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I Beccafichi

saor veroAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il saòr è un tipo di marinatura da sempre usata a Venezia, che somiglia al condimento delle sarde a beccafico, con lo scopo di conservare gli alimenti durante le lunghe traversate. È talmente efficace che, narra una leggenda cara a Hemingway, quando morì un alto prelato di Torcello considerato alla stregua di un santo, si volle seppellirlo in Basilica. Ma imperversava da giorni una tremenda tempesta con trombe marine che impedivano il trasporto, così per mantenere l’augusta salma si pensò di coprirla con l’antico bagnetto di cipolle, aromi e aceto e il feretro giunse in perfette condizioni in San Marco pronto per le celebrazioni e l’adorazione di fedeli.

E cosa c’è di meglio per le sardine del saòr, come vuole la ricetta tradizionale, che aggiunge sapore ma soprattutto raggiunge lo scopo di conservare le pietanze, le carni e i pesci, compresi quelli in barile. Si moltiplicano in questi giorni i paragoni tra gli intepidi banchi marini e altre espressioni movimentiste del recente passato: il popolo viola, gli schizzinosi girotondi, le madamine Si-Tav, eredità approssimative di quel situazionismo che concepiva la politica come costruzione di eventi e momenti di vita collettiva destinati a creare una qualche forma di comunicazione effimera tra la gente, egemonizzata dalla spettacolarità e unita dalla musica, da slogan, da parole d’ordine, da performance creative senza sceneggiatura e copione.

E infatti senza perdere troppo tempo a definire questo “agire” e i suoi attori – e chi li vuole sinistra sommersa (ne ha parlato ieri il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/11/19/sardine-in-scatola/) , e chi li vuole riscatto di popolo purchè non populista, e chi li vuole  intrinsecamente rivoluzionari, e chi li vuole post qualunquisti – viene bene il paragone con un’altra “situazione”, il plebiscito su scala nazionale del Se non ora quando, contro il Berlusconi puttaniere, fedifrago nei confronti della paziente consorte che ebbe l’onore non delle lettere alla posta del cuore, ma delle prime pagine, volgare e spudorato nelle sue esternazioni maschiliste proprio come un cumenda incarnazione della maggioranza silenziosa.

Scesero in piazza allora insieme a centinaia di migliaia di signore inviperite, al seguito di alcune penne intinte in quota rosa,  numerose perfino per la questura, anche tanti uomini della società civile e della politica, che non avevano mai manifestato  e non lo fecero nemmeno dopo, contro il golpista, contro il deus ex machina delle leggi ad personam che avevano trasformato l’interesse generale in occupazione privata della società imponendo la corruzione in forma di legge, contro l’amico dei mafiosi, contro l’utilizzatore finale di ragazze ma pure di deputati e senatori, oltre che di intellettuali pronti a mettersi in vendita nel mercato delle vacche dell’editoria e delle tv.

È facile da spiegare, vien meglio una manifestazione di dissenso che preveda l’incendio in piazza di un simulacro riconoscibile, che potrà risorgere dalle ceneri, se, una volta dato alle fiamme il gattopardo, tutto può andare avanti come prima, permettendo in quel caso la più mesta e iniqua austerità, la rinuncia definitiva alla sovranità statale, il sopravvento delle lobby delle privatizzazioni, lo smantellamento dell’edificio costituzionale e democratico perfino per via di referendum.

E allora si capisce l’entusiasmo per questi vispi ragazzotti, ben attrezzati di buone conoscenze e di un certo istinto per lo spettacolo che va ben oltre la recita della poesia sullo sgabello a Natale davanti a nonno Romano e prima che arrivino in tavola i tortellini fumanti.

Il fantoccio da bruciare per esorcizzarne l’oscuro potere era pronto, preceduto da una fama a lungo confezionata a tavolino per farne un Hannibal Cannibal, come incarnazione dell’eversione fascista.

Se  fascista lo è di sicuro, è meno certo che si tratti di un sovvertitore dell’ordine costituito e dell’establishment: appena ha fatto irruzione sulla scena governativa, ha dimostrato nelle parole e nei fatti la sua adesione alla irriducibilità e incontrastabilità dell’Ue, ha testimoniato la sua fidelizzazione al modello di sviluppo rappresentato emblematicamente dai suoi monumenti e altari: Tav, Mose, trivelle, Muos, ponti e piramidi, ha  riconfermato la volontà di essere ammesso alla cerchia padronale multinazionale. E diciamo la verità, sulla questione immigrazione non ha spostato di un centimetro il già pensato e fatto dai predecessori in qualità di ministri e legislatori, da Bossi e Fini, a Turco e Napolitano, a Alfano e Minniti, seguito dagli attuali esecutori come dimostra il rinnovo degli accordi con la Libia e il prolungamento delle serrate dimostrative dei porti.

A essere maligni, non può che venir bene un po’ di saòr, che copra lo squalo fritto e conservi tutto com’è e dov’è. Non a caso le sardine piacciono al movimento 5Stelle costretto a una riservatezza coatta e prona alla tracotanza degli alleati di governo di oggi ancora più subordinata che a quello del passato, che hanno nostalgia dei rave party dell’opposizione opposizione, che sognano di riprendere consenso facendo casino, sì, ma anche stando sulle poltrone irrinunciabili dei trascurabili dicasteri concessi loro.

E perché dovremmo aspettarci che le sardine dettino una linea se sono come i pesci pilota che precedono l’arrivo degli squali, e se la linea politica c’è ed è quella del progressismo perbenista che accoglie e integra purché in crestina e grembiulino, in tuta sull’impalcatura incerta, con le forbici da giardiniere o la csta per le olive i i pomodori, quella del politicamente coretto che cede su lavoro, sulla scuola, sulle delocalizzazioni, sulle svendite,  sulla privatizzazione dello stato sociale per fare il muso duro sul minimo accettabile dello isu soli, che doveva essere obbligatorio almeno cinque governi fa, quella del sindacalismo dei patronati senza lotta di classe ormai assimilata all’odio da censurare tramite commissione parlamentare.

Le sardine, vezzeggiate da tutti,  piacciono alla gente che piace, ecologisti che fanno giardinaggio, femministe che vogliono che l’altra metà del cielo si conquisti mediante al sostituzione di stronzi maschi al potere con altrettante stronze femmine nei ruoli di comando, agli antifascisti sì, purchè non antisistema, quelli che pensano che sia sufficiente togliere di mezzo la ferocia in felpa per addomesticare il totalitarismo che si esprime con i metodi criminali di sempre per ridurci a Ausmerzen vite indegne di essere vissute.

E infatti eccoli a Bologna contro Salvini, ma non contro il Global Compact di Merola fotocopia della cooperazione secondo Renzi, quel neo colonialismo che dovrebbe normalizzare  l’invasione fornendo un esercito di riserva al padronato in modo che il potere di ricatto di una concorrenza avvilita e intimidita faccia recedere da conquiste e diritti del lavoro i lavoratori locali. Si esibiscono in tutta l’Emilia, la loro culla, senza riservare una parola di dissenso  nei confronti della pretesa di autonomia divisiva e quella si, eversiva, patrimonio indiscusso della Lega. Oggi ci sono anche in Puglia, dove non abbiamo visto manifestazioni di piazza di una qualsiasi specie ittica, nemmeno le cozze pelose,  per dare appoggio alla città martire di Taranto. Ci sono in Sardegna dove resistono da anni quelli che si battono contro la militarizzazione dell’isola, o in Sicilia dove i No Muos sono ridotti al silenzio dalla repressione e censurato dalla stampa.

Eppure sono ben altri l’argento vivo del paese, quello che non dovremmo lasciare solo perchè fa paura e viene tacitato e emarginato,  quello che si muove per noi e che non si piega a essere costretto dentro al vecchio termometro che non registra mai la febbre di chi vorrebbe davvero rovesciare il tavolo e cambiare le cose.


Le madonne del cemento

tavfiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ovunque abitiate, se venite a  sapere che sta per arrivare in visita pastorale  la ministra De Micheli, datevela a gambe, perché come una  funesta dama dell’apocalisse, a dispetto del suo fare giulivo e brioso, è portatrice di sicura rovina.

Abbiamo avuto un saggio di quello che ci può succedere guardando alla sua apparizione in veste di madonnina del cemento a Firenze, intenzionata a seppellire la città del Giglio sotto una colata  e voi dentro a un pilone, come da tradizione.

Accolta trionfalmente dal sindaco Nardella, ha dato nuovo vigore all’asse Firenze-Bologna, che l’immaginifico successore del sindaco d’Italia vuole realizzare compiutamente con una candidatura olimpica nel 2032: eh si perché il sogno visionario del garrulo primo cittadino e della sua partner nell’inarrestabile tandem è proprio quello:   “l’idea delle Olimpiadi a Firenze e Bologna non è nuova  e non è una boutade velleitaria“, dice l’eterno n.2,  Nardella parlando di un progetto “che può essere realizzabile concretamente e sostenibile, in due città che rappresentano in pieno il meglio del made in Italy”, a dimostrazione che “non dobbiamo avere paura e che dobbiamo pensare in grande …Quando Firenze ha puntato oltre i suoi confini, ha pensato in grande, da Brunelleschi a La Pira, ha sempre avuto successo”. Non è certo la prima volta che si spaccia un grande evento costoso, inquinante, oggetto di azioni speculative e di corruzione, come la ricetta infallibile per reperire risorse pubbliche stanziate grazie all’eccezionalità dell’occasione e alla immediata trasformazione di una ipotesi insensata in emergenza da fronteggiare con fondi e misure eccezionali. E chissà magari Nardella, come altrove Sala o Ghedina, metterà in calendario la regimazione dell’Arno e il consolidamento dei suoi fragili argini.

Ma intanto la Ministra – della quale abbiamo appreso che si avvale dei servizi, secondo lei a titolo gratuito di un manager in veste di gran suggeritore di priorità, quel Moretti della strage di Viareggio, quello che ha consolidato la gestione iniqua delle ferrovie italiane, promuovendo gli interessi dei ricchi, che viaggiano in limousine e aereo personale ma sono dentro alle grandi cordate dei tunnel, dei buchi, delle vertiginose velocità, penalizzando i poveracci, pendolari e viaggiatori del Sud, dove la capitale europea della cultura è estromessa dalle direttrici di traffico – si è impegnata in previsione della chimera olimpica.

E vuol dimostrare di fare meglio perfino del Giglio renziano o dell’imbelle successore nel quale si erano riposte speranze per via del marasma che albergava nella sua testolina ricciuta e dell’inclinazione all’entusiastico assoggettamento del suo movimento. Promettendo di tornare entro fine anno  per discutere con le “parti sociali” delle questioni infrastrutturali presenti nel Patto per lo sviluppo, sottoscritto dal presidente Enrico Rossi con i sindacati e le categorie economiche della regione, ha garantito investimenti miliardari per l’Alta velocità, da quelli necessari per imprimere un’accelerazione alla Tav Torino-Lione fino alla ripartenza dell’Alta velocità tra Brescia e Padova e alla festosa conclusione del sottoattraversamento ferroviario in città,  insieme al completamento del corridoio tirrenico, della Grosseto-Siena, alla realizzazione delle estensioni della tramvia fiorentina e allo sviluppo del sistema delle ciclabili.

E infatti si legge che la ministra si è detta impressionata nel vedere con i propri occhi quanto già sia stato fatto, affacciata sull’intero primo piano della stazione sotterranea dell’alta velocità già costruito, dichiarando che “questa non è solo un’opera in stato avanzato, ma molto avanzato“. E “le opere in stato avanzato vanno avanti…. A questo fine, stiamo lavorando insieme ai 5Stelle per definire le nuove opere perché la cura del ferro per la salvaguardia dell’ambiente e la mobilità delle persone è una delle priorità del governo“. Ecco, già i 5stelle avevano dimostrato di non saper dire no a un alleato che ai creduloni pareva proprio il peggiore, per via di modi inurbani, di sbruffonate incresciose, di istinti animali lasciati liberi di esprimersi. Invece nel nuovo sodalizio così ben visto da chi preferisce il politically correct al buon governo  ha la meglio un’indole molto umana, quella dell’avidità, della dissipazione, dell’accumulazione distruttiva che nella giungla non hanno dimora.

E dato che le opere sono avanzate, come con il Mose, la metro romana, la Torino-Lione, non si può né si deve tornare indietro anche se quello dei cantieri fiorentini della Tav è un “problema tutto italiano, tipico del nostro Paese e del nostro sistema di appalti pubblici. Un caso emblematico che non ci fa onore” a detta perfino di Cantone quando era in forza all’Anac, quando volle ripercorrere  i guai del grande appalto   vinto dalle cooperative rosse, con una programmazione “come al solito carente“, un aumento contrattuale molto elevato che ha comportato “enormi ritardi”, un contenzioso “rilevante, con 300 milioni di riserve, ancora non riconosciuto ma comunque pesantissimo” e, non ultima, la “difficoltà ad interfacciarsi con i cittadini” con le istituzioni locali, in primis Comune e Regione che sulla trasparenza continuano a fare orecchi da mercante. O anche un concentrato di illegalità, come diagnosticò  la Procura di Firenze, sequestrando i cantieri e procedendo all’arresto  dell’ex presidente di Italferr Maria Rita Lorenzetti, già presidente della Regione Umbria in quota Partito Democratico insieme ad altri con accuse che vanno dall’associazione a delinquere alla corruzione, dalla frode, al falso e truffa in accordo con i clan casalesi interessati dallo smaltimento dei rifiuti.

Ma c’è anche un altro aspetto “morale” che riguarda la vocazione dell’opera costosa per i bilanci pubblici, dannosa per l’ambiente e la qualità di Firenze città d’arte (il tracciato sfiora e passa sotto la fortezza Basso) ma soprattutto inutile, se si pensa che addirittura l’Università di Firenze ha prodotto un approfondito studio che dimostra come un passante di superficie, e non sotterraneo, consenta all’Alta velocità di attraversare la città spendendo un quarto e rafforzando il trasporto pendolare.

Perché allora si è compiuta questa scelta se non per confermare il destino di una città dalla quale vengono espulsi i cittadini ( dagli anni ’90, i residenti di cittadinanza italiana sono stati progressivamente sostituiti da cittadini stranieri, e non quelli a basso reddito, molesti e dunque irricevibili per il che alle rimostranze dell’Unesco in merito rispose proibendo il kebab e i le merci dei vu cumpra’, no, si tratta di ospiti esteri e city users – “fruitori” o “utenti” – poco interessati a investire nell’abitare di lungo periodo in città che hanno cambiato il volto della città insieme alle multinazionali del turismo, alle grandi firme, alle imprese immobiliari alle prese con la conversione del tessuto abitativo in albergo diffuso o in terziari, tutti senza “voto” ma con potente facoltà lobbistica, la popolazione ideale dunque per governare senza problemi.

Gli stessi cui è dedicata idealmente l’altra grande opera iniziata e che si deve concludere per forza, quell’ampliamento dell’aeroporto, che in occasione del pellegrinaggio ministeriale è stato pudicamente definito  “la questione della messa in sicurezza dell’infrastruttura”, per nasconderne la superfluità criminale sotto la parvenza della necessità di dotare la città di un’aerostazione sovradimensionata rispetto alle previsioni del traffico aereo, inquinante e che esercita una tremenda pressione sul territorio e incompatibile con altri insediamenti e attività, pensata per appagare gli appetiti di corrotti e corruttori o di chi vuole a tutti costi diventarlo.

Gli stessi in corsa per un’altra iniziativa altrettanto infame, lo stadio voluto da Della Valle e pagato da noi che la stampa alla presentazione del progetto descrisse come un monumento del Rinascimento,  un tempio sopraelevato “che ci permetterà di superare i limiti”,  davanti al quale “Tokyo in confronto sembrerà Sorgane, per via dell’aria molto sexy” di quell’arena, che richiederà la demolizione, la bonifica e lo smaltimento di milioni di metri cubi di costruzioni esistenti, l’acquisto dell’area di Unipol (a vedere il nome sappiamo che non sarà a prezzi stracciati), la costruzione del nuovo mercato all’ingrosso spostato dall’area prescelta. Quindi i turisti  che visiteranno la periferia nord ovest fiorentina e che secondo la stessa stampa avranno “lo stesso sguardo sognante che indossano (sic) quando passano su Ponte Vecchio”, si troveranno davanti quella che si chiamerà  la Cittadella Viola, con stadio, mega-outlet, uffici e attività varie, il nuovo Mercafir, il nuovo aeroporto, il Polo universitario, il costruendo inceneritore di Case Passerini, più le attività e i supermercati esistenti o di progetto, “ognuno di questi grande attrattore di traffico”, tutte funzioni gravanti sul principale ingresso dall’area metropolitana verso Firenze, quel nodo di Peretola già attualmente e sistematicamente congestionato.

A speriamo che non piova sul bagnato o peggio, che nevichi, con l’esperienza del grande consigliori della ministra bisognerebbe muovere la protezione civile per portare il tè caldo e le coperte ai forzati delle partite prigionieri della modernità.

 

 

 

 

 


Boschi, fumati un toscano

sig Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ancora ferita dalle critiche di stampo esplicitamente sessista dopo la sua apparizione in bikini in risposta alle dichiarazioni a bordo piscina del bagnino di papetee che lei aveva con tutta evidenza considerato meritevoli di un elevato e armonioso contrappunto (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/08/19/bikini-e-bagnini/ ),  Maria Elena Boschi si sfoga contro il complotto della piadina che avrebbe condannato all’eclissi la meritevole cricca toscana.

Spero che l’assenza di toscani nel governo non sia una punizione per Renzi, si lamenta la più prestigiosa squinzia che abbia abitato il palazzo. Facendo dunque intendere che il comitato d’affari  impersonato dalla dinamica De Micheli finchè a barca va (e chi non nota una somiglianza con la cantante Orietta Berti) ha oscurato quello della Leopolda  come dimostra la tempestiva accelerazione data a tre opere locali strategiche: Passante di Bologna, bretella dui Campogalliano-Sassuolo e Porto di Ravenna, mettendo in secondo piano altre iniziative fino a ieri prioritarie come l’ampliamento dell’aeroporto di Firenze.

La  strategia costruttivista del nuovo Pd all’ombra delle torri si avvale della temporanea alleanza di impresa di altri campanili in attesa di riconoscimenti sigillati dal cemento, prime tra tutte le regioni che aspirano all’autonomia e che sia pure in assenza del loro officiante vanno sul sicuro certe di conquistare la loro secessione  legale grazie alla “appropriazione”  del  cosiddetto residuo fiscale, ovvero la differenza fra quanto i cittadini versano allo Stato centrale per il pagamento delle tasse e quanto ricevono come trasferimenti dallo stesso Stato centrale, eccettuate invece quelle del Sud e quelle del Centro Italia che le tasse le pagano eccome, compresi i soggetti vittime del sisma.

Così la vestale del Giglio Magico dà voce alle preoccupazioni del sindaco di Firenze  Nardella, del presidente della Regione Rossi, cui si deve una legge urbanistica che di fatto cancella la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali che riguardano il territorio, in previsione dell’opposizione popolare proprio all’aeroporto e ad altre nefandezze in fieri nella un tempo ridente Toscana. Ma è sicuro si faccia interprete anche per via dinastica delle inquietudini di un ceto affaristico finanziario che ha trovato nutrimento in banche criminali e supporto in imprese speculatrici i cui interessi spaziano dallo sport al turismo, dal settore immobiliare attivo nella cacciata dei residenti  e degli artigiani delle città d’arte per far posto al terziario dell’accoglienza e del lusso, a quello non marginale del mercato della bellezza, “operatori” in forma di multinazionali che organizzano eventi, fanno import-export di opere  foraggiando tutto l’indotto di assicurazioni, trasporto, editoria di settore, e poi quell’esercito precario di guardianie, inservienti, osti, affittacamere che si illudono davvero che la cultura sia come il salame da infilare tra due fette di salame come sosteneva Tremonti e i nostri musei dei juke box come voleva appunto Renzi.

E capirai, mica può arrendersi quell’irriducibile parterre della Leopolda, fatto di rampanti della Firenze da bere che fanno rimpiangere i delfini di Craxi, ma somigliano di più alle comparse dei film di Pieraccioni e degli spot con Panariello, finanzieri che fanno la spola tra Cigoli e le Cayman, aspiranti spioni che vogliono mettere a frutto le lezioni dell’aretino Gelli, bancari che hanno visto troppe volte al cine le performance di Gekko, boy scout che vogliono arrivare in alto senza fatica, senza lavoro nemmeno quello di erigere una canadese e che non si rassegnano alle inevitabili e meritate cadute, spiriti distruttivi che auspicano di rigenerarsi dalle rovine che hanno prodotto.

Sono capibastone che finalmente sono stati bastonati, non facciamogli rialzare la testa.

 

 


Farinetti, da Fico a Pisello

farAnna Lombroso per il Simplicissimus

Come se non bastasse, tocca anche occuparsi del Pisello di Farinetti, simbolo della nuova chimera del patron di Fico che già esprime dal nome la sua filosofia,  quel pensiero ottimista che “non tiene pensieri” dei padroncini contemporanei, quel loro festoso fanatismo del fare, che poi sarebbe fare profitti, fare speculazioni, fare strame dei diritti e dei beni comuni per brandizzare la società, siano norcini che fanno export di salami, di rinascimento e di guglie del Duomo, o tenutari di pullman turistici, con scarsa attitudine alla selezione del personale alla guida, o rampolli in possesso di master prestigiosi convertiti all’accoglienza grazie a appartamenti di papà e mamma e case coloniche avite,  o giovani promotori di start app che interpretano e applicano la follia visionaria cara ad Erasmo e pure a Berlusconi e che deve essere alla base di ogni rivoluzione (la formula è del guru dello Slow Food, preferibilmente con la produzione di una birra “artigianale” della quale lo stesso Farinetti è comproprietario, venduta nei suoi supermarket a prezzi che vanno da 8,80 a 14,80 euro, o scegliendo Apple per chattare.

E vorrei anche vedere che non fossero allegri proprio loro che ci promettono  un avvenire migliore, anzi ce lo assicurano, probabilmente con Unipol, insegnandoci a affinare il gusto, a scegliere la nicchia piuttosto che il grande consumo, a schierarci secondo una discriminante certa costituita dalla predilezione per gli erborinati invece che per le caciotte, per il lardo di Colonnata invece che  per la coppa, per il riformismo invece che per la scaciata e volgare destra.

E infatti veniamo infatti a sapere, grazie a una intervista agiografica con tanto di santino del faccione contento, sornione e soddisfatto di prenderci ancora una volta per i fondelli, che Oscar Farinetti  ha deciso di lasciare in buone mani dinastiche la gestione della Fabbrica Italiana Contadina e la mission del tubo digerente per dedicarsi col Pisello alla sostenibilità del tubo di scappamento investendo talento e risorse nella cittadella dell’energia, Green Pea, la disneyland proposta a un target che dovrebbe andare dai gretini a Carlo d’Inghilterra, lo showroom della green economy  di 15.000 metri quadrati.

“Al primo piano, racconta l’immaginifico, metterò i veicoli a energia pulita, quindi elettrica, solare, a biometano, a idrogeno. Al secondo: mobili ecologici. Al terzo: abbigliamento in fibre naturali. Al quarto: ancora vestiti, ristorante, bistrot e bar. Al quinto: dopo quattro piani di negozio, l’ozio. Per 50.000 associati che ci credono. Con la piscina, il giardino pensile, le margherite fotovoltaiche e le pale eoliche disegnate da Renzo Piano”, che un po’ di dolce far niente è meritato dopo che si è fatto tanto per l’ambiente e per contrastare il cambiamento climatico percorrendo l’imponente e avveniristica costruzione che ospita le exhibition  costruita “valorizzando” il legno dei boschi  spazzati via dal tornado che devastò il Bellunese mesi fa, proprio come “valorizziamo” le foreste amazzoniche  convertendole nei nostri parquet.

Tanto per togliervi ogni dubbio in merito alla coscienza ecologica, risvegliatasi con più vigore in memoria delle prime esperienze militanti sul campo: la vendita della catena di elettrodomestici fondata dal babbo agli inglesi, e ditemi se non è una referenza coi fiocchi, il Farinetti torna nei luoghi dai quali è partita la sua utopia gastrica, germinata nel 2007 con Eataly e fiorita dieci anni dopo a Bologna con la Fabbrica italiana contadina,  quella Torino, che oggi potrebbe diventare uno dei luoghi deputati dell’ambientalismo, grazie al Treno per antonomasia che gufi e rosiconi luddisti vorrebbero fermare, incuranti della brutta figura al cospetto del mondo, tante volte già rischiata per via delle insane analoghe lotte incomprensibili dei suoi dipendenti, potenziali terroristi alla pari di chi sabota i compressori nei cantieri Tav, o per sgradite indagini condotte sulla trasparenza degli appalti dell’Expo, tutti sabotaggi ai danni del nostro Bel Paese che invece merita di diventare un meraviglioso luna park, una formidabile greppia globale, e la meta turistica più ambita se saprà diventare a partire dal suo Sud una grande  Sharm el Sheik.

Eh si la grande avventura del Capitano (aveva chiamato così i tutor, lui e Renzi in testa, convocati presso il suo Laboratorio di Resistenza Permanente,  che già questo meriterebbe una denuncia per abuso e oltraggio) è cominciata a Torino quando nel 2002 l’Oscar alla patacca mette su carta il progetto di EatItaly, benedetto sotto forma di disinteressata consulenza dal Petrini di Slow Food, officiato dal sindaco Chiamparino e da un’assessora molto influente, Tessore passata ma non è la sola, è processo fisiologico,  da Craxi a Renzi, che gli propone una serie di location appetibili. Ma lui non ha esitazioni, vuole talmente l’ex fabbrica della Carpano, che, per segnare il territorio, durante il sopralluogo ci fa la pipì. E la cosa funziona, perché casualmente, ma il fato aiuta gli audaci, sarà sorprendentemente proprio lui, in veste di unico partecipante, ad aggiudicarsi l’affidamento per concorso dell’area del complesso in concessione per 60 anni e dove in quattro e quattr’otto apre il primo Eataly frutto di un rapporto societario con la Coop e pronubo Slow Food, che per quell’operazione ha deciso di essere fast.

C’è ancora Coop  e in gran spolvero dietro alla conquista di Bologna da parte di Farinetti che si appoggia anche là all’impero rosso che conta già allora di 4 Ipercoop nella provincia, 33 supermercati Adriatica tra Bologna e provincia, 18 supermercati Coop Reno nella provincia, 16 minimercati Adriatica e 6 minimercati Reno, costringendo interi comparti e la città stessa ad adattarsi al suo modello e flusso distributivo dove è obbligatorio inserirsi per non star fuori dal sociale.

E infatti la comunicazione della salsicciopoli bolognese di Farinetti deve persuadere a fare un passo in più oltre “la Coop sei tu”, che per essere “Fico”, per non essere disadattati e marginali bisogna comprare là a prezzo più elevato quello che si trova sui banchi dell’influente partner ma anche su quelli sugli scaffali di qualsiasi Esselunga, di essere serviti dai volontari loro malgrado sotto contratto capestro che sono meno pagati e appagati dell’uomo Conad, ma portatori di ben altro messaggio morale, di mangiare in imitazioni di chalet, stube e hosterie, dove si mima la ristorazione altoatesina o calabrese, di passare la domenica in un baraccone squallido che dovrebbe Bengodi grazie alla narrazione virtuale, alla simulazione arcadica della mungitura di tre vacche smunte ridotte a comparse, della coltivazione di pallidi pachino, della preparazione di esangui cioccolatini nemmeno si fosse Binoche, per comprarsi l’appartenenza alla cerchia dei meglio – gourmet esperti, avveduti acquirenti, intenditori come Michele – grazie alle specialità uniche, introvabili e inimitabili di Rana, di Vinchi, di Mutti e Balocco, Granarolo in quello che doveva diventare, parola del patron, il monumento più visitato  d’Italia(reduce da un’esperienza gustativa ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/08/09/fico-secco/ ).

Non è stato così. Fico è naufragato insieme alla Leopolda e forse anche con l’eclissi degli imperativi categorici croccanti e acidi imposti dalle icone delle cucine televisive: pudicamente si tace su introiti, ricavi e guadagni (contrariamente a quando annunciato, Eataly non si è quotata in Borsa), non si conoscono le cifre delle frotte di visitatori, chi passa per la cittadella vede il mesto panorama postatomico delle infrastrutture obsolete, dei ristoranti tematici chiudi, dei parcheggi vuoti, che spiegano la svolta energetica del fondatore più ancora della sua confessione: ogni 10-12 anni mi stufo di quello che sto facendo, come d’altra parte succede a tutti i geni poliedrici salvo il suo amichetto di un tempo, ossessionato dalla politica, che non appartiene più alla cerchia delle più strette frequentazioni.

D’altra parte chi ha in testa la sua vocazione pedagogica e è posseduto da uno spirito di servizio che lo porta a combattere epiche battaglie, non può fermarsi a coltivare relazioni non redditizie e meno che mai indugiare nell’osservanza di regole: lui, rivendica, i suoi Eataly li ha aperti senza licenza. E nella politica e nelle amministrazioni sceglie chi come lui è pronto a forzare lacci e laccioli, premessi e certificazioni che ostacolano la libera iniziativa e pure la redistribuzione, pronti a applicare le leggi che il capitale scrive e in base alle sue urgenze, senza remore nell’identificarsi nel mercato e quindi nel benessere e nel progresso, proprio come ha sempre fatto il Cavaliere oggetto di tenera nostalgia: “l’altrieri, ha svelato, mi sono scoperto a parlare bene di Silvio Berlusconi, non le dico altro. Rimpiango il suo progetto per il ponte sullo Stretto di Messina. E sono totalmente a favore della Tav”.

E come lui a suo tempo, Farinetti sembra dire “ghe pensi mi” a salvare il mondo, a riparare i danni fatti dall’uomo con le virtù del mercato. A suo tempo Renzi gli offrì il ministero dell’Agricoltura: “rifiutai, dice, mi sentivo inadatto. Ma poi perché retrocedere? Eataly ha 42 negozi in 15 nazioni, dagli Usa al Giappone, dalla Svezia all’Arabia, dal Brasile alla Corea del Sud. Ogni giorno vende 800.000 prodotti italiani e mette a tavola 350.000 persone”.

E come no? con leader d’opinione come questi e un’opinione in cerca di leader come questi,  la critica dei consumi si fa uso e voga di moda, il commercio equo diventa etichetta di quello iniquo, il locale viene assorbito dal  globale. E l’ambientalismo diventa marca,  brand,  Pisello.

 


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