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Il salto del Grillo

grillo-guy-722x491Francamente chi ha votato i Cinque stelle meritava di meglio: un gruppo dirigente che fosse all’altezza di un progetto in rotta di collisione rispetto quello elitario oligarchico di marca europea, un sistema decisionale adeguato al numero dei voti e ai tempi e non dettato da tecnologi adusi alla fantascienza o semplicemente  improvvisati e bislacchi come Grillo, un gruppo parlamentare meno tentato dalle solite ambizioni del potere e dalle divisioni interne . In due parole un movimento giovane, ma adulto e fuori da una perenne adolescenza, indeterminazione, confusione.

Chi ha votato i Cinque stelle non si aspettava certo che all’insaputa di tutti, compresi  gli stessi europarlamentari del Movimento, decidesse di uscire dal gruppo euroscettico Efdd, quello in cui è presente anche l’Ukip di Nigel Farage, vincitore del Brexit, per confluire in quello ultra europeista, eurista , elitario e oligarchico dell’ Alde, dove siede anche Mario Monti, invece di pensare semmai all’assai meno compromettente gruppo misto. Inscenando per giunta la solita operazione di democrazia diretta solo a cose fatte visto che l’accordo fra Grillo , il Capogruppo Borrelli e i vertici della Casaleggio con il capo dell’ Alde, il belga Guy Verhofstadt, è stato siglato in segreto il 4 gennaio scorso. Una consultazione ex post e di emergenza alla quale ha partecipato poco meno di  un terzo degli iscritti che già di per sé sono pochissimi rispetto al bacino di voto se prendiamo seriamente l’espressione democrazia diretta, dando il loro assenso al 78%.

Chi ha votato i Cinque stelle forse vorrebbe saperne molto di più su questi sistemi di fatto non controllabili da nessuno, se non dagli uomini della Casaleggio e che sembrano più che altro una foglia di fico che copre una gestione verticistica, ma qui non è in discussione questo tema specifico quanto tutto l’insieme di pseudo giustificazioni politiche che stanno dietro a un’operazione che o Grillo ha grottescamente ideato o in cui è cascato come un pollo, entrambi ottimi motivi per trasformare l’ex comico in padre nobile e darsi un assetto più stabile e credibile che dia molta più voce e peso reale agli elettori, anche per evitare che piccoli gruppi finiscano per mandare in Parlamento o nei municipi gente non all’altezza del compito oppure di incerte se non ambigue posizioni politiche o ancora, alla moda Pd, interessato soprattutto alla poltrona. Sta di fatto che il motivo per cui Verhofstadt ha deciso di accogliere Grillo sono abbastanza intuibili e fanno parte sia di una strategia generale dell’elites di Bruxelles, ossia quella di inglobare e neutralizzare il dissenso, sia di una miserabile tattica da politicanti: il belga aveva bisogno di rimpinguare il suo gruppo per cercare di contendere la presidenza dell’Europarlamento ai due candidati di Ppe e Pse, gli italiani Antonio Tajani e Gianni Pittella, rispettivamente di Forza Italia e Pd. Il contratto con Grillo prevedeva proprio che i 5 stelle, il 17 gennaio prossimo, avrebbero votato per Verhofstadt quale Presidente del Parlamento europeo ed in cambio sarebbero stati ammessi nel gruppo, ottenendone la vice presidenza.

Chi ha votato i Cinque stelle è disorientato dai nomi in gioco e dal mercato delle vacche in forma continentale nel quale il M5S  si è andato ad invischiare. D’altro canto anche le giustificazioni date da Grillo per l’operazione francamente non stanno in piedi: in primis perché il gruppo euroscettico Efdd non si sta affatto sciogliendo visto che  i tempi della Brexit e dunque anche della presenza dell’Ukip paiono allungarsi di parecchio e certamente la formazione rimarrà sino alla fine dell’attuale legislatura, ovvero il 2019, poi perché c’è semmai sempre il gruppo misto in cui eventualmente confluire e infine perché chi lo vai a raccontare che entrando in un insieme assai più numeroso che sostiene l’esatto contrario di ciò che dici, finisci per contare di più?  Nemmeno Cappuccetto rosso  ci potrebbe credere anzi si incazzerebbe pure se sapesse che la fusione è stata persino giustificata con l’arrivo di finanziamento pubblico in sede europea, cioè annullando in un fiat tutte le battaglie fatte dal Movimento in Italia. Tuttavia è il colpo di scena finale che getta una luce ancora più inquietante su tutta l’operazione: da una parte  il fatto che i parlamentari dell’Alde abbiano rifiutato in extremis l’accordo con i “populisti”visto che Verhofstadt non ha comunque i numeri per essere eletto, cosa evidente a chiunque abbia un pallottoliere, dall’altra  la centralità nella vicenda di due vecchie volpi della politica italiana, fanno pensare a un trappolone messo in piedi per sputtanare il Movimento, tranello che rende così benemerito l’Alde e il suo capo da meritarsi probabilmente qualche posto in più tra quelli che contano.

Chi ha votato Cinque stelle si trova disorientato dalla goffaggine e dall’ambiguità con cui Grillo e la Casaleggio in coordinamento con i parlamentari più in vista, compreso Borrelli capogruppo a Strasburgo, hanno tentato di accreditare il M5S come forza responsabile e di governo, non chiarendo progetti e idee facendole uscire dalla “liquidità” come avrebbe detto l’appena scomparso Bauman, ma sostanzialmente svuotando o rendendo erratica ogni posizione anti sistema. Così proprio nel momento in cui a livello mondiale stanno cambiando molte cose, anche concretamente, i decisori del Movimento si rifugiano con assoluta miopia e anacronismo in logiche politicanti e di basso potere che di fatto sono un suicidio calcolato.

Chi ha votato Cinque stelle, adesso si aspetterebbe almeno che qualcuno ammettesse di aver sbagliato o per dirla nel linguaggio di Grillo di aver fatto una figura di merda invece di  dover assistere assistere alla desolante gara di arrampicatura sugli specchi per carità di patria che riprende pari pari  i più vieti pretesti del verminaio politico italiano e i suoi vuoti argomenti che culminano nel ridicolo “non capiscono”. Invece pare che gli chi ha votato Cinque stelle sta capendo benissimo che qualcuno lavora per screditare il movimento a favore dei vecchi assetti di potere, per colpire l’opposizione e tirare un sospiro di sollievo in vista di elezioni anticipate, che quel qualcuno o è un raggirato o è un infiltrato.


Quattordici milioni

spencer3Quattordici milioni di sì. Sono pochi per raggiungere il quorum, moltissimi per cambiare politica. Il referendum sulle trivelle per la sua natura apparentemente complicata e altrettanto apparentemente marginale, ha avuto se non altro questo merito: quello di evidenziare con chiarezza l’area di ipocrisia neo democristiana e di patologica atarassia politica oltre a fare da apparecchio geiger per misurare gli alibi impietosamente cretini, quanto pretenziosi,  di una parte consistente del sedicente ambiente progressista. Adesso per lo meno sappiamo meglio chi è il nemico, possiamo contare i servi, i clientes, i camaleonti che vanno al mare. E anche supponendo che un milione di persone abbia votato  più che per voglia di cambiare le cose e di dire la sua, per compiacere i  milieu politici locali, rimaniamo con un cifra di tredici milioni di persone, ovvero con poco meno della metà del corpo elettorale effettivo, quel 70 per cento che mediamente si reca alle urne che ja detto no alle trivelle. E questo dopo una campagna referendaria inesistente e l’incalzare di altri drammatici eventi: chi si vanta della “vittoria” è come al solito ottuso e la cosa non stupisce visto chi lo ha fatto per primo.

E’ tanto, soprattutto perché non abbiamo solo un dato numerico, ma anche qualitativo: possiamo calcolare quante persone che si dicono critiche sono in realtà disponibili a convincersi delle clamorose e insensate bugie sparate dal governo e dei megafoni di Confindustria (quello degli 11 mila posti di lavoro è davvero clamorosa e indecenti, ma anche facilmente verificabile) per tenere in piedi qualche piattaforma che fa produzioni amatoriali e insignificanti, ma soprattutto per creare un precedente riguardo alle concessioni che da oggi diventano di fatto dei feudi perenni legibus soluti (vedi qui ). Possiamo prendere il pallottoliere e vedere con sufficiente precisione l’area di chi passo dopo passo ha finito per accettare qualsiasi cosa, dalla precarietà allo scasso costituzionale, dalle guerre al furto di sovranità economica e geopolitica, dalla manomissione del welfare alla distruzione del diritto del lavoro, trovando sempre a propria giustificazione qualche sciocca formuletta politichese. E che ieri ha vagato nella propria inconsistenza accettando la latitanza democratica e le parole anti costituzionali, di quelli che la Costituzione dovrebbero tutelarla. Questo gregge non si opporrà a nulla, non farà niente per cambiare le cose, perché non vuole, perché non se la sente, perché non capisce o semplicemente perché fa parte di quella sudditanza che nel mondo contemporaneo è espressa dal conformismo compulsivo. il massimo che sa fare è dire che si opporrà alla prossima offensiva mentre già tesse la successiva bandiera bianca.

Il vero problema è come aggregare in programmi e in organizzazioni politiche non episodiche questa enorme massa di persone finora unite nella negazione del processo oligarchico, ma disperse riguardo a un visione della società. Si tratta di un problema ormai presente da molti anni anche se ora è esploso in tutta la sua evidenza con la totale mutazione del Pd che è divenuta chiara  a quei 13 milioni.  Di certo a gettare le reti non potranno essere le mini formazioni della sinistra il cui autismo e le cui divisioni senza fine fanno il gioco e gli interessi di bottega di piccole elite o aspiranti tali: nel migliore dei casi si tratta di laboratori. Né, a mio giudizio,  potrà esserlo il loro contraltare  ossia il contenitore troppo vago, variegato e indefinito del M5S che proprio per questa sua natura raccoglie la protesta senza riuscire a dirigerla in qualche direzione ed è costretto sul terreno della tattica piuttosto che su quello della strategia.

La politica insomma è tutta da ricostruire, non potendosi ovviamente definire tale quella completamente subalterna ai poteri economici di cui si fa megafono, sistema di interpretazione, testimonial acchiappacitrulli. Difficile, complesso, quasi impossibile uscirne fuori, ma almeno lo sappiamo chiaramente ed è il primo passo.


Dopo Casaleggio il traffico d’orfani

o-GIANROBERTO-CASALEGGIO-OPERATO-facebookNon ho mai avuto simpatia per il personaggio Casaleggio che in fondo rappresentava tutto quanto odio: l’aziendalismo manovriero, la confusione che si nobilita ad enigma e l’utopia politico – sociale  che si trasforma in fantascienza secondo un modulo tipico della cultura americana che appunto in questo genere narrativo trova spesso il suo meglio. Con tutto questo era una spalla più in altro rispetto al banale, grossolano , twittante e ipocrita discorso pubblico del milieu politico in ogni sua area perché almeno ci si poteva incazzare o si poteva sorridere per qualcosa e non per il nulla delle frasi fatte, per l’infingimento palese, per la contorta bugia. La stessa che oggi ispira alati messaggi di cordoglio a chi fino a ieri riteneva Casaleggio, con ontologica stupidità, un pericolo per la democrazia formale.  Ed è per questo che il guru da stanza così diverso da quello di piazza pesava enormemente nella diarchia dei Cinque stelle, non tanto per le strategie a volte clamorosamente sbagliate che imponeva con rete di velluto, quando per ciò che rappresentava, ossia una boa di riferimento in un oceano sconosciuto.

E infatti la sua morte ha avuto l’immediato effetto di svelare lo smarrimento del movimento e della sua pattuglia parlamentare che ha pensato bene di onorare la scomparsa di uno dei suoi fondatori lasciando passare senza difficoltà, nemmeno di testimonianza, la riforma costituzionale, ossia il passaggio chiave della svolta oligarchica. Casaleggio non è ancora nella tomba, ma già ci si rivolta.  Le migliaia di messaggi che giungono dalla base, che promettono di proseguire la battaglia e di essere più forti di prima sono comprensibili, ma esprimono un profondo smarrimento perché tutti sentono che l’ora è drammatica e che la vita del M5S è appesa a un filo. L’altro padre padrone del movimento Beppe Grillo è palesemente stanco della sua avventura politica tanto che adesso è tornato agli spettacoli, ma comunque manca di quella visione, sia pure contestabile e bizzarra, che gli aveva portato Casaleggio: il fatto che i due si siano conosciuti dopo uno spettacolo nel quale il comico distruggeva un computer in segno di rifiuto per la tecnologia della rete, la dice lunga sul  ruolo decisivo se non predominante nella creazione del movimento avuto dallo “sciamano” del web. E’ quasi certo che senza di lui i Cinquestelle non sarebbero mai nati.

Tutto del resto si è costruito intorno a loro al di là degli statuti, erano il filo che cuciva assieme i meetup, cioè gli attivisti, il movimento di opinione e una pattuglia di parlamentare “garantita”, certamente di buona volontà, ma raccogliticcia, spesso priva di radici territoriali, di erratica appartenenza ideologica e sconosciuta  ai cittadini a parte i rivali Di Maio, Fico e Di Battista. Il fatto è che ora il movimento è di fatto senza guida e privo di strumenti istituzionali  e organizzativi per crearne una, magari collegiale, universalmente riconosciuta : non si fa fatica a preconizzare che la pressione per spaccare il gruppo e intestarsene le spoglie sarà fortissima e sinergica alle rivalità interne , come del resto sarà enorme la spinta a normalizzare il M5S per farne al massimo un episodico e blando oppositore. Se anche Grillo scendesse di nuovo in campo non semplicemente come  padre nobile, ma come capo effettivo, sarebbe difficile contrastare le forse centrifughe: sarebbe comunque un Grillo dimezzato senza Casaleggio.

La scelta di abbandonare l’aula prima del voto sulla riforma costituzionale, invece di rimanere e votare no, come avrebbe suggerito la volontà di ricordare Casaleggio con  un atto forte e non con la consueta resilienza parlamentare, è il segno che dimostra il disorientamento e testimonia di una “normalizzazione interiore” prima ancora che compaiano le borse dei trenta denari.

 


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