa concessione di fondi pubblici: si tratta dunque di un’argomentazione tautologica ed esprime una precisa volontà di compromesso per arrivare a tale situazione. Però non è affatto vero l’integrazione o è una forzatura voluta o è solo fumo negli occhi. A Bologna è chiarissimo: quest’anno 300 bambini sono rimasti esclusi  dalla scuola pubblica – che è un diritto – per mancanza di posti e risorse. Quanto all’integrazione basta pensare che nel 2012  423 bambini che avevano chiesto l’iscrizione a una scuola pubblica sono rimasti fuori, mentre nelle scuole private sono rimasti liberi 140 posti.

Ma gli anti referendari dicono che senza il milione e 200 mila euro di soli contributi comunali, parecchie scuole private chiuderebbero e  1730 bambini rimarrebbero  fuori dai banchi. E’ chiarissimo che non si tiene in nessun conto il profitto che deriva da rette che vanno dai 200 ai 1000 euro al mese e nemmeno dell’altro milione e mezzo che deriva da contributi statali e regionali. Però l’argomento in sé è equivoco, infatti le scuole private, al 95% di ispirazione religiosa, funzionavano assai meglio prima del 1995 quando vennero introdotti i contributi pubblici: prima di allora avevano una percentuale di iscritti del 24% e oggi una del 22%. E’ chiarissimo che ci troviamo di fronte all’ennesimo esempio di profitto capitalistico supportato con i fondi pubblici: le scuole private sono un ottimo affare.

Ma ecco che Pd, Pdl, Lega e Curia sfoderano il solito  e trito argomento fasullo che spesso viene usato nella sanità: un bambino in una scuola privata costa solo 600 euro ad anno scolastico, mentre nella scuola pubblica se ne spendono 6.900.  Menzogna totale: i 600 euro corrispondono solo alla quota parte per alunno dei soli contributi pubblici comunali che servono ad abbassare di circa 60 euro mensili la retta.

Ah certo così tutti se lo possono permettere… figurarsi, nel caso più favorevole bisogna sganciare almeno 2000 euro ad anno scolastico senza contare tutte le altre spese. Così non è certo una sorpresa apprendere che le persone con problemi economici o di integrazione sono rarissimi nella scuole private bolognesi, solo 80 stranieri, il 4,6%, solo 6 disabili contro i 145 delle scuole pubbliche. Non c’è che dire si tratta proprio di scuole cattoliche con la doppia morale: chiedi a loro dove finiscono i  guadagni, resi spesso anche più cospicui dallo sfruttamento intensivo degli insegnanti. Insomma è evidente che si tratta di scuole per pochi, altro che sistema integrato. Ma naturalmente ai poveracci si chiede di contribuire attraverso le tasse alle spese dei privilegiati. E’ questa la loro libertà: quella di  trasformare gli alunni in clienti, con tutte le conseguenze del caso. Persino negli Usa dove il sistema privato è rimasto come pietra di paragone, ora si parla apertamente di fallimento così come del resto avviene anche in Gran Bretagna. E tuttavia questo non impedisce al milieu politico che ci ritroviamo di proseguire nel tentativo di affossare l’istruzione pubblica dalle materne all’Università. In questo caso tutto funziona secondo le previsioni: alla scuola privata si dà per interesse a quella pubblica si toglie per stupidità e arretratezza.

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