georggrosz-caosDicono che il cobra sia capace di ipnotizzare le vittime e di impedire la loro fuga. E’ una leggenda, certo, ma ieri, nonostante la stanchezza fisica e la depressione, sono rimasto per ore a guardare affascinato il grande cobra televisivo nel quale i commentatori di sempre cercavano di dimostrare che 1) l’avevano sempre detto, carta canta 2) che Grillo e i grillini non vanno demonizzati, ma insomma sino un bel problema per la governabilità 3) che Berlusconi è sempre quel gran manico 4) che il sistema politico non ha fatto nulla per cercare di reagire all’onda montante della protesta.

E’ stato uno spettacolo affascinante per le facce allibite e incredule di fronte a ciò che è accaduto, per l’incapacità di esprimere un’idea che sia una sul Paese, sull’economia, sul lavoro, sul futuro e infine per quella desolazione che nasce dal fatto che tutto l’antico e ormai fatiscente castello politico è ormai in mano al Movimento cinque stelle: qualunque mossa facciano gli altri contendenti non potranno che impiccarsi da soli. Grillo è una spada di Damocle sulla percorribilità politica di una nuova grande coalizione, ma è soprattutto una pugnalata al consociativismo non dichiarato che è stato il pane quotidiano degll’ultimo decennio, quello che ha svuotato dall’interno la polpa politica del centrosinistra.

Certo ero incazzato perché Rivoluzione Civile, il partito per il quale ho votato, non è riuscito a mettere nemmeno un uomo in Parlamento: non è che davvero me lo aspettassi, vista la decisione precipitosa di presentarsi alle elezione e i problemi irrisolti che erano rimasti per strada, tuttavia mi sono chiesto come mai l’opinione di sinistra sia svanita da questo Paese da non riuscire a fare nemmeno il 5 per cento nel complesso. Questo prima di essere colto da una consapevolezza che mi ha permesso di sfuggire alla fascinazione del cobra: non è che sia scomparsa, ma si è rifugiata da Grillo. Consiste esattamente in quella ingovernabilità che la nuova situazione determina. Ed è ovvio: la governabilità è stata quella degli ultimi 15 anni, quella dei piccoli e grandi massacri sociali, della sottrazione del welfare, della resa al pensiero unico, degli affari travestiti da grandi opere inutili, da devastazioni del territorio, da inconsulti acquisti di armi per i quali è stata evidentemente già elargita la “normale” dazione, da privatizzazione dei beni comuni.

La ingovernabilità  è  a questo punto la sinistra. Non come sfascio, ma come torta in faccia alla governabilità in funzione dell’ideologia liberista e dei suoi guasti ormai insanabili, come territorio di caccia della casta, come resistenza a una governance che vuole svuotare lo stato per concedere il primato ai poteri economici privati.  E che questo si concreti nel progetto immoral mafioso mediatico della destra berlusconiana o  nel bugiardino tecnocratico o dentro gli “un po’” di Bersani,  è solo secondario. Paradossalmente non è affatto la sinistra di protesta che si esprime in tutto questo, ma una sinistra molto concreta che si rende conto di come  solo intervenendo sul meccanismo di riproduzione di questo stadio terminale della politica italiana ed europea, si può bloccare il meccanismo greco imposto da fuori e accettato da un ceto politico ormai indifferenziato quanto alle idee e diverso solo sullo stile. Rendendo ingovernabile il massacro sociale se ne possono mettere in crisi i meccanismi. Per questo i sedicenti mercati, espressione delle banche piene di titoli tossici, reagiscono male: perché da troppo tempo la governabilità è solo la loro governabilità e non quella per l’Italia e per gli italiani. E’ la governance della rassegnazione di fronte a un presunto ineluttabile e non quella della speranza e dell’ideazione politica e sociale, è quella della divisione e della guerra tra poveri non quella della solidarietà e del welfare, è  quella dello strozzino e non della responsabilità fiscale, è quella che umilia la dignità del lavoro e delle persone. Questa ingovernabilità è ormai un dovere per costruire un futuro che non sia impastato di impoverimento e strage di diritti, che  contrasti l’oligarchia in nome della democrazia.  E trovo che in giro ci sia poco di così responsabile o quanto meno nessuna migliore occasione di trasformare in opportunità una crisi.