Anna Lombroso per il Simplicissimus

Foera di ball, senza dizionario e senza interprete si traduce: tutti al mare, come nella canzone, anzi in mare o tutti al sud, come dice perfino Mantovano, che finora ci era parso un po’ duro di comprendonio.
E se tsunami, come declama il premier, vuol dire ondata di disperati, affamati, assetati, scampati prima alla guerra agli stenti e poi al maestale, sia pure in numero infinitamente inferiore alle artate previsioni dell’ esodo biblico, chissà come si traduce in tunisino, dove di profughi dalla Libia – profughi non “clandestini – ne sono arrivati 250 mila.
Se mi sembrerebbe addirittura ovvio che Maroni desse le dimissioni da ministro, è altrettanto ovvio che le deve dare anche dal suo partito.
Succede così quando si vuole fare troppo i furbi. Anche se si è allenati al gioco delle tre carte, con il tappetino steso per strada e una antica dimestichezza alla patacca, al piccolo imbroglio compito strizzando l’occhio al compare.
Così il ministro ammiccava con i presidenti delle regioni leghiste: non vi preoccupate in un modo o nell’altro li cacciammo foera di ball, un po’ in Francia, un po’ deportati sulle navi e poi quelli che proprio non possiamo conferire in qualche “diversamente discarica” o “diversamente deportazione”, li lasciamo al Sud, che tanto loro e i terun sono della stessa pasta.
Faceva il muso duro con gli altri: l’Europa è obbligata a aiutarci, allestiamo i lager galleggianti ma un po’ ve li dovete prendere voi d’autorità e d’imperio in una proporzione del tipo fosse ardeatine, che a noi certe memorie non dispiacciono.
Blandiva per interposto imbroglione quelli di Lampedusa promettendo una di quelle liquidazioni a prezzi imbattibili che conoscono già bene a Napoli, come all’Aquila.
E intanto come è ormai buon uso di questo governo si agitava in un dinamismo arruffone, tracotante ed impotente al tempo stesso, punteggiato di dichiarazioni bellicose, sprezzanti comparsate televisive e di gite oltremare, oltremodo sterili.
Sono fatti così. L’affaccendarsi nasconde a un tempo la necessità di tener buoni tutti gli attori nell’arena della crisi: elettori, ostili, renitenti, soci in affari, e quella di soffiarci negli occhi un po’ di polvere per far finta di essere attivi se non ne prevenire almeno nel fronteggiare – a fatica, con disumanità e incompetenza – un’emergenza. Peraltro prevedibile, annunciata, alimentata ma ugualmente ingovernabile per attrezzi, si direbbe, ormai inabili anche a mestare, far confusione e pasticciare. Tanto che non riescono nemmeno ad approfittare delle poche risposte che sono venute da qualcuno che cerca di risolvere i problemi con una buona percentuale di efficienza e una discreta quota di civiltà: un albergatore di Verona, o monsignor Crociata che ha comunicato per conto della Cei che “come Chiesa italiana attraverso le diocesi e le strutture della Caritas, abbiamo individuato 2.500 posti disponibili per accogliere altrettanti immigrati in 93 diocesi italiane”. O il presidente della regione Toscana, Enrico Rossi, che ha proposto di dirottare dal neo lager della palude di Coltano (Pisa) centinaia di migranti imposti da un diktat maroniano, offrendo di ospitare lo stesso numero di persone in strutture di località diverse e in gruppi di poche decine “senza filo spinato”.
Il sospetto è che non si tratti più solo dell’infame disegno, abituale per questo governo, di rendere estreme e inaccettabili situazioni di crisi, in modo da rendere inevitabili situazioni da governare con misure forti, autoritarie e repressive. Che non si tratti solo di aggregare consenso intorno a respingimenti disumani che rispondono agli istinti più biechi di un elettorato peraltro poco coinvolto come al legittimo malcontento di popolazioni interessate molto da vicino e ormai esasperate. E forse nemmeno di costringere la sussiegosa a schizzinosa Europa a “dare una mano” riluttante anche a causa dei troppi scheletri che giacciono a impolverarsi nei nostri armadi.
Stavolta è evidente che questo governo espulso dai tavoli dei grandi per le sue discutibili relazioni, per la mancanza di una politica estera e anche di un ministro ad hoc, per la gestione ambivalente dei rapporti con la Libia, si va in guerra ma non le si telefona per non disturbare, per un atteggiamento estraneo al consorzio politico e civile regionale in materia di immigrazione, ha rivelato la sua incompetenza, la sua pochezza, la sua inefficienza. E insieme la sua vocazione all’autoritarismo, alla repressione, alla prevaricazione, alla cecità e sordità rispetto ai cittadini, italiani o del mondo, in egual misura.

I paesi democratici l’hanno estromesso dai contesti nei quali si decide, mettiamolo fuori da qui, da un Paese che vuole essere meglio di lui.